Calciopoli, quando l’ex arbitro Bertini disse: “La Cassazione mi darà ragione”

paolo bertini

Ultimo round. Ieri in Cassazione si è scritto il capitolo finale di “Calciopoli”. Qui le sentenza.

Il 29 dicembre scorso, quando tutto sembrava dovesse terminare a gennaio, l’ex arbitro Paolo Bertini di Arezzo, mi rilasciò questa intervista in esclusiva per “Fantagazzetta”.

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Poco più di un mese fa ha terminato il corso per l’abilitazione da direttore sportivo. L’ex arbitro Paolo Bertini ha voglia di rientrare nel calcio, stavolta con un incarico diverso. “É il mio mondo – spiega in esclusiva a Fantagazzetta – una grande passione che ho avuto modo di mettere in pratica ottenendo grandi soddisfazioni. Adesso vorrei che queste fossero replicabili ma dando il mio contributo professionale in tutt’altro ruolo”. 

Sono passati sette anni da quando ha chiuso la carriera di arbitro: “In questo lasso di tempo mi sono occupato del mio lavoro di promotore finanziario – fa sapere l’ex direttore di gara – ho tralasciato calcio e ambiente arbitrale”.

Tuttavia la sua battaglia contro le sentenze di “Calciopoli” non è ancora terminata: il 17 dicembre 2013 è arrivata in Appello la condanna a dieci mesi. Quanta delusione?

“Tanta. In primis per la valutazione data alle prove eclatanti e lo si capisce dalla motivazione della sentenza che dimostra il modo in cui sono state interpretate. E poi mi sono sentito preso in giro: essere accusato di associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva vale una pena di dieci mesi? Questo significa che è stata imboccata la strada della non colpevolezza o comunque colpevolezza lieve rispetto alle pene che comporta questo tipo di reato. In ultima istanza io entravo nel processo penale con cinque capi di imputazione – uno per associazione a delinquere e gli altri cinque per episodi di frode sportiva – e con le stesse prove, interpretate con gli stessi strumenti, da cinque sono stato assolto e da una condannato. Ecco perchè la delusione è molta”. 

Una curiosità: come mai non è mai ricorso alla prescrizione? 

“Dopo sei anni di gogna mediatica e processuale io non mi accontento della prescrizione, la quale è arrivata per i miei reati nell’aprile del 2012. Pretendo l’assoluzione. Il 22 gennaio prossimo, in Cassazione, mi aspetto una sentenza diversa”. 

Tornando ad un anno fa circa, nella sentenza di secondo grado, il tribunale di Napoli l’ha condannata in quanto le ha attribuito all’epoca dei fatti il possesso di una sim con la quale intratteneva contatti con Moggi. Tuttavia non è stato dimostrato che questa sia stata comprata e dunque consegnata dall’ex dg della Juventus. Come si spiega la sua colpevolezza su queste basi?

“Il processo si regge tutto su questo, sulla consegna di questa scheda ma c’è prova piena e contraria che io questa sim non la potevo detenere. Tra le due schede, quella attribuita a Moggi e quella attribuita a me, ci furono contatti costanti durante tutta la stagione e quindi non solo prima e dopo le partite nelle quali sono finito sotto accusa. Contatti in essere anche quando io non arbitravo oppure arbitravo partite nelle quali la Juventus non era interessata e anche quando dirigevo le gare che andavano ad interessare il Milan, quell’anno la diretta concorrente dei bianconeri nella vittoria del campionato. Quella stagione io ho arbitrato sei volte il Milan e i rossoneri, con quattro vittorie e due pareggi, hanno ottenuto più punti della Juventus da me diretta tre volte, match nei quali i torinesi hanno raccolto cinque punti. Da qui l’illogicità nell’additarmi arbitro pro Juventus o pro Moggi. L’altra cosa illogica è stata quella di attribuire alla scheda la finalità di aprire un canale per il raggiungimento di risultati positivi in campo. Questa scheda è in funzione anche durante Atalanta-Milan che io arbitrai lo stesso giorno della tanto polemizzata Roma-Juventus. A Bergamo si giocò alle 18 mentre nella capitale alle 20:45. In quella giornata furono tanti i contatti telefonici tra le due sim e il Milan vinse al 94′ per 2 a 1, quando io avevo assegnato solo tre minuti di recupero ma ne concessi un altro causa un infortunio. Lì la dirigenza juventina fu molto polemica nei miei confronti”. 

C’è poi un’altra anomalia che riguarda la sim. La scheda le è stata attribuita il 14 gennaio 2005 quindi dopo la partita Milan-Juventus del 18 dicembre 2004 per la quale lei è stato condannato. Conferma?

“Sì. Su queste schede c’è un alone di mistero che fa impressione, a partire dai presupposti con i quali sono state attribuite. Dalla testimonianza di colui che ha venduto le stesse ad un emissario di Moggi, emerge che il secondo blocco della quale fa parte la sim a me attribuita, è in funzione dall’ottobre del 2004. Anche questa è una palese anomalia. Possono sembrare tutti argomenti paradossali ma questa è stata Calciopoli”.

Sim ed intercettazioni. Che reazione ha avuto in quella tra Facchetti e il designatore Bergamo, a proposito di Inter-Cagliari, quando il presidente dell’Inter disse che sarebbe dovuta arrivare la quinta vittoria, visto che fino ad allora il suo score “arbitrale” con i nerazzurri era di quattro vittorie, quattro pareggi e quattro sconfitte?

“Non ci rimasi nè bene nè male. Calciopoli fu questo: l’apertura di canali colloquiali tra dirigenti arbitrali e dirigenti di società. Il tutto regolato ed autorizzato  dal presidente Federale e dalle norme vigenti. Poi che il contenuto delle conversazioni fosse troppo amicale e oltre il lecito non sta a me a dirlo, ci sono le sentenze sportive e penali a parlare. Tutte – ripeto tutte – le società di calcio ricorrevano a questi canali. Certo non sta a me giudicare quanto detto all’epoca dal mio designatore, anche se per me furono parole inopportune. Il paradosso è che Calciopoli ha preso in esame solo le intercettazioni di alcune società, una in particolare, escludendo le altre, in modo talvolta sospetto. Tutto il sistema funzionava a quella maniera, non è che c’erano dei canali di comunicazione privilegiati. Se il processo avesse esaminato in toto tutte le telefonate, forse avremmo avuto un’interpretazione diversa di Calciopoli, con il coinvolgimento di tutti i club. Alcune intercettazioni del Milan non sono state prese in considerazione forse perchè più scomode rispetto a quelle analizzate. L’Inter è invece “scomparsa” da Calciopoli. Se avessero fatto lo stesso tipo di ricerca esteso a tutte le società, le avrebbero coinvolte tutte a processo”. 

Tornando ad oggi, invece, cosa è cambiato maggiormente nel calcio italiano in questi sette anni nei quali è rimasto lontano, soprattutto a livello arbitrale?

“L’attuale livello arbitrale è in linea con quello tecnico del campionato. Prima del 2006 i campionati erano difficili e combattutti dalle cosiddette “sette sorelle”, per noi arbitri c’era più pressione perchè molte di più erano le gare clou rispetto ad oggi con la diminuzione della competitività”. 

Di sicuro il clima non è meno velenoso che negli anni di “Calciopoli”…

“No, ma il processo che ne è conseguito non aveva certo lo scopo di stemperare. All’epoca si era volutamente creato il sistema che ha poi portato a “Calciopoli”: la volontà di creare i canali tra designatori arbitrali e dirigenti societari. La Federazione incentivava questi canali”. 

Tra meno di un mese l’arbitro aretino vedrà calare il sipario sull’intera vicenda, con la sentenza della Cassazione: “Mi aspetto giustizia, così come è accaduto nel processo sportivo. Ci spero ed è questa la motivazione per la quale ho rinunciato alla prescrizione: per rispetto di me stesso e della verità”. 

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Berbatov, il mancato colpo alla Nedved, lo rimpiangerà soltanto Marotta

C’è uno scatolone che contiene tutti i Guerin Sportivo che ho collezionato fino ai 22 anni. Il primo che acquistai, datato gennaio 1995, aveva in copertina il Milan prossimo all’acquisto di Weah e il Parma e la Juventus che si contendevano Figo, allora con i capelli ricci e lunghi che, all’epoca, erano soliti portare un po’ tutti i giocatori portoghesi.
A distanza di 17 anni è doloroso trovarsi un calciomercato italiano così povero come quello che si è chiuso lo scorso 31 agosto, più misero d’idee che di soldi, più decadente nel prestigio dei nostri club se tra Juventus e Fiorentina, a decidere è la moglie di un giocatore che lo obbliga a rimanere a Londra ma con un’altra casacca: quella del Fulham.
Non rimpiangeremo Dimitar Berbatov, anche se a rimpiazzarlo sono arrivati Bendtner e Toni. L’unico a cui questo mancato acquisto farà male, sarà solo il direttore generale Giuseppe Marotta, spinto a tentare il colpo di prepotenza per soffiare l’attaccante che già si era accordato con la Fiorentina. Pareva già tutto fatto e a Marotta i tifosi juventini e tutto gli addetti ai lavori, stavano già consegnando il permesso di avvicinarsi a Luciano Moggi, colui che è stato re del calciomercato, avendo a disposizione tutti i mezzi possibili ma meno soldi di quelli che hanno formato il budget dell’attuale dg della Juventus sul mercato di questi ultimi anni.
“Ti prendo e ti porto via” cantava Vasco Rossi nel 2001 e la Juventus ne fece lo slogan di riuscita delle proprie trattative, con tanto di blitz aereo. Il tentato colpo di prepotenza sull’acquisto di Berbatov ricorda quello messo in atto e andato in porto di Pavel Nedved.
Il laterale ceco che si mise in luce durante l’Europeo inglese del 1996 facendo a fette l’Italia di Sacchi, non era nessuno o quasi, tranne che per Zdenek Zeman. Lo chiese a Cragnotti ben prima della competizione, ma l’ex presidente della Lazio lo trattò solo dopo e allo Sparta Praga andarono otto miliardi di lire. Nedved vinse tanto e si consacrò a Roma, con la maglia della Lazio stette fino al 2001 e solo uno come Luciano Moggi potè strapparlo da un’intera carriera che si sarebbe chiusa in biancoceleste. Una cessione dolorosa, che rimpinguava le casse laziali di 65 miliardi. Il preliminare d’accordo tra le società era già stato firmato ma Cragnotti quando cedette Veron ci ripensò e fece sapere al club torinese che Nedved sarebbe rimasto alla Lazio. Il ceco, nel frattempo, è a Cheb, sua città natale e aveva già fatto sapere che di andare a Torino non ne voleva sapere. Solo che del ripensamento della Lazio non sapeva niente. “Mi ero messo d’accordo con Cragnotti per il suo trasferimento, ma mancava l’ultimo tassello: la volontà del giocatore – confermerà poi Moggi qualche anno dopo in un editoriale – Nedved viveva all’Olgiata, una delle zone più belle di Roma, e non aveva alcuna intenzione di spostare la sua famiglia di lì. A quel punto, tramite Raiola, riuscii a raggiungere un accordo, Avrei fatto visitare in gran segreto a Pavel il quartiere in cui avrebbe vissuto a Torino, e qualora fosse stato di suo gradimento, avrebbe onorato il gentlement agreement che avevo già raggiunto con il suo Presidente. La mossa vincente, fu quella di informare giornalisti di stampa e televisione dell’arrivo di Nedved a Torino, in modo tale che quello che doveva essere un accordo segreto fosse reso noto al pubblico. Così fu, e da quel momento il ceco non potè più rifiutare il suo trasferimento in bianconero”.
Moggi convinse Nedved che la Lazio voleva disfarsi di lui, in forza di un accordo preliminare che il dirigente bianconero non aveva mai promesso a Cragnotti di fare a pezzi. La Juventus mandò un aereo in Repubblica Ceca a prelevare Nedved, portarlo a Torino, farlo firmare e incoronarlo uomo simbolo della Vecchia Signora. La villa all’Olgiata era già lontana dalla testa, in quelle 24 ore nelle quali Nedved si rese irraggiungibile.
Di analogie con tra la trattativa tra Berbatov e quella di Nedved, cene sono poche, ma è stato il diverso epilogo a determinare, forse per sempre, la collocazione di Marotta nella storia della società juventina e a tracciare un nuovo e ad altro solco che allarga la forbice tra la Juventus pre-Calciopoli e quella post.

Le vedove di Moggi

“E’ il mio idolo e un giorno spero che si arriverà presto a sapere la verità”. “Direttore, lei è veramente un mito! Manca al mondo del calcio e soprattutto a noi”. “Hanno il coraggio di parlare persone e personaggi solo per andare contro al più grande intenditore di calcio. Mitico”.
Stralci di tweet, riproposti più o meno fedelmente e diretti a @LUCIANOMOGGI. Non è dato sapere chi si occupi dell’account, anche se è certo che non si tratti del diretto interessato ma comunque un “team” a lui vicino. Forti sono i contributi del sito www.ju29ro.com sicuramente uno dei migliori giornali on line sulla Juventus per quanto riguarda il numero degli articoli e degli aggiornamenti (giudizio oggettivo e 100% gratuito).
La sostanza tuttavia è un’altra. I tweet su riportati sono prettamente di fede bianconera ma non tutti e di adolescenziali “mitico” Luciano Moggi ne riceve a bizzeffe perchè l’Italia è quel paese dove va trovato in fretta il capro espiatorio di uno scandalo, lo si manda alla pubblica gogna, salvo poi dopo qualche anno passare ai processi di beatificazione. Dal beato si procede all’unzione di martire e infine al “mitico” che fa tanto anni ’90 e calcio anni ’90.
Tutte vedove di Moggi, del calcio inventato da Moggi, dei trucchi prepotenti usati in sede di calciomercato, dell’arroganza di chi sa di essere il regista e l’artefice del destino di attori che a volte ti si rivoltano contro.
La verità è che il calcio italiano ha ancora bisogno di Moggi, perchè è stato l’unico o quasi ad aver pagato Calciopoli, motivo che va a rafforzare la sua figura di depositario di ciò che veramente succedeva in quegli anni dove la Juventus avrebbe vinto lo stesso tutto quello che ha vinto (o quasi), semplicemente perchè la più forte, anche senza sequestrare arbitri e affini, ammesso che a questo punto l’abbia fatto veramente.
Il calciomercato italiano latita, s’inventano telenovele Destro, Kakà, Lucas e mica succedeva quando c’era lui, quando litigava con Mino Raiola per portare Ibrahimovic alla Juventus, quando si prese gioco di Cragnotti trascinando Nedved da Roma aTorino.
Vedove di Moggi i tifosi che la prepotenza in campo, di parola e di manovra, danno un senso di immortalità e potenza rispetto alle altre società, chè in fondo bastava il nome: “Luciano Moggi”.
Vedove di Moggi chi frustrato dai risultati della propria squadra vede colpe retroattive ai tempi in cui il direttore ora radiato faceva il bello e il cattivo tempo, con la differenza che lui l’ombrello non aveva mai bisogno di aprirlo.
Vedove di Moggi quei giornalisti che per dare brio alle conferenze stampa di Zeman, riscatenano battaglie anacronistiche tra i due, tirando di nuovo in ballo il dottor Ventrone e i muscoli troppo straripanti di Vialli; chi non sa come riempire le pagine dei giornali, cosciente fino in fondo che anche l’informazione sportiva su carta è in agonia.
Il calcio italiano e non solo ha bisogno di Moggi, che effettivamente di calcio se ne intendeva ma sempre sia beata la Nazione che non ha bisogno di miti, beati, martiri e telefonate da intercettare.

Il nuovo Zeman usato come santino

Irriconoscibile nella sua prevedibilità. Se il 4-3-3 di Zeman è ormai dottrina e marchio omologato, si fa fatica a ritrovare nell’allenatore boemo, tracce di diversità dal parco mondiale dei tecnici, quando si tratta di ascoltare le sue dichiarazioni post vittoria del campionato vinto con il Pescara.
L’ultima intervista rilasciata a Mediaset è sconcertante per chi si era affezionato alla figura di uno Zeman solitario, silenzioso più che pragmatico nel verbo, quello che contemplava il “labora” ma non l’ “ora”.  Quello della polvere contro i mulini a vento, l’uomo che non accettava alcun compromesso.
“La scelta di Thiago Silva e Ibrahimovic di andare al Psg? Vanno dove ci sono i soldi e fino a quando i pozzi di petrolio durano è una scelta giusta”.
Una battuta innaturale e soprattutto forzata, sull’esauribilità del combustibile fossile che ha parzialmente a che fare con il patrimonio attuale di uno sceicco.
Nessun sussulto su una cessione eccellente come quella di Fabio Borini, perchè se va via “a me piace Destro”. Peccato che l’alternativa naturale al primo attaccante non sia proprio l’ex giocatore del Siena e che il suo arrivo non sia scontato.
Immancabile l’ennesima puntata della sua battaglia contro la Juventus di Luciano Moggi, nemico che non esiste più da almeno sei anni: “Ho detto che 28 scudetti per la Juve sono anche troppi e chi ha seguito il processo di Calciopoli sa perché. Le parole di Moggi? Se l’essenza del calcio sono doping e corruzione allora è vero: ne sono lontano…”. 
Battute su una guerra totalmente anacronistica e contro un personaggio che non è più parte attiva nel nostro calcio eppure per Zeman pare essere ancora lì, come se Calciopoli fosse ancora in piedi con gli stessi personaggi.
Il boemo che predilige i fatti e critica Mourinho di essere un ottimo gestore della comunicazione con i mass media e un allenatore mediocre, sta snaturando se stesso accogliendo la figura che gli è stata imposta ormai da anni: quella del santino. Nel libero arbitrio, lui è il Bene pulito, vergine, il suo calcio religione, lo spettacolo in campo miracolo a ripetersi ogni domenica. Se non stai dalla sua parte allora accogli il Male, quello del risultato a tutti i costi, quello che la palestra e le infiltrazioni antidolorifiche sono il veleno rispetto ai gradoni e alla dieta vegana. E’ che con Zeman ci si diverte, Zeman torna a far riempire gli stadi, Zeman valorizza i giovani, Zeman fa sbocciare sconosciuti. Zeman non vince mai niente se non le partite con le goleade. Zeman risolve i problemi e quando non lo fa, tutto dipende da lui, fa niente se magari aveva a disposizione un organico non proprio eccelso. Sarà colpa sua, del suo integralismo ideologico e tattico, della sua testardaggine, della difesa tenuta troppo alta, del derby una partita uguale alle altre.
Zeman è il santino che scaccia i dolori e che funziona meglio del maalox per il mal di pancia quando le cose vanno storte, perchè se perdo 4 a 3 però ho visto il calcio-spettacolo. Peccato che l’incazzatura non abbassi di un grado il bollore, peccato che quello di capro espiatoria preventivo è un ruolo del quale Zeman è consapevole ma che ha voluto pienamente accettare, magari per dare linfa alla sua nuova crociata.