Ronaldo e Gesù Cristo, la bulimia, il ginocchio dopato, l’incompreso da Ganz

Campionato del Mondo Germania 2006  Brasile - Ghana

La generazione dei tornelli, dei primi numeri personalizzati di maglia, degli ultimi colpi stellari del calciomercato in serie A, ricorderà un solo Ronaldo. E non si tratta certo di un Cristiano: quello è troppo perfetto, statuario, senza cicatrici e i capelli pietrificati dal gel. Luis Nazario da Lima è più vicino alla fragilità umana, ma lontano dal simbolo Pelè. Il ragazzo povero, dai calci al pallone sulla pietra e il cemento che diventa ricco, famoso, il migliore e poi piega in basso nella sua discesa, dimostrando prima di saper superare crisi epilettiche, tendini a pezzi, un sistema nervoso fragile, un fisico pesante, la bulimia.
La fame di tutto ha segnato la vita di Ronaldo e lo sta facendo ancora: cibo, donne, soldi – tanti – esagerazioni, la vita sul filo del rasoio, perchè “Non mi è stato mai permesso di vivere una vita normale” ha sempre detto. Niente della sua carriera calcistica è stato ordinario, soprattutto se ti chiamano subito “Fenomeno” e la Pirelli ti apre le braccia come Cristo. Il calcio è religione, più spesso blasfemia. Lo scrittore catalano Manuel Vazquez Montàlban lo ha amato più di qualsiasi altra persona (al pari di Massimo Moratti) e di lui ha condensato un ritratto memorabile: “E’ un pugile col colpo del ko facile ma con i piedi di Fred Astaire”. Con i guantoni ha fatto forse a botte con le sue paure, come ballerino i vari carnevali dimostrano che non se la cava un gran che. Il pallone: il pallone sì, è stato tutto.
“Paura del buio” di Enzo Palladini, è una biografia non autorizzata del calciatore, nel quale non viene omesso niente che non si possa sapere di Ronaldo, dentro c’è anche l’amore – neppure troppo tra le righe – del giornalista per un giocatore compiuto al 70% al quale questo, l’autore rimprovera, più di qualsiasi altra scelleratezza, anche se ne è la conseguenza.

Il ginocchio e l’ombra doping – Il dolore inizia nella seconda stagione al Psv. La genesi di quella che sarà una croce, inizia con un chiodo in terra olandese, nel 1995. Rapidi furono l’aumento di chili e centimetri, magari troppo e allora il sospetto. Bernardino Santi, coordinatore della struttura antidoping della federazione calcio brasiliana, non ha dubbi quando rilascia un’intervista nel 2008 a al quotidiano “Folha de Sao Paolo”: “In Olanda hanno somministrato anabolizzanti a Ronaldo (…). Ho parlato con colleghi olandesi e con persone che lavorano intorno al Psv, anche se non direttamente con i medici del club. Somministravano alcuni integratori vitaminici a Ronaldo, ma tra questi c’erano anche anabolizzanti che potrebbero averlo fatto crescere più di quanto la natura avesse previsto. I suoi infortuni successivi sono stati la conseguenza di una crescita muscolare eccessiva”. Le dichiarazioni di Santi fecero scalpore e la stessa Federazione brasiliana lo attaccò duramente. Il dubbio legittimo, aveva i contorni di un’ipotesi veritiera ma si doveva soprassedere.

Lo slogan della Nike censurato – Nell’ottobre del ’96 il Barcellona umiliò il Compostela per 5 a 1 con doppietta di Ronaldo. Uno di quei gol è nella storia e sempre lo sarà per la sua bellezza, visto e rivisto più volte al rallentatore e montato in varie versioni su you tube. Lo sponsor americano decise di comprare i diritti della partita e di regalargli uno slogan religioso: “Immagina di chiedere a Dio di diventare il più forte calciatore del mondo… E Dio ti ascolta”. Di quella pubblicità non se ne fece niente, con l’opposizione degli avvocati del Compostela che parlarono di immagini prive di consenso e umiliazione pubblica degli avversari.

Paura del buio – Nel 2000 una giornalista della rivista “Veja” riuscì a strappare a Ronaldo un’intervista interessante.
– Ha paura di qualcosa?
– Non ho paura di niente
– Di niente?
– Solo del buio
– Dorme con la luce accesa?
– Completamente accesa
– Ma di cosa ha paura? Dei ladri?
– No, di cose che fanno parte della mia immaginazione.

Ganz non capisce – Il corteggiamento costante di Massimo Moratti, ha epilogo felice nel 1997. E l’arrivo di Ronaldo il Fenomeno, qualche malumore lo creò. Il più amareggiato dall’arrivo di un concorrente, fu Maurizio Ganz che durante il ritiro sbottò: “Non capisco perchè abbiano preso un altro attaccante, visto che eravamo già in tanti”. La Serie A era ancora un campionato serio e di Ronaldo ci si poteva ancora permettere il discorso fritto del “Dovrà conquistarsi il posto in squadra, nessuno ce l’ha per diritto divino”. Esterofili sì, ma prima d’incensare…

Profumo di Beckham – In una partita di Champions del 2003, il Real battè il Manchester per 3 a 1. Ronaldo e il giocatore inglese si scambiarono la maglia: fu il primo gesto di una lunga serie a costruzione di una futura amicizia. “Volete sapere una cosa? – disse il brasiliano nel post gara – Alla fine della partita la maglia di David non puzzava di sudore, anzi era profumata. Questa è classe”.

Amabili resti – Palladini, chiude così la biografia: “(…) Negli occhi di chi l’ha visto giocare dal vivo, resteranno accelerazioni che non si erano mai viste prima e che non si vedranno più. Resterà il ricordo di un numero 9 che per una beffa del destino ha giocato due delle sue migliori stagioni con il 10 (primo anno all’Inter) e l’11 (primo anno al Real e unico campionato nazionale vinto), resterà il soprannome di Ronaldo Fenomeno che nessun Cristiano potrà mai usurpare. Lo aspettano anni di ricordi e di agiatezza, forse un giorno spiegherà almeno a se stesso perchè non ha voluto diventare il più grande di tutti. Paura del buio, ma forse anche della luce”.

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Lacrime di Stramaccioni. Il tabù del pianto in Serie A

Strama

E’ lo sport ad avere infranto il tabù delle lacrime maschili. Piangono di più gli uomini delle donne nelle varie discipline, almeno in quelle dove la disperazione è più a portata di mass media. Il pianto di delusione, dolore o gioia, ha una rilevanza mediatica direttamente proporzionale al livello della competizione. Facile provare empatia per i sentimenti espressi dagli atleti durante un’Olimpiade o un Mondiale di calcio, assieme allo stereotipo dei quattro anni lunghi e penosi di preparazione che potrebbero farti salire sul podio come massacrarti l’anima per non aver ottenuto neppure un ritaglio di visibilità. Più difficile, invece, capire quelle di impotenza e frustrazione o tristezza vera nei semplici campionati. E il pallone è l’ultima culla rimasta dell’intolleranza alle lacrime maschili perchè il calcio è il gioco maschio per eccellenza e quello dove sopravvive il dogma del pianto che è da femminucce. Forse, è ancora più resistente della dottrina del “433” zemaniano.
Due domeniche fa le lacrime di disperazione del tecnico dell’Inter Andrea Stramaccioni, mentre la sua Inter si disfaceva in mille pezzi a Siena, sono state “paparazzate” da Mediaset, chiuse in un fotogramma, nel quale il mister cercava il tasto “pausa” al pianto (così come chi curava il montaggio del servizio). In vita sua, l’allenatore romano ha avuto di che piangere sul serio: nel ’94-’95 Stramaccioni stava per spiccare il volo e diventare giocatore vero nel Bologna di De Marchi e Nervo, poi un infortunio molto serio al ginocchio bloccò le ambizioni del 18enne che vuole emergere nel calcio che conta.
Buttati gli scarpini, Stramaccioni torna a Roma, si diploma al liceo classico e si laurea in legge, discutendo la tesi, in diritto commerciale, sulle società sportive quotate in Borsa. Il resto, è storia recente. Il tecnico dell’Inter si fa passare la nausea per il calcio e lui, ragazzo, inizia ad allenare ragazzini. Alla Roma lo vorrà Bruno Conti, all’Inter Ernesto Paolillo e infine il presidente Massimo Moratti.
Accusato di voler imitare Mourinho, ha saputo staccarsi un po’ da questa figura perchè tecnico scrupoloso e che sa mettersi molto in discussione, flessibile anche nelle sue idee tattiche. Chissà se il tecnico portoghese avrebbe saputo piangere di fronte alla disfatta di Siena. La risposta non è scontata visto il personaggio a volte così prevedibile da risultare prevedibilissimo. Sta di fatto che il pianto di Stramaccioni strideva ancor di più davanti ad un Inter così muscolare nonchè la meno tecnica degli ultimi anni.
Piangere in pubblico non è diventato più tabù, tranne nella nostra serie A. E c’è differenza nelle reazioni di fronte alle lacrime. Mostrare le proprie debolezze oggi è segno di coraggio e sensibilità ma differenti sono gli atteggiamenti a fronte di una Miss Italia che piange e davanti alla quale l’uomo assiste al crollo della sua la libido, diversamente da un uomo che lacrima per il quale le donne hanno invece un innalzamento del desiderio sessuale. Così dice uno studio dell’Università di Tokio, ma in serie A il pianto è meglio ricacciarlo indietro e quando non riesce va paparazzato al pari di un Lapo Elkann con l’ennesima nuova fiamma. Eppure nel calcio si piange e tanto. Il pianto di uomo di ghiacchio-Pirlo al termine della finale dell’Europeo perso l’estate scorsa contro la Spagna, è storia. Lo hanno capito anche i tedeschi che ci si può lasciar andare e farlo pure sapere, soprattutto se arrivi sempre favorito a batterti con l’Italia, ma poi esci sconfitto per l’ennesima volta. “Negli spogliatoi sono tutti in lacrime – disse il Ct Joachim Löw a fine partita – Nessuno dice una parola”. Pianto comprensibile, ammissibile, accettato. Europeo.