10 motivi per cui ho amato Zeman

Zeman sigaretta

Prima di diventare il paladino del calcio pulito, di farsi ostaggio volontario e capro espiatorio del fallimento stagionale di una squadra, prima di essere l’uomo solo contro il sistema e, infine, prima di mettere i panni del santone capace di trasformare la cenere dei risultati scadenti nelle bollicine di una bottiglia ceka di birra Pilsner, Zdenek Zeman è stato l’allenatore che più di chiunque altro ha saputo avvicinare le persone all’amore per il calcio.

Lo “zemanesimo” è uno stile di vita che abbracci nell’infanzia e lo consolidi nell’adolescenza, quando alla concretezza preferisci il “carpe diem” di un gol di Rambaudi o Kolyvanov  e non importa come sia “finita e cosa importa se ho la gola bruciata o no, ciò che conta è che sia stata come una splendida giornata”. 

Sì, la dottrina va molto d’accordo con il vecchio Vasco Rossi. Tifare per una squadra di Zeman significa avere il maalox in tasca, correre il rischio di aver bisogno di “cento gocce di Valium” e, dopo essere stato novanta minuti su un ottovolante sai che è stato “Stupendo” e che ti “viene il vomito”. L’uomo del derby di Roma che è una partita come le altre, ne perse quattro su quattro in una stagione, due di campionato e due di coppa Italia, tanto che nella capitale pareva di sentir cantare “Cosa succede, cosa succede in città” ma anche “Gli spari sopra”.

Lo zemanesimo è un bolla di vetro che si rompe quando stacchi il biglietto dei trent’anni, ti arrendi ad un’esistenza che per essere vissuta ha bisogno del compromesso, di smussare gli spigoli della coerenza e della testardaggine, quando gli eventi ti costringono a rimettere in gioco i principi che prima ti sembravano irremovibili. I risultati concreti diventano la priorità, il come li hai ottenuti un accessorio talvolta inutile come i tacchetti che una volta si facevano girare uno per uno sotto la suola delle scarpe da calcio che – accidenti! – quanto costavano. Inizi a preferire una vittoria con un autogol al novantesimo ad uno spettacolare 4 a 3, ma l’esser stati seguaci dello zemanesimo rimane addosso come uno stigma.

Rinnegata la dottrina, rimangono a fuoco i motivi per cui ho amato Zeman e sono dieci:

 

1) Non avrai altro modulo all’infuori del quattro-tre-tre.

 

2) Zeman comunista. Anzi no. 

 

3) “A Zdenek Zeman non dovrebbe essere assegnato il premio Prisco perché «è un mezzo rom».  Parole del sindaco di Chieti, Umberto Di Primio espresse durante una trasmissione sportiva dell’emittente abruzzese Rete8. La replica del tecnico boemo: «Io rom? Non capisco se è un’offesa nei miei confronti o del popolo rom». (19 marzo 2012).

 

4) La Lazio 1994-95.  Marchegiani, Negro, Favalli (o Nesta), Di Matteo, Cravero, Chamot, Rambaudi (o Casiraghi), Fuser, Boksic, Winter, Signori. Non è esistita Zemanlandia che abbia ottenuto un risultato migliore: seconda in campionato a pari merito con il Parma; 63 punti, 69 gol fatti e 34 subiti. Negli anni a venire, un piazzamento simile, sarebbe valso la Champions.

 

5) «Ho apprezzato la preparazione con cui siamo arrivati in zona gol, si è faticato e abbiamo costruito tutte le occasioni a un metro dalla porta. Però sul 5 0 ci siamo distratti, è umano ma non dovrebbe capitare». (Dichiarazioni di Zeman post Lazio-Fiorentina 8-2, giocata il 5 marzo del 1995, riportate dal Corriere della Sera).

 

6) «Io non l’ ho mai scoperta, la mafia. Nel senso che non ho una definizione della mafia. Prima dovrei sapere qual è la definizione, poi potrei rispondere. Che cosa intendiamo per mafia? La Cupola, Totò Riina, Michele Greco? Sono cose che si sentono, che si leggono… Ma io penso che se uno non tocca con mano non può giudicare». Cos’ è la mafia? Un’associazione a delinquere con scopi di…? Alla provocazione Zeman replica con insistenza: «Ripeto: è normale che uno rifiuti tutte le cose violente, ma non me la sento di dare un giudizio sulla mafia. Le stragi di Capaci e via D’Amelio? Ma questa è mafia? Allora, se questa è mafia, cancello tutto e dico che la mafia è una cosa bruttissima, gravissima e così via. Ma io non sono convinto che quella sia mafia». (dicembre ’94, intervista rilasciata al settimanale “Sette” del Corriere della Sera).

 

7) Roma Caput Provincia. «Se un giorno segni due gol diventi Pele’. Al contrario, se non vinci per un mese, diventi il più scarso del mondo. E strano che, con tanti anni di storia alle spalle, Roma abbia questa mentalità»

 

8) Gascoigne e il rientro post infortunio nella primavera del ’95. «Vi chiedete come ho fatto a dimagrire tanto? Se conosceste i metodi di Zeman, la durezza dei suoi allenamenti, non vi chiedereste una cosa del genere». 

“L’ inglese infatti quasi certamente sarà in campo domenica prossima contro la Reggiana ad un anno di distanza dal grave infortunio alla gamba destra. Zeman non lo ha detto apertamente, ma lo ha lasciato intendere. «Sicuramente non giochera’ in porta, perche’ abbiamo già un buon portiere» (aprile ’95).

 

9) Marco Cassetti, uno dei difensori più sottovalutati dal calcio italiano, ora svincolato. A Lecce, stagione 2004-05, Zeman lo sposta contro il suo volere da esterno a terzino. Il giocatore piega la testa, fa la migliore stagione della sua vita, raggiunge la Nazionale. L’anno dopo verrà tesserato dalla Roma.

 

10) Oberdan Biagioni, ex centrocampista del Foggia, nel campionato 1992-93, 24 presenze e 5 gol.

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La corrente anti-Maradona degli anni ’90

Maradona 90

Oggi ce l’ha con il Fisco italiano al quale deve una serpentina a tutto campo di milioni di euro. Ieri, con il colonialismo, gli arbitri, l’Inghilterra e gli Usa, la Fifa, Joao Havelange. Maradona spacca da sempre i sentimenti di addetti ai lavori e appassionati di calcio ed è inevitabile se da personaggio pubblico non ha mai fatto mistero delle sue idee politiche, sociali e calcistiche. Sentimentalmente il numero 10 non lascia zone di compromesso grigie e non le colorerà mai. L’amore per Maradona non ha segreti, la corrente dell’antimaradonismo invece qualche buco nero lo presenta e inizia negli anni Novanta, conseguente – letteralmente – ad un colpo di mano. Ai Mondiali messicani dell”86 con la patata bollente politica e diplomatica tra Inghilterra e Argentina per le isole Malvinas, Diego riscatta simbolicamente il suo popolo sconfiggendo da solo i britannici e con lo storico gol di mano che beffa il portiere inglese Peter Shilton ma soprattutto l’arbitro tunisino, Ali Bennaceur: un’azione troppo veloce da poter – o voler – vedere e sanzionare. Poco importa se la seconda rete di Diego, quella che diventerà il gol del secolo, legittimerà la vittoria dell’Albiceleste: per tutti gli anni a venire si parlerà del primo irregolare centro. Come se non bastassero le polemiche fisiologiche di un post gara di questo tipo, Maradona mette i toni e il clima sui carboni roventi: “Il primo gol? L’ho segnato un po’ con la testa di Maradona e un po’ con la mano di Dio”. Il Mondiale in Messico si chiuderà allo stadio Atzeca con la vittoria dell’Argentina per 3 a 2 contro la Germania Ovest. Nessuna delle due compagini immaginerà che quattro anni più tardi si ritroveranno in finale ai danni dell’Italia, paese nel quale Maradona si consacra uno dei miglior giocatori che abbiano mai arroventato un campo di calcio, riscattando stavolta Napoli, per una volta non più conosciuta solo per il leitmotiv italiano “camorra-pizza-mandolino”.
Gli eventi attorno a Diego prendono a girare vorticosamente. Il fantasista si fa ben presto strumento di propaganda non solo sportiva ma anche politica e sociale. Intanto, in occasione dei sorteggi per i gironi di Italia ’90, Maradona spara la prima cartuccia contro l’allora presidente della Fifa Havelange, reo di “favorire l’Italia e sfavorire l’Argentina”. Il giocatore non farà mai mistero di questa sorta di corrente che, a suo parere, vuol portare a tutti i costi la Nazionale di Azeglio Vicini a raggiungere la finale e vincerla (magari contro la Germania). A competizione iniziata, l’Argentina allunga la sua coda di antipatie e odio quando nella seconda gara del girone contro l’ultima Urss della storia, un fallo di mano di Maradona non verrà sanzionato dall’arbitro con il rigore, anticipando così il declino della squadra di Lobanovskyj . Non è passato nemmeno un anno dalla caduta del Muro, ma Diego rende più amare le lacrime dei nostalgici dell’ormai ex potenza calcistica. Il sentimento anti Albiceleste si acuisce per poi rivoltarsi come un calzino nella semifinale del San Paolo tra Italia e Argentina. Maradona, approfittando di quella che ormai è casa sua, rompe le reni a quella che per lui è solo ruffianeria dell’Italia nel raccogliere la spinta della città partenopea funzionale a raggiungere le finali: “Solo adesso che ne hanno bisogno gli italiani si ricordano dei napoletani”, dirà il numero 10. Una granata che spaccherà il San Paolo a metà. Caniggia, invece, si occuperà di bucare la porta difesa da Zenga e riportare sull’1 a 1 il risultato della gara. Rigori nefasti per gli azzurri che lasciano accedere alla finale l’Argentina. Maradona inizia a sentire le pressioni e si porta sulle spalle strette il peso di una sorta di colpa da scontare, anzi due: la mano de Dios e l’aver stracciato il sogno italiano di vincere la Coppa in casa propria. Nella finale dell’Olimpico il clima è pro Germania e Diego non nasconde sotto i fischi il suo rabbioso “Hijos de putas, hijios de puta”. Generoso e discutibile il rigore concesso alla Germania e trasformato da Brehme, decisivo ai fini della vittoria tedesca. L’arbitro dell’incontro è messicano Edgardo Codesal, figlio d’arte – poiché il padre uruguaiano Josè Maria è stato anch’egli un direttore di gara – genero di Javier Arriaga membro arbitrale della Fifa. Nemmeno a qualche anno di distanza dalla finale di Roma, Maradona le manda a dire: “Quando li eliminanno dai mondiali, gli italiani dovettero ingoiare il più grande rospo della loro storia. Questo perchè Matarrese, un altro mafioso, da presidente della federazione italiana aveva già concordato la finale tra Italia e Germania. Fu allora che successe quello che successe: accusarono di doping prima me e dopo anche Caniggia, però dopo nessun altro. Nel calcio italiano, a parte Maradona e Caniggia, nessuno ha mai preso nemmeno un’aspirina”.
Sempre a suo dire, fu il doping lo strumento col quale la Fifa lo punì e tagliò dai campi di calcio. La partecipazione a Usa ’94, Maradona la racconta come un complotto, motivato anche dal fatto che in un clima glaciale col quale gli americani accolsero la competizione, serviva un personaggio potente come lui per scaldare l’atmosfera. La tesi complottistica fu poi confermata da Caniggia nel 2009: “Quattro mesi prima dei mondiali, gli organizzatori chiamarono Diego e gli dissero che avevano bisogno di lui. Diego era perplesso perchè il tempo a disposizione era troppo poco e non voleva fare una figuraccia davanti agli occhi del mondo, allora gli fecero capire che avrebbe potuto aiutarsi in qualunque modo, contando poi sul fatto non lo avrebbero controllato”. Dopo la vittoria per 4 a 0, Maradona risultò positivo all’efedrina, sostanza notoriamente usata per dimagrire, ma non fu squalificato prima della gara immediatamente successiva con la Nigeria, bensì con quella contro la Bulgaria, la cui partecipazione avrebbe permesso a Maradona di raggiungere il record di presenze alle competizioni mondiali. E’ qui che inizia il declino della carriera del giocatore e forse anche quella dell’uomo. La corrente antimaradoniana non si è mai spenta ma va a corrente alternata, al contrario di quella d’amore incondizionato. Colui che si è sempre eretto a difesa delle classi più deboli, subì un ribaltone della sua immagine, scomodando la feroce critica di Indro Montanelli su Il Giornale: “La gente comune, costretta a fare i salti mortali per poter mangiare, non sopporta i Maradona, non sopporta i modi dei nuovi ricchi, le loro feste miliardarie, il loro circo ambulante, i loro capricci da padroni del mondo che devono ancora scrollarsi di dosso la polvere dei quartieri dove fino a poco fa soffrivano la fame”.

Il calciomercato nullo, gli anni Ottanta e Samuel Beckett

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Compraci un campione. Non era una richiesta, nemmeno un’esigenza. Era una preghiera, stamani, la scritta spray a Formello, colore rosso, l’urgenza cromatica per eccellenza ma anche del segnale di pericolo dell’ennesima sessione di calciomercato, dove il gong suona spesso come una campana a morto per le illusioni fin qui cucite sulle aspettative. Un vestito bellissimo, che tira un po’ al collo ma sta bene. Certo: non è il tuo e allora si strappa al primo ostacolo dove s’impiglia la stoffa o rimane macchiato dopo qualche goccia di pioggia lieve e settembrina.
Oggi, invece, era una giornata di sole pieno, a momenti un po’ coperto, tanto che al tramonto, pure i cirri sembravano prendere in giro i tuoi desideri, perchè vedevi le nuvolette rosa e ti veniva pure da chiederti se il karma ce l’aveva con te e se magari ti si palesava sullo schermo dello smartphone mentre aggiornavi quella maledetta applicazione con le ultime notizie di calciomercato.
Non mi vergogno di aver creduto al trasferimento di Yilmaz, di averlo caricato di sentimenti nemmeno troppo velati, di ricordi e di nostalgia dei momenti che avrebbe potuto farci vivere ma non bruceranno mai. Ci ho visto Vieri negli occhi, nelle esultanze, nella stazza, nella potenza, nella corsa, forse ce l’ho visto anche nei modi: il colpo a sorpresa, io che quella sera – come tanti – ero all’Olimpico a vedere la presentazione della Lazio. Lo speaker annunciò l’acquisto dell’attaccante dell’Atletico Madrid e sì: ci fu una sorta di contentezza ma allora era una Lazio alta, fiera e tutti avrebbero voluto venire a giocare a Roma. Tifarla aveva una sfaccettatura snob che brillava di luce propria, talvolta scottava, però i “campioni” te li aspettavi come diritto divino che arrivassero, in fondo “Undici anni de’ B” sembravano niente se nello stesso morso di tempo la tua squadra vince più trofei che in tutta la sua storia. Pareva possibile tutto, al contrario della preghiera di questa mattina a Formello. Poteva essere possibile qualunque cosa un po’ come alla fine degli anni ’80 quando la Lazio stava a pezzi ma l’Italia rimaneva incollata alle sue di illusioni che ci facevamo andar bene tutto in nome di un benessere dalle potenzialità infinite e ci permettevamo pure di provare nostalgia per il decennio precedente bolla di niente, con Raf a Sanremo che cantava una disperazione di plastica: “E i sentimenti che senti tu se ne andranno come spray”.
Chissà se la dirigenza ha battuto ciglio davanti a quella preghiera, chissà se ha pensato al day after, quelle ventiquattrore di isterismo dopo il gong, di pianti asciutti, della paura di trovarsi un altro hobby che la domenica o il sabato faccia meno male. Poi però, senza Lazio, come fai a resistere? E allora sta bene l’entrata in scena di una chiosa di Samuel Beckett: “Non posso continuare, devo continuare”. Continuerò. E’ l’epilogo dei “Testi per Nulla”, lo scrittore è morto nel 1989, pochi mesi prima dei Novanta quando “undici anni de’ B” facevano ancora male.

L’amore freddo per Mancini

Mancini

La si potrebbe chiamare professionalità. Il concetto, però, andrebbe di traverso lo stesso, perchè il tifo è solo dilettantismo, nel senso che la freddezza non ce l’ha ed è privo di lucidità. E’ una febbre, impossibile non rimanere scottati.
Roberto Mancini, uno dei giocatori che alla Lazio ha dato tantissimo, è stato sbattuto in prima pagina dal Corriere dello Sport con un titolo volutamente provocatorio e tirato: “Sarei tornato solo per la Roma”. Uno strillo forzato, perchè all’interno dell’articolo l’ex mister del City dice molto altro ma fa intendere che se la Roma l’avesse chiamato, avrebbe accettato senza ombra di dubbio, conscio del desiderio di una tifoseria – una volta contro – che gli avrebbe perdonato il passato da laziale.
Difficile stupirsi dell’uomo Mancini, non è nuovo a queste dichiarazioni un po’ irriconoscenti e con un affetto non ricambiato. In fondo, alla Lazio, ne sono passati molti di giocatori così, lui vale la pena di essere autolesionisticamente amato.
Ultimi scorci estivi del ’97. In panchina c’è Eriksson ma c’è soprattutto Mancini, al quale il tecnico svedese dà carta bianca totale. Il primo sacrificato dell’iniziale 4-3-3 è Nedved, perchè il numero 10 viene affiancato da due tra Casiraghi, Boksic e Signori. Tenere fuori il ceco è follia e allora si passa al 4-4-2 con Mancini titolare, Nedved esterno sinistro e di fianco un centravanti. Uno tra Casiraghi, Boksic e Signori è di troppo. A dicembre, l’attaccante bergamasco verrà ceduto alla Sampdoria, non senza qualche strascico polemico da parte di una tifoseria che ce l’ha con Mancini, ritenendolo il responsabile della partenza dell’idolo di Curva. Scrive Paolo Condò ne “Il calcio dentro”: “E’ una situazione classica del calcio, vista in molte piazze non abituate a vincere. Spesso il campione che rimane, malgrado la mancanza di risultati, viene amato assai più di quanto accada a un suo contraltare che gioca invece per un club pigliatutto. C’è un banale meccanismo psicologico alla base (…): l’esperienza insegna che la condivisione della sofferenza, vincola molto di più di una comune felicità. Alla Lazio questo corollario da dottor Feud si esemplifica nell’attacco al nuovo leader, quello che promette finalmente grandi successi a favore della vecchia bandiera”. Mancini affronta di petto la contestazione e senza mezzi termini critica una piazza priva di cultura sportiva e predica la priorità degli interessi di squadra a quelli dei singoli. Il laziale non la prende male, in fondo, se hai alto spessore carismatico, queste accuse te le puoi permettere anche dopo la sconfitta a Torino contro la Juventus, che relega i biancocelesti al nono posto e a dieci punti di distanza dalla capolista. Quell’anno la Lazio conquisterà due finali: una di Coppa Uefa, persa con l’Inter; e vincerà quella di Coppa Italia contro il Milan. Mancini aveva preso già le redini della squadra. Mancava la voce grossa in società.
E’ trionfo in Supercoppa a Torino contro la Juventus ma al giocatore c’è qualcosa che non torna e gli punge la lingua: il mercato. Cragnotti cede in un colpo Fuser, Jugovic e Casiraghi e, stimolato (forse) da Mancini, acquista Mihajlovic, Stankovic, Couto, Salas, Conceicao e De La Pena. Non solo: l’ultimo botto è l’arrivo di Vieri, che relega in panchina Mancini, almeno finchè il centravanti non si infortuna dopo poche settimane dall’inizio del campionato. Si fa male anche Boksic e per una squadra che già doveva fare a lungo a meno di Nesta, potrebbe essere il colpo di grazia. Eriksson punta ancora tutto su Mancini, schierandolo costantemente seconda punta. Risultati alterni fino alla campana del derby che fa tremare la panchina di Eriksson. Una doppietta di Mancini e una rete di Salas portano la Lazio sul 3 a 1 ma nell’ultimo quarto d’ora la Roma, seppur in inferiorità numerica, centra il pareggio con Di Francesco e Totti. La Lazio chiude la giornata decima in classifica e a 8 punti dalla Fiorentina capolista. Dentro lo spogliatoio biancoceleste, si consuma un diverbio di fuoco. “Un litigio fra persone intelligenti, è molto più utile che restare zitti” confermerà poi Mancini qualche tempo dopo, rincarando la dose con un episodio alla Sampdoria: “A Marassi c’è ancora un buco su una porta sfondata da Vialli con un pugno. I giovani devono capire che nel calcio ci vuole passione”, la stessa che la punta rimprovera ai compagni troppo egoisti. Da questo momento lo spogliatoio, è nelle sue mani. Seguiranno nove vittorie di fila, una Lazio al secondo posto e ad un punto dalla Fiorentina. Poi, con il rientro a gennaio di Vieri, altro cambio tattico, perchè Eriksson imposta un 4-4-2 e arretra Mancini a centrocampo, un ruolo più defilato e un rospo da ingoiare per chi ormai è il leader più luminoso della squadra. L’attaccante accetta e va ad affiancare Almeyda, con il compito – ovvio – di sviluppare l’azione. Con il rientro di tutti gli infortunati, la Lazio prende il volo ma lo scudetto, in un finale di stagione amarissimo e tanto polemizzato, andrà al Milan. C’è gloria però il 19 maggio del ’99: l’ultima Coppa delle Coppe della storia è laziale.
Vieri lascia Roma per l’Inter e Mancini non la prende bene e non glielo manda a dire: “Se fosse rimasto, avrebbe vinto il Pallone d’Oro – dice – In più si perderà anche lo scudetto”. Intanto arriva la supercoppa contro il Manchester, vinta con un gol di Salas servito dall’assist di Mancini. Il campionato ’99-00 è ormai storia, da raccontare ai nipoti ad oltranza, è l’anno del Giubileo laziale e dello scudetto vinto in maniera singolare, all’ultima giornata, confermato solo alle 18 passate e ufficializzato da RadioRai.
Il ritiro verrà invece annunciato il 23 maggio, in conferenza stampa: “Smetto adesso – spiega Mancini – perchè preferisco farmi rimpiangere oggi, che sentirmi dire ‘era meglio se smettevi un anno fa’. Meglio chiudere da vincente e, con uno scudetto e una Coppa Italia appena conquistati, non potrebbe esserci momento migliore. Lo scudetto, già. Nulla accade per caso: ho concluso l’unico mio campionato di serie A senza un gol. Forse è stato il prezzo per raggiungere il titolo, me lo sentivo”.
Premonizioni a parte, la Lazio non avrebbe conquistato mai quella mentalità vincente senza un giocatore come lui, che non ha mai baciato maglie ma se l’è presa a morte per quel 10 alla Sampdoria non ritirato, che lasciò al naufragio la Lazio (chi, però, sarebbe rimasto?) nel momento societario peggiore della sua storia, che ha sempre fatto dichiarazioni di apprezzamento alla Roma. Amare Mancini è un sentimento a cuore gelido. E si può fare.

Lulic, la storia del derby scritta dal gregario

Lulic Senad

La capriola di fantasia di Hernanes: no. L’infallibilità da cecchino di Klose: nemmeno. Il fulmine dalla media distanza di Candreva: neanche. Il derby, quello che per la prima volta nella storia mette in palio un trofeo, lo risolve Senad Lulic, l’esterno protagonista solo a sprazzi di questo campionato – un po’ come tutta la squadra biancoceleste – ma eroe di Coppa.

Match winner – E’ il 71′, squadre lunghe, Lazio che ha fatto vedere qualcosa di più ma non è una partita indimenticabile, in fondo, da troppi anni, le romane non riescono ad essere protagoniste in campionato, alle prese con molteplici problemi di natura differente. La società biancoceleste è eterna incompiuta, quando potrebbe spiccare il volo, riesce a muovere un’ala sola. Tre competizioni da reggere con una rosa dai pochi petali, sono troppe. E’ così che la Lazio si trova a giocarsi il senso di una stagione nella finale di Coppa Italia, contro il peggior avversario di sempre, dentro una stracittadina con la tensione così densa che si taglia a fette. Mancano venti minuti alla fine della partita, la sensazione è che chi segna per primo si aggiudica il trofeo, solitamente tanto snobbato. La palla arriva a Mauri che la passa sulla destra a Candreva, quest’ultimo la lancia in mezzo all’area, Lobont con una mano la devia verso Lulic che buca la porta romanista, con un gol che assegna il derby, la finale, la Coppa e l’Europa League, alla Lazio.

Dedica speciale – Intervistato nel post gara, Lulic è raggiante, ha poco fiato, si esprime come suo solito con una manciata di parole: “E’ una vittoria indimenticabile – dice – Soprattutto perchè arrivata contro la Roma, è davvero una cosa incredibile. Dedico il gol a mia moglie che è incinta. Sull’azione, mi sono posizionato al posto giusto e nel momento giusto, dopo aver visto Candreva sulla destra”. Lo ha premiato il tempismo, lo stesso che ha risolto un match che molto probabilmente si sarebbe protratto fino ai rigori.

Da oggetto non identificato a Sindaco di Roma – Tare pesca il giocatore nel campionato svizzero e il ragazzo bosniaco nato a Mostar arriva alla Lazio nel 2011 da sconosciuto e oggetto non identificato. E’ un esterno, che all’occorrenza può anche giocare basso e su entrambe le fasce. Esordisce alla prima trasferta di campionato a Milano, a San Siro, contro il Milan, un po’ goffo nei movimenti, col passo in rodaggio. Impensabile che di lì a poco sarebbe diventato il perno della squadra allenata da Edy Reja, definendosi nel ruolo di esterno sinistro. L’estate scorsa è stato il primo fan di Vladimir Petkovic, un mister con cui Lulic ha lavorato nel Bellinzona e nello Young Boys. Eppure nelle prime partite di campionato, il bosniaco sarà la brutta copia di colui che tanto aveva fatto bene l’anno precedente. Purtroppo, gioca le prime gare nel ruolo di terzino, con compiti che mal si adattano alla sua natura. Lulic però si sacrifica, per il tecnico che lo ha sempre stimato e considerato moltissimo, il giocatore si spende in questo ed altro. Finirà in crescendo la stagione dell’esterno, culminata con un gol nella finale di Coppa Italia, nel giorno in cui Roma è chiamata ad eleggere il suo Sindaco: i romani, quelli di parte laziale, hanno già scelto.

Articolo pubblicato su Vavel.com

Da Chinaglia a Klose, cinque uomini che hanno fatto la storia del derby

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Roma brucia. Una combustione di tensione, ansia e trepidazione per la finale di Coppa Italia, nella quale si disputerà, per la prima volta, un derby che mette in palio un trofeo. Ogni gara con la Roma, ha una storia a sè, emozioni diverse e stratificate, irripetibili. Nonostante i pronostici, il risultato è sempre aperto, pronto a sovvertire i favoriti della vigilia, talvolta crudele e determinato dagli episodi, la vittoria è gloria da caput mundi, la sconfitta un dramma che lascia stimmate anche per più stagioni a venire. La Capitale vive il calcio così: prendere o lasciare. Tuttavia, la storia la fanno sempre e comunque gli uomini. Cinque sono quelli che meritano una menzione d’onore, ma come “outsider” ci sono anche un mister e una meteora.

Miroslav Klose – In due stagioni ha già segnato due volte alla Roma, più un rigore procurato. E non è stato decisivo solo nel suo ruolo di attaccante ma anche in quello di amuleto, perchè con lui in campo, la Lazio non ha mai perso. Freddo come il marmo, generoso come pochi, è forse uno dei pochi centravanti classici rimasti nei campi di gioco e prodotti dalla vecchia generazione. Sguardo glaciale, a parole sulla stracittadina, ha saputo solo dire che è “qualcosa di straordinario”. Difficile capire come e quanto senta il derby. Possente e taciturno, ha riempito di urla l’Olimpico con il suo gol al 93′, a trenta secondi dal fischio finale, il 16 novembre del 2011: una rete incredibile, che determinò la conquista dei tre punti e dunque della vittoria. In quell’occasione gli brillarono gli occhi sotto la Curva, ma ancora non sapeva che con quella rete, avrebbe firmato una pagina di storia. L’ultima impronta risale all’11 novembre scorso, sotto il diluvio, con una rete semplice ma “ok”: lo stesso segno che fa con la mano, come unica esultanza ad ogni gol. Semplice ma diretto ed efficace. Come sempre.

Juan Sebastian Veron – Battuta a pochi metri dalla lunetta e sfera sotto l’incrocio dei pali. Una punizione che solo una “streghetta” poteva inventarsi, nel momento clou di un derby che per la Lazio fu determinante nella rincorsa allo scudetto. Era il 25 marzo del 2000, e la “brujita” Veron, in quei mesi, si era preso pure le critiche ingiuste del tifoso esigente che sognava in grande e stavolta non voleva vedersi sfuggire il titolo nazionale. Troppo appannato e lento, dicevano. Sì ma quella punizione alla Roma va vista al rallentatore per godere della prodezza balistica. Classe cristallina, cuore caldo come quello di tutti gli argentini, la zampata di Veron rimarrà negli almanacchi come nelle sue pagine di vita romana. “Il mio gol più bello – ha recentemente ricordato – è senza dubbio quello contro la Roma su punizione. Ho segnato nel derby rovesciando il risultato e dando la vittoria alla Lazio. Non c’è cosa più bella”. Erano i tempi in cui Veron affinava la sua tecnica in modo particolare, ingaggiando, nelle sedute a Formello, un duello con un altro specialista, Sinisa Mihajlovic. Rimpianto e soprannominato poi la “luce”, alla Lazio, luce fu.

Paul Gascoigne – Eccentrico ed eccessivo, fragile, romantico e mai banale. Non è stata solo la sua personalità a farlo diventare uno degli idoli della tifoseria, ma anche quella rete alla Roma che allontanò la sconfitta, in quelll’1 a 1 finale, datato 29 novembre 1992. E’ l’89’, Signori, dalla trequarti, lancia palla in area per Gazza che di testa trafigge la porta giallorossa. Gascoigne impazzisce, allarga le braccia e corre sotto la Nord ad accogliere la gioia di chi già, sconsolato, pensava alla giornata di sfottò che gli sarebbe costata l’indomani. Troppo anche per un uomo abituato agli eccessi e che rientra a centrocampo con una maschera – stavolta involontaria – di lacrime. Gascoigne piangerà altre volte, combatterà altre battaglie, continuerà la sua carriera alla Lazio fatta soprattutto di infortuni e spezzoni di partita. Colui che rallegrava lo spogliatoio, era lo stesso che non sapeva darsi serenità e nonostante le lacune umane e l’incompiutezza, Gazza rimane un’icona della generazione di geni calcistici che ha provato ad avvicinarsi a George Best, senza riuscirci ma ugualmente amati.

Paolo Di Canio – Idolatrato, odiato, discusso e sempre sul fuoco della polemica. Di Canio ha giocato solo pochi anni in biancoceleste: dal 1987 al 1990 e dal 2004 al 2006. Non è una bandiera nel senso vero e proprio del termine ma il suo nome è indissolubilmente legato a quello della Lazio. Tifoso viscerale, non ha mai risparmiato critiche feroci alla squadra e alla società, durante la gestione Lotito. Impertinente e sopra le righe, alla Roma, con la maglia laziale, ha segnato due reti, a distanza di sedici anni l’una dall’altra. Nella prima era un ragazzo di 21 anni che viveva il sogno di giocare in prima squadra per il club del cuore. Il 15 gennaio dell”89, fu il match winner della partita, nella quale fece più storia la sua audacia e arroganza di esultare sotto la Curva Sud che la rete stessa. Una sorta di emulazione di quanto aveva già fatto un certo Giorgio Chinaglia anni prima, un “dolce” dopo i bocconi amari di una Lazio che aveva vissuto anni molto travagliati. Di Canio lascerà Roma nel ’90 per tornarvi da protagonista nel 2004, chiudendo momentaneamente con la Premier League. Un rientro a Roma osannato, strumentalizzato ma con tanta passione, la stessa voglia di scrivere pagine di storia, aprendo le marcature del derby che si giocò nel giorno dell’Epifania del 2005, match nel quale la Lazio s’impose per 3 a 1. Con il club capitolino, l’addio si consumò in uno strappo violento e da allora la tifoseria laziale sogna un altro romano e laziale, capace di farsi amare (e odiare) alla stessa maniera.

Giorgio Chinaglia – Long John prendeva la vita come una sfida, figuriamoci se il derby poteva rappresentare altro. Dal 1971 al 1975, Chinaglia ha segnato cinque reti alla Roma e in quello disputato nell’anno dello storico scudetto, il ’74, non mancò come suo solito di provocare in ogni modo la tifoseria avversaria. L’esultanza con il dito puntato, l’originale, quello sotto la Sud, è sua, è il fermo immagine di un poster e di un totem che ha accompagnato il tifo di un’intera generazione che lo rimpiange, adesso che non c’è più, e che ha smesso di credere nell’emergere di un suo erede. Se la Lazio avrà un altro Chinaglia, non è dato sapere, di certo il centravanti nato in Toscana, viveva il derby come pochi, con ardore e al pari di una battaglia e non si risparmiava nella benzina da mettere sul fuoco ad ogni vigilia. “I’m football crazy” cantava nel ’74, mentre nel ’76, Rino Gaetano lo citava in “Mio fratello è figlio unico”. Anni ruggenti a specchio dei quali seguirono i guai con la giustizia e un’operazione, finita malissimo, per riappropriarsi della Lazio nel 2006.

 

Sven Göran Eriksson – Il mister svedese è passato alla storia non solo come il tecnico dello scudetto laziale del 2000 ma anche per aver conquistato quattro derby su quattro (due di campionato e altrettanti di Coppa Italia) in un’unica stagione, la ’97-’98. A tal proposito, i tifosi, ordinarono una targa commemorativa di questo poker speciale.

Mauro Zarate – “Outsider” degli uomini derby, rimane tuttavia memorabile il gol che segnò l’11 aprile del 2011, in un match vinto dalla Lazio per 4 a 2, dopo cinque stracittadine di digiuno per i biancocelesti. Un tiro al “sette”, battuto dopo aver eluso la marcatura avversaria, all’altezza del vertice sinistro dell’area. I laziali pensarono di aver trovato il fantasista a lungo inseguito, poi gli eventi e il rapporto tra società e il giocatore argentino, si sono deteriorati come mai sarebbe stato possibile ipotizzare.

Articolo pubblicato su Vavel.com

Zeman, Darwin e la sopravvivenza del più adatto

Se ne parla ancora nella città eterna. Se ne parlerà per mesi. Fino al prossimo derby. Quello di domenica è ancora dentro i bar, tra sfottò e goliardia a marchio romano, le risate, le prese in giro dell’amico o collega che ha perso. Dalla parte di chi ha vinto, invece, si inventano nuovi Re, Papi, Messia da mettere sul trono, chè poi basta una prestazione negativa, una dichiarazione storta, una caduta di stile e tutti giù per terra.
Zdenek Zeman, l’uomo del derby che “è una partita come le altre”, ha giocato il match in modo prevedibile, con dichiarazioni già sentite nel pre-gara e con frasi sconnesse – e stavolta inaspettate – nel post, che avevano a che fare con la poca luce dei riflettori, il campo bagnato, De Rossi che ha sbagliato a dare il sinistro a Mauri e nulla più.
La coerenza, il rimanere fedeli a se stessi, sono virtù nel momento in cui non traslano nell’autolesionismo fine a se stesso. Chiunque abbia una discussione extra campo con il boemo, che so una cena tra amici al ristorante, difficilmente vi dirà che sarà facile contraddire le sue tesi. “Tachsidis è lento, mister”. “No – risponde Zeman – Dategli tempo e vedrete che fenomeno ne uscirà fuori”. “Spreca De Rossi”. “Neppure – sostiene l’allenatore della Roma – perchè non può ricoprire il ruolo di regista”. Il calcio è spettacolo, il gioco è bello solo se coerentemente offensivo per novanta minuti. E infatti c’è un’immagine rimasta impressa della partita dove ci sono otto giocatori della Roma sulla linea di centrocampo in fase di non possesso. Impossibile dargli contro. Il problema è che se il bello e utile andassero sempre d’accordo, il mondo sarebbe perfetto, non esisterebbero gli sconfitti e quindi nemmeno i vincitori.
Che il derby fosse una partita che non andava giocata alla Zeman, era palese e il segnale lo aveva dato Casiraghi intervistato qualche giorno prima dalla Gazzetta, ricordando un Roma-Lazio 0-2 avvelenatissimo con tutta una serie di polemiche al cianuro, a fine gara, tra Cervone, Rambaudi, Giannini, Bergodi e Signori. “Quella partita la interpretammo noi in maniera diversa – ha ricordato Casiraghi – Anzi, senza forse. I terzini spinsero di meno e noi attaccanti giocammo più corti. Zeman l’aveva preparata come le altre partite”.
“Loro hanno fatto catenaccio, ma noi lo sapevamo” disse nel post gara Cervone. E invece no che non c’era da immaginarselo mentre Zeman vedeva una squadra che non rispondeva ai suoi comandi e con la bile che gli stava sanguinando. E’ che la Lazio quella partita non la voleva perdere dopo il disastro totale dell’andata quando la Roma le dette tre sberle. Solo che il 23 aprile ci arrivò – come sempre – con le ossa rotte. E se vale il detto che si cambia per non morire, il non adattarsi e il non piegarsi alle situazioni e ai contesti per rimanere coerenti alla propria dottrina, è semplicemente autolesionismo.
Zeman sfugge all’evoluzione e alle tanto criticate tesi di Charles Darwin al proposito. In un palcoscenico dove se vinci vivi e se perdi muori – in Italia è così, inutile girarci intorno – è ancora un miracolo che il mister sia rimasto in vita smarcandosi dal mancato adattamento al contesto. Non predominerà mai il più più forte in sè ma solo chi si dimostra flessibile al cambiamento dell’ambiente in cui vive. Il calcio di Zeman non sarà mai vecchio ma essere sempre giovani non significa necessariamente essere anche vincenti.