Centri commerciali e fuorigioco: scene da un matrimonio (forse)

matrimoni

Il più importante fattore di seduzione che il calcio esercita nei confronti degli uomini di cultura è rappresentato dalla sua dimensione collettiva, che rende le sue vicende infinitamente più romantiche e drammatiche di quelle riguardanti sport durissimi come la boxe o il ciclismo. (…) La semplicità. Quella delle regole, innanzitutto, comprensibili, a chiunque, nonostante l’oggettiva difficoltà insita nello spiegare ad una donna cosa sia il fuorigioco. D’altronde, noi maschi, non siamo geneticamente programmati per passare più di quindici minuti in un centro commerciale e quindi dobbiamo accettare l’altra faccia della medaglia.
Ci sono matrimoni andati in frantumi proprio in seguito ad estenuanti discussioni sulla posizione di un centravanti “al momento in cui parte il pallone”, ma d’altra parte, vale anche il contrario: se lei capisce la regola del fuorigioco in un tempo ragionevole, sposala e stai sicuro che non te ne pentirai (avvertenza per le donne: se il vostro lui supera senza andare in escandescenze il quarto d’ora di shopping, non è ancora il caso di ordinare i fiori d’arancio, perchè prima o poi potrebbe disertare la vostra festa di compleanno per un ottavo di finale di Champions League. Anzi, è decisamente probabile che prima o poi lo faccia).

“Social football – Non è mai stato solo un gioco”, Lorenzo Zacchetti (2012)

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Marlboro, soffitti viola, la porta e Bonimba al volo

bonisegna

“Ho visto Altobelli, Rummenigge, Ronaldo, Vieri, Eto’o e Milito ma sbiadiscono nel ricordo del grande Bobo Bonimba”. E’ un commento su youtube, caricato assieme ad un video con una breve raccolta dei gol migliori di Roberto Boninsegna. Ognuno porta nel cuore una prima punta, a spregio di quello che ha sempre sostenuto Pep Guardiola quando il Barcellona iniziò a fare sfracelli con il suo gioco nuovo, sfiancante nei nervi e vincente: “Non abbiamo un centravanti, perché il nostro centravanti è lo spazio”. Una concezione asettica, che scava un vuoto di romanticismo in quello che è forse uno dei ruoli più sentimentali nel gioco del pallone. Boninsegna è l’attaccante che passò la palla a Rivera per il gol del 4 a 3 contro la Germania e – come se non bastasse un pezzo di storia costruito dentro il monumentale “Atzeca” – è diventato icona della nostalgia del calcio ancora in bianconero, nel film “Radiofreccia” – “credo nelle rovesciate di Bonimba” – vero atto di fede.
Nel 2000 Roberto Vecchioni ha dedicato alla punta un omaggio che profuma di sigarette e di chiuso, ma anche di spazi aperti, frusciare del vento, nuvole di malinconia.

Lui si volta e fa appena in tempo a vedere il pacchetto di Marlboro che sta arrivando, forse non lo vede neppure, non sa nemmeno cosa sia, né l’imbecille che glielo ha tirato addosso, però lo sente, e in un angolo primordiale della mente intuisce la sfida: si avvita, alza il piede sinistro, colpisce di collo pieno e impatta lo specchio della Rosina che è la più grande cuoca con le più grandi tette di tutta la provincia di Mantova.Dal tavolo d’angolo, quello che guarda fiume, ponte e strada, caccio un urlo da stadio, gli amici cominciano una ola. Il locale è piccolo, basso, ma all’improvviso, a un segnale, ci prendiamo tutti per mano e quella stanza non ha più pareti ma alberi, alberi infiniti, e il soffitto viola non è, ma poco ci manca, non esiste più; al posto suo c’è il cielo, quello di San Siro, di così tanti anni fa che sembra ieri e in aria i trucioli coprivano le pozzanghere e un pallone simile ad un pacchetto di Marlboro sta planando là dove Bobo ha già la gamba a mezz’aria, perchè o si tira subito o mai, e un attimo dopo non è uno specchio ma una rete a subire l’offesa o la conquista o il gesto d’amore, chiamatelo come volete.
Boninsegna. Ci sono stati, ci sono giocatori belli, innamorati di sé come città di mare aperte al segno di colline degradanti: veroniche infinite ne accompagnano la presenza; stop aerei lenti e circolari come l’andare e il venire dell’onda. Ci sono giocatori imprendibili, elittici, come città di fiume: serpeggianti al pari delle anse improvvise e fini al palleggio; abili nel far sparire e comparire un coniglio rotondo da sotto un ponte, da una riva o da un’altra. Ci sono giocatori come montagne toste, chè al paese lassù ci vai tu a piedi; ed altri di ghiaccio o neve sottile, trine e merletti, miracoli di calli imprevedibili, piccole Venezie sghimbesce e fascinanti. E poi c’è il giocatore. Non c’è bellezza nel suo gesto, né armonia, né musica: non lo sfaccio da biliardo che divina i centimetri o la finta aurea che prevede e precede la figura di merda dello stopper: sta di fatto che lo stopper la faceva comunque. Geometria, balistica, calcolo anticipato gli erano del tutto sconosciuti; non di danza possedeva il passo, né larghi ritmi elegiaci suggerivano le corse, gli scatti, ma un miracolo d’istinti, la sublimazione del pressappoco, un’elementarità elevata ad arte, e rabbia da buono, bontà da canaglia, dove ogni giocata era metafora della vita e far la prima cosa che viene in mente o che passa per il cuore è assomigliare al primo uomo, al primo sport, alla prima volta perchè tutti son capaci bene o male di ragionarci su, uno solo aveva il coraggio di precedere il pensiero: Roberto Boninsegna.
L’ho visto tentarci da destra e da sinistra, di testa in tuffo e di tuffo in testa, d’anca e di caviglia, in rovesciata e girata, di punta, di sfriso, di petto, soffiando sulla palla, pregando da terra che entrasse, bestemmiando altri dei che i suoi li lasciava stare: l’ho visto segnare con le mutande a pezzi e col numero rovesciato sulla schiena, coi denti nella spalla dello stopper e con lo stopper sui denti, da sotto il fango, in cielo, perfino a testa in giù: di certo credo non mirava mai, non gliene fregava un fico di angolini, effetti, foglie morte: dove prendo, prendo e ci prendeva sempre.
E’ ovvio che esagero. Aveva classe. Non si segnano tutti quei gol se non se ne ha. Non si fanno cinquanta metri di campo con un’orda di tedeschi alle spalle, per dare a Rivera la palla di quel famoso 4-3 se non si è più che grandi. Ma la sua grandezza era niente in confronto all’istinto, alla faccia tosta, alla spavalderia; aveva un patto col destino, stava simpatico al destino.
Il soffitto è tornato viola, gli alberi sono spariti. Il cielo poi non si vede neanche all’aperto. Bobo ha infilato il cappotto, abbraccia una dolcissima moglie. Ho nostalgia di lui, come delle osterie fuori porta di Guccini e delle pastrugnate sui sedili posteriori.
Ci sono cose che sai dove sono e sempre lì le vorresti. Ci son cose che trovi a occhi chiusi come la pelle di una ragazza o le lacrime di un addio. Bobo è di questo genere. Esce di spalle salutando e non deve nemmeno guardare. Anche lui sa, ha sempre saputo dov’è la porta.

Dalla raccolta “Io&lui”, allegata al Guerin Sportivo numero 52 (dicembre 2000)

Il calciomercato nullo, gli anni Ottanta e Samuel Beckett

scrittamuro

Compraci un campione. Non era una richiesta, nemmeno un’esigenza. Era una preghiera, stamani, la scritta spray a Formello, colore rosso, l’urgenza cromatica per eccellenza ma anche del segnale di pericolo dell’ennesima sessione di calciomercato, dove il gong suona spesso come una campana a morto per le illusioni fin qui cucite sulle aspettative. Un vestito bellissimo, che tira un po’ al collo ma sta bene. Certo: non è il tuo e allora si strappa al primo ostacolo dove s’impiglia la stoffa o rimane macchiato dopo qualche goccia di pioggia lieve e settembrina.
Oggi, invece, era una giornata di sole pieno, a momenti un po’ coperto, tanto che al tramonto, pure i cirri sembravano prendere in giro i tuoi desideri, perchè vedevi le nuvolette rosa e ti veniva pure da chiederti se il karma ce l’aveva con te e se magari ti si palesava sullo schermo dello smartphone mentre aggiornavi quella maledetta applicazione con le ultime notizie di calciomercato.
Non mi vergogno di aver creduto al trasferimento di Yilmaz, di averlo caricato di sentimenti nemmeno troppo velati, di ricordi e di nostalgia dei momenti che avrebbe potuto farci vivere ma non bruceranno mai. Ci ho visto Vieri negli occhi, nelle esultanze, nella stazza, nella potenza, nella corsa, forse ce l’ho visto anche nei modi: il colpo a sorpresa, io che quella sera – come tanti – ero all’Olimpico a vedere la presentazione della Lazio. Lo speaker annunciò l’acquisto dell’attaccante dell’Atletico Madrid e sì: ci fu una sorta di contentezza ma allora era una Lazio alta, fiera e tutti avrebbero voluto venire a giocare a Roma. Tifarla aveva una sfaccettatura snob che brillava di luce propria, talvolta scottava, però i “campioni” te li aspettavi come diritto divino che arrivassero, in fondo “Undici anni de’ B” sembravano niente se nello stesso morso di tempo la tua squadra vince più trofei che in tutta la sua storia. Pareva possibile tutto, al contrario della preghiera di questa mattina a Formello. Poteva essere possibile qualunque cosa un po’ come alla fine degli anni ’80 quando la Lazio stava a pezzi ma l’Italia rimaneva incollata alle sue di illusioni che ci facevamo andar bene tutto in nome di un benessere dalle potenzialità infinite e ci permettevamo pure di provare nostalgia per il decennio precedente bolla di niente, con Raf a Sanremo che cantava una disperazione di plastica: “E i sentimenti che senti tu se ne andranno come spray”.
Chissà se la dirigenza ha battuto ciglio davanti a quella preghiera, chissà se ha pensato al day after, quelle ventiquattrore di isterismo dopo il gong, di pianti asciutti, della paura di trovarsi un altro hobby che la domenica o il sabato faccia meno male. Poi però, senza Lazio, come fai a resistere? E allora sta bene l’entrata in scena di una chiosa di Samuel Beckett: “Non posso continuare, devo continuare”. Continuerò. E’ l’epilogo dei “Testi per Nulla”, lo scrittore è morto nel 1989, pochi mesi prima dei Novanta quando “undici anni de’ B” facevano ancora male.