10 motivi per cui ho amato Zeman

Zeman sigaretta

Prima di diventare il paladino del calcio pulito, di farsi ostaggio volontario e capro espiatorio del fallimento stagionale di una squadra, prima di essere l’uomo solo contro il sistema e, infine, prima di mettere i panni del santone capace di trasformare la cenere dei risultati scadenti nelle bollicine di una bottiglia ceka di birra Pilsner, Zdenek Zeman è stato l’allenatore che più di chiunque altro ha saputo avvicinare le persone all’amore per il calcio.

Lo “zemanesimo” è uno stile di vita che abbracci nell’infanzia e lo consolidi nell’adolescenza, quando alla concretezza preferisci il “carpe diem” di un gol di Rambaudi o Kolyvanov  e non importa come sia “finita e cosa importa se ho la gola bruciata o no, ciò che conta è che sia stata come una splendida giornata”. 

Sì, la dottrina va molto d’accordo con il vecchio Vasco Rossi. Tifare per una squadra di Zeman significa avere il maalox in tasca, correre il rischio di aver bisogno di “cento gocce di Valium” e, dopo essere stato novanta minuti su un ottovolante sai che è stato “Stupendo” e che ti “viene il vomito”. L’uomo del derby di Roma che è una partita come le altre, ne perse quattro su quattro in una stagione, due di campionato e due di coppa Italia, tanto che nella capitale pareva di sentir cantare “Cosa succede, cosa succede in città” ma anche “Gli spari sopra”.

Lo zemanesimo è un bolla di vetro che si rompe quando stacchi il biglietto dei trent’anni, ti arrendi ad un’esistenza che per essere vissuta ha bisogno del compromesso, di smussare gli spigoli della coerenza e della testardaggine, quando gli eventi ti costringono a rimettere in gioco i principi che prima ti sembravano irremovibili. I risultati concreti diventano la priorità, il come li hai ottenuti un accessorio talvolta inutile come i tacchetti che una volta si facevano girare uno per uno sotto la suola delle scarpe da calcio che – accidenti! – quanto costavano. Inizi a preferire una vittoria con un autogol al novantesimo ad uno spettacolare 4 a 3, ma l’esser stati seguaci dello zemanesimo rimane addosso come uno stigma.

Rinnegata la dottrina, rimangono a fuoco i motivi per cui ho amato Zeman e sono dieci:

 

1) Non avrai altro modulo all’infuori del quattro-tre-tre.

 

2) Zeman comunista. Anzi no. 

 

3) “A Zdenek Zeman non dovrebbe essere assegnato il premio Prisco perché «è un mezzo rom».  Parole del sindaco di Chieti, Umberto Di Primio espresse durante una trasmissione sportiva dell’emittente abruzzese Rete8. La replica del tecnico boemo: «Io rom? Non capisco se è un’offesa nei miei confronti o del popolo rom». (19 marzo 2012).

 

4) La Lazio 1994-95.  Marchegiani, Negro, Favalli (o Nesta), Di Matteo, Cravero, Chamot, Rambaudi (o Casiraghi), Fuser, Boksic, Winter, Signori. Non è esistita Zemanlandia che abbia ottenuto un risultato migliore: seconda in campionato a pari merito con il Parma; 63 punti, 69 gol fatti e 34 subiti. Negli anni a venire, un piazzamento simile, sarebbe valso la Champions.

 

5) «Ho apprezzato la preparazione con cui siamo arrivati in zona gol, si è faticato e abbiamo costruito tutte le occasioni a un metro dalla porta. Però sul 5 0 ci siamo distratti, è umano ma non dovrebbe capitare». (Dichiarazioni di Zeman post Lazio-Fiorentina 8-2, giocata il 5 marzo del 1995, riportate dal Corriere della Sera).

 

6) «Io non l’ ho mai scoperta, la mafia. Nel senso che non ho una definizione della mafia. Prima dovrei sapere qual è la definizione, poi potrei rispondere. Che cosa intendiamo per mafia? La Cupola, Totò Riina, Michele Greco? Sono cose che si sentono, che si leggono… Ma io penso che se uno non tocca con mano non può giudicare». Cos’ è la mafia? Un’associazione a delinquere con scopi di…? Alla provocazione Zeman replica con insistenza: «Ripeto: è normale che uno rifiuti tutte le cose violente, ma non me la sento di dare un giudizio sulla mafia. Le stragi di Capaci e via D’Amelio? Ma questa è mafia? Allora, se questa è mafia, cancello tutto e dico che la mafia è una cosa bruttissima, gravissima e così via. Ma io non sono convinto che quella sia mafia». (dicembre ’94, intervista rilasciata al settimanale “Sette” del Corriere della Sera).

 

7) Roma Caput Provincia. «Se un giorno segni due gol diventi Pele’. Al contrario, se non vinci per un mese, diventi il più scarso del mondo. E strano che, con tanti anni di storia alle spalle, Roma abbia questa mentalità»

 

8) Gascoigne e il rientro post infortunio nella primavera del ’95. «Vi chiedete come ho fatto a dimagrire tanto? Se conosceste i metodi di Zeman, la durezza dei suoi allenamenti, non vi chiedereste una cosa del genere». 

“L’ inglese infatti quasi certamente sarà in campo domenica prossima contro la Reggiana ad un anno di distanza dal grave infortunio alla gamba destra. Zeman non lo ha detto apertamente, ma lo ha lasciato intendere. «Sicuramente non giochera’ in porta, perche’ abbiamo già un buon portiere» (aprile ’95).

 

9) Marco Cassetti, uno dei difensori più sottovalutati dal calcio italiano, ora svincolato. A Lecce, stagione 2004-05, Zeman lo sposta contro il suo volere da esterno a terzino. Il giocatore piega la testa, fa la migliore stagione della sua vita, raggiunge la Nazionale. L’anno dopo verrà tesserato dalla Roma.

 

10) Oberdan Biagioni, ex centrocampista del Foggia, nel campionato 1992-93, 24 presenze e 5 gol.

La prospettiva del tutto e la metà bastava. Welcome back Gazza

La follia dei tempi moderni sta nel non prendersi troppo sul serio. Se guadagni milioni, sei popolare e pure calciatore, te la devi tirare. Se non lo fai sei fuori dal comune. Gascoigne ha saputo essere straordinario nel suo modo disincantato di vivere la sua professione, di guardare tutto con gli occhi di un bambino, gli stessi di quando in un prato ha dato i primi calci d’infanzia ad un pallone. L’uomo le cui debolezze sorpresero pure il fragile George Best (“Una volta dissi che il QI di Gazza era inferiore al suo numero di maglia e lui mi chiese: “Che cos’è un QI?”) a Roma riuscì a sciogliere anche le maschere di cera di Dino Zoff e Zdenek Zeman. L’alcol, le botte, i soldi, il mondo da girare senza sosta come dentro un’ebbrezza perenne, toccare anche l’inflessibile Cina e riderci su: “In questi giorni ho mangiato di tutto – dicevi – Teste d’anatra, teste di pollo, zampe di gallina, pipistrelli e altre amenità. Secondo me, se continuo con questa dieta, finirò per volare”.
Ti mancavano solo le ali, Gazza. A volte spuntavano sulla tua schiena, inserite dentro ferite che t’imponevi ogni volta che cercavi di rovinarti la vita. Non volavi, perchè erano pesanti come macigni e ti bloccavano a terra. Non c’è nessuno che non ti abbia voluto bene, arrivando persino a perdonarti le botte a Sheryl che livida, ti ha ripreso con sè più volte fino a dire basta e dare la tua ordinaria follia in pasto a quotidiani e tabloid. Per la verità, non ha mai rivelato niente che potesse suonare nuovo. Perchè tu eri quello che potevi tutto ma sei riuscito a metà. Quella metà è bastata a riempire di affetto chiunque ti abbia conosciuto, a conservare i fotogrammi dei tuoi gol eccezionali, a ricordarti mentre combinavi scherzi a volte così crudeli che a nessuno sarebbero stati perdonati. Stasera però, tanti hanno pianto per te. Mancavi da vent’anni, mancherai per altri venti e sarai perdonato. Anche stavolta.

Zeman, Darwin e la sopravvivenza del più adatto

Se ne parla ancora nella città eterna. Se ne parlerà per mesi. Fino al prossimo derby. Quello di domenica è ancora dentro i bar, tra sfottò e goliardia a marchio romano, le risate, le prese in giro dell’amico o collega che ha perso. Dalla parte di chi ha vinto, invece, si inventano nuovi Re, Papi, Messia da mettere sul trono, chè poi basta una prestazione negativa, una dichiarazione storta, una caduta di stile e tutti giù per terra.
Zdenek Zeman, l’uomo del derby che “è una partita come le altre”, ha giocato il match in modo prevedibile, con dichiarazioni già sentite nel pre-gara e con frasi sconnesse – e stavolta inaspettate – nel post, che avevano a che fare con la poca luce dei riflettori, il campo bagnato, De Rossi che ha sbagliato a dare il sinistro a Mauri e nulla più.
La coerenza, il rimanere fedeli a se stessi, sono virtù nel momento in cui non traslano nell’autolesionismo fine a se stesso. Chiunque abbia una discussione extra campo con il boemo, che so una cena tra amici al ristorante, difficilmente vi dirà che sarà facile contraddire le sue tesi. “Tachsidis è lento, mister”. “No – risponde Zeman – Dategli tempo e vedrete che fenomeno ne uscirà fuori”. “Spreca De Rossi”. “Neppure – sostiene l’allenatore della Roma – perchè non può ricoprire il ruolo di regista”. Il calcio è spettacolo, il gioco è bello solo se coerentemente offensivo per novanta minuti. E infatti c’è un’immagine rimasta impressa della partita dove ci sono otto giocatori della Roma sulla linea di centrocampo in fase di non possesso. Impossibile dargli contro. Il problema è che se il bello e utile andassero sempre d’accordo, il mondo sarebbe perfetto, non esisterebbero gli sconfitti e quindi nemmeno i vincitori.
Che il derby fosse una partita che non andava giocata alla Zeman, era palese e il segnale lo aveva dato Casiraghi intervistato qualche giorno prima dalla Gazzetta, ricordando un Roma-Lazio 0-2 avvelenatissimo con tutta una serie di polemiche al cianuro, a fine gara, tra Cervone, Rambaudi, Giannini, Bergodi e Signori. “Quella partita la interpretammo noi in maniera diversa – ha ricordato Casiraghi – Anzi, senza forse. I terzini spinsero di meno e noi attaccanti giocammo più corti. Zeman l’aveva preparata come le altre partite”.
“Loro hanno fatto catenaccio, ma noi lo sapevamo” disse nel post gara Cervone. E invece no che non c’era da immaginarselo mentre Zeman vedeva una squadra che non rispondeva ai suoi comandi e con la bile che gli stava sanguinando. E’ che la Lazio quella partita non la voleva perdere dopo il disastro totale dell’andata quando la Roma le dette tre sberle. Solo che il 23 aprile ci arrivò – come sempre – con le ossa rotte. E se vale il detto che si cambia per non morire, il non adattarsi e il non piegarsi alle situazioni e ai contesti per rimanere coerenti alla propria dottrina, è semplicemente autolesionismo.
Zeman sfugge all’evoluzione e alle tanto criticate tesi di Charles Darwin al proposito. In un palcoscenico dove se vinci vivi e se perdi muori – in Italia è così, inutile girarci intorno – è ancora un miracolo che il mister sia rimasto in vita smarcandosi dal mancato adattamento al contesto. Non predominerà mai il più più forte in sè ma solo chi si dimostra flessibile al cambiamento dell’ambiente in cui vive. Il calcio di Zeman non sarà mai vecchio ma essere sempre giovani non significa necessariamente essere anche vincenti.

Zemanlandia al Colosseo, l’ultimo sorriso a Torino e a Gascoigne

C’erano ancora Gascoigne e i suoi problemi di alcolismo. C’era un difensore, Alessandro Nesta, che sarebbe diventato imperatore. E c’era pure Marco Di Vaio. La storia curiosa di uno svizzero che ora allena il Chelsea, un croato scorbutico dai piedi quasi di gesso, un tagliagole argentino in difesa.
C’era la Juventus di Vialli e Ravanelli, i primi – forse – a capire chi sarebbe diventato Alessandro Del Piero, quello che poi con la società Agnelli ha rotto definitivamente. Chissà da lassù che avrà pensato Gianni, quando il suo pittore preferito ha tagliato i rapporti con Torino ed è andato a fare il Pinturicchio altrove.
Quella Juventus vinse lo scudetto a mani basse e divenne la fonte originale e piena di peccato di quei nuovi veleni della Serie A che ancora il campionato italiano si porta appresso, martoriato da calciopoli, calcioscommesse, scandalo passaporti falsi ed altri numerosi eccetera. Dietro, la Lazio di Zdenek Zeman che ancora poteva fumare in panchina e che si conquistò un bottino di 63 punti ottenuto segnando 69 gol, subendone 34, varie scatole di maalox, flebo di caffè Borghetti per digerire le beffe, tanta pazienza, una fede incrollabile.
Zemanlandia funzionava anche nella città del Colosseo e la stagione 1994-95 fu quella dove le giostre davano le vertigini. Magari vomitavi e ti sentivi un po’ come dentro la canzone di Vasco Rossi “Stupendo” oppure – meglio – ti chiedevi “Cosa succede in città”. Pazienza se c’era qualcosa che non andava perchè era ancora il tempo delle utopie, del bel gioco che avrebbe portato solo risultati e trofei, della coerenza come un dogma, delle urla al “piccolo” Nesta, chè la difesa andava tenuta più alta, praticamente a centrocampo, anche se vincevi 2 a 0. Non esisteva ancora il totem del calcio pulito, quello sarebbe venuto qualche anno dopo.
“Il 4-3-3? Non esiste giocatore che non lo può fare” diceva Zeman sapendo che a metà degli anni Novanta ogni Capodanno si festeggiava in modo più eccitato perchè dal Duemila si pretendeva l’impossibile, altro che l’atleta universale da calcio spettacolo.
“E’ geometria, il modo migliore per coprire gli spazi” istruiva il tecnico boemo e inoltre – come riportato su www.zeman.org “i movimenti difensivi del 4-3-3 consistono nel pressare la palla e nel coprire gli spazi. I difensori sono quattro, schierati seguendo il profilo di una mezzaluna, ma i due esterni sono molto più inclini alla fase offensiva che a quella difensiva. Dei centrocampisti, il centrale è il fulcro di tutta la manovra, mentre i due laterali macinano chilometri per tamponare il gioco avversario, ma soprattutto per creare superiorità numerica sulle fasce, collaborando con il terzino e con l’attaccante. I giocatori del tridente offensivo devono essere veloci e tecnici (…) non esiste un unico finalizzatore, il quale dipende dalla situazione che si viene a creare sul campo, senza per questo dimenticarsi di tornare a coprire a centrocampo quando la sfera è in mano all’avversario”. Semplice no? Spettacolare si diceva invece quando il rispetto del culto dei gradoni faceva impazzire Cravero nei ritiri estivi che poi assieme a Bacci, Signori, Casiraghi e Boksic, si distraeva da quel maledetto campo giocando a briscola.
Gascoigne spese tutti quei mesi a cercare di dimagrire e rispondeva piccato a chi gli domandava lumi sul miracolo dei suoi 72 chili di peso: “Vi chiedete come ho fatto a dimagrire tanto? Se conosceste i metodi di Zeman, la durezza dei suoi allenamenti, non vi chiedereste una cosa del genere”. D’altronde, per il mister: “Gascoigne è un atleta come tutti gli altri”, uno degli infiniti giocatori in grado di adattarsi al 4-3-3, lui, Gazza, che male si era calato pure nella vita.
L’ultima giornata di campionato a Roma col Brescia, arrivò un risultato mogio, mogio per gli standard stagionali: un 1 a 0 che però valse il secondo posto. Dalla Curva era tutta la partita che veniva intonato il coro “volemo er secondo posto” sulle note di “guantanamera”, è sì che in quell’anno esplose la moda dei balli latino americani.
Tutti si ricordano il 7 a 1 al Foggia o l’8 a 2 alla Fiorentina, ma quell’anno, alla 30esima giornata che cadde il 7 maggio ’95, Zeman battè la Juventus a Torino per 3 a 0, con le reti di Di Matteo, Boksic e Venturin. Per la squadra di Lippi fu la classica giornata di porta stregata, perchè Marchegiani pareva Cudicini e il pallone non passava mai. E’ questa l’unica volta in cui Zeman sconfisse la Juventus a Torino e, prima della partita, esiste una foto dove prima di sedersi in panchina, il mister cerca di non ridere a ciò che gli dice di fianco un Gascoigne improbabile sia nel vestiario che come calciatore. Ci sta che anche quella sia stata l’unica e ultima volta in cui Zeman ha riso.

London calling. L’asiatico troppo africano, l’handicappato con i vantaggi e quello che potrebbe vedere la Madonna

E’ bastata una partita di calcio, Juventus-Napoli, dove fosse in palio un qualcosa di quasi serio, per mandare in tilt gli italiani. Diciamo che lo spirito olimpico, quello dove un po’ tutte le altre discipline le metti in primo piano rispetto al pallone, è andato a farsi benedire grazie alla Supercoppa italiana. Bella l’atletica, la scherma, il tiro a volo. Divertente la pallavolo, spettacolare il basket, non male il taekwondo. Ma il calcio e gli isterismi che comporta nel sistema nervoso di un italiano, sono una patologia vera, così come la non faziosità di Varriale della Rai. Ah ecco, a proposito di televisione pubblica…

Medaglia d’oro alle telecronache della Rai. Sfida di taekwondo, in gara c’è Carlo Molfetta che si gioca una medaglia contro un energumeno che si chiama Keita. Speriamo se la cavi il nostro atleta: Keita è alto, nero, pesante ed è stupefacente vedere un malese che di asiatico non ha una mazza (no, nemmeno quella proprio). “Il malese qui, il malese là, occhio al malese” che però è nato e gareggia per il Mali che proprio nell’Oceano Pacifico non è, anche perchè lo Stato si trova in Africa. Poi negli ultimi minuti dell’incontro, alla Rai si svegliano e qualcuno dovrebbe aver urlato in cuffia ai telecronisti che i connazionali di Keita si chiamano maliani. Diciamo che lo hanno fatto per noi. Noi nostalgici dei commenti tecnici di D’Amico e Dossena, di Pannofino-George Clooney (Varriale no: l’abbiamo sentito qualche ora fa…) avevamo la necessità di sentirci a casa con le castroneria della Rai. E’ sì: le Olimpiadi stanno finendo. Lo avrebbero cantato anche i Righeira (agli Europei li avremmo visti benissimo al commento assieme a Mazzocchi).

Medaglia d’argento al tatuaggio di Maurizio Felugo. “Io lo conosco: ha riempito le mie notti con frastuoni orrendi, ha accarezzato le mie viscere, imbiancato i miei capelli per lo stupore”. Che roba è? La poesia di Alda Merini “Corpo d’amore. Un incontro con Gesù” che il pallanotista di spicco della nostra Nazionale, Felugo, ha come tatuaggio in una gamba. Niente stelle, carte da gioco, sirene, aquile, indiani: il ligure ha deciso d’imprimersi questo sulla pelle, motivando la scelta come la frase dalla quale si sente più rappresentato. Diciamo che ci sta che riesca a vederlo Gesù se l’Italia vince la finale con la Croazia. Diciamo anche che potrebbe vedere anche la Madonna.

Medaglia di bronzo al tuttologo Zdenek Zeman. Tornato dopo qualche anno di esilio in serie A, come ha preso la panchina della Roma è diventato pane per riempire i classici vuoti delle pagine estive dei giornali. Gli chiedono di tutto, ridanno fuoco alla sua crociata immaginaria contro il nemico Luciano Moggi ormai fuori dai giochi da un pezzo, vogliono da lui un parere anche su Schwazer perchè è stato il primo a dire “il calcio deve uscire dalle farmacie”. “Le sue lacrime e il suo dolore sono veri – ha detto del marciatore – Il problema è che gli atleti di livello hanno tanti vantaggi, soprattutto economici. Vogliono vincere tutti e se uno si accorge che non ci riesce con le proprie forze, si rifugia in altre cose. Ma non è il caso solo di Schwazer, ce ne sono tanti come lui. Non si sa perdere. L’Olimpiade è partecipare, poi deve vincere chi ha talento e lavora”. Praticamente non c’ha capito niente, visto gli sviluppi da brivido che sta avendo la vicenda e dato che Schwazer l’epo non l’ha presa per vincere, anzi. Vabbeh, ci ritentiamo. Pistorius invece? “La sua partecipazione è stata una cosa ingiusta – risponde Zeman – è un diversamente abile che nel gareggiare ha dei vantaggi. Nello sport si deve competere partendo sempre tutti dalle stesse condizioni”. Se il sudafricano dovesse partecipare o meno alle Olimpiadi e non alle Paraolimpiadi, ognuno si sarà fatto la sua idea, ma sparare che Pistorius che è senza gambe abbia dei vantaggi, è una cosa tremenda. Qualunque senso si voglia dare al discorso.

Medaglia di legno al giornalista Massimo Gramellini de “La Stampa”. Alterna riflessioni e pipponi filosofici e morali eccellenti ad esagerazioni da mezzadro degli anni ’50 (con tutto il rispetto per i mezzadri). “Faccio un tifo affettuoso per le ragazze coi nastri e le clavette – ha scritto – eppure non posso evitare di domandarmi: siamo alle Olimpiadi o al circo Togni? Ho il massimo rispetto per coloro che li praticano con dedizione e destrezza, ma ai Giochi ci sono sport che sembrano, appunto, dei giochi. Ieri, prima delle clavette, ho visto gente buttarsi da un muro con delle bici e poi pedalare sopra le montagne russe. Sembrava una pubblicità sullo stato d’animo dei risparmiatori italiani o uno spareggio di ‘Giochi senza frontiere’. Invece era una gara olimpica, il Bmx. Poi ci sono le sirenette che danzano in acqua. E quelle che prendono a racchettate un volano come bambini sulla spiaggia. Perché il volano sì e il calciobalilla no? E il flipper? E il vecchio caro ruba-bandiera? Il tiro alla fune in tv sarebbe uno spettacolo, per non parlare della corsa nei sacchi: vedrete che la inseriranno in programma, prima o poi”. Sul fatto che ci siano discipline che a giudizio soggettivo siano più o meno interessanti è un dato di fatto e ognuno la pensa come vuole. Dare del Circo Togni alla disciplina della ginnastica è quasi un insulto, ma è ancor di più offensivo paragonare la ritmica al flipper e a rubabandiera.

Articolo pubblicato su www.valdichianaoggi.it

Il nuovo Zeman usato come santino

Irriconoscibile nella sua prevedibilità. Se il 4-3-3 di Zeman è ormai dottrina e marchio omologato, si fa fatica a ritrovare nell’allenatore boemo, tracce di diversità dal parco mondiale dei tecnici, quando si tratta di ascoltare le sue dichiarazioni post vittoria del campionato vinto con il Pescara.
L’ultima intervista rilasciata a Mediaset è sconcertante per chi si era affezionato alla figura di uno Zeman solitario, silenzioso più che pragmatico nel verbo, quello che contemplava il “labora” ma non l’ “ora”.  Quello della polvere contro i mulini a vento, l’uomo che non accettava alcun compromesso.
“La scelta di Thiago Silva e Ibrahimovic di andare al Psg? Vanno dove ci sono i soldi e fino a quando i pozzi di petrolio durano è una scelta giusta”.
Una battuta innaturale e soprattutto forzata, sull’esauribilità del combustibile fossile che ha parzialmente a che fare con il patrimonio attuale di uno sceicco.
Nessun sussulto su una cessione eccellente come quella di Fabio Borini, perchè se va via “a me piace Destro”. Peccato che l’alternativa naturale al primo attaccante non sia proprio l’ex giocatore del Siena e che il suo arrivo non sia scontato.
Immancabile l’ennesima puntata della sua battaglia contro la Juventus di Luciano Moggi, nemico che non esiste più da almeno sei anni: “Ho detto che 28 scudetti per la Juve sono anche troppi e chi ha seguito il processo di Calciopoli sa perché. Le parole di Moggi? Se l’essenza del calcio sono doping e corruzione allora è vero: ne sono lontano…”. 
Battute su una guerra totalmente anacronistica e contro un personaggio che non è più parte attiva nel nostro calcio eppure per Zeman pare essere ancora lì, come se Calciopoli fosse ancora in piedi con gli stessi personaggi.
Il boemo che predilige i fatti e critica Mourinho di essere un ottimo gestore della comunicazione con i mass media e un allenatore mediocre, sta snaturando se stesso accogliendo la figura che gli è stata imposta ormai da anni: quella del santino. Nel libero arbitrio, lui è il Bene pulito, vergine, il suo calcio religione, lo spettacolo in campo miracolo a ripetersi ogni domenica. Se non stai dalla sua parte allora accogli il Male, quello del risultato a tutti i costi, quello che la palestra e le infiltrazioni antidolorifiche sono il veleno rispetto ai gradoni e alla dieta vegana. E’ che con Zeman ci si diverte, Zeman torna a far riempire gli stadi, Zeman valorizza i giovani, Zeman fa sbocciare sconosciuti. Zeman non vince mai niente se non le partite con le goleade. Zeman risolve i problemi e quando non lo fa, tutto dipende da lui, fa niente se magari aveva a disposizione un organico non proprio eccelso. Sarà colpa sua, del suo integralismo ideologico e tattico, della sua testardaggine, della difesa tenuta troppo alta, del derby una partita uguale alle altre.
Zeman è il santino che scaccia i dolori e che funziona meglio del maalox per il mal di pancia quando le cose vanno storte, perchè se perdo 4 a 3 però ho visto il calcio-spettacolo. Peccato che l’incazzatura non abbassi di un grado il bollore, peccato che quello di capro espiatoria preventivo è un ruolo del quale Zeman è consapevole ma che ha voluto pienamente accettare, magari per dare linfa alla sua nuova crociata.