Il pacifista Mihajlovic

Bologna FC, conferenza stampa di Sinisa Mihajlovic

“Il 15 gennaio del 2000, alle 17:05, Arkan viene ammazzato nella hall dell’Hotel Intercontinental di Belgrado (…). Lo uccide il poliziotto Dobroslav Gravic. (…) Arkan non serviva più e sapeva troppo. Mihajlovic gli dedica, assieme a Savicevic, un necrologio sui giornali. (…) «Il necrologio lo rifarei perchè Arkan era un mio amico vero e un eroe per il popolo serbo. E io gli amici non li tradisco. Conosco tanta gente, anche mafiosi, ma io non sono così. Se nazionalista vuol dire patriota, amare la mia terra e la mia nazione, beh, io lo sono. Per il mio paese ho fatto molte cose. Una sola non ho mai fatto al contrario di alcuni calciatori croati: mandare soldi per comprare le armi». (…) Mihajlovic, col piglio vitalista da uojmo che non ha peli sulla lingua e che lo accredita presso i suoi, trascina dalle curve al campo quel concetto di appartenenza fino all’iperbole tribale. E non gli basta aggiungere la pezza a colori per la quale sarebbe “contro tutte le guerre”. Facile enunciazione, si è mai sentito qualcuno dirsi a favore delle guerre?” – L’Ultimo rigore di Faruk (Gigi Riva – Sellerio).

Mir мир. O meglio: pace. La vita di Sinisa Mihajlovic è stata un fotogramma spesso tagliato, al quale sono stati innestati numerosi cambi di rotta. L’ultimo ieri, dove è diventato un paziente, malato di leucemia. La retorica del lottatore e del guerriero si è purtroppo sprecata, innaffiando qualunque altro tipo di considerazione. Non da meno è stata la metafora di una punizione da far centrare in rete. Tutto ingiusto, soprattutto stucchevole. Qualunque significato si possa attribuire a quel calcio da fermo, resta una sanzione su un campo di calcio (e non di battaglia). Questa “punizione” non si augura a nessuno di batterla, qualunque sia l’errore commesso.

Se è stato provato scientificamente quanto possa integrare la terapia un atteggiamento mentale positivo e attivo, nulla supera la fortuna o lungimiranza della prevenzione. E il “guerrafondaio” Mihajlovic lo ha ribadito in modo molto preciso, mettendoci pure molta enfasi: «Purtroppo, o per fortuna, abbiamo fatto alcuni esami e abbiamo scoperto delle anomalie che non c’erano 4 mesi fa – ha detto in conferenza stampa – Ho la leucemia in una fase avanzata, aggressiva. (…) Forse qualcuno pensava che potessi essere l’ultimo ad ammalarmi e fino a fine maggio era tutto normale, stavo bene. Siccome mio papà è morto di cancro faccio spesso esami specifici e grazie a questi ho scoperto di essere malato. Nessuno di noi deve pensare di essere indistruttibile, bisogna fare prevenzione e stare attenti alla salute». Un messaggio molto importante nonchè centrale per superare una patologia, altro che guerre e lottatori liberi. Non a caso è razionale così, anche provare ottimismo per il mister del Bologna, un’aspettativa pacifica.

Quanto al colpo basso del “Corriere dello Sport” che ha anticipato la notizia in questa era di bulimia della caccia allo scoop con le armi pesanti (la violazione di un rapporto amichevole o almeno di rispetto tra le parti), anche il giornalismo si metta l’anima in pace. Da appassionati di calcio e quindi della vita, nessuna anteprima clamorosa può sostituire un uomo che decide di mettersi trasparente, come le sue lacrime, davanti alle telecamere: sono ammalato, ho dovuto mentire, ho pianto per giorni e ancora lo sto facendo mentre io vi sto raccontando le cose in faccia.

Che il nuovo pacifista Mihajlovic li perdoni. O forse è meglio di no.

 

Ps. Le fonti delle dichiarazioni sono da attribuirsi al sito TMW.
L’ispirazione di questo post è merito di un amico ed ex collega Massimo: un vero modello di uomo e di comportamento davanti alle difficoltà. Grazie.