L’unica cosa che manca a Mancini

In panchina da quindici anni. Italia, Inghilterra, Turchia. Quattro Coppa Italia e due Supercoppa, quattro campionati italiani, una Premier, una Coppa d’Inghilterra, una Community Shield, una Coppa di Turchia. Eppure, Roberto Mancini, ogni volta che prende in mano una squadra deve sempre dimostrare di essere un allenatore di spessore.

 

Fosse una pura questione di palmares, sarebbe difficile opinare che non lo sia, ma il nodo è un altro e riguarda l’eredità che ha lasciato da giocatore: non c’è mai stato professionista italiano che abbia dimostrato una mentalità vincente come quella di Mancini. Nessuno. Una dote, questa, che l’ex Samp e Lazio non è mai riuscito, in egual misura, a portarsi nel suo ruolo di allenatore. Eppure su quella mentalità, il Mancio giocatore si è specchiato molte volte in carriera, molte più occasioni di quante non ne abbia ora bisogno nell’aggiustarsi un ex ciuffo ribelle e il completo costoso, raffinato ed elegante, da lisciare sul bordo del cappotto con la mano.

 

Mancini aveva una mentalità vincente anche a Bologna, da minorenne. Magari con una certa testa,  piena di talento vanitoso e spigoli di permalosità, ci nasci. È minorenne anche quando si trasferisce a Genova, tesserato dalla Sampdoria. Anno 1982, il mister scelto dal club blucerchiato è Renzo Ulivieri. Mancini ha chiuso la stagione in rossoblu con nove reti.

«Ecco l’uomo che ci farà gol» dice entusiasta il tecnico.

«Grazie mister ma guardi che a Bologna io ho fatto la punta per una serie di circostanze. Il mio vero ruolo è centravanti arretrato» risponde Mancini con gelo e con la consapevolezza della sua duttilità tattica.

«Certo che voi giovani avete sempre voglia di scherzare», liquida Ulivieri.

No: Mancini in carriera non ha mai scherzato, semmai cercato e preteso sempre, dai compagni, dalla società, dai tifosi, dall’allenatore stesso. Il numero 10 è in realtà il numero 1 e pazienza se per convenzione ce l’ha il portiere. Qui non c’è nulla di arbitrario da rispettare perchè Mancini ha rovesciato gerarchie sin da minorenne. Lui è il fulcro. Di tutto. Delle sconfitte come dei successi.

 

Il primo ad entrare con una chiave dentro la testa del fantasista è Vujadin Boskov, sulla panchina della Sampdoria per la prima volta nel 1986. Il potere dentro gli spogliatoi passa nelle mani dello stesso Mancini, in coppia con Vialli, a discapito dei senatori. Tuttavia è un potere che deve passare pure ai piedi, in campo: quello che Vujadin concede nella sua larga manica disciplinare, Vujadin lo vuol vedere compensato in campo: con gli assist e i dribbling di Mancini e il gol di Vialli. Lo scudetto del ’91, nasce dal rafforzamento di questa intesa, dovuta anche ai dolori di Italia ’90. In fondo se, come al Ct Vicini, ti “scoppiano” in mano due come Baggio e Schillaci, quando invece i protagonisti avrebbero dovuto essere i due giocatori della Samp, difficile farci qualcosa. Ancor più se la stra-favorita Italia da ogni vento, si ferma in semifinale e si mette al collo un bronzo che più che un terzo posto conquistato, ha il fiele in bocca di una Coppa persa. Tuttavia, i mattoni caratteriali dello scudetto vengono cementati già il 9 maggio del 1990, nel pre gara della finale di Coppa delle Coppe contro l’Anderlecht, a Goteborg. I leader dello spogliatoio si fanno una promessa: in caso di sconfitta ognuno diventerà libero di andarsene da Genova mentre in caso di vittoria il gruppo si compatterà per cercare di vincere a tutti i costi lo scudetto nella stagione successiva. Una squadra concreta, forte di animo e nel tasso tecnico, già alla nona giornata capisce che questo è il campionato buono. A Napoli la Samp sconfigge il Napoli per 3 a 1. Mancini segna uno dei gol più belli della sua carriera e durante l’esultanza corre da Boskov: “Mister siamo campioni” gli urla.

 

 

La risposta del tecnico serbo arriverà al numero dieci e allo spogliatoio, la settimana successiva quando nel derby Branco consegna la vittoria al Genoa: “Ragazzi, se non vince questo scudetto, ti dice mister siamo delle merde”. Non sarà semplice quell’anno conquistare il tricolore, sopratutto per un Inter che non molla. Solo vincendo alla 31esima giornata il confronto diretto, la Sampdoria si aggiudica il suo posto al sole nella storia del campionato italiano.

Solo nove anni più tardi, se lo prenderà di forza – col vento, col sole e con la pioggia – anche la Lazio.

 

 

Mancini si trasferisce a Roma nell’estate del ’97 ed Eriksson gli dà carta bianca anche nelle scelte tecniche. Il primo sacrificato dell’iniziale 4-3-3 è Nedved, perchè il numero 10 viene affiancato da due tra Casiraghi, Boksic e Signori. Tenere fuori il ceco è follia e allora si passa al 4-4-2 con Mancini titolare, Nedved esterno sinistro e di fianco un centravanti. Uno tra Casiraghi, Boksic e Signori è di troppo. A dicembre, l’attaccante bergamasco verrà ceduto alla Sampdoria ma: come dimenticare la rivoluzione tifosa di due anni prima, al grido di “Beppe non si tocca”, nemmeno con 25 miliardi? I laziali ce l’hanno ora con Mancini, responsabile della partenza dell’idolo di Curva. L’ex Samp affronta di petto la contestazione e senza mezzi termini critica una piazza priva di cultura sportiva e predica la priorità degli interessi di squadra a quelli dei singoli. A Roma certe dichiarazioni sono una rarità ed episodi isolati. Quell’anno la Lazio conquisterà due finali: una di Coppa Uefa, persa con l’Inter; e vincerà quella di Coppa Italia contro il Milan. Mancini aveva preso già le redini della squadra. Mancava una voce grossa in società.

 

E’ trionfo in Supercoppa a Torino contro la Juventus ma al giocatore c’è qualcosa che non torna e gli punge la lingua: il mercato. Cragnotti cede in un colpo Fuser, Jugovic e Casiraghi e, stimolato (forse) da Mancini, acquista Mihajlovic, Stankovic, Couto, Salas, Conceicao e De La Pena. Non solo: l’ultimo botto è l’arrivo di Vieri, che relega in panchina Mancini, almeno finchè il centravanti non si infortuna dopo poche settimane dall’inizio del campionato. Si fa male anche Boksic e per una squadra che già doveva fare a lungo a meno di Nesta, potrebbe essere il colpo di grazia. Eriksson punta ancora tutto su Mancini, schierandolo costantemente seconda punta. Risultati alterni fino alla campana del derby che fa tremare la panchina di Eriksson. Una doppietta di Mancini e una rete di Salas portano la Lazio sul 3 a 1 ma nell’ultimo quarto d’ora la Roma, seppur in inferiorità numerica, centra il pareggio con Di Francesco e Totti. La Lazio chiude la giornata decima in classifica e a 8 punti dalla Fiorentina capolista. Dentro lo spogliatoio biancoceleste, si consuma un diverbio di fuoco. “Un litigio fra persone intelligenti, è molto più utile che restare zitti” confermerà poi Mancini qualche tempo dopo, rincarando la dose con un episodio alla Sampdoria: “A Marassi c’è ancora un buco su una porta sfondata da Vialli con un pugno. I giovani devono capire che nel calcio ci vuole passione”, la stessa che la punta rimprovera ai compagni troppo egoisti. Da questo momento lo spogliatoio, è nelle sue mani. Seguiranno nove vittorie di fila, una Lazio al secondo posto e ad un punto dalla Fiorentina. Poi, con il rientro a gennaio di Vieri, altro cambio tattico, perchè Eriksson imposta un 4-4-2 e arretra Mancini a centrocampo, un ruolo più defilato e un rospo da ingoiare per chi ormai è il leader più luminoso della squadra. L’attaccante accetta e va ad affiancare Almeyda, con il compito – ovvio – di sviluppare l’azione. Con il rientro di tutti gli infortunati, la Lazio prende il volo ma lo scudetto, in un finale di stagione amarissimo e tanto polemizzato, andrà al Milan. C’è gloria però il 19 maggio del ’99: l’ultima Coppa delle Coppe della storia è laziale.

 

 

Vieri lascia Roma per l’Inter e Mancini non la prende bene e non glielo manda a dire: “Se fosse rimasto, avrebbe vinto il Pallone d’Oro – dice – In più si perderà anche lo scudetto”. Intanto arriva la supercoppa contro il Manchester, vinta con un gol di Salas servito dall’assist di Mancini. Il campionato ’99-00 è ormai storia, da raccontare ai nipoti ad oltranza, è l’anno del Giubileo laziale e dello scudetto vinto in maniera singolare, all’ultima giornata, confermato solo alle 18 passate e ufficializzato da Radio Rai.

 

Il ritiro verrà invece annunciato il 23 maggio, in conferenza stampa: “Smetto adesso – spiega Mancini – perchè preferisco farmi rimpiangere oggi, che sentirmi dire ‘era meglio se smettevi un anno fa’. Meglio chiudere da vincente e, con uno scudetto e una Coppa Italia appena conquistati, non potrebbe esserci momento migliore. Lo scudetto, già. Nulla accade per caso: ho concluso l’unico mio campionato di serie A senza un gol. Forse è stato il prezzo per raggiungere il titolo, me lo sentivo”. 

Anche il momento del ritiro, Mancini lo affronta con una mentalità vincente. Adesso, la stessa, va portata una volta per tutte in panchina.

 

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L’amore freddo per Mancini

Mancini

La si potrebbe chiamare professionalità. Il concetto, però, andrebbe di traverso lo stesso, perchè il tifo è solo dilettantismo, nel senso che la freddezza non ce l’ha ed è privo di lucidità. E’ una febbre, impossibile non rimanere scottati.
Roberto Mancini, uno dei giocatori che alla Lazio ha dato tantissimo, è stato sbattuto in prima pagina dal Corriere dello Sport con un titolo volutamente provocatorio e tirato: “Sarei tornato solo per la Roma”. Uno strillo forzato, perchè all’interno dell’articolo l’ex mister del City dice molto altro ma fa intendere che se la Roma l’avesse chiamato, avrebbe accettato senza ombra di dubbio, conscio del desiderio di una tifoseria – una volta contro – che gli avrebbe perdonato il passato da laziale.
Difficile stupirsi dell’uomo Mancini, non è nuovo a queste dichiarazioni un po’ irriconoscenti e con un affetto non ricambiato. In fondo, alla Lazio, ne sono passati molti di giocatori così, lui vale la pena di essere autolesionisticamente amato.
Ultimi scorci estivi del ’97. In panchina c’è Eriksson ma c’è soprattutto Mancini, al quale il tecnico svedese dà carta bianca totale. Il primo sacrificato dell’iniziale 4-3-3 è Nedved, perchè il numero 10 viene affiancato da due tra Casiraghi, Boksic e Signori. Tenere fuori il ceco è follia e allora si passa al 4-4-2 con Mancini titolare, Nedved esterno sinistro e di fianco un centravanti. Uno tra Casiraghi, Boksic e Signori è di troppo. A dicembre, l’attaccante bergamasco verrà ceduto alla Sampdoria, non senza qualche strascico polemico da parte di una tifoseria che ce l’ha con Mancini, ritenendolo il responsabile della partenza dell’idolo di Curva. Scrive Paolo Condò ne “Il calcio dentro”: “E’ una situazione classica del calcio, vista in molte piazze non abituate a vincere. Spesso il campione che rimane, malgrado la mancanza di risultati, viene amato assai più di quanto accada a un suo contraltare che gioca invece per un club pigliatutto. C’è un banale meccanismo psicologico alla base (…): l’esperienza insegna che la condivisione della sofferenza, vincola molto di più di una comune felicità. Alla Lazio questo corollario da dottor Feud si esemplifica nell’attacco al nuovo leader, quello che promette finalmente grandi successi a favore della vecchia bandiera”. Mancini affronta di petto la contestazione e senza mezzi termini critica una piazza priva di cultura sportiva e predica la priorità degli interessi di squadra a quelli dei singoli. Il laziale non la prende male, in fondo, se hai alto spessore carismatico, queste accuse te le puoi permettere anche dopo la sconfitta a Torino contro la Juventus, che relega i biancocelesti al nono posto e a dieci punti di distanza dalla capolista. Quell’anno la Lazio conquisterà due finali: una di Coppa Uefa, persa con l’Inter; e vincerà quella di Coppa Italia contro il Milan. Mancini aveva preso già le redini della squadra. Mancava la voce grossa in società.
E’ trionfo in Supercoppa a Torino contro la Juventus ma al giocatore c’è qualcosa che non torna e gli punge la lingua: il mercato. Cragnotti cede in un colpo Fuser, Jugovic e Casiraghi e, stimolato (forse) da Mancini, acquista Mihajlovic, Stankovic, Couto, Salas, Conceicao e De La Pena. Non solo: l’ultimo botto è l’arrivo di Vieri, che relega in panchina Mancini, almeno finchè il centravanti non si infortuna dopo poche settimane dall’inizio del campionato. Si fa male anche Boksic e per una squadra che già doveva fare a lungo a meno di Nesta, potrebbe essere il colpo di grazia. Eriksson punta ancora tutto su Mancini, schierandolo costantemente seconda punta. Risultati alterni fino alla campana del derby che fa tremare la panchina di Eriksson. Una doppietta di Mancini e una rete di Salas portano la Lazio sul 3 a 1 ma nell’ultimo quarto d’ora la Roma, seppur in inferiorità numerica, centra il pareggio con Di Francesco e Totti. La Lazio chiude la giornata decima in classifica e a 8 punti dalla Fiorentina capolista. Dentro lo spogliatoio biancoceleste, si consuma un diverbio di fuoco. “Un litigio fra persone intelligenti, è molto più utile che restare zitti” confermerà poi Mancini qualche tempo dopo, rincarando la dose con un episodio alla Sampdoria: “A Marassi c’è ancora un buco su una porta sfondata da Vialli con un pugno. I giovani devono capire che nel calcio ci vuole passione”, la stessa che la punta rimprovera ai compagni troppo egoisti. Da questo momento lo spogliatoio, è nelle sue mani. Seguiranno nove vittorie di fila, una Lazio al secondo posto e ad un punto dalla Fiorentina. Poi, con il rientro a gennaio di Vieri, altro cambio tattico, perchè Eriksson imposta un 4-4-2 e arretra Mancini a centrocampo, un ruolo più defilato e un rospo da ingoiare per chi ormai è il leader più luminoso della squadra. L’attaccante accetta e va ad affiancare Almeyda, con il compito – ovvio – di sviluppare l’azione. Con il rientro di tutti gli infortunati, la Lazio prende il volo ma lo scudetto, in un finale di stagione amarissimo e tanto polemizzato, andrà al Milan. C’è gloria però il 19 maggio del ’99: l’ultima Coppa delle Coppe della storia è laziale.
Vieri lascia Roma per l’Inter e Mancini non la prende bene e non glielo manda a dire: “Se fosse rimasto, avrebbe vinto il Pallone d’Oro – dice – In più si perderà anche lo scudetto”. Intanto arriva la supercoppa contro il Manchester, vinta con un gol di Salas servito dall’assist di Mancini. Il campionato ’99-00 è ormai storia, da raccontare ai nipoti ad oltranza, è l’anno del Giubileo laziale e dello scudetto vinto in maniera singolare, all’ultima giornata, confermato solo alle 18 passate e ufficializzato da RadioRai.
Il ritiro verrà invece annunciato il 23 maggio, in conferenza stampa: “Smetto adesso – spiega Mancini – perchè preferisco farmi rimpiangere oggi, che sentirmi dire ‘era meglio se smettevi un anno fa’. Meglio chiudere da vincente e, con uno scudetto e una Coppa Italia appena conquistati, non potrebbe esserci momento migliore. Lo scudetto, già. Nulla accade per caso: ho concluso l’unico mio campionato di serie A senza un gol. Forse è stato il prezzo per raggiungere il titolo, me lo sentivo”.
Premonizioni a parte, la Lazio non avrebbe conquistato mai quella mentalità vincente senza un giocatore come lui, che non ha mai baciato maglie ma se l’è presa a morte per quel 10 alla Sampdoria non ritirato, che lasciò al naufragio la Lazio (chi, però, sarebbe rimasto?) nel momento societario peggiore della sua storia, che ha sempre fatto dichiarazioni di apprezzamento alla Roma. Amare Mancini è un sentimento a cuore gelido. E si può fare.

Da Chinaglia a Klose, cinque uomini che hanno fatto la storia del derby

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Roma brucia. Una combustione di tensione, ansia e trepidazione per la finale di Coppa Italia, nella quale si disputerà, per la prima volta, un derby che mette in palio un trofeo. Ogni gara con la Roma, ha una storia a sè, emozioni diverse e stratificate, irripetibili. Nonostante i pronostici, il risultato è sempre aperto, pronto a sovvertire i favoriti della vigilia, talvolta crudele e determinato dagli episodi, la vittoria è gloria da caput mundi, la sconfitta un dramma che lascia stimmate anche per più stagioni a venire. La Capitale vive il calcio così: prendere o lasciare. Tuttavia, la storia la fanno sempre e comunque gli uomini. Cinque sono quelli che meritano una menzione d’onore, ma come “outsider” ci sono anche un mister e una meteora.

Miroslav Klose – In due stagioni ha già segnato due volte alla Roma, più un rigore procurato. E non è stato decisivo solo nel suo ruolo di attaccante ma anche in quello di amuleto, perchè con lui in campo, la Lazio non ha mai perso. Freddo come il marmo, generoso come pochi, è forse uno dei pochi centravanti classici rimasti nei campi di gioco e prodotti dalla vecchia generazione. Sguardo glaciale, a parole sulla stracittadina, ha saputo solo dire che è “qualcosa di straordinario”. Difficile capire come e quanto senta il derby. Possente e taciturno, ha riempito di urla l’Olimpico con il suo gol al 93′, a trenta secondi dal fischio finale, il 16 novembre del 2011: una rete incredibile, che determinò la conquista dei tre punti e dunque della vittoria. In quell’occasione gli brillarono gli occhi sotto la Curva, ma ancora non sapeva che con quella rete, avrebbe firmato una pagina di storia. L’ultima impronta risale all’11 novembre scorso, sotto il diluvio, con una rete semplice ma “ok”: lo stesso segno che fa con la mano, come unica esultanza ad ogni gol. Semplice ma diretto ed efficace. Come sempre.

Juan Sebastian Veron – Battuta a pochi metri dalla lunetta e sfera sotto l’incrocio dei pali. Una punizione che solo una “streghetta” poteva inventarsi, nel momento clou di un derby che per la Lazio fu determinante nella rincorsa allo scudetto. Era il 25 marzo del 2000, e la “brujita” Veron, in quei mesi, si era preso pure le critiche ingiuste del tifoso esigente che sognava in grande e stavolta non voleva vedersi sfuggire il titolo nazionale. Troppo appannato e lento, dicevano. Sì ma quella punizione alla Roma va vista al rallentatore per godere della prodezza balistica. Classe cristallina, cuore caldo come quello di tutti gli argentini, la zampata di Veron rimarrà negli almanacchi come nelle sue pagine di vita romana. “Il mio gol più bello – ha recentemente ricordato – è senza dubbio quello contro la Roma su punizione. Ho segnato nel derby rovesciando il risultato e dando la vittoria alla Lazio. Non c’è cosa più bella”. Erano i tempi in cui Veron affinava la sua tecnica in modo particolare, ingaggiando, nelle sedute a Formello, un duello con un altro specialista, Sinisa Mihajlovic. Rimpianto e soprannominato poi la “luce”, alla Lazio, luce fu.

Paul Gascoigne – Eccentrico ed eccessivo, fragile, romantico e mai banale. Non è stata solo la sua personalità a farlo diventare uno degli idoli della tifoseria, ma anche quella rete alla Roma che allontanò la sconfitta, in quelll’1 a 1 finale, datato 29 novembre 1992. E’ l’89’, Signori, dalla trequarti, lancia palla in area per Gazza che di testa trafigge la porta giallorossa. Gascoigne impazzisce, allarga le braccia e corre sotto la Nord ad accogliere la gioia di chi già, sconsolato, pensava alla giornata di sfottò che gli sarebbe costata l’indomani. Troppo anche per un uomo abituato agli eccessi e che rientra a centrocampo con una maschera – stavolta involontaria – di lacrime. Gascoigne piangerà altre volte, combatterà altre battaglie, continuerà la sua carriera alla Lazio fatta soprattutto di infortuni e spezzoni di partita. Colui che rallegrava lo spogliatoio, era lo stesso che non sapeva darsi serenità e nonostante le lacune umane e l’incompiutezza, Gazza rimane un’icona della generazione di geni calcistici che ha provato ad avvicinarsi a George Best, senza riuscirci ma ugualmente amati.

Paolo Di Canio – Idolatrato, odiato, discusso e sempre sul fuoco della polemica. Di Canio ha giocato solo pochi anni in biancoceleste: dal 1987 al 1990 e dal 2004 al 2006. Non è una bandiera nel senso vero e proprio del termine ma il suo nome è indissolubilmente legato a quello della Lazio. Tifoso viscerale, non ha mai risparmiato critiche feroci alla squadra e alla società, durante la gestione Lotito. Impertinente e sopra le righe, alla Roma, con la maglia laziale, ha segnato due reti, a distanza di sedici anni l’una dall’altra. Nella prima era un ragazzo di 21 anni che viveva il sogno di giocare in prima squadra per il club del cuore. Il 15 gennaio dell”89, fu il match winner della partita, nella quale fece più storia la sua audacia e arroganza di esultare sotto la Curva Sud che la rete stessa. Una sorta di emulazione di quanto aveva già fatto un certo Giorgio Chinaglia anni prima, un “dolce” dopo i bocconi amari di una Lazio che aveva vissuto anni molto travagliati. Di Canio lascerà Roma nel ’90 per tornarvi da protagonista nel 2004, chiudendo momentaneamente con la Premier League. Un rientro a Roma osannato, strumentalizzato ma con tanta passione, la stessa voglia di scrivere pagine di storia, aprendo le marcature del derby che si giocò nel giorno dell’Epifania del 2005, match nel quale la Lazio s’impose per 3 a 1. Con il club capitolino, l’addio si consumò in uno strappo violento e da allora la tifoseria laziale sogna un altro romano e laziale, capace di farsi amare (e odiare) alla stessa maniera.

Giorgio Chinaglia – Long John prendeva la vita come una sfida, figuriamoci se il derby poteva rappresentare altro. Dal 1971 al 1975, Chinaglia ha segnato cinque reti alla Roma e in quello disputato nell’anno dello storico scudetto, il ’74, non mancò come suo solito di provocare in ogni modo la tifoseria avversaria. L’esultanza con il dito puntato, l’originale, quello sotto la Sud, è sua, è il fermo immagine di un poster e di un totem che ha accompagnato il tifo di un’intera generazione che lo rimpiange, adesso che non c’è più, e che ha smesso di credere nell’emergere di un suo erede. Se la Lazio avrà un altro Chinaglia, non è dato sapere, di certo il centravanti nato in Toscana, viveva il derby come pochi, con ardore e al pari di una battaglia e non si risparmiava nella benzina da mettere sul fuoco ad ogni vigilia. “I’m football crazy” cantava nel ’74, mentre nel ’76, Rino Gaetano lo citava in “Mio fratello è figlio unico”. Anni ruggenti a specchio dei quali seguirono i guai con la giustizia e un’operazione, finita malissimo, per riappropriarsi della Lazio nel 2006.

 

Sven Göran Eriksson – Il mister svedese è passato alla storia non solo come il tecnico dello scudetto laziale del 2000 ma anche per aver conquistato quattro derby su quattro (due di campionato e altrettanti di Coppa Italia) in un’unica stagione, la ’97-’98. A tal proposito, i tifosi, ordinarono una targa commemorativa di questo poker speciale.

Mauro Zarate – “Outsider” degli uomini derby, rimane tuttavia memorabile il gol che segnò l’11 aprile del 2011, in un match vinto dalla Lazio per 4 a 2, dopo cinque stracittadine di digiuno per i biancocelesti. Un tiro al “sette”, battuto dopo aver eluso la marcatura avversaria, all’altezza del vertice sinistro dell’area. I laziali pensarono di aver trovato il fantasista a lungo inseguito, poi gli eventi e il rapporto tra società e il giocatore argentino, si sono deteriorati come mai sarebbe stato possibile ipotizzare.

Articolo pubblicato su Vavel.com