L’amore freddo per Mancini

Mancini

La si potrebbe chiamare professionalità. Il concetto, però, andrebbe di traverso lo stesso, perchè il tifo è solo dilettantismo, nel senso che la freddezza non ce l’ha ed è privo di lucidità. E’ una febbre, impossibile non rimanere scottati.
Roberto Mancini, uno dei giocatori che alla Lazio ha dato tantissimo, è stato sbattuto in prima pagina dal Corriere dello Sport con un titolo volutamente provocatorio e tirato: “Sarei tornato solo per la Roma”. Uno strillo forzato, perchè all’interno dell’articolo l’ex mister del City dice molto altro ma fa intendere che se la Roma l’avesse chiamato, avrebbe accettato senza ombra di dubbio, conscio del desiderio di una tifoseria – una volta contro – che gli avrebbe perdonato il passato da laziale.
Difficile stupirsi dell’uomo Mancini, non è nuovo a queste dichiarazioni un po’ irriconoscenti e con un affetto non ricambiato. In fondo, alla Lazio, ne sono passati molti di giocatori così, lui vale la pena di essere autolesionisticamente amato.
Ultimi scorci estivi del ’97. In panchina c’è Eriksson ma c’è soprattutto Mancini, al quale il tecnico svedese dà carta bianca totale. Il primo sacrificato dell’iniziale 4-3-3 è Nedved, perchè il numero 10 viene affiancato da due tra Casiraghi, Boksic e Signori. Tenere fuori il ceco è follia e allora si passa al 4-4-2 con Mancini titolare, Nedved esterno sinistro e di fianco un centravanti. Uno tra Casiraghi, Boksic e Signori è di troppo. A dicembre, l’attaccante bergamasco verrà ceduto alla Sampdoria, non senza qualche strascico polemico da parte di una tifoseria che ce l’ha con Mancini, ritenendolo il responsabile della partenza dell’idolo di Curva. Scrive Paolo Condò ne “Il calcio dentro”: “E’ una situazione classica del calcio, vista in molte piazze non abituate a vincere. Spesso il campione che rimane, malgrado la mancanza di risultati, viene amato assai più di quanto accada a un suo contraltare che gioca invece per un club pigliatutto. C’è un banale meccanismo psicologico alla base (…): l’esperienza insegna che la condivisione della sofferenza, vincola molto di più di una comune felicità. Alla Lazio questo corollario da dottor Feud si esemplifica nell’attacco al nuovo leader, quello che promette finalmente grandi successi a favore della vecchia bandiera”. Mancini affronta di petto la contestazione e senza mezzi termini critica una piazza priva di cultura sportiva e predica la priorità degli interessi di squadra a quelli dei singoli. Il laziale non la prende male, in fondo, se hai alto spessore carismatico, queste accuse te le puoi permettere anche dopo la sconfitta a Torino contro la Juventus, che relega i biancocelesti al nono posto e a dieci punti di distanza dalla capolista. Quell’anno la Lazio conquisterà due finali: una di Coppa Uefa, persa con l’Inter; e vincerà quella di Coppa Italia contro il Milan. Mancini aveva preso già le redini della squadra. Mancava la voce grossa in società.
E’ trionfo in Supercoppa a Torino contro la Juventus ma al giocatore c’è qualcosa che non torna e gli punge la lingua: il mercato. Cragnotti cede in un colpo Fuser, Jugovic e Casiraghi e, stimolato (forse) da Mancini, acquista Mihajlovic, Stankovic, Couto, Salas, Conceicao e De La Pena. Non solo: l’ultimo botto è l’arrivo di Vieri, che relega in panchina Mancini, almeno finchè il centravanti non si infortuna dopo poche settimane dall’inizio del campionato. Si fa male anche Boksic e per una squadra che già doveva fare a lungo a meno di Nesta, potrebbe essere il colpo di grazia. Eriksson punta ancora tutto su Mancini, schierandolo costantemente seconda punta. Risultati alterni fino alla campana del derby che fa tremare la panchina di Eriksson. Una doppietta di Mancini e una rete di Salas portano la Lazio sul 3 a 1 ma nell’ultimo quarto d’ora la Roma, seppur in inferiorità numerica, centra il pareggio con Di Francesco e Totti. La Lazio chiude la giornata decima in classifica e a 8 punti dalla Fiorentina capolista. Dentro lo spogliatoio biancoceleste, si consuma un diverbio di fuoco. “Un litigio fra persone intelligenti, è molto più utile che restare zitti” confermerà poi Mancini qualche tempo dopo, rincarando la dose con un episodio alla Sampdoria: “A Marassi c’è ancora un buco su una porta sfondata da Vialli con un pugno. I giovani devono capire che nel calcio ci vuole passione”, la stessa che la punta rimprovera ai compagni troppo egoisti. Da questo momento lo spogliatoio, è nelle sue mani. Seguiranno nove vittorie di fila, una Lazio al secondo posto e ad un punto dalla Fiorentina. Poi, con il rientro a gennaio di Vieri, altro cambio tattico, perchè Eriksson imposta un 4-4-2 e arretra Mancini a centrocampo, un ruolo più defilato e un rospo da ingoiare per chi ormai è il leader più luminoso della squadra. L’attaccante accetta e va ad affiancare Almeyda, con il compito – ovvio – di sviluppare l’azione. Con il rientro di tutti gli infortunati, la Lazio prende il volo ma lo scudetto, in un finale di stagione amarissimo e tanto polemizzato, andrà al Milan. C’è gloria però il 19 maggio del ’99: l’ultima Coppa delle Coppe della storia è laziale.
Vieri lascia Roma per l’Inter e Mancini non la prende bene e non glielo manda a dire: “Se fosse rimasto, avrebbe vinto il Pallone d’Oro – dice – In più si perderà anche lo scudetto”. Intanto arriva la supercoppa contro il Manchester, vinta con un gol di Salas servito dall’assist di Mancini. Il campionato ’99-00 è ormai storia, da raccontare ai nipoti ad oltranza, è l’anno del Giubileo laziale e dello scudetto vinto in maniera singolare, all’ultima giornata, confermato solo alle 18 passate e ufficializzato da RadioRai.
Il ritiro verrà invece annunciato il 23 maggio, in conferenza stampa: “Smetto adesso – spiega Mancini – perchè preferisco farmi rimpiangere oggi, che sentirmi dire ‘era meglio se smettevi un anno fa’. Meglio chiudere da vincente e, con uno scudetto e una Coppa Italia appena conquistati, non potrebbe esserci momento migliore. Lo scudetto, già. Nulla accade per caso: ho concluso l’unico mio campionato di serie A senza un gol. Forse è stato il prezzo per raggiungere il titolo, me lo sentivo”.
Premonizioni a parte, la Lazio non avrebbe conquistato mai quella mentalità vincente senza un giocatore come lui, che non ha mai baciato maglie ma se l’è presa a morte per quel 10 alla Sampdoria non ritirato, che lasciò al naufragio la Lazio (chi, però, sarebbe rimasto?) nel momento societario peggiore della sua storia, che ha sempre fatto dichiarazioni di apprezzamento alla Roma. Amare Mancini è un sentimento a cuore gelido. E si può fare.

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Perchè Ibrahimovic non è un mercenario

Lo chiamano zingaro perchè di zingaro ha il sangue misto, perchè è cresciuto in un ghetto svedese assieme agli altri immigrati coetanei, perchè la sua infanzia è stata tutta un ping pong di affidamento alla madre o al padre. In pochi lo sanno ma a Zlatan Ibrahimovic non secca per niente questo soprannome, anzi. Capisce l’italiano benissimo ma non ha nessuna intenzione di parlarlo meglio, semplicemente perchè a lui piace usare le parole con quella cadenza, poche proposizioni, meno articoli. In altre parole, è una consapevolezza e se la tiene stretta.
Di mondo ne ha girato poco, almeno calcisticamente parlando. Le sue squadre sono state tutte dentro l’Europa che sportivamente conta: Svezia, Olanda, Spagna, Italia. Gli manca la Francia, arriverà a Parigi dallo sceicco (“grullo” come ama sottolineare un mio amico) quelli che si prendono un club glorioso, il Paris Saint Germain in questo caso, e poi si circondano di persone che di calcio non è che ci sappiano poi tanto fare (vedi il sudore a litri del Man City per arrivare a vincere qualcosa).
Ibra lascia Milano per un ingaggio faraonico, disposto ad abbandonare il Milan solo per uno stipendio esorbitante ed eccessivo.
E’ un mercenario.
Forse, magari no, visto che è il Milan costretto a fare cassa e quindi obbligato a cedere. Diventa quindi giusto che lo svedese metta bocca almeno sull’ingaggio futuro.
Mercenario perchè, se fare il calciatore è un lavoro? Se calciare un pallone e farlo bene e vincere avviene dietro un compenso?
Bandiera di cosa, in un settore lavorativo come questo dove i club chiedono solo la spremitura espressa di un atleta, nessun lungo termine per “aspettare” che un giovane cresca?
Ibra venduto? Sì. Ibra “un” venduto? No, se per primi sono gli addetti ai lavori a pretendere che un calciatore giochi da infortunato e lo faccia al top, se  il tifoso anche più innamorato si aspetta e si accontenta delle solite frasi di rito “Voglio vincere con questa maglia” o “Amo questi colori” oppure “Resterò qui più a lungo possibile”? In fondo serve sempre un appiglio, una sequela di stereotipi per credere in qualcosa, perchè affidarsi invece alle novità è più difficile, faticoso, destabilizzante, anche per chi va allo stadio e non mette sempre il culo sul divano davanti alla pay tv.
Il calcio è l’unica passione dalla quale si pretende che sia il cordone ombelicale che ci tiene uniti alle consapevolezze infantili. Poco importa se la Serie A è scesa a livelli mediocri, se le società sono allo sbando, se l’Uefa fa diventare il fair play finanziario un’inutile baggianata.
Il calciatore ideale è ormai quello bionico: non importa dove giochi, contro chi giochi, perchè giochi. Conta solo una cosa: finchè veste quella maglia deve dare qualsiasi cosa di se stesso, compreso il processo di osmosi sociale con la vita in una città a lui sconosciuta.
L’ultima bandiera è stata forse Gigi Riva, l’ultimo professionista Pavel Nedved. Nessuno dei due ha al momento lasciato eredi.
Quanto alla mediocrità della nostra Serie A (che non dipende solo dal calare del volume degli investimenti) un ultimo appunto: se solo quattro o cinque anni fa il Milan avesse sostituito un certo Alessandro Nesta con Francesco Acerbi, cosa sarebbe successo?  Il cuore in pace di adesso? Mi sa di no.