La corrente anti-Maradona degli anni ’90

Maradona 90

Oggi ce l’ha con il Fisco italiano al quale deve una serpentina a tutto campo di milioni di euro. Ieri, con il colonialismo, gli arbitri, l’Inghilterra e gli Usa, la Fifa, Joao Havelange. Maradona spacca da sempre i sentimenti di addetti ai lavori e appassionati di calcio ed è inevitabile se da personaggio pubblico non ha mai fatto mistero delle sue idee politiche, sociali e calcistiche. Sentimentalmente il numero 10 non lascia zone di compromesso grigie e non le colorerà mai. L’amore per Maradona non ha segreti, la corrente dell’antimaradonismo invece qualche buco nero lo presenta e inizia negli anni Novanta, conseguente – letteralmente – ad un colpo di mano. Ai Mondiali messicani dell”86 con la patata bollente politica e diplomatica tra Inghilterra e Argentina per le isole Malvinas, Diego riscatta simbolicamente il suo popolo sconfiggendo da solo i britannici e con lo storico gol di mano che beffa il portiere inglese Peter Shilton ma soprattutto l’arbitro tunisino, Ali Bennaceur: un’azione troppo veloce da poter – o voler – vedere e sanzionare. Poco importa se la seconda rete di Diego, quella che diventerà il gol del secolo, legittimerà la vittoria dell’Albiceleste: per tutti gli anni a venire si parlerà del primo irregolare centro. Come se non bastassero le polemiche fisiologiche di un post gara di questo tipo, Maradona mette i toni e il clima sui carboni roventi: “Il primo gol? L’ho segnato un po’ con la testa di Maradona e un po’ con la mano di Dio”. Il Mondiale in Messico si chiuderà allo stadio Atzeca con la vittoria dell’Argentina per 3 a 2 contro la Germania Ovest. Nessuna delle due compagini immaginerà che quattro anni più tardi si ritroveranno in finale ai danni dell’Italia, paese nel quale Maradona si consacra uno dei miglior giocatori che abbiano mai arroventato un campo di calcio, riscattando stavolta Napoli, per una volta non più conosciuta solo per il leitmotiv italiano “camorra-pizza-mandolino”.
Gli eventi attorno a Diego prendono a girare vorticosamente. Il fantasista si fa ben presto strumento di propaganda non solo sportiva ma anche politica e sociale. Intanto, in occasione dei sorteggi per i gironi di Italia ’90, Maradona spara la prima cartuccia contro l’allora presidente della Fifa Havelange, reo di “favorire l’Italia e sfavorire l’Argentina”. Il giocatore non farà mai mistero di questa sorta di corrente che, a suo parere, vuol portare a tutti i costi la Nazionale di Azeglio Vicini a raggiungere la finale e vincerla (magari contro la Germania). A competizione iniziata, l’Argentina allunga la sua coda di antipatie e odio quando nella seconda gara del girone contro l’ultima Urss della storia, un fallo di mano di Maradona non verrà sanzionato dall’arbitro con il rigore, anticipando così il declino della squadra di Lobanovskyj . Non è passato nemmeno un anno dalla caduta del Muro, ma Diego rende più amare le lacrime dei nostalgici dell’ormai ex potenza calcistica. Il sentimento anti Albiceleste si acuisce per poi rivoltarsi come un calzino nella semifinale del San Paolo tra Italia e Argentina. Maradona, approfittando di quella che ormai è casa sua, rompe le reni a quella che per lui è solo ruffianeria dell’Italia nel raccogliere la spinta della città partenopea funzionale a raggiungere le finali: “Solo adesso che ne hanno bisogno gli italiani si ricordano dei napoletani”, dirà il numero 10. Una granata che spaccherà il San Paolo a metà. Caniggia, invece, si occuperà di bucare la porta difesa da Zenga e riportare sull’1 a 1 il risultato della gara. Rigori nefasti per gli azzurri che lasciano accedere alla finale l’Argentina. Maradona inizia a sentire le pressioni e si porta sulle spalle strette il peso di una sorta di colpa da scontare, anzi due: la mano de Dios e l’aver stracciato il sogno italiano di vincere la Coppa in casa propria. Nella finale dell’Olimpico il clima è pro Germania e Diego non nasconde sotto i fischi il suo rabbioso “Hijos de putas, hijios de puta”. Generoso e discutibile il rigore concesso alla Germania e trasformato da Brehme, decisivo ai fini della vittoria tedesca. L’arbitro dell’incontro è messicano Edgardo Codesal, figlio d’arte – poiché il padre uruguaiano Josè Maria è stato anch’egli un direttore di gara – genero di Javier Arriaga membro arbitrale della Fifa. Nemmeno a qualche anno di distanza dalla finale di Roma, Maradona le manda a dire: “Quando li eliminanno dai mondiali, gli italiani dovettero ingoiare il più grande rospo della loro storia. Questo perchè Matarrese, un altro mafioso, da presidente della federazione italiana aveva già concordato la finale tra Italia e Germania. Fu allora che successe quello che successe: accusarono di doping prima me e dopo anche Caniggia, però dopo nessun altro. Nel calcio italiano, a parte Maradona e Caniggia, nessuno ha mai preso nemmeno un’aspirina”.
Sempre a suo dire, fu il doping lo strumento col quale la Fifa lo punì e tagliò dai campi di calcio. La partecipazione a Usa ’94, Maradona la racconta come un complotto, motivato anche dal fatto che in un clima glaciale col quale gli americani accolsero la competizione, serviva un personaggio potente come lui per scaldare l’atmosfera. La tesi complottistica fu poi confermata da Caniggia nel 2009: “Quattro mesi prima dei mondiali, gli organizzatori chiamarono Diego e gli dissero che avevano bisogno di lui. Diego era perplesso perchè il tempo a disposizione era troppo poco e non voleva fare una figuraccia davanti agli occhi del mondo, allora gli fecero capire che avrebbe potuto aiutarsi in qualunque modo, contando poi sul fatto non lo avrebbero controllato”. Dopo la vittoria per 4 a 0, Maradona risultò positivo all’efedrina, sostanza notoriamente usata per dimagrire, ma non fu squalificato prima della gara immediatamente successiva con la Nigeria, bensì con quella contro la Bulgaria, la cui partecipazione avrebbe permesso a Maradona di raggiungere il record di presenze alle competizioni mondiali. E’ qui che inizia il declino della carriera del giocatore e forse anche quella dell’uomo. La corrente antimaradoniana non si è mai spenta ma va a corrente alternata, al contrario di quella d’amore incondizionato. Colui che si è sempre eretto a difesa delle classi più deboli, subì un ribaltone della sua immagine, scomodando la feroce critica di Indro Montanelli su Il Giornale: “La gente comune, costretta a fare i salti mortali per poter mangiare, non sopporta i Maradona, non sopporta i modi dei nuovi ricchi, le loro feste miliardarie, il loro circo ambulante, i loro capricci da padroni del mondo che devono ancora scrollarsi di dosso la polvere dei quartieri dove fino a poco fa soffrivano la fame”.

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L’altra faccia dell’amore per il pallone

Ira calcio

Phil Woosnam, è stato un ex giocatore e allenatore gallese, che alle nostre latitudini è passato alla storia per una sola “ignorante” citazione:

“Le regole del calcio sono davvero semplici: se si muove, dagli un calcio; se invece non si muove, prendilo a calci finché non lo fa”

Andando al di là dello spot della Tim – Il calcio è di chi lo ama – del perbenismo e dell’etica sportiva, c’è stata di recente una conversazione con un amico che mi ha fatto riflettere sul rovescio della medaglia della passione per il pallone, a campionati ormai prossimi alla partenza:

“(…) Io, visto che sono sportivo, spero si faccia male Tizio. Così, per sicurezza”

“No, ma che ti frega?! Lunga tibia a Tizio”

“No. Il gol che ci ha fatto l’anno scorso, lo deve pagare. Io non dimentico”

“Ok, ok, ma alla fine che ti cambia?”

“Guarda che è l’odio che muove il calcio. Il non fair play. Questo è, sennò il pallone muore”.

Il calcio tutto sesso e senza amore del Barcellona

Non avrebbe dovuto andare agli allenamenti con la Ferrari ma solo con l’utilitaria. Ibrahimovic, al primo giorno, si presentó subito male e fu cazziato da Guardiola e dalla società. Al Barcellona l’omologazione non é un’esigenza ma semplicemente un obbligo. Il fatto che una Polo faccia da paravento agli stipendi di chi di Ferrari possa permettersene almeno un paio, é opinabile ma poco conta perchè va dato il buon esempio, un po’ come Gesù nel tempio. No all’ostentazione dell’io, dell’avere, di ciò che ti dà da mangiare fino a diventare obeso di cose non tue. La pettinatura uguale, il comportamento abitudinario, l’assenza di orecchini o bracciali, il volto da chierichetto, la finta timidezza, l’amore scellerato e perció posticcio del pallone. Il Barcellona non sa cos’è l’amore primitivo per il calcio perché ne ha confezionato uno tutto suo, fatto di cera, meline, umiliazione dell’avversario ottenuta dentro scene di ricordi da bambini, quando il pallone è del bulletto e non ti rimane altro che stare alle regole del ragazzino viziato altrimenti te ne vai a giocare da solo a casa, dove la mamma s’incazza perché un pezzo di giardino non ce l’hai e in corridoio hai spaccato l’ennesima abatjour, prezioso regalo di nozze dei tuoi, donato da quella zia di terzo grado che é morta almeno tre anni fa.
Non é un gioco per sentimenti forti o estremi. L’estetica del calcio blaugrana pare investita dall’alto e dal divino e non c’é rabbia, fallo intenzionalmente cattivo che tenga, polemica, nervosismo. Al limite é ammessa la fragilità ma sempre funzionale di Messi, per il resto non sono concessi altri difetti di fabbricazione. I passaggi orizzontali stretti e veloci, strappano l’anima all’utilità delle verticalizzazioni rendendo futile qualsiasi altro tipo di gioco. L’estinzione del centravanti é conseguenza naturale del 4-6-0: non serve la sponda, la forza fisica senza tecnica per aprire la difesa. Bastano le mezzepunte e la linea difensiva non si apre ma si circuisce l’avversario rendendo vana lucidità e atleticità.
Dicono che il calcio del Barcellona sia emozione ma é ripetitiva, frutto di meccanismi automatici e se un sentimento nasce dalla ripetizione molto difficilmente potrá rimanere eterno. Il Barcellona é efficace, impietoso, uno spettacolo a mille dimensioni ma manca di sangue, di cadute rovinose e di chine rialzate di scatto. Non ha anima, è senza fragilità, non assomiglia a nessuno, ma lascerà brutte copie in attesa di nuove idee che lo rimpiazzeranno. È un gioco perfetto, quanto di più lontano dall’esistenza umana possa esistere.
Anch’io odio il Barcellona perché il suo calcio non é più similitudine della vita.