Io credo che a questo mondo esistano solo due grandi Chiesa

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Un incrocio tra Gigi Riva e Paolo Rossi.
Sono parole di Fabio Capello, ma potrebbero essere quelle di chiunque altro, perchè tutti abbiamo questa perversione di fare paragoni, di essere bravi a cogliere i tratti distintivi e rivederli in un atleta. Nemmeno fossero cani o lupi che abbaiano alla luna o al pallone.
Nessuno è uguale a qualcun altro, nemmeno Enrico Chiesa era un ibrido di due attaccanti di decenni diversi, di un gioco diverso. Tuttavia la nostra perversione non si ferma qui e ricade tutta nelle spalle dei figli.
Su Federico pesa un strada di aspettative che si biforca in due preghiere:
“Ti prego, fa che diventi più forte del padre, sennò è inutile guardarlo dall’alto e riporre delle aspettative”;
“Ti prego fa che non diventi più forte del padre perchè altrimenti che senso ha la mia nostalgia per gli anni ’90, essere convinti dell’unicità di un giocatore impossibile da rivedere”.

Io credo che a questo mondo esista solo un grande Chiesa, che passa dalla Cremonese di Tentoni e arriva fino alla Sampdoria del sacro Mancini; passando dalla Nazionale eterna seconda, attraverso il Parma e il posto lasciato vuoto da Batistuta alla Fiorentina, arriva nella periferia di Figline Valdarno che va avanti nonostante Dio si dimentichi spesso dei suoi infortuni.

Enrico era cattivo e introverso e le poche parole che aveva da dire, le pronunciava a denti stretti. Federico parla un bel po’ di più, è fiorentino puro ed è furbo, polemico, con una grinta che entra nell’antistadio dell’arroganza. E si permette pure di dire, all’inizio: “Questi sono i gol di mio padre”. E sì è così. Ha ragione.
Siamo stati infatti tutti feticisti del tiro di Enrico Chiesa, ambidestro, ambizioso, ambivalente perchè assassino ma esteticamente impeccabile. Più bello o più efficace? In fondo era ancora un periodo nel quale il calcio italiano poteva permettersi certe disquisizioni da salotto, non ancora sofferente.
Non sono tuttavia la forza e l’effetto, il punto di maggior fascino della stoccata di piede di Chiesa è il tempismo. Vedere il pallone e tirare. Farlo in corsa e di corsa, di getto, d’istinto, di follia, di necessità, di prepotenza, di una fame che si è persa per lasciare il posto ad una nuova, quella di Federico, maggiormente muscolare, quasi nervosa, a scatto, dal lampo alla lampo per mettersi in mostra: mi chiamo Chiesa, faccio il calciatore anche io e lo voglio fare meglio.

Già sale l’odio, del promesso sposo alla Juventus, dell’antipatico da 70 milioni di euro, del giovane che già viene sciacquato di fischi. Federico per mezza Italia è insopportabile. Sperare che sia come o più forte del padre è fuori discussione. L’isteria nel tifo non la si calcia e scalcia “alla Chiesa”, uno stile che non è un’etichetta e nemmeno un marchio di fabbrica: è innata, è intrinseca nelle ossa e nella testa, è ereditaria.
Per questo, io credo che a questo mondo esistano solo due grandi Chiesa.

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Azeglio Vicini, l’Incompiuta e l’immortalità mancata

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“La verità è che Vicini deve rassegnarsi a capire che per ora ha perso la sua piccola possibilità di diventare immortale. Non ha fallito e non ha vinto, è rimasto nell’anticamera del trionfo. Ed è in quest’ ambiente da troppi anni per non capire che le quasi vittorie nel calcio sono più dannose delle sconfitte”. Così scriveva Mario Sconcerti su “La Repubblica”, il 23 agosto del 1990. Al Ct, protagonista di una conferenza stampa infuocata, non aveva ancora metabolizzato, a due mesi e mezzo dalla gara contro l’Argentina, la finale mancata a “Italia ’90”. Gli azzurri partivano con tutti i favori del pronostico, il quale indicava come certo almeno il raggiungimento del secondo posto. Diversamente sarebbe stata una sorta di tragedia sportiva. In realtà, il match al “San Paolo” fu uno psicodramma, prima-durante-dopo.

Martedì 3 luglio 1990. Argentina 1 a 1, 4 a 3 dopo i calci di rigore, recita il tabellino.
Al 17′ Schillaci colpì con la tibia il pallone scagliato verso la porta da Vialli e portò l’Italia in vantaggio: “Quando esultai andando verso la bandierina – spiegò qualche anno dopo l’attaccante – Giannini da dietro mi disse: Certo che culo che c’hai!”. 
Al 67′ però, si compì l’episodio che nessuno interpretò come quello che pose fine alla partita. Maradona aprì sulla sinistra per Olartigochea che crossò a destra sulla testa di Caniggia. La difesa fu colta come impreparata, Zenga uscì male e la punta albiceleste sfiorò il pallone mettendo a segno l’1 a 1.
“Un gol non irresistibile, forse preso in maniera inattesa”, commentò proprio Vicini tempo dopo, a occhi stretti, mezzi chiusi tra le rughe d’espressione.
Quella rete fu una beffa, più che un colpo, fu una carezza, fu la resa nervosa e di energie degli azzurri, ai quali rimase solo la forza di volontà e una solida convinzione: “Abbiamo continuato a costruire, a cercare di vincere, io non volevo andare ai calcio di rigore – spiegò qualche anno dopo l’attaccante –  Loro invece sì, tanto che facevano molti falli, spezzettavano spesso il gioco”. 
“Fu difficile affrontare il momento dell’eliminazione – raccontò ancora il capocannoniere del Mondiale italiano – Io ricordo che sono rimasto seduto dentro lo spogliatoio, mi veniva quasi da piangere: aver mancato una finale senza aver mai perso in campo”.

ARGENTINA – ITALIA 4-3 DTS (1-1)
Reti: 17′ Schillaci, 67′ Caniggia
Sequenza Rigori: 0:1 Baresi, 1:1 Serrizuela, 1:2 Baggio, 2:2 Burruchaga, 2:3 De Agostini, 3:3 Olarticoechea 3:3 Donadoni (parato), 4:3 Maradona, 4:3 Serena (parato)
Argentina: Goycoechea, Ruggeri, Simon, Olarticoechea, Serrizuela, Giusti, Burruchaga, Basualdo (99′ Batista), Calderon (46′ Troglio), Caniggia, Maradona. Allenatore: Carlos Bilardo.
Italia: Zenga, Baresi, Bergomi, De Agostini, Ferri, Maldini, Donadoni, De Napoli, Giannini (75′ Baggio), Vialli (71′ Serena), Schillaci Allenatore: Azeglio Vicini
Arbitro: Vautrot (Francia)

Sacchi ha detto che Donadoni non è un rigorista
“Non ho nulla da rispondere, di rigoristi non ce ne sono 200”.
E se al posto del Ct andasse un allenatore di club?
“Provate e vedete cosa succede. Sono proprio curioso. Parlando seriamente, avrebbe molti problemi. La formula del Mondiale sarà pure da cambiare, non so, certo il caldo gioca un ruolo pesante”.
Con quest’aria che tira, figuriamoci se può accettare critiche alla squadra, perciò viene al sodo:
“Subito dopo le sostituzioni c’è stato il doppio infortunio di Schillaci e Ferri”.
E già che ci siamo ce n’è anche per i commenti di Vialli e Giannini:
“Ho detto a Giuseppe che ha fatto un grande Mondiale e che l’ho sostituito perchè mi sembrava fosse stanco. Se non ha capito glielo spiegherò meglio. Ieri abbiamo visto insieme Germania-Inghilterra e facevo notare a Giannini la tranquillità con la quale Butcher lasciava il campo. Per quanto riguarda Vialli, mi sembra del tutto normale che l’attaccante insegue il difensore che viene avanti, succede in tutto il calcio moderno. Non me la prendo affatto per ciò che ha detto, questi giocatori dovrebbero avere la scaltrezza di capire che ogni loro dichiarazione può essere strumentalizzata. E su Vialli non aggiungo altro: so io quello che c’è voluto per imporlo quando non era titolare neanche nella Sampdoria. Rispetto la delusione: forse io a 57 anni ho più buon senso e quindi maggiore tolleranza. Su certe dichiarazioni va anche detto che si parla coi giornalisti tutti i giorni e ogni tanto ci sono frasi così…”.
“Io troppo buono? No, magari cinico, come quando ho dovuto far fuori gente che aveva vinto un mondiale o giocatori come Dossena e Bagni”.
Vicini dice queste cose, perchè sta per porre un problema analogo e vuol parlare del futuro:
“Oggi come oggi l’Italia mi è sembrata una squadra di buona levatura, no, non c’è stato alcuno sfinimento fisico. Andate a verificare chi ha tenuto più palla e iniziativa nella partita con l’ Argentina, perfino nei supplementari. D’altronde sul piano fisico non si possono avere Zatopek e Mennea insieme, se guadagni in quantità perdi in qualità e viceversa”.
Eccolo:
“Pensiamo al futuro, i trentenni dovranno lasciare il campo”. 
C’è un’ eccezione a questo discorso, riguarda Baresi:
“Non scherziamo, lui resterà in azzurro”.
Ultimo colpo per il presidente Matarrese:
“Ha detto delle cose sull’arbitro. Lui però parla da politico, sono certo che non sente intimamente quello che dichiara”.

(La Repubblica, 6 luglio 1990)

“Vicini è scivolato su una buccia di banana con quelle polemiche sul mondiale. Era l’ultima buccia di banana permessa: non avrà un’altra possibilità di rialzarsi” (Antonio Matarrese, Guerin Sportivo, settembre 1990)

I mesi che seguirono Italia ’90 furono duri per il Ct che alzò, in ogni occasione, un muro per difendere il suo operato sempre e comunque, redarguire i giornalisti che a comandare non erano le loro opinioni, ma lui in persona senza farsi condizionare da nulla nelle sue scelte. Fu una parabola discendente, che si chiuse con la mancata qualificazione a Euro 1992.

“(…) Etichettata come bella e senz’ anima, bella e discontinua, bella e sventata, la nazionale di Vialli e Baresi, Zenga e Giannini, Bergomi e Maldini ha illuso molto e deluso in proporzione alle illusioni. (…) Di fronte ai risultati, o ai non-risultati, Matarrese ha commesso l’ errore di mettere troppo in anticipo allo scoperto Vicini e, di conseguenza, anche Sacchi. Ma una decisione andava presa. La nuova Italia riparte in salita, con molti occhi addosso. Ma la vecchia Italia, che esce imbattuta eppure battuta da Mosca, non è da rimpiangere più di tanto”. 

(Gianni Mura, ottobre 1991)

 

Italia bestia nera della Norvegia. I Baggio, Vieri, catenaccio nordico

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Carew al 55′, poi il buio. E’ stato lui il marcatore unico dell’ultima vittoria della Norvegia sull’Italia, datata 3 giugno 2000 a Oslo. Prima e dopo, il buio, come quelle lunghe giornate nel Nord Europa senza sole che creano non poco disagio. L’Italia è sempre stata la bestia nera della Norvegia. La Norvegia è stata per l’Italia, uno dei punti di felice rottura nel cammino della Nazionale di Sacchi a Usa ’94 e in quella di Maldini nel ’98.

Prima, qualche numero. I confronti ufficiali e non, sono quindici. La Norvegia è riuscita ad imporsi solo tre volte, due delle quali in amichevole (1985 e 2000, appunto); nel ’91, invece, si giocava l’accesso alle fasi finali dell’Europeo, al quale l’Italia di Vicini non riuscì a qualificarsi. Quel mercoledì 5 giugno, la squadra del Ct Olsen stese l’Italia per 2 a 1: Dahlum segnò dopo cinque minuti, Bohinen al 25′. Inutile la rete di Schillaci al 78′.

Ci sono poi altre due curiosità che meritano di essere menzionate. Dal 1938, gara Mondiale, fino al 1985, le due squadre non hanno mai giocato contro. Secondo dato: la Norvegia ha partecipato alla maggior competizione della Fifa solo tre volte, nel 1938, nel 1994 e nel 1998. In tutti i casi, è stata l’Italia ad interromperne il cammino.

I gol di Francia ’38 di Pietro Ferraris e Piola sono troppo lontani, quello americano di Dino Baggio e quello francese di Vieri, sono più a portata di memoria. Al Giants Stadium, il 23 giugno del ’94 ore 16, Italia e Norvegia si sfidano nella seconda partita del gruppo E. Gli Azzurri devono vincere a tutti i costi dopo la sconfitta nella gara iniziale con l’Irlanda. Il match diventa già drammatico al 21′, quando Pagliuca salva la porta, uscendo però fuori area su Leonhardsen e toccando con il braccio la palla. E’ rosso. Entra Marchegiani e Sacchi sacrifica Roberto Baggio. E’ la gara che passerà alla storia per il “Questo è matto” del numero dieci azzurro. Non bastasse l’arbitraggio pessimo del tedesco Krug, Baresi ad inizio ripresa lascia il posto ad Apolloni per un serio infortunio al ginocchio. L’Italia non molla ma l’equilibrio si rompe solo al 69′ con il gol del Baggio che non ti aspetti. Punizione di Signori e palla insaccata di testa. Baggio racconterà nella sua biografia come il giorno prima in allenamento, provando gli schemi su palla inattiva, avesse fallito l’incornata tutte e trenta le volte. Il centrocampista terminerà la partita col ghiaccio sul naso, perchè durante i festeggiamenti incassò un cazzotto in faccia da Zola troppo preso dall’euforia nel festeggiare la vittoria al triplice fischio finale.

Non meno sofferto, causa chiusura della Norvegia, è l’ottavo di Francia ’98, a Marsiglia, il 27 giugno. Gianni Mura scriverà il giorno dopo su “La Repubblica”: “(…) Raramente ho visto partite più brutte in un Mondiale, in un Europeo e anche in un campionato italiano. Da buon patriota, attribuisco il 70% delle responsabilità alla Norvegia. Per il restante 30 fate voi”. La realtà è che un avversario così catenacciaro e contro una squadra di Maldini, lo si è visto davvero poche volte. Vieri segnerà il gol decisivo al 18′ lanciato da Di Biagio. E’ però un Mondiale nervoso e in quella partita Maldini si troverà a litigare con un tifoso in tribuna che non ha gradito il cambio Chiesa per Del Piero invece di Dino Baggio. “E alla fine, al cronista Rai che gli chiedeva spiegazioni in diretta – aggiunge sempre Gianni Mura – (Maldini) ha risposto secco che erano affari suoi. Essere così tesi dopo una vittoria non è un buon segnale. E poi Maldini ammetterà, che se ci sono 25 milioni di persone attaccate alla tivù per guardare l’Italia, questi sono anche affari loro, nostri, di tutti, e non solo suoi”.

L’Italia ha giocato la sua ultima partita con la Norvegia nel giugno del 2005, valevole per la qualificazione a Germania 2006. Niente di troppo emozionante stavolta, con il match che a Oslo si chiude sullo 0 a 0.