Otto motivi (poco seri) per cui ricorderemo Brasile 2014


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1 – Orario subdolo. Nella scena iniziale del film “Così è la vita”, il carcerato Aldo dice dal basso del suo letto a castello al compagno di cella, sdraiato sopra un materasso sfondato: “Meno male che domani esci: avrò dormito un’ora in due anni”. Ecco, la stessa cosa è capitata a noi per i Mondiali: tipo che dal 13 giugno, mancano almeno 50 ore di sonno. La partita delle 22 o quella di mezzanotte sono state le più deleterie: alla fin fine non ti addormentavi tardissimo, ma quelle ore perse notte per notte andavano accumulandosi, facendoti arrivare come uno straccio al rush finale.

2 – Le braccia conserte. Cuadrado è stato il peggiore in assoluto. Nella ripetizione della presentazione dei giocatori, lui spiccava perchè piegando le braccia s’infilava le mani sotto le ascelle. Tutti gli altri, invece, se la sono cavata più o meno bene. Ormai è una posa virale. Potrebbe scapparci mentre parli con chiunque.
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3 – Martins Indi. Ho controllato la foto su Wikipedia: non pare lui. A meno che a questi Mondiali non si sia presentato già “memato”. Di fatto ad ogni partita dell’Olanda c’era una sua espressione indimenticabile.
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4 – La pazza Germania. Non li capiamo. Memori di Oddo sbronzo davanti a tutte le telecamere del globo, quelle esultanze teutoniche compassate fanno quasi saltare i nervi. Eppure dentro la squadra la follia impera(va). Neuer ha fatto di tutto e di più, anche il libero alla Beckenbauer per intenderci, e in finale l’uscita omicida contro Higuain ha ricordato quella di Harald Schumacher nell’82 contro Battiston (in realtà, a me ha ricordato il ginocchio alto di Sebastiano Rossi al Milan…). La Germania, dopo oltre trentanni, ha finalmente un portiere folle. E un attaccante che trolla gli avversari: la finta caduta di Muller in uno schema su punizione contro l’Algeria, non ha bisogno di essere commentata. La punta del Bayern è clamorosa: riesce nelle cose impossibili e sbaglia l’improbabile davanti alla porta.
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5 – Falli e feriti. Qualche intervento è stato di una violenza commovente: dal morso di Suarez, alle tacchettate sui menischi, i gomiti sugli zigomi, le entrate a gambe tese per fare male senza pudore. Tibia e perone per Onazi, sangue dalla testa per Feghouli. Prendendo a prestito il concetto di un amico, a questo Mondiale si è “marcato di più per coprire di meno”. Si è segnato tanto (il Brasile ha contribuito moltissimo: al passivo, ovvio) ma di spettacolo se n’è visto davvero poco. Inevitabile che sia stata la competizione dei portieri: cattivi, furbi, bravi e bravissimi; bastardi, in lacrime (Julio Cesar), sorprendenti e allucinati (Casillas).

6 – Bambini in lacrime. Il prossimo mestiere di tecnico della regia tv, sarà quello di inquadrare solo belle fighe. Ci sarà proprio una figura preposta solo per questo, ne sono sicura. Eppure, a rimanere impresse, saranno le lacrime dei bambini. Ci siamo passati anche noi col primo Mondiale di cui abbiamo coscienza, una sorta di formazione che l’esistenza te la condiziona, perchè è in questo contesto che, per la prima volta, si sperimenta il dolore gratis di una sconfitta e l’ansia, altrettanto gratis per una vittoria. Entrambe, materialmente, non ti danno niente. E’ questo uno dei baratti più paradossali della vita, il calcio è il primo maestro ad insegnartelo.

7 – L’inutilità dei Ct argentini. Di che pasta fosse fatto Sabella s’era capito quando Lavezzi gli spruzzò l’acqua dalla borraccia, mentre era a bordocampo, così, per cazzeggio, anche se gli stava dando indicazioni in campo. Carisma a tonnellate, insomma. Lo stesso Lavezzi è stato ancora il testimone della mossa assurda del Ct nella finale: sostituito per far posto ad Aguero, quando l’ex Napoli era la classica spina al fianco dei tedeschi. Sabella ha 59 anni ma ne dimostra più di Cesare Maldini, si è reso protagonista di finti svenimenti a gol clamorosamente sbagliati. Contro l’Olanda, si tappava gli occhi con le mani quando i giocatori battevano i rigori decisivi. Spiace dirlo, ma è da Menotti che l’Argentina non ha un Ct meritevole di farsi ricordare.

8 – Cristo si è fermato al 2006. Un anno che è riuscito nel miracolo di rimpiazzare il 1982. Se prima eravamo figli di Bearzot, ora siamo tutte vedove di Grosso e Del Piero. Sky ha fatto rimandi continui all’Italia iridata di otto anni fa, tutto ciò che risale a quell’estate fa morire di nostalgia e pare debba essere preso da esempio ma non si sa su quali basi, visto che il calcio italiano pare essersi fermato lì e lì aver iniziato la fase medievale. Pensare che nel 2006 Tavecchio era già seduto sulla poltrona, idem Macalli. Il fatto è che eravamo felici. Ed avevamo ragione.

Passarella non è Dio

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Ci sono due modi di sentire la solitudine: sentirsi soli al mondo o avvertire la solitudine del mondo. Chissà che ora imponeva l’orologio al tempo, in questo inferno di cemento buio e meno armato di coloro che venivano a strattonarti nel mezzo della notte. Guardie militari, anche se di ladri non ce n’era nemmeno l’ombra.
Amata, quando l’insonnia del terrore non la faceva dormire in quel letto dal materasso basso e con una coperta incredibilmente morbida, ripensava a quella frase di Emil Cioran e toccava con la mano quel tessuto che non riusciva ad essere piacevole perchè niente dentro l’Esma lo era e serviva.
Amata aveva 21 anni, i genitori di Bari, gli occhi azzurri che ormai tendevano al grigio di quei gradoni, tre, che stavano sotto una finestra murata. Era passato qualche giorno, sicuramente almeno una settimana da quando l’avevano rinchiusa. Sì che si parlava di ragazzi che sparivano ma è come la solitudine che raccontava Cioran: non pensi mai possa toccare proprio a te. In fondo era solo una studentessa di filosofia che però non aveva mai fatto parte di nessun movimento studentesco, piuttosto se ne stava lì, china sui libri, studiava. E basta. Avrebbe insegnato ma questo non significava in alcun modo che sentisse la necessità di rivoluzionare il mondo. Gli esseri umani sono tutti uguali o meglio: si nasce tutti allo stesso livello, è poi la società a creare disuguaglianza. Questi pensieri accademici l’avevano assillata nei primi giorni della sua prigionia. Di persone che sparivano non si parlava mai, però in famiglia o all’Università, tutti avevano iniziato a tenere un comportamento più sobrio, meno urla e più bisbigli, tra i quali la disperazione di chi ti consigliava di omologarti alla massa, non stringere amicizie con chi amava stare sopra le righe, controllare di non intrattenersi troppo con chi faceva parte dei movimenti studenteschi, ma quali? Erano almeno tre anni che la vita universitaria si era fatta piatta e non si manifestava più. Non che Amata sentisse la voglia di marciare contro qualcosa ma nemmeno marcire qui dentro pareva un destino credibile. Per fortuna, incappucciata come sempre, non l’avevano legata ed era già qualcosa l’accontentarsi. Prendere un pezzo di pane quando non mangi da due giorni. Nascita e catena sono sinonimi. Vedere la luce, vedere delle manette… Riecco Cioran e allora si disse che quando sarebbe uscita di lì, non avrebbe mai più aperto quei testi che si era comprata da sola, extra piano di studi e praticamente di contrabbando. I militari l’avevano fermata mentre andava in biblioteca e sbattuta dentro una Falcon, le avevano fatto tante domande alle quali sapeva rispondere solo mugolando di paura, ogni volta che le bruciavano le braccia con i mozziconi di sigaretta.
Dentro l’Esma, la scuola che formava gli ufficiali della Marina, aveva sentito le urla dei torturati, trattamento che lei, per il momento, non aveva subito e questo aumentava il terrore perchè all’interno di quelle mura non veniva seguita alcuna prassi, ogni persona era vittima di un destino proprio. Erano incubi da sveglia e allora Amata cercava di darsi coraggio dicendosi che sarebbe passato tutto alla prima luce dell’alba, una qualsiasi bastava, che mica era vero che per arrivarci era necessaria la nottata, qui le tenebre ammantavano anche l’aria che respiravi. Ecco perchè erano bugie, ne era cosciente, come quelle che le diceva il suo ragazzo, Fabian, quando voleva andare a vedere il River Plate in quello stadio che era a pochi passi da quelle mura. “Impossibile” – si era ripetuta – Qui dentro il dolore è troppo feroce e ingiusto per non poter friggere sotto la pelle di chi sta fuori a vivere normalmente”. Amata si immaginava che le persone sentissero come pungersi le braccia o le mani, in una sorta di allergia al non voler sapere. “Come fate a non sentire? – avrebbe urlato ai ragazzi del piano di sopra che frequentavano l’Esma – Come è possibile che fuori, all’entrata di quel cancello di ferro, non si capisce che qui dentro la vita si è fermata?”. Quel parallelismo tra prigionia e quotidianità che ancora si poteva ascoltare scorrere immutata, era la maggior fonte di annebbiamento mentale per qualsiasi torturato perchè tutto quello che lui stesso viveva pareva irreale davanti all’esistenza che si riproduceva ordinaria. Gente che andava al lavoro, a studiare, al “Monumental” per le partite dei Mondiali.
In casa di Amata si tifava River e il Boca era il nemico, quello cattivo e da disprezzare alla pari del leader Videla o del Capo della Marina Massera, perchè prepotente, smanioso, arrogante. Quando chiedeva a suo padre Vitantonio perchè si diventa pazzi per una squadra di calcio, si sentiva rispondere che era inevitabile visto che il River aveva gli stessi colori, bianco e rosso, del Bari, città natale dei suoi genitori. Lei sapeva che era una spiegazione superficiale, tirata in ballo per chiudere in fretta il discorso. C’era poi il fidanzato, le litigate per lo stadio e lui che si arrendeva: “Ma Amata… – rispondeva strisciando lente le “a” in un sussurro – Passarella è Dio”. Lui, Fabian, era invece un bugiardo. Se il capitano dell’Argentina fosse stato davvero il Padreterno, perchè non faceva niente ora che i Mondiali erano quasi finiti? Dentro l’Esma c’erano le urla sì, ma anche quelle di gioia ad ogni gol dello “spagnolo” Kempes, il traditore che lavorava nel Valencia; le imprecazioni per quella squadra che non giocava benissimo, ma che doveva vincere per forza perchè l’Argentina era grande, pulita, disciplinata, ricca. Amata non s’intendeva di calcio ma negli ultimi giorni aveva imparato molte cose: come si muoveva in campo un centravanti, le risa di scherno all’ambiguo Menotti, i commenti su un italiano dal nome banale, Paolo Rossi, un olandese che non aveva voluto partecipare alla competizione come forma di protesta al regime e, infine, che se finivi in questo seminterrato, non tornavi a casa mai più.
Oggi era un giorno speciale, da incappucciata e affamata: quello della finale Argentina-Olanda, Amata lo aveva sentito dire e dentro riecheggiava, in maniera miracolosa e insolita, una radio vicina quanto bastava per carpire qualcosa. L’aria era elettrica, sopra al “Monumental” pareva si fossero fermati tutti i tuoni e i lampi del mondo. Il radiocronista parlava di ottantamila persone dentro lo stadio, la tensione arrivava fin lì, al gradone di cemento. Amata continuò a sudare e rimase in ascolto: un modo per sentire, anche se non con le orecchie, suo padre e il fidanzato Fabian: chissà se tifare River o Argentina in una finale mondiale era un po’ la stessa cosa. La radio pareva avere vita propria mentre raccontava di un Ardiles che non avrebbe dovuto essere della partita ma giocava come un indemoniato in mezzo al campo. “Se Passarella era Dio – si chiese Amata – come poteva avere in squadra un impossessato da Satana?”. Forse il capitano prepotente dell’Argentina, così arrogante che tutti chiamavano proprio “caudillo”, non lo era quando il radiocronista impazzì alla gomitata rifilata ad un olandese. Le vennero in mente le urla dei torturati. L’eccitazione per la violenza aveva banalizzato il male, allora era vero che fuori le persone libere non provavano niente, che i torturati avrebbero potuto anche gridare e nessuno avrebbe sentito pizzicare la pelle, l’allergia al dolore sordo di chi spariva e mangiava le botte dei militari al posto del pane. Un urlo metallico: l’Argentina in vantaggio al 37′, con il gol di Kempes, Amata sentì un boato impensabile ad ascoltare fino ad allora le urla del “Monumental”, che immaginava come un grande bocca che sputava adrenalina, rabbia e atroce normalità. Di lì a poco finì il primo tempo e Amata sentì una fiamma alla gola: “E se vincesse l’Olanda?”. No: suo padre e Daniel non avrebbero potuto essere felici. Quando iniziò la ripresa, giunse le mani a pregare che l’Argentina non perdesse e quando udì le strilla di terrore al gol degli avversari, le uscì una goccia di sale dagli occhi. Poi avvertì con il pianto che si mescolava al sudore, un calcio allo stomaco che le fece spalancare gli occhi. Si era immedesimata in un tifoso al “Monumental”e avvertiva il tempo essersi sospeso, lo stadio sopraelevato, il radiocronista sempre più lontano come se avesse una pezza di stoffa infilata a forza tra i denti. Il portiere Fillol, in uscita, non fermò la conclusione di Rensenbrink: palo. Poteva un pallone che colpiva il metallo fermare anche lo spazio? Ci aveva pensato Dio forse o magari Passarella. Quello che Amata avvertì poi, fu come un risucchio della paura che aveva traboccato dal quel vaso e le lancette dell’orologio andare avanti più veloci dei secondi che avrebbero dovuto tamponare il ritmo ordinario della solita giornata, dove chi è scomparso finisce i propri giorni all’Esma mentre le persone libere danno le ultime leccate ad un gelato. I supplementari e ancora la banalizzazione del dolore, con la voce alla radio eccitata mentre parlava di un’Olanda distrutta nel morale e nel fisico. Amata avrebbe voluto tifare gli avversari, ma non poteva e sorrise alle reti di Kempes e Bertoni, al 3 a 1 allo stadio del River che sostituiva al rosso il celeste del cielo, quello di una giornata impazzita nel suo essere rovente e nel suo aver rispettato la volontà divina di un’Argentina campione del mondo. Con le mani si abbracciò lo stomaco che ora gridava come la bocca del “Monumental”. Poi lo strattonamento, i calci sugli stinchi e l’ordine di alzarsi. Amata sentì l’urina bagnarle il fondoschiena e le gambe. Fu spintonata fino a quella che doveva essere una sorta di uscita, un calcio nelle reni e una mano le sollevò il cappuccio. “Seguiteci, andiamo a festeggiare” ordinò un militare. All’Esma pareva tutto gratis: la violenza così come una libertà condizionata senza motivazioni, eppure la vittoria di un Mondiale bastava.
Era come bere due litri di vino da astemia. Amata festeggiò, mangiò assieme ad altri torturati, con l’alcol nelle vene, rise a crepapelle, intonò cori da tifosa, lei che fino alla prigionia sapeva a malapena cos’era uno stadio. Ad un certo punto si chinò che avrebbe voluto vomitare. C’era il senso di colpa per chi era rimasto prigioniero e lei stava banalizzando il tutto come il radiocronista, con il Dio dell’Argentina che aveva fatto saltare i denti a Neeskens. C’era la voglia di chiedere aiuto a chi aveva attorno, perchè tanto si capiva al volo chi era ancora un uomo libero. Rinunciò, sapendo che nessuno l’avrebbe creduta: era una scomparsa come tante, dentro quella che tutti pensavano essere solo una scuola. Le venne da vomitare, andò in bagno. Si appese al lavandino e si alzò su a fatica. Accanto a lei una ragazza, bionda, le labbra rosse, colma di vino in corpo. Si era appena sistemata le labbra con il colore del fuoco, la guardò, rise e le passò una cosa sulla mano e poi scappò. In bagno non c’era nessuno, Amata strinse il pugno, negli occhi grigi come i gradoni nel seminterrato, si sentì più persona che mai e non più un fantasma incapace di lasciare impronte. Aprì la mano, quella ragazza le aveva passato un rossetto, lo allungò, fitte di lucidità utili per lasciare scritto sulla superficie un dolore muto sullo specchio: “Massera assassino”. Poi si ricordò, come in un colpo di singhiozzo, tutto quello che aveva capito dentro l’Esma e prima di svenire si ricordò di appuntare un amore sprecato: “Fabian, Passarella non è Dio”.

“Come un tuono in cerca di pioggia”. Francia ’98, quando l’impresa di Suker&co. ispira un libro fuori dagli schemi

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Da ragazzino, il suo sogno, comune a tanti altri, era quello di giocare assieme a Maradona. Fino all’estate del ’98, Davor Suker era convinto che terminata la carriera, questo sarebbe rimasto il suo rimpianto più grande. E invece fu smentito nei primi anni della sua maturazione calcistica, quando nella stagione ’92-’93, al Siviglia, si ritrovò Diego come compagno di squadra. Il morso allo stomaco, quello che tormenta, arriverà solo più tardi, con i Mondiali di Francia. Il cammino straordinario della squadra outsider a scacchi biancorossi, si fermò solo in semifinale contro i padroni di casa che avrebbero conquistato il loro primo titolo. La Francia s’impose 2 a 1 con un’impensabile doppietta di Thuram. La gara, a dire il vero, pareva essersi messa in discesa, quando proprio Suker, al 46esimo, portò i suoi in vantaggio. Poi si scatenò il difensore ex Parma e alla Croazia rimase solo la medaglia di bronzo, vinta nella “finalina” contro l’Olanda per 2 a 1, nella quale segnarono Prosinecki, l’orange Zenden e Suker, che si laureò capocannoniere del Mondiale con il bottino di sei reti.
L’exploit dell’outsider in competizioni internazionali rappresenta uno dei motivi più forti per cui ci s’innamora del pallone. Sovente, diventa l’ ispirazione per un libro. In questo caso, quello della milanese Laura Basilico, “Come un tuono in cerca di pioggia”, della Robin Edizioni. Un romanzo fuori dai soliti schemi dove gli ingredienti sono l’amore, il calcio – tanto – e l’amore per il calcio – tantissimo. La protagonista Margherita Rimoldi, giornalista con la carriera bloccata, sta per sposarsi con Andrea. A scombinarle i programmi, nell’estate del ’98, l’incontro con l’ex Aljosa, svanito nel nulla quando qualche anno prima decise di partire alla ricerca dei genitori naturali in una Croazia sull’orlo della guerra civile. A meno di due giorni dalle nozze, Margherita sorprende tutti e raggiunge il ragazzo e i fratelli che si trovano a Parigi per seguire la Nazionale del Ct Blazevic, una mossa che rivoluzionerà la sua vita sentimentale e lavorativa.
“L’idea del libro – risponde Laura – è nata proprio alla fine del torneo stesso. L’impresa della Croazia mi aveva colpita molto e mi pareva valesse la pena di raccontare una storia controcorrente, anche un po’ romantica, della squadra poco accreditata che invece emerge e, con pieno merito, riesce a riscattare almeno in parte l’immagine di questo calcio moderno iper programmato, troppo in mano ai teorici e ai tecnocrati”. La fantasia lunatica delle squadre ex jugoslave non è stata l’ispirazione principale al titolo, preso a prestito da un brano degli U2: “C’è un verso in una loro canzone che dice “Come il tuono necessita la pioggia, io ho bisogno del tuo amore” – spiega la scrittrice – Margherita è un tuono, una persona piena di energia che necessita di venir canalizzata nel modo giusto, e quindi di sfogarsi, in un fragoroso temporale. E’ una giornalista e troverà la sua strada capendo di doversi occupare di ciò che ama e conosce profondamente: il calcio. Il percorso ovviamente è in salita, ma il giusto mix di ambizione, testardaggine e competenza alla fine le daranno ragione”. 418110_233828086708027_1385853463_n
Laura Basilico è una tifosa fuori dagli schemi tradizionali, dotata di grande competenza e il libro lo dimostra. “La mia passione per il calcio è nata in tenera età – racconta – sono entrata per la mia prima partita a San Siro a quattro anni e ho continuato ad andare allo stadio stagione dopo stagione. Mi ritengo abbastanza obiettiva ed equilibrata e la mia visione pacifica del tifo è del resto quella che ho voluto illustrare e veicolare anche attraverso le pagine del mio romanzo: una visione diversa anche nel linguaggio, lontana dal lessico bellico più tipicamente maschile”. Narrativa calcistica con un tocco rosa quindi, non per questo meno credibile anche se l’autrice sa quanto una donna faccia ancora fatica ad esserlo in campo calcistico: “E’ una questione che tocca praticamente ogni aspetto della vita sociale e professionale – risponde – Quando una donna in qualche maniera “invade” un ambito tradizionalmente maschile deve fare i conti con una fortissima resistenza preventiva, con lo scetticismo, a volte semi-velato per convenienza ma in realtà più che palese. Nel caso specifico del mio romanzo, mi sono tolta diverse soddisfazioni: sorprendere positivamente una buona fetta di lettori maschi, divertire tante lettrici a digiuno di calcio senza annoiarle, entusiasmare quelle a cui invece piace sentirlo raccontare in modo più consono alla loro sensibilità”. 
“Non ho mai avuto problemi con il mio essere tifosa in famiglia – aggiunge – perché lo siamo o siamo stati un po’ tutti. All’esterno perché questa caratteristica “anomala” è stata considerata di solito più una bizzarria che un difetto o qualcosa del genere. Devo dire, a costo di apparire indisponente, che gli atteggiamenti altrui, se negativi o di derisione, non mi avrebbero toccata in ogni caso. Perché una persona dovrebbe giustificare le proprie passioni, specie quando non arrecano danno a nessuno?”.
Giusto, anche perchè il calcio sta diventando una passione di genere trasversale ormai da anni, grazie anche alla sua piacevole invasività un po’ in tutti i campi del quotidiano e la sfida sta proprio nel non farsi cannibalizzare: “Il suo ruolo, nel libro, è di fare da sfondo e da collante – dice Laura – Racconto una vicenda di persone, di sentimenti, di rapporti umani non sempre facili, sfruttando, per così dire, avvenimenti sportivi e storici reali come la guerra civile jugoslava. Spiegare invece qual è il ruolo di una passione nella propria vita non è mai semplice. Posso citare le parole della sorella di Margherita: “Il tifo potrà anche essere una cosa seria, e io nel mio piccolo passo per una maniaca, ma non abbastanza da farmi andare al lavoro dopo una disfatta con una smorfia da personaggio di Stephen King”. Come dire, tifosa accanita sì, ma le cose fondamentali della vita sono ben altre”.

L’incipit del libro lo trovate qui