Il sarrismo non è mai esistito

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Sarri comandante, tabagista, proletario, ossessionato. La tuta, gli appunti troppo lunghi, la battuta schietta ma spigolosa, la cadenza toscana.
Etichette, tratti caricati e spesso caricaturali, l’ideale utopico e personalizzato dell’uomo, prima ancora dell’allenatore. La rabbia dei tifosi napoletani, i primi ad aver costruito uno dei più grandi inganni idealisti degli ultimi anni. Il generale che prima di una grande battaglia si tira su fino al collo una zip di un tessuto acetato e muove i suoi uomini contro il potere del Nord incravattato di seta e perfetto aristocratico, non si è mai materializzato.
Il sarrismo non esiste e non è mai esistito e questo ben prima della firma con la Juventus.
La fede in un gioco estremamente propositivo, le doti di organizzatore, di valutazione tecnica del giocatore a disposizione, e tattica dell’avversario, non hanno mai fatto nascere una nuova dottrina. No, non siamo di fronte a nessuna rivoluzione, ma ad un’idea di gioco già vista che si trascina da un campo all’altro, da un club ad un altro, ma non produce nessuna novità in campo dogmatico.
Se, in base alla definizione dell’Enciclopedia Treccani, la dottrina è una “Serie organica di principi che costituiscono la base di una scienza, di una filosofia, di una religione, ecc.” oppure un “Complesso di cognizioni apprese con lo studio e coordinate organicamente fra loro”, in Italia siamo fermi a Sacchi e più recentemente a Zeman.
Il costrutto su Sarri condottiero e portatore di una nuova scienza non si basa sull’allenatore, ma solo sull’idea dell’uomo che si sono creati appassionati e tifosi. In realtà, in pochi possono dire di poter conoscerne la personalità e i tratti distintivi. In fondo, è facile fare del mister juventino una sorta di stendardo di lealtà, ma questo si alimenta di significati che ognuno dà all’uomo che fuma troppo, che fa battute sui gay come a tutti è capitato di fare, che vive di solo pallone, che minaccia querele per appartenenza geografica e familiare.

Sarri, che per primo non sa cosa sia il sarrismo, ha scelto la Juventus ricordandosi da dove è partito (Stia, provincia di Arezzo, 2990 abitanti) e i risultati che ha ottenuto. Una nuova storia professionale da scrivere, fregandosene della tuta, del numero delle sigarette da tagliare, del numero di battute concesse in conferenza stampa, della lima per smussare opinioni che restano, con il loro guscio vuoto, solo opinioni.
Occorre tornare a concentrarsi sull’allenatore che dopo Croce può allenare Cristiano Ronaldo, che è pronto a dare idee e organizzazione al nuovo capitale umano e per questo disposto ad allargare gli orizzonti di quanto ha già espresso e misurato in campo.
Sarri, nato quadrato ed ex dirigente di banca, armonizzerà la sua immagine con il brand sportivo che produce il più alto fatturato d’Italia. Sa di essere stato scelto con l’intenzione della società torinese di allontanarsi dal cinismo del risultato, di trovare un’estetica che non venga banalmente chiamata “bel gioco”, altrimenti tenderà ancora ad essere personalizzata e bacchettata dagli opinionisti in tv e sui giornali, come una modalità di giocare ambiziosa, perchè “è affascinante segnare tanti gol ma è inaccettabile incassarne anche tanti”. Forse è partendo da questo assunto vecchio come Herrera e la nostalgia degli anni Ottanta e Novanta, quando l’Italia dominava nelle coppe europee, che va costruita la rivoluzione. Se con la tuta o la giacca, con una nuova dottrina o il recupero della new age, poco importa.

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Donne in Curva: chi sono, perchè lo fanno e Cupido su Massaro

Tifo donna FENERBAHCE

Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorata degli uomini: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé.
No, non è la citazione violentata di “Febbre a 90” di Nick Hornby, è quello che succede ad una donna quando si appassiona al pallone. La genesi della passione si discosta da quella maschile per un semplice fatto: è quasi sempre un uomo  a trasmettere la febbre ad una donna, che sia il padre o lo zio, il migliore amico o la comitiva maschile.
Chi sono le donne che frequentano lo stadio? Se lo è chiesto Beatrice Dorigo che per la casa editrice digitale indipendente “Zandegù”, ha pubblicato un breve ebook “Tipe da Stadio”,  che altro non è che un viaggio di voci, dal Piemonte alla Sicilia, di donne tifose militanti. L’autrice parte dai suoi stessi preconcetti di disinteressata allo stadio e al calcio e conclude la sua opera con lo scioglimento dei nodi dei suoi pregiudizi.

Sara tifa Milan e non fa più caso ad una sorta di “disagio” che arriva di prima mattina: “A volte quando entro al bar per fare colazione e prendo come prima cosa la “Gazzetta”, vedo il barista e gli avventori maschi che mi guardano come se avessero visto qualcosa di strano”. In questo clima, la stessa Sara vuole sfatare il mito che ci si avvicini al calcio per il giocatore belloccio: “Dopo i quindici anni – dice – è improbabile che sia così”. Eppure, la cotta per il giocatore è inevitabile, lei ce l’aveva per Daniele Massaro, contemplato per anni nel poster sulla parete di camera. Da adolescente era convinta che lo avrebbe sposato e alla base di questa speranza non c’era tanto l’attrazione fisica quanto l’ammirazione per l’uomo Massaro in mezzo al campo.

Spesso la scelta della squadra per la quale tifare è un sorta di rilancio della propria identità e funziona così anche per le donne. “Il calcio non è solo uno sport, è stata l’unica forma di riscatto  che abbiamo avuto – dice Deborah a proposito di Napoli e del Napoli – Uno che l’ha capito molto bene, pur non essendo napoletano, è stato Maradona ed è per questo che per noi sarà sempre un Dio”.

Entrando allo stadio, la Curva è il primo settore dove di solito si approccia la partita dal vivo poi, come mamme, ci si sposta in tribuna col figlio piccolo. Chiara è juventina da sempre ma viveva in Sardegna. Col trasferimento a Torino e il bimbo di tre anni per mano, riesce a recuperare tutte le partite che non si è vista da ragazza.

Proprio nel settore più caldo dello stadio si applica una delle più importanti regole non scritte: “La ragazza disinformata in Curva viene subito zittita ma non è una questione legata al sesso” dice Deborah, mentre le riunioni sì: a quelle è giusto partecipino solo gli uomini. Quanto al comportamento negli spalti non c’è via di mezzo o sessismo d’applicare: o si è disinteressate e quasi apatiche o si passa ad essere delle attaccabrighe ma soprattutto, una delle intervistate dalla Dorigo ammette: “Io devo sentirmi libera di poter porconare quando necessario”. 

Sono molti i momenti importanti nella vita in una donna: un figlio, un matrimonio ma tutte le interpellate tengono a specificare che non c’è nulla di emotivamente simile a quello che può dare una partita di calcio, carico di adrenalina compreso.

Se negli uomini il calcio è nel DNA, donne tifose si diventa ma in loro vi è un’innata propensione all’attività di coordinazione e gestione. Ecco perchè le si possono trovare a dirigere i club. Una è Martina, il cui obiettivo è far andare più gente possibile allo stadio e in questo ha provato a proporre qualcosa di concreto alla sua Juventus: la rateizzazione del costo complessivo dell’abbonamento, per chi non può permettersi di pagarlo subito in toto. Purtroppo la richiesta è stata respinta ma l’obiettivo rimane solido.

Dando uno sguardo oltre confine, il termometro della passione femminile non è bollente allo stesso modo in tutta Europa. Un’indagine dell’Indesit di tre anni fa si occupò di un campione di 20mila tifose di Italia, Francia, Inghilterra, Russia e Turchia.

Le turche si prendono il primato di appassionate con il 62% di loro che si afferma sostenitrice di una squadra, seguite dalle inglesi (30%) e dalle italiane con (25%). Nel nostro paese solo un milione circa di donne è solito andare allo stadio e in molti casi sono spinte dalla passione sportiva del partner.

In sintesi, come sostiene Annalisa Gabriele nel suo “Tifo singolare femminile”: “Dietro tutto questo c’è sempre un uomo. Per molte di noi si tratta di un padre assente per lavoro tutta la settimana, uno di quelli che ha benedetto l’invenzione del vhs. Il sabato e la domenica sprofondava nella poltrona preferita (…) riempiendo casa degli echi di Tutto il calcio minuto per minuto. Per avere il suo affetto non ci restava che accoccolarci vicino a lui sperando in una carezza mentre Ciotti con voce roca ci introduceva ai misteri della zona e Ameri ci induceva a pensare che lo stadio fosse un luogo pieno di mistero”.

La corrente anti-Maradona degli anni ’90

Maradona 90

Oggi ce l’ha con il Fisco italiano al quale deve una serpentina a tutto campo di milioni di euro. Ieri, con il colonialismo, gli arbitri, l’Inghilterra e gli Usa, la Fifa, Joao Havelange. Maradona spacca da sempre i sentimenti di addetti ai lavori e appassionati di calcio ed è inevitabile se da personaggio pubblico non ha mai fatto mistero delle sue idee politiche, sociali e calcistiche. Sentimentalmente il numero 10 non lascia zone di compromesso grigie e non le colorerà mai. L’amore per Maradona non ha segreti, la corrente dell’antimaradonismo invece qualche buco nero lo presenta e inizia negli anni Novanta, conseguente – letteralmente – ad un colpo di mano. Ai Mondiali messicani dell”86 con la patata bollente politica e diplomatica tra Inghilterra e Argentina per le isole Malvinas, Diego riscatta simbolicamente il suo popolo sconfiggendo da solo i britannici e con lo storico gol di mano che beffa il portiere inglese Peter Shilton ma soprattutto l’arbitro tunisino, Ali Bennaceur: un’azione troppo veloce da poter – o voler – vedere e sanzionare. Poco importa se la seconda rete di Diego, quella che diventerà il gol del secolo, legittimerà la vittoria dell’Albiceleste: per tutti gli anni a venire si parlerà del primo irregolare centro. Come se non bastassero le polemiche fisiologiche di un post gara di questo tipo, Maradona mette i toni e il clima sui carboni roventi: “Il primo gol? L’ho segnato un po’ con la testa di Maradona e un po’ con la mano di Dio”. Il Mondiale in Messico si chiuderà allo stadio Atzeca con la vittoria dell’Argentina per 3 a 2 contro la Germania Ovest. Nessuna delle due compagini immaginerà che quattro anni più tardi si ritroveranno in finale ai danni dell’Italia, paese nel quale Maradona si consacra uno dei miglior giocatori che abbiano mai arroventato un campo di calcio, riscattando stavolta Napoli, per una volta non più conosciuta solo per il leitmotiv italiano “camorra-pizza-mandolino”.
Gli eventi attorno a Diego prendono a girare vorticosamente. Il fantasista si fa ben presto strumento di propaganda non solo sportiva ma anche politica e sociale. Intanto, in occasione dei sorteggi per i gironi di Italia ’90, Maradona spara la prima cartuccia contro l’allora presidente della Fifa Havelange, reo di “favorire l’Italia e sfavorire l’Argentina”. Il giocatore non farà mai mistero di questa sorta di corrente che, a suo parere, vuol portare a tutti i costi la Nazionale di Azeglio Vicini a raggiungere la finale e vincerla (magari contro la Germania). A competizione iniziata, l’Argentina allunga la sua coda di antipatie e odio quando nella seconda gara del girone contro l’ultima Urss della storia, un fallo di mano di Maradona non verrà sanzionato dall’arbitro con il rigore, anticipando così il declino della squadra di Lobanovskyj . Non è passato nemmeno un anno dalla caduta del Muro, ma Diego rende più amare le lacrime dei nostalgici dell’ormai ex potenza calcistica. Il sentimento anti Albiceleste si acuisce per poi rivoltarsi come un calzino nella semifinale del San Paolo tra Italia e Argentina. Maradona, approfittando di quella che ormai è casa sua, rompe le reni a quella che per lui è solo ruffianeria dell’Italia nel raccogliere la spinta della città partenopea funzionale a raggiungere le finali: “Solo adesso che ne hanno bisogno gli italiani si ricordano dei napoletani”, dirà il numero 10. Una granata che spaccherà il San Paolo a metà. Caniggia, invece, si occuperà di bucare la porta difesa da Zenga e riportare sull’1 a 1 il risultato della gara. Rigori nefasti per gli azzurri che lasciano accedere alla finale l’Argentina. Maradona inizia a sentire le pressioni e si porta sulle spalle strette il peso di una sorta di colpa da scontare, anzi due: la mano de Dios e l’aver stracciato il sogno italiano di vincere la Coppa in casa propria. Nella finale dell’Olimpico il clima è pro Germania e Diego non nasconde sotto i fischi il suo rabbioso “Hijos de putas, hijios de puta”. Generoso e discutibile il rigore concesso alla Germania e trasformato da Brehme, decisivo ai fini della vittoria tedesca. L’arbitro dell’incontro è messicano Edgardo Codesal, figlio d’arte – poiché il padre uruguaiano Josè Maria è stato anch’egli un direttore di gara – genero di Javier Arriaga membro arbitrale della Fifa. Nemmeno a qualche anno di distanza dalla finale di Roma, Maradona le manda a dire: “Quando li eliminanno dai mondiali, gli italiani dovettero ingoiare il più grande rospo della loro storia. Questo perchè Matarrese, un altro mafioso, da presidente della federazione italiana aveva già concordato la finale tra Italia e Germania. Fu allora che successe quello che successe: accusarono di doping prima me e dopo anche Caniggia, però dopo nessun altro. Nel calcio italiano, a parte Maradona e Caniggia, nessuno ha mai preso nemmeno un’aspirina”.
Sempre a suo dire, fu il doping lo strumento col quale la Fifa lo punì e tagliò dai campi di calcio. La partecipazione a Usa ’94, Maradona la racconta come un complotto, motivato anche dal fatto che in un clima glaciale col quale gli americani accolsero la competizione, serviva un personaggio potente come lui per scaldare l’atmosfera. La tesi complottistica fu poi confermata da Caniggia nel 2009: “Quattro mesi prima dei mondiali, gli organizzatori chiamarono Diego e gli dissero che avevano bisogno di lui. Diego era perplesso perchè il tempo a disposizione era troppo poco e non voleva fare una figuraccia davanti agli occhi del mondo, allora gli fecero capire che avrebbe potuto aiutarsi in qualunque modo, contando poi sul fatto non lo avrebbero controllato”. Dopo la vittoria per 4 a 0, Maradona risultò positivo all’efedrina, sostanza notoriamente usata per dimagrire, ma non fu squalificato prima della gara immediatamente successiva con la Nigeria, bensì con quella contro la Bulgaria, la cui partecipazione avrebbe permesso a Maradona di raggiungere il record di presenze alle competizioni mondiali. E’ qui che inizia il declino della carriera del giocatore e forse anche quella dell’uomo. La corrente antimaradoniana non si è mai spenta ma va a corrente alternata, al contrario di quella d’amore incondizionato. Colui che si è sempre eretto a difesa delle classi più deboli, subì un ribaltone della sua immagine, scomodando la feroce critica di Indro Montanelli su Il Giornale: “La gente comune, costretta a fare i salti mortali per poter mangiare, non sopporta i Maradona, non sopporta i modi dei nuovi ricchi, le loro feste miliardarie, il loro circo ambulante, i loro capricci da padroni del mondo che devono ancora scrollarsi di dosso la polvere dei quartieri dove fino a poco fa soffrivano la fame”.