Brasile 2014: le proteste, la violenza, peggio Rossi di Ghiggia e le tifose… brutte

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La Terra delle contraddizioni, delle periferie abbandonate da Gesù e delle spiagge divine attaccate alle città, dove il “progesso” è a tutti i costi ma di “ordem”, al momento, non ce n’è; più oro che verde, rimasto sotto tonnellate di cemento. Il Brasile feroce nella sua violenza e allo stesso tempo ammaliante, dove Paolo Rossi fa più paura di Ghiggia e il Maracanazo è come se non fosse mai esistito: un dolore troppo lontano ormai per non essere leggenda. Viaggio nella sede dei Mondiali di calcio con Renato Sebastiani, nato a Milano nel 1963, emigrato in Brasile nel ’68. “Abito a San Paolo – racconta – Faccio l’insegnante di italiano in una scuola di lingue”.
Renato era giusto maggiorenne quando Paolo Rossi segnò una tripletta al Brasile meraviglia ai Mondiali di Spagna.

Italia-Brasile 3 a 2, che ricordi hai e come se l’è passata un italiano nella Terra di Zico e Socrates?

«Tifo Italia da sempre. Sono passati 32 anni da quel giorno e avevo tanti carissimi amici brasiliani con cui guardavo le partite ma non gli Azzurri. Le gare dell’Italia le vedevo da solo rinchiuso in camera a soffrire come un disgraziato per la mancanza dei gol di Rossi. La vita scorreva normalmente, non esultavo quando segnavano i “canarinhos” e nessuno se ne accorgeva, dopo ogni gara, finiva in festa. Tutto è cambiato da bianco a nero il 5 luglio, quando mi trovai davanti allo schermo a guardare Italia-Brasile, affiancato da una ventina di amici con la maglia gialla ed io con una discreta maglietta bianca. Una tensione che si tagliava con il coltello durante i novanta minuti, ma urlavo come un pazzo ogni volta che segnava Rossi. Qualche cazzotto dagli amici l’ho preso sicuramente, ma nel calore della partita la gioia era talmente forte che mi sentivo dentro allo stadio e non mi importava di niente. Al fischio finale la cosa non finì proprio male perché eravamo tra amici, diversamente l’esperienza sarebbe stata un’altra e non rappresenterebbe un bel ricordo. Qualche amico non l’ho sentito per un paio di giorni ma poi ci siamo incontrati ancora per vedere la semifinale e poi la finale. Mai avuto così tanti amici polacchi o tedeschi in vita mia… »

Tornando al 2014, a giugno il Brasile ospiterà i Mondiali. La percezione è quella di un Paese lacerato dal conflitto tra la gioia per la voglia di calcio e il duro malcontento di chi non ne vuole sapere di questo evento…

«Percezione precisissima. Esiste una gran voglia di ospitare i mondiali di calcio, valida per quella gran parte di popolazione che purtroppo è la meno istruita e che non si preoccupa per l’attuale situazione di corruzione pubblica del governo, sicuramente la più grande e sfacciata sin dalla scoperta del Brasile! Poi c’è la paura generale di un’altra parte dei cittadini, quelli che lavorano e producono la ricchezza dello Stato con il loro sudore e che non vengono ogni mese aiutati da soluzioni elettorali per guadagnarsi dei voti, che mostrano un chiaro ritratto di una dittatura velata dei governi populisti. Sono stati spesi miliardi di dollari in modo per niente chiaro nella costruzione di tutti e dodici gli stadi e di tante altre strutture richieste dalla Fifa per il trasporto pubblico, le migliorie negli aeroporti delle città partecipanti e tante altre cose… Perché tanti stadi e tante costruzioni? La risposta appare abbastanza ovvia… Il paese vive una crisi senza precedenti, di mancanza di sicurezza ovunque – nelle vie, dentro casa e nei condomini, nei centri commerciali, nei ristoranti e negozi – una crescente ed allarmante violenza sociale, una scarsissima qualità della pubblica istruzione e della sanità. Gran parte degli investimenti nei settori che ho citato vengono sistematicamente ridotti o abusivamente tagliati per favorire la costruzione degli impianti per il Mondiale. E una bella fetta di questi investimenti finirà chissà dove…»

Parlando di calcio in senso stretto, ai brasiliani sfiora l’idea che possano perdere questo Mondiale? Quanto può essere da incubo una finale Brasile-Argentina?

«Durante la prima fase di preparazione ai Mondiali, quando la nazionale aveva come Ct il Signor Mano Menezes, un personaggio abbastanza vincente con la squadra del Corinthians ma che purtroppo non fece un gran lavoro con la “Seleção”, tutta la nazione era molto diffidente e quindi non si aspettava molto. Il tecnico, la rosa dei calciatori e anche la Federazione (CBF) venivano sistematicamente massacrati dalla stampa e dai tifosi. Poi, tutto è cambiato, con il ritorno in panchina del Signor Luiz Felipe Scolari, all’epoca allenatore del Palmeiras. L’attuale Ct è tornato dopo alcune manovre politiche non molto chiare partite dalla CBF per riaverlo in panchina, una trattativa che lasciò l’ex club di Scolari completamente senza guida durante la fase più importante del campionato nazionale. Il risultato fu la vergognosa retrocessione della squadra detentrice di più titoli nazionali.
Dopo la conquista della Confederations Cup, è tuttavia difficile credere che ci sia un solo tifoso brasiliano che possa immaginare una sconfitta ai Mondiali. Sono consapevoli della forza di molte squadre come la Germania, la Spagna, l’Olanda, l’Italia e l’Argentina, ma risiede nei cuori dei brasiliani un’intoccabile arroganza nel sottovalutare gli avversari. La cronaca sportiva ha sempre creato una mito sulle spalle del Brasile che stimola tale presunzione e prepotenza nei cittadini. Arroganza nata negli anni ’50. Nei mondiali casalinghi di allora, nessuno ci avrebbe scommesso una lira bucata nel “Maracanazo”. Negli anni successivi nacque la così detta “sindrome del cane randagio” – così la chiamano in Brasile – perché non si credevano più in grado di conquistare titoli importanti e anche nei Mondiali svolti in Svizzera nel 1954, il Brasile tornò a casa dopo una deludente presentazione.
Si spera in una finale contro Germania, Spagna o Argentina (L’Italia è esclusa, anche se abbastanza temuta). Oggi non pensano proprio ad una sconfitta e lo scenario psicologico della tifoseria è un po’ simile al 1982»

L’Uruguay del ’50 è ancora un incubo?

«E’ ancora vivo nella memoria dei più anziani la sciagura del Marcanazo, ma molto più come una leggenda che come rivalità attiva e viva contro l’Uruguay. La Celeste olimpica è abbastanza indigesta ancora oggi ma per altri risultati in altri tornei più recenti e sono sempre stati un sasso nelle scarpe dei brasiliani. La rivalità contro l’Argentina, questa sì è molto più forte, una differenza abissale paragonata a quella uruguaiana»

Sempre a proposito di sciagure, chi è più detestato tra Ghiggia e Paolo Rossi?

«Sicuramente il grandissimo Pablito, ancora oggi ricordato come il “Carrasco do Sarriá” (il boia del Sarriá). Ghiggia è visto come un male del passato e suscita tenerezza nella sua fragile figura fisica. Paolo Rossi è stato protagonista qui in Brasile di una pubblicità molto simpatica di una carta di credito, nella quale cercano di ravvivare la rivalità tra le nazionali italiana e brasiliana, ma che alla fine è chiaro che tutto deve finire dentro al rettangolo di gioco»

Su Paolo Rossi è chiara, ma che idea hanno i brasiliani della Nazionale italiana? E degli italiani?

«In generale gli italiani sono visti come giocatori che hanno talento ma non si avvicinano assolutamente alle caratteristiche naturali dei calciatori brasiliani. Gli italiani sono quelli più applicati tecnicamente e che fino a qualche anno fa appartenevano ad una scuola di calcio molto, anzi, troppo difensiva. L’espressione “catenaccio” da queste parti è (era) sinonimo di calcio italiano per definizione pura e semplice. Oggi molto meno e lo stile di gioco alla Prandelli gli ha fatto aprire un po’ più gli occhi e a temerci un pochettino di più. Se il Brasile è quello che gioca a calcio con l’eleganza di uno schermista, la nazionale italiana è lo scugnizzo che, improvviso, con una stilettata, ti condanna a morte»

Esiste per i brasiliani un altro Dio all’infuori di Pelè? Quali sono stati i giocatori degni di avvicinarsi a ‘O Rei?

«Pelé sarà sempre il Re del calcio, un Re unico e impareggiabile. Nell’ 82 si parlava molto di Zico e Socrates, poi di Romario, poi di Ronaldo, Ronaldinho gaúcho, ecc.. Oggi si parla molto di Neymar, un grande talento che come Pelé è diventato famoso molto giovane nel Santos, ma è ancora una promessa del calcio, lontano dai gol che fece Pelé ad inizio carriera. Dobbiamo aspettare ancora un po’ di tempo per capire ma credo che Pelé sia stato e sarà per molto tempo il più grande ed il più completo calciatore nonostante tutti gli sforzi degli argentini di affermare la superiorità di Maradona. Secondo me uno sproposito»

Fuori dalle Nazionali, vai allo stadio? Segui qualche squadra brasiliana?

«Il calcio brasiliano è una grande confusione e la violenza degli ultras, anche da queste parti, è molto presente. Non ci vado mai allo stadio quando c’è un derby, perché le risse purtroppo fanno parte dello spettacolo. Sono tifoso del Palmeiras, che è la squadra della colonia degli emigrati italiani in San Paolo, fondata nel 1914 e che prima della II Guerra si chiamava “Palestra Italia”. Per motivi bellici, tutte le società che avevano nei loro nomi Italia, Germania o Giappone, hanno avuto i loro patrimoni sequestrati dallo Stato brasiliano e per questo motivo il club passò a chiamarsi “Sociedade esportiva Palmeiras” (da “palme”, in riferimento alle grosse palme nei giardini interni della società ancora oggi presenti)»

Infine, una curiosità che interessa a livello planetario: come descriveresti la tifosa della Nazionale brasiliana che si vede bella e scatenata sugli spalti?

«Pensare ad una tifosa brasiliana bella e affascinante come suggerisce l’immaginario maschile, secondo me è un errore. Negli stadi sia in Brasile che in Olanda o in Ucraina o anche in Danimarca o in Svezia, troverete sempre delle donne bellissime sugli spalti, perché vengono ricercate dalle telecamere in una trasmissione di qualsiasi sport, perchè attirano l’attenzione degli spettatori quando una partita si fa un po’ noiosa. Non si è mai vista una tifosa brasiliana, per di più bella, che sia diventata il sex symbol di un campionato. Se prendiamo come esempio la Riquelme, tifosa del Paraguay negli ultimi mondiali del  2010 in Sudafrica, quella si esibiva con delle scollature esagerate e anche secondo me abbastanza volgari perché definiscono le donne come un oggetto da usare e gettare appena consumate. Questo non si vede in Brasile. Nella cerimonia recente della Fifa per il sorteggio dei gironi, era presente la modella brasiliana Fernanda Lima, che è indubbiamente una bellissima donna ma che non rappresenta la tipica donna brasiliana. Le brasiliane sono in gran parte non molto belle e per gli standard europei poco raffinate. In genere si dimostrano più “disponibili” delle europee. Come in qualsiasi altra parte del mondo, le belle donne sono dappertutto ma mediamente non sono modelle o delle bellezze straordinarie, anzi. Quelli che hanno prenotato biglietti e alberghi per i mondiali 2014 mi daranno poi ragione».

Renato, di padre abruzzese de L’Aquila e di fede milanista, è felicemente sposato con una donna di origine italiana, del Lazio, di nome Kelly: “Il nostro sogno nel cassetto è di poter vedere un giorno, l’Italia fuori da questa grande crisi per fare finalmente rientro, dentro una vita tranquilla. E’ difficile, lo so, ma ci penso ogni santo giorno”.

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NB: un grazie di cuore a Renato Sebastiani per la sua immensa disponibilità, nel rispondere alla mie numerose curiosità tramite mail. Ho tagliato e corretto solo in parte le risposte di Renato, questo talvolta a discapito della scorrevolezza ma è stata una decisione consapevole e che non toglie valore alla sostanza di quanto raccontato

Usa ’94, Italia-Nigeria: quando Baggio&co si ammutinarono contro Sacchi

Baggio Nigeria

Allenamenti massacranti, vita da caserma, compresa l’ora della sveglia; sacrificio fisico e mentale. Tutto per gli schemi, il modulo che detta legge, finiscono la teoria e la pratica di una squadra al servizio del giocatore di talento perchè deve avvenire il contrario, solo il contrario, va messo un solco e un’elica diversa al Dna del gioco italiano. Questi i dettami inscalfibili di Arrigo Sacchi allenatore e Commissario tecnico, che porta le sue regole dentro la Nazionale, plasmandole alla squadra nella vigilia di Usa ’94, con risultati scarsi e faticosi, la storica sconfitta col Pontedera, in allenamento, compagine che militava in C2.
Niente panico, in fondo, come spesso era solito dire l’allenatore ex Milan: “La differenza tra una vittoria e una sconfitta è spesso minima”. Vero, verissimo ma il Mondiale americano non inizia proprio bene e nella prima gara con l’Irlanda di Jack Charlton, il gol di Houghton, che all’esordio sancisce la sconfitta degli azzurri, nasce da un errore di Baresi. Non andrà tanto meglio nelle partite successive, il tutto per quella differenza “minima”, l’episodio, quando in verità l’Italia è una squadra incapace di sopravvivere agli schemi di Sacchi perchè non ha avuto il tempo di oliarne alla perfezione i vari meccanismi. Con la Norvegia e un Signori capocannoniere piazzato esterno sinistro, si raccolgono i tre punti dentro un gara disastrosa. Eccola ancora là la differenza minima: alla nostra linea difensiva non riesce il fuorigioco e Leonhardsen s’invola verso Pagliuca, costretto a proteggere la porta con un intervento di mani fuori area. L’entrata di Marchegiani, è il sacrificio di Baggio. “Ma questo è pazzo?” dirà il numero 10, dando voce al pensiero di una Nazione intera. Sì, matto Sacchi lo era eccome. D’altronde, come definire uno che finì la sua carriera al Milan andando dal presidente Berlusconi con l’ultimatum storico “O me o Van Basten”. A dare l’happy end alla gara con la Norvegia è un Baggio di scorta, Dino, che di testa infila l’1 a 0. L’ultimo match del girone vede la Nazionale inchiodarsi sull’1 a 1 con il Messico, gol di Massaro, e aspettare il passaggio del turno per mano divina – o meglio – come miglior terza classificata.
Agli ottavi, la Nigeria vincitrice del girone composto da Bulgaria e Argentina è un avversario sicuramente peggiore del fatto di trovarsi a giocare a mezzogiorno, con la continua necessità di farmi spremere sopra la testa le spugne bagnate d’acqua per non cadere collassati disidratati a terra. La partita prende già la piega amara al 26′ con la rete di Amunike e davanti alle Aquile, gli italiani appaiono pulcini bagnati (quindi ancor più piccoli della metafora del coniglio tirato fuori dal cilindro di Gianni Agnelli per Baggio). Tutto pare pronto per un revival del ’74, quando Valcareggi e i suoi uomini furono accolti dal lancio di pomodori al rientro dalla competizione in Germania. Quell’azzurro si fa tenebra come nella narrazione di Giovanni Arpino. Serve la luce, un lampo italico, le risorse ataviche che da sempre hanno contraddistinto lo stereotipo degli italiani che si arrangiano, che se poi va male, ce ne sono poi altri che s’incazzano. Quella con la Nigeria è una partita cattiva, dove il grande protagonista è l’arbitro messicano Brixio e l’instancabile Oliseh a distruggere ogni movimento di Baggio. Se proprio doveva essere un apocalisse, ecco il colpo di scena al 75′, con Zola – subentrato a Signori da dodici minuti – viene espulso per un debole tackle e la disperazione del sardo può essere già eletta a fotogramma sintesi della partita. Beffata dalla sfiga, dalle circostanze avverse, da un arbitraggio discutibile, l’Italia alza la testa, emerge nella sua natura, ma soprattutto si ammutina contro Sacchi e all’imperativo dei suoi schemi. Il Ct se ne accorge a pochi minuti dal finale, quando cazzia Mussi: “Fai girare il pallone!” gli urla. Il terzino del Parma non lo ascolta, s’invola sulla fascia e serve Baggio che all’88esimo segna la rete del pareggio. E’ una rottura con le tre partite precedenti e i primi 87 minuti di gara, l’Italia inizia a rispettare la sua natura, il suo Dna che apre ad una sola lettura: quando le cose si mettono male, bisogna affidarsi al genio, al colpo del momento all’uomo della provvidenza: Roberto Baggio. Ai supplementari la Nigeria si chiude misteriosamente in maniera dimessa. Va trovata l’apertura e stavolta è ancora l’anarchia di un terzino, Benarrivo, a far scattare Baggio, a farlo atterrare in area, ad aspettare un minuto e mezzo prima che Brixio faccia ordine mentale e conceda il rigore, al 102′, trasformato dal fantasista non senza il solito brivido: palo e gol. Se potesse, l’atletica e bodybuilder Nigeria si metterebbe in ginocchio, nel campo organizza una reazione confusa ma non c’è niente da fare perchè è l’Italia ad andare avanti, continuando l’ammutinamento a Sacchi. Al triplice fischio finale, i crampi distruggono i muscoli degli azzurri e lo stomaco del suo Ct che non è nel contesto giusto per chiedere un ultimatum alla Figc. L’Italia continuerà il suo ammutinamento e riuscendo ad arrivare a giocarsi la finale contro un Brasile che fa storcere a bocca ai puristi, ma che sposta la gioia italiana del quarto titolo, undici metri e dodici anni più in là.

“Come un tuono in cerca di pioggia”. Francia ’98, quando l’impresa di Suker&co. ispira un libro fuori dagli schemi

Suker Croazia

Da ragazzino, il suo sogno, comune a tanti altri, era quello di giocare assieme a Maradona. Fino all’estate del ’98, Davor Suker era convinto che terminata la carriera, questo sarebbe rimasto il suo rimpianto più grande. E invece fu smentito nei primi anni della sua maturazione calcistica, quando nella stagione ’92-’93, al Siviglia, si ritrovò Diego come compagno di squadra. Il morso allo stomaco, quello che tormenta, arriverà solo più tardi, con i Mondiali di Francia. Il cammino straordinario della squadra outsider a scacchi biancorossi, si fermò solo in semifinale contro i padroni di casa che avrebbero conquistato il loro primo titolo. La Francia s’impose 2 a 1 con un’impensabile doppietta di Thuram. La gara, a dire il vero, pareva essersi messa in discesa, quando proprio Suker, al 46esimo, portò i suoi in vantaggio. Poi si scatenò il difensore ex Parma e alla Croazia rimase solo la medaglia di bronzo, vinta nella “finalina” contro l’Olanda per 2 a 1, nella quale segnarono Prosinecki, l’orange Zenden e Suker, che si laureò capocannoniere del Mondiale con il bottino di sei reti.
L’exploit dell’outsider in competizioni internazionali rappresenta uno dei motivi più forti per cui ci s’innamora del pallone. Sovente, diventa l’ ispirazione per un libro. In questo caso, quello della milanese Laura Basilico, “Come un tuono in cerca di pioggia”, della Robin Edizioni. Un romanzo fuori dai soliti schemi dove gli ingredienti sono l’amore, il calcio – tanto – e l’amore per il calcio – tantissimo. La protagonista Margherita Rimoldi, giornalista con la carriera bloccata, sta per sposarsi con Andrea. A scombinarle i programmi, nell’estate del ’98, l’incontro con l’ex Aljosa, svanito nel nulla quando qualche anno prima decise di partire alla ricerca dei genitori naturali in una Croazia sull’orlo della guerra civile. A meno di due giorni dalle nozze, Margherita sorprende tutti e raggiunge il ragazzo e i fratelli che si trovano a Parigi per seguire la Nazionale del Ct Blazevic, una mossa che rivoluzionerà la sua vita sentimentale e lavorativa.
“L’idea del libro – risponde Laura – è nata proprio alla fine del torneo stesso. L’impresa della Croazia mi aveva colpita molto e mi pareva valesse la pena di raccontare una storia controcorrente, anche un po’ romantica, della squadra poco accreditata che invece emerge e, con pieno merito, riesce a riscattare almeno in parte l’immagine di questo calcio moderno iper programmato, troppo in mano ai teorici e ai tecnocrati”. La fantasia lunatica delle squadre ex jugoslave non è stata l’ispirazione principale al titolo, preso a prestito da un brano degli U2: “C’è un verso in una loro canzone che dice “Come il tuono necessita la pioggia, io ho bisogno del tuo amore” – spiega la scrittrice – Margherita è un tuono, una persona piena di energia che necessita di venir canalizzata nel modo giusto, e quindi di sfogarsi, in un fragoroso temporale. E’ una giornalista e troverà la sua strada capendo di doversi occupare di ciò che ama e conosce profondamente: il calcio. Il percorso ovviamente è in salita, ma il giusto mix di ambizione, testardaggine e competenza alla fine le daranno ragione”. 418110_233828086708027_1385853463_n
Laura Basilico è una tifosa fuori dagli schemi tradizionali, dotata di grande competenza e il libro lo dimostra. “La mia passione per il calcio è nata in tenera età – racconta – sono entrata per la mia prima partita a San Siro a quattro anni e ho continuato ad andare allo stadio stagione dopo stagione. Mi ritengo abbastanza obiettiva ed equilibrata e la mia visione pacifica del tifo è del resto quella che ho voluto illustrare e veicolare anche attraverso le pagine del mio romanzo: una visione diversa anche nel linguaggio, lontana dal lessico bellico più tipicamente maschile”. Narrativa calcistica con un tocco rosa quindi, non per questo meno credibile anche se l’autrice sa quanto una donna faccia ancora fatica ad esserlo in campo calcistico: “E’ una questione che tocca praticamente ogni aspetto della vita sociale e professionale – risponde – Quando una donna in qualche maniera “invade” un ambito tradizionalmente maschile deve fare i conti con una fortissima resistenza preventiva, con lo scetticismo, a volte semi-velato per convenienza ma in realtà più che palese. Nel caso specifico del mio romanzo, mi sono tolta diverse soddisfazioni: sorprendere positivamente una buona fetta di lettori maschi, divertire tante lettrici a digiuno di calcio senza annoiarle, entusiasmare quelle a cui invece piace sentirlo raccontare in modo più consono alla loro sensibilità”. 
“Non ho mai avuto problemi con il mio essere tifosa in famiglia – aggiunge – perché lo siamo o siamo stati un po’ tutti. All’esterno perché questa caratteristica “anomala” è stata considerata di solito più una bizzarria che un difetto o qualcosa del genere. Devo dire, a costo di apparire indisponente, che gli atteggiamenti altrui, se negativi o di derisione, non mi avrebbero toccata in ogni caso. Perché una persona dovrebbe giustificare le proprie passioni, specie quando non arrecano danno a nessuno?”.
Giusto, anche perchè il calcio sta diventando una passione di genere trasversale ormai da anni, grazie anche alla sua piacevole invasività un po’ in tutti i campi del quotidiano e la sfida sta proprio nel non farsi cannibalizzare: “Il suo ruolo, nel libro, è di fare da sfondo e da collante – dice Laura – Racconto una vicenda di persone, di sentimenti, di rapporti umani non sempre facili, sfruttando, per così dire, avvenimenti sportivi e storici reali come la guerra civile jugoslava. Spiegare invece qual è il ruolo di una passione nella propria vita non è mai semplice. Posso citare le parole della sorella di Margherita: “Il tifo potrà anche essere una cosa seria, e io nel mio piccolo passo per una maniaca, ma non abbastanza da farmi andare al lavoro dopo una disfatta con una smorfia da personaggio di Stephen King”. Come dire, tifosa accanita sì, ma le cose fondamentali della vita sono ben altre”.

L’incipit del libro lo trovate qui