Donne tifose e #veritàscomode

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Quelle che il trucco pesante, con kajal e ombretto nero, più uno strato di rossetto color mattone che anche se devi andare a vedere un match di campionato, ci stanno.
Quelle che “Oggi c’è la partita” e rutto libero con la coca cola in mano e il panino alla salsiccia sulle cosce, sedute allo stadio.
Quelle che la bestemmia scappa quando annullano un gol al terzino che non gioca mai, l’imprecazione becera all’attaccante che sbaglia una rete a porta vuota.
Quelle che “Oh ma me lo rispieghi il fuorigioco che mica l’ho capito poi tanto…”.
Quelle che “Quanto è bono Borriello ma mi farei anche Osvaldo”.
Quelle che “Beata la fidanzata di Marchisio”.
Quelle che “A Mourinho so benissimo che gli farei io”.
Quelle che non sanno perchè pesa di più un gol in trasferta che uno in casa.
Quelle che la marcatura a uomo o a zona fa lo stesso, basta che compri un paio di caffè Borghetti.
Quelle che esultano ai gol come tarantole, schiacciano la schiena alla balaustra e sembrano dire “Guardate me e un po’ meno la partita”.
Quelle che “Fa niente se ha perso perchè stasera in tv c’è Sex and the City”.
Quelle che le unghie in gel non si rovinano se devo sventolare una bandiera con la sciarpa legata ad una gamba.

E quelli che sono rimasti al Mesozoico del tifo, era geologica lontanissima anche dalla data del primo primo appuntamento, che Vittorio Cecchi Gori chiese a Valeria Marini.
#VeritàScomode

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“Da quando Baggio non gioca più…” scrive su twitter

BaggioTW

Che sia gestito direttamente da lui o dal suo entourage, poco cambia perchè Roberto Baggio è su twitter. Con @BaggioOfficial è stato rotto un tabù più resistente di un Vaticano che per avvicinarsi alla gente sceglie di registrarsi su un social network. In fondo, Baggio, sta all’Olimpo calcio come un Dio o, meglio, un piccolo Buddha, similitudine che lo troverebbe oltremodo in disaccordo.
Criticato spesso di non saper essere un leader, di non avere carisma, di essere troppo chiuso, poco simpatico ma soprattutto di avere difficoltà nel saper comunicare, Baggio ha scritto il primo tweet il 19 marzo scorso, alle 3:48 della mattina. E’ l’embedded del video della Gazzetta risalente al 2010 dove l’ex giocatore incontra Guardiola e Messi a Barcellona, nel ritorno dei quarti di Champions contro l’Arsenal.
Odiato da molti addetti ai lavori, usato dalla Figc per rilanciare l’immagine di una Federazione vecchia, talvolta anacronistica ma felice di esserlo; dai tifosi ha ricevuto solo amore. Zero vita mondana, una conversione religiosa, il nascondersi dal voyerismo dei mass media e l’adorazione di una delle più grandi chiese del mondo, quella degli appassionati di calcio.
Troppo buono per essere vero, c’è lo scazzo duro con Marcello Lippi a ridare un’umanità consapevole a chi con i piedi sapeva realizzare preghiere a fil di bocca.
Nel profilo twitter, non mancano i retweet al Dalai Lama, a quelli della Diadora che lo spinse a ballare il tip tap con Beppe Signori in uno spot storico, alla stima per Del Piero e Balotelli e per ultima a Mennea. C’è il riferimento ad Italia-Brasile e un’immagine che fa male più a lui che agli italiani: le mani sui fianchi, il rigore sbagliato a Pasadena nel ’94, i nazionali che iniziano a correre ad abbracciare Taffarel anche se mezzo minuto prima quel pallone era volato sulla traversa. “Quanti ricordi,quante lacrime – scrive – La delusione di non rendere felice la mia gente fu troppo grande. Un pugno allo stomaco #ItaliaBrasile”. Un coniglio bagnato dal sudore di partite giocate a mezzogiorno e con l’85% di umidità, in una nazione che il calcio lo chiamava “soccer”, sdegnata dal fatto che solo il portiere ci poteva giocare con le mani. Magari Baggio ha convertito pure loro anche se è diventata passione per pochi, una parola che lui usa spesso, la ritiene il motore di tutto, mascherata per tutta la carriera da interviste brevi e intense, in parole semplici, a lui che le complessità se le portava solo dentro il carattere e nei calci piazzati.
Sogna uno stadio pieno di bambini, sapendo che è un’utopia, che un altro Roberto Baggio non esiste, che ha fatto piangere di amore, odio e rabbia molte persone, che poteva diventare l’incubo del Brasile come Paolo Rossi.
“Nella vita le persone devono dare tutto ciò che hanno. La vita può dare e togliere tutto, l’importante è non avere rimpianti”, in fondo: i rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli.

Il figlio di Cerezo, il rossetto e l’emancipazione femminile

Da Leandro a Lea, non c’è di mezzo solo il rossetto. Una volta ricevuto questo tweet sono andata su google a cercare la storia del figlio di Toninho Cerezo, che adesso allena il Vitória, club brasiliano. Non la conoscevo ma non nutro dubbi sulla sua passione per il make up. La figlia dell’ex giocatore di Sampdoria e Roma si è operata dopo anni di travagli interiori, lavora come modella e pare sia stata scritturata addirittura da Givenchy. Nell’arco di questi anni me ne sono sentita dire di tutti i colori, io che difficilmente uso il rossetto ma se lo faccio uso tonalità abbastanza forti. Il non capire nulla di sport perchè donna, è stato una costante, mi accompagna tutt’ora, sono sicura che lo farà per tutta la vita. Questa affermazione sotto forma di tweet però mi mancava e siccome ho una coscienza che m’impone di riflettere su tutto, sono riuscita a ricavare il collegamento tra calcio, donne e rossetti.
Ho scoperto che colorarsi le labbra è stata una delle prime forme di emancipazione femminile: “è stato il simbolo delle suffragette che lo hanno eletto emblema della lotta per l’indipendenza a difesa della propria femminilità – si legge su un blog del Corriere.it – (…) Quando nel 1920 finalmente venne approvato il 19° Emendamento, le donne americane ottennero il diritto di voto e il rossetto rosso acquisì lo status di simbolo del potere. (…) Durante i combattimenti della Seconda Guerra Mondiale, migliaia di donne ebbero un ruolo attivo e, in loro onore,  Miss Arden creò innumerevoli tonalità di rosso da abbinare alle diverse uniformi militari. (…) Questa fu la dimostrazione che le donne potevano essere femminili e forti allo stesso tempo”.
Nel quasi 2013, è ancora una forma di emancipazione, per una donna, seguire il calcio per farsene una cultura o addirittura un lavoro. Personalmente, sia sul pallone che sui rossetti, credo di avere ancora ampi margini di miglioramento. Mi rimane tuttavia un quesito: il figlio diventato poi donna di Cerezo si sarà mai appassionato al calcio?

London calling. L’odio tra fiorettiste, un bordello di taekwondo, la gente cattiva su twitter, le spille da balia

Con la giornata di ieri – e aspettando quella di oggi – l’Italia ha raggiunto quota undici medaglie. L’oro arriva dalle cannibali del fioretto: Errigo, Di Francisca e Vezzali che solo la circostanza – la gara a squadre – ha unito per un risultato eccezionale. Sì, perchè loro, al “volemose bene”, hanno contrapposto una tensione agonistica feroce, senza tanti baci e abbracci da podio. La gara individuale ne è stata l’esempio. L’altra medaglia viene dal canottaggio, con l’argento di Sartori e Battisti nel due di coppia. L’acqua non è poi così amara per l’Italia. Basta che non si parli di piscine. Lì, tra cianuro in megabyte e polemiche, s’è scatenata una guerra fatta solamente di chiacchiere.

Medaglia d’oro alla permalosità di Filippo Magnini. Twitter è cattivo. Fatto di gente cattiva che di nuoto non sa una mazza e che è facile stare sulla poltrona e giudicare. Magnini ha chiuso l’account e uno dei suoi ultimi tweet è stato questo, datato 1° agosto: “Stare seduti e criticare. Che brutte persone. A tutti voi che criticate vi auguro di avere dei figli che si realizzeranno nella vita…”. Dicono più i tre puntini di sospensione che tutta la frase. Si dia il caso che se sei un personaggio pubblico e sul quale sono grandi le aspettative sportive, arrivino le critiche nel momento in cui fai schifo. E’ più stupido rispondere alle stesse incolpando chiunque, come ha fatto lui una volta uscito dalla vasca. E’ come uno spogliatoio di calcio: certe cose si tengono tra quattro mura, perchè le Olimpiadi non sono un reality. Unica lancia da spezzare a favore di Magnini è che il social network permette purtroppo la l’insulto virale anonimo e facile. L’importante è non dargli peso, ma c’è anche chi ha fatto meglio. Si tratta del fiorettista Giorgio Avola: “Niente twitter fino a fine Olimpiadi – ha scritto il 16 luglio – Proverò a parlare coi fatti!!! A dopo Londra”. Beh, nel fioretto è stata una disfatta per Cassarà&co. Avola però c’ha provato a tirare e a stare zitto su twitter.

Medaglia d’argento al taekwondo neozelandese, andato letteralmente a puttane. Non tutti i comitati olimpici e le federazioni sono ricche e possono permettersi il pagamento completo delle spese di trasferta ai suoi atleti. Ecco che dopo Pechino 2008 l’atleta di taekwondo Logan Campbell, rimasto senza lavoro, decide di aprire un bordello. Fine principale: utilizzare il guadagno per partecipare ai Giochi di Londra. L’attività ingrana subito, Campbell raccoglie presto i soldi per la trasferta olimpica, vende il bordello e si dedica solo alla sua disciplina. In Nuova Zelanda nessuno s’è scandalizzato perchè la prostituzione è un business legale. Lui però glissa ogni volta che gli vengono chiesti lumi sul tema.

Medaglia di bronzo a due acuti commentatori del web. Il primo: “Davvero nel 2012 ancora non hanno trovato un metodo migliore delle spille da balia per appiccicare i numeri sulle schiene degli atleti?”. Non male come osservazione.
La seconda: “Mettete la Vezzali in piscina”. Esagerato.

Medaglia di legno al sogno di Rosalba Forciniti. La judoka calabrese ha vinto nell’indifferenza generale il bronzo nella sua categoria. Quando Sky se n’è accorto ha iniziato a tempestare di domande la biondina che s’è prestata felice come una Pasqua all’attenzione dei media. Ispira sincera simpatia ma ha steccato quando ha risposto che le piacerebbe partecipare ad un reality, magari L’isola dei famosi, ma “solo per dare più visibilità al mio sport”. No. Stavolta non c’è cascato nessuno.

Articolo pubblicato su www.valdichianaoggi.it