Lulic, la storia del derby scritta dal gregario

Lulic Senad

La capriola di fantasia di Hernanes: no. L’infallibilità da cecchino di Klose: nemmeno. Il fulmine dalla media distanza di Candreva: neanche. Il derby, quello che per la prima volta nella storia mette in palio un trofeo, lo risolve Senad Lulic, l’esterno protagonista solo a sprazzi di questo campionato – un po’ come tutta la squadra biancoceleste – ma eroe di Coppa.

Match winner – E’ il 71′, squadre lunghe, Lazio che ha fatto vedere qualcosa di più ma non è una partita indimenticabile, in fondo, da troppi anni, le romane non riescono ad essere protagoniste in campionato, alle prese con molteplici problemi di natura differente. La società biancoceleste è eterna incompiuta, quando potrebbe spiccare il volo, riesce a muovere un’ala sola. Tre competizioni da reggere con una rosa dai pochi petali, sono troppe. E’ così che la Lazio si trova a giocarsi il senso di una stagione nella finale di Coppa Italia, contro il peggior avversario di sempre, dentro una stracittadina con la tensione così densa che si taglia a fette. Mancano venti minuti alla fine della partita, la sensazione è che chi segna per primo si aggiudica il trofeo, solitamente tanto snobbato. La palla arriva a Mauri che la passa sulla destra a Candreva, quest’ultimo la lancia in mezzo all’area, Lobont con una mano la devia verso Lulic che buca la porta romanista, con un gol che assegna il derby, la finale, la Coppa e l’Europa League, alla Lazio.

Dedica speciale – Intervistato nel post gara, Lulic è raggiante, ha poco fiato, si esprime come suo solito con una manciata di parole: “E’ una vittoria indimenticabile – dice – Soprattutto perchè arrivata contro la Roma, è davvero una cosa incredibile. Dedico il gol a mia moglie che è incinta. Sull’azione, mi sono posizionato al posto giusto e nel momento giusto, dopo aver visto Candreva sulla destra”. Lo ha premiato il tempismo, lo stesso che ha risolto un match che molto probabilmente si sarebbe protratto fino ai rigori.

Da oggetto non identificato a Sindaco di Roma – Tare pesca il giocatore nel campionato svizzero e il ragazzo bosniaco nato a Mostar arriva alla Lazio nel 2011 da sconosciuto e oggetto non identificato. E’ un esterno, che all’occorrenza può anche giocare basso e su entrambe le fasce. Esordisce alla prima trasferta di campionato a Milano, a San Siro, contro il Milan, un po’ goffo nei movimenti, col passo in rodaggio. Impensabile che di lì a poco sarebbe diventato il perno della squadra allenata da Edy Reja, definendosi nel ruolo di esterno sinistro. L’estate scorsa è stato il primo fan di Vladimir Petkovic, un mister con cui Lulic ha lavorato nel Bellinzona e nello Young Boys. Eppure nelle prime partite di campionato, il bosniaco sarà la brutta copia di colui che tanto aveva fatto bene l’anno precedente. Purtroppo, gioca le prime gare nel ruolo di terzino, con compiti che mal si adattano alla sua natura. Lulic però si sacrifica, per il tecnico che lo ha sempre stimato e considerato moltissimo, il giocatore si spende in questo ed altro. Finirà in crescendo la stagione dell’esterno, culminata con un gol nella finale di Coppa Italia, nel giorno in cui Roma è chiamata ad eleggere il suo Sindaco: i romani, quelli di parte laziale, hanno già scelto.

Articolo pubblicato su Vavel.com

Il nonsense di Zarate

Li senti quei fischi? Una volta erano il sibilo delle tue parabole che finivano in rete. Sempre. Almeno quell’anno, quella stagione dove inciampasti prima di segnare il rigore contro il Cagliari alla prima giornata. Eri smarrito. Sei rimasto estraneo mentre il mondo intorno a te girava troppo forte. Ti hanno dedicato cori, pregata la tua presenza, incitata la tua gloria. Ti hanno raggiunto con una preghiera blasfema in un calcio che è solo religione. Hanno avuto fede e pietà di te ogni volta che la testa non l’alzavi mai e la prepotenza di un serpentina subdola ti annebbiava la mente finchè non perdevi i tuoi occhi tra le maglie della rete. Ti hanno chiamato “Re”, forse l’ottavo ma tu sei principe bambino, con il volto infantile, i capelli neri e corti, il labbro in un broncio perenne. Ti prendesti gioco della curva opposta e del loro Dio, abusando del tuo lampo di sicurezza in un’intervista in altre Americhe, facendo linguaccia in un derby come un bimbo dispettoso. Irruenza mista a fantasia e fu amore subito, accecante, destabilizzante. Arrivò l’estate del ritiro e il fisico pieno. Troppi chili, la testa pesante più che pensante, sei entrato nell’anonimato ma come le stelle hai lasciato la scia della speranza. Torna, tornerà e te ne sei andato a Milano. Magari la nebbia, magari la nostalgia per Roma, magari la lingua dentro lo spogliatoio, forse un allenatore nuovo, perchè quelli vecchi dopo Delio Rossi, ti volevano solo ingabbiare, tu che vuoi giocare in campo, a modo tuo, anarchico e autarchico. Sì, poi sei tornato: asciutto, nel fisico e nella pelle; scintille ritrovate ai tuoi piedi, la fiamma di una fede che si è riaccesa tranne che per quella preghiera. La panchina, l’incitamento dei tuoi fedeli, la trequarti morta, gli occhi gelidi di quel mister che era l’ultima carta da giocare in un’ora e mezzo scarsa di luce. E’ calato il buio, è sceso il sipario, mentre la fantasia oggi non s’ingabbia ma si disciplina e tu, quelle istruzioni tattiche non le vuoi conoscere, capire. E rimani estraneo, tra i paragrafi brevi di una storia, senza ricambiare l’amore di chi ci credeva. E’ pericoloso non corrispondere un’amante cieca e sorda: quella non ha pietà perchè in realtà ne ha avuta sempre poca. Le regole, ci sono le regole, i compiti, ci sono le istruzioni da rispettare, il campo, una squadra a cui dare profondità mentre dentro sei rimasto asciutto. Ora: li senti quei fischi? Sono tutti gli applausi e le preghiere che ti sono state rinnegate.

“Pronto? Ciao! Ma che tipo è questo Petkovic?”

“Pronto?”

“Ciao Mauro, sono Monia”

“Ciao Monia! Come stai? Tutto bene?”

“Sì, sì tutto ok. Senti ce l’hai qualche minuto? Stavolta non ti chiamo per sapere se lasci la squadra o meno o dove vai a giocare…”

“Vai, dimmi”

“Senti ma…Questo Petkovic…”

“Ah, sulla Lazio? Ma no, ma mica è stato confermato che viene a Roma?!”

“Ancora no, ma è veramente questione di ore, ormai viene e nessuno sa chi è, io ho chiamato te perchè tu quando giocavi in Svizzera…”

“Sì, certo, mi ha allenato. Ma è davvero sicuro che viene alla Lazio?”

“Praticamente sì. E’ un azzardo vero?”

“Sì che lo è! Sì, è quasi incredibile!”

“Una decisione alla Luis Enrique, insomma”

“No, cioè: è bravo, è preparato ma è un azzardo peggiore di Luis Enrique alla Roma!”

“Eh, lo immaginavo. Ma che tipo è?”

“E’ glaciale, impassibile. Non ti parla. A noi giocatori non diceva una parola. Per lui esiste il lavoro e su quello e basta ti devi concentrare. Lui pensa solo al campo”

“Senti, è che io ho dei dubbi su di lui nel campionato italiano…”

“Certo. E’ normale, fra l’altro ha allenato solo in Svizzera e poi è stato esonerato nel campionato in Turchia, quindi non viene nemmeno da un grande periodo…”

“No, diciamo che sono quasi preoccupata. Ma è vero che ha questo gioco offensivo?”

“Sì, diciamo che è una sorta di Zeman”

“Ma io ho sentito parlare di 3-4-3”

“Sì, ci faceva giocare così e io con lui ero titolare. Voleva esterni veloci, gioco molto propositivo…”

“Ah, ok. Sì ma lui che tipo è?”

“E’ freddissimo. E’ glaciale. A lui non gliene frega niente delle pressioni, delle aspettative, delle critiche. Con noi non parlava mai, se non di calcio. Eppure qualche volta se ne usciva con battute buffe, ci faceva anche ridere. Anche caratterialmente assomiglia a Zeman”

“Sì ma a Roma non sentire le pressioni è un’arma a doppio taglio. Lo sai anche tu che sei romano”

“Certo, ti ripeto: è un azzardo ma tanto non credo venga a Roma”

“Lo danno per fatto sulla panchina della Lazio”

“Boh. Mi sembra strano. E’ preparatissimo ma come ti ho detto non viene da un periodo felice o di bei risultati”

“E la preparazione come la fa? Da Zeman anche quella?”

“Mmmm no, normale. Anche se vuole vedere sempre la squadra in avanti. Per il resto è difficile. Nel senso che è uno che non parla. E’ gelido. Bravo, studia molto, è pignolo. Non lo so. Tutto dipende da come il suo gioco riesce ad adattarsi alla Serie A”

“Vedremo un po’. Per adesso grazie”

“Di niente. Ciao. A presto”.