Marchetti, la consacrazione in un colpo di reni

marchetti

E’ il 79′ di Juventus-Lazio, semifinale d’andata di Coppa Italia. Il traversone di Vucinic è perfetto per la conclusione potente e precisa di Vidal che sta per insaccare il gol che potrebbe chiudere la partita e consegnare in anticipo la finale ai bianconeri. L’intervento di reni di Marchetti, con una reattività fuori dal comune, segna la consacrazione del portiere biancoceleste.

Efficacia e bellezza – Non che prima di quell’intervento fossero nascoste le qualità del giocatore, ma quando un estremo difensore oltre che efficace diventa anche “bello” da vedere – concetto molto diverso dallo “spettacolare” che si dava ai portieri negli anni Ottanta e Novanta – significa che ha scalato il gradino della maturità definitiva. Anche se la sua bacheca è vuota di trofei e il commissario tecnico Cesare Prandelli, non lo convoca mai in Nazionale. Eppure, nonostante i suoi 30 anni che compirà il prossimo 7 febbraio, Marchetti viene definito l’erede di Gigi Buffon, seppur non destinato a esserne migliore.

Cadere e rialzarsi – Marchetti non ha avuto sette vite come i gatti, ma poco ci manca e dalla sua ha avuto la fortuna di metabolizzare in crescita personale due spaventosi incidenti d’auto nei quali ha visto morire due amici; le opportunità nei club mai sfruttate per diventare il portiere titolare, prima Torino e poi Cagliari, quando pagò l’ingenuità di certe dichiarazioni con la decisione drastica del presidente Cellino di metterlo fuori rosa e mandarlo a difendere i pali della Primavera.

Cagliari e Cellino – Nell’estate del 2010 quando sembrava ormai imminente il passaggio alla Sampadoria – che si sarebbe giocata i preliminari di Champions – la trattativa sfumò all’ultimo minuto e per il portiere di Bassano del Grappa la delusione fu troppa per non poterla sfogare con i giornalisti. Il patron del club sardo subito dopo tuonò “Certe cose ai giornali non si dicono. Se non vuol stare con noi, può andare”. Marchetti viene messo sul mercato ma Cellino non trova soddisfacenti le offerte arrivate. Agazzi verrà poi riscattato dalla Triestina e promosso titolare tra i pali, e Marchetti viene lasciato ai margini della rosa.

La rinascita – Tanti mesi di esilio per rinascere a Roma, quando nessuno ci avrebbe scommesso nulla, tranne la Lazio, ripagata dal portiere con prestazioni maiuscole, continuità di rendimento e l’appagamento dell’estetica calcistica tra i pali. Adesso nessuno si ricorda più di quel Marchetti che a 22 anni, con la maglia della Biellese, in C2, fu squalificato due turni dopo la disputa della finale dei play out con il Portogruaro; partita nella quale, durante una sorta di raptus, prese a calci un cartellone pubblicitario e si calò i calzoncini mostrando il fondoschiena ai tifosi. Quel Marchetti dalla testa calda è stato spazzato via, con un colpo di reni.

Articolo pubblicato su Vavel.com

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La prospettiva del tutto e la metà bastava. Welcome back Gazza

La follia dei tempi moderni sta nel non prendersi troppo sul serio. Se guadagni milioni, sei popolare e pure calciatore, te la devi tirare. Se non lo fai sei fuori dal comune. Gascoigne ha saputo essere straordinario nel suo modo disincantato di vivere la sua professione, di guardare tutto con gli occhi di un bambino, gli stessi di quando in un prato ha dato i primi calci d’infanzia ad un pallone. L’uomo le cui debolezze sorpresero pure il fragile George Best (“Una volta dissi che il QI di Gazza era inferiore al suo numero di maglia e lui mi chiese: “Che cos’è un QI?”) a Roma riuscì a sciogliere anche le maschere di cera di Dino Zoff e Zdenek Zeman. L’alcol, le botte, i soldi, il mondo da girare senza sosta come dentro un’ebbrezza perenne, toccare anche l’inflessibile Cina e riderci su: “In questi giorni ho mangiato di tutto – dicevi – Teste d’anatra, teste di pollo, zampe di gallina, pipistrelli e altre amenità. Secondo me, se continuo con questa dieta, finirò per volare”.
Ti mancavano solo le ali, Gazza. A volte spuntavano sulla tua schiena, inserite dentro ferite che t’imponevi ogni volta che cercavi di rovinarti la vita. Non volavi, perchè erano pesanti come macigni e ti bloccavano a terra. Non c’è nessuno che non ti abbia voluto bene, arrivando persino a perdonarti le botte a Sheryl che livida, ti ha ripreso con sè più volte fino a dire basta e dare la tua ordinaria follia in pasto a quotidiani e tabloid. Per la verità, non ha mai rivelato niente che potesse suonare nuovo. Perchè tu eri quello che potevi tutto ma sei riuscito a metà. Quella metà è bastata a riempire di affetto chiunque ti abbia conosciuto, a conservare i fotogrammi dei tuoi gol eccezionali, a ricordarti mentre combinavi scherzi a volte così crudeli che a nessuno sarebbero stati perdonati. Stasera però, tanti hanno pianto per te. Mancavi da vent’anni, mancherai per altri venti e sarai perdonato. Anche stavolta.

Zeman, Darwin e la sopravvivenza del più adatto

Se ne parla ancora nella città eterna. Se ne parlerà per mesi. Fino al prossimo derby. Quello di domenica è ancora dentro i bar, tra sfottò e goliardia a marchio romano, le risate, le prese in giro dell’amico o collega che ha perso. Dalla parte di chi ha vinto, invece, si inventano nuovi Re, Papi, Messia da mettere sul trono, chè poi basta una prestazione negativa, una dichiarazione storta, una caduta di stile e tutti giù per terra.
Zdenek Zeman, l’uomo del derby che “è una partita come le altre”, ha giocato il match in modo prevedibile, con dichiarazioni già sentite nel pre-gara e con frasi sconnesse – e stavolta inaspettate – nel post, che avevano a che fare con la poca luce dei riflettori, il campo bagnato, De Rossi che ha sbagliato a dare il sinistro a Mauri e nulla più.
La coerenza, il rimanere fedeli a se stessi, sono virtù nel momento in cui non traslano nell’autolesionismo fine a se stesso. Chiunque abbia una discussione extra campo con il boemo, che so una cena tra amici al ristorante, difficilmente vi dirà che sarà facile contraddire le sue tesi. “Tachsidis è lento, mister”. “No – risponde Zeman – Dategli tempo e vedrete che fenomeno ne uscirà fuori”. “Spreca De Rossi”. “Neppure – sostiene l’allenatore della Roma – perchè non può ricoprire il ruolo di regista”. Il calcio è spettacolo, il gioco è bello solo se coerentemente offensivo per novanta minuti. E infatti c’è un’immagine rimasta impressa della partita dove ci sono otto giocatori della Roma sulla linea di centrocampo in fase di non possesso. Impossibile dargli contro. Il problema è che se il bello e utile andassero sempre d’accordo, il mondo sarebbe perfetto, non esisterebbero gli sconfitti e quindi nemmeno i vincitori.
Che il derby fosse una partita che non andava giocata alla Zeman, era palese e il segnale lo aveva dato Casiraghi intervistato qualche giorno prima dalla Gazzetta, ricordando un Roma-Lazio 0-2 avvelenatissimo con tutta una serie di polemiche al cianuro, a fine gara, tra Cervone, Rambaudi, Giannini, Bergodi e Signori. “Quella partita la interpretammo noi in maniera diversa – ha ricordato Casiraghi – Anzi, senza forse. I terzini spinsero di meno e noi attaccanti giocammo più corti. Zeman l’aveva preparata come le altre partite”.
“Loro hanno fatto catenaccio, ma noi lo sapevamo” disse nel post gara Cervone. E invece no che non c’era da immaginarselo mentre Zeman vedeva una squadra che non rispondeva ai suoi comandi e con la bile che gli stava sanguinando. E’ che la Lazio quella partita non la voleva perdere dopo il disastro totale dell’andata quando la Roma le dette tre sberle. Solo che il 23 aprile ci arrivò – come sempre – con le ossa rotte. E se vale il detto che si cambia per non morire, il non adattarsi e il non piegarsi alle situazioni e ai contesti per rimanere coerenti alla propria dottrina, è semplicemente autolesionismo.
Zeman sfugge all’evoluzione e alle tanto criticate tesi di Charles Darwin al proposito. In un palcoscenico dove se vinci vivi e se perdi muori – in Italia è così, inutile girarci intorno – è ancora un miracolo che il mister sia rimasto in vita smarcandosi dal mancato adattamento al contesto. Non predominerà mai il più più forte in sè ma solo chi si dimostra flessibile al cambiamento dell’ambiente in cui vive. Il calcio di Zeman non sarà mai vecchio ma essere sempre giovani non significa necessariamente essere anche vincenti.

Zemanlandia al Colosseo, l’ultimo sorriso a Torino e a Gascoigne

C’erano ancora Gascoigne e i suoi problemi di alcolismo. C’era un difensore, Alessandro Nesta, che sarebbe diventato imperatore. E c’era pure Marco Di Vaio. La storia curiosa di uno svizzero che ora allena il Chelsea, un croato scorbutico dai piedi quasi di gesso, un tagliagole argentino in difesa.
C’era la Juventus di Vialli e Ravanelli, i primi – forse – a capire chi sarebbe diventato Alessandro Del Piero, quello che poi con la società Agnelli ha rotto definitivamente. Chissà da lassù che avrà pensato Gianni, quando il suo pittore preferito ha tagliato i rapporti con Torino ed è andato a fare il Pinturicchio altrove.
Quella Juventus vinse lo scudetto a mani basse e divenne la fonte originale e piena di peccato di quei nuovi veleni della Serie A che ancora il campionato italiano si porta appresso, martoriato da calciopoli, calcioscommesse, scandalo passaporti falsi ed altri numerosi eccetera. Dietro, la Lazio di Zdenek Zeman che ancora poteva fumare in panchina e che si conquistò un bottino di 63 punti ottenuto segnando 69 gol, subendone 34, varie scatole di maalox, flebo di caffè Borghetti per digerire le beffe, tanta pazienza, una fede incrollabile.
Zemanlandia funzionava anche nella città del Colosseo e la stagione 1994-95 fu quella dove le giostre davano le vertigini. Magari vomitavi e ti sentivi un po’ come dentro la canzone di Vasco Rossi “Stupendo” oppure – meglio – ti chiedevi “Cosa succede in città”. Pazienza se c’era qualcosa che non andava perchè era ancora il tempo delle utopie, del bel gioco che avrebbe portato solo risultati e trofei, della coerenza come un dogma, delle urla al “piccolo” Nesta, chè la difesa andava tenuta più alta, praticamente a centrocampo, anche se vincevi 2 a 0. Non esisteva ancora il totem del calcio pulito, quello sarebbe venuto qualche anno dopo.
“Il 4-3-3? Non esiste giocatore che non lo può fare” diceva Zeman sapendo che a metà degli anni Novanta ogni Capodanno si festeggiava in modo più eccitato perchè dal Duemila si pretendeva l’impossibile, altro che l’atleta universale da calcio spettacolo.
“E’ geometria, il modo migliore per coprire gli spazi” istruiva il tecnico boemo e inoltre – come riportato su www.zeman.org “i movimenti difensivi del 4-3-3 consistono nel pressare la palla e nel coprire gli spazi. I difensori sono quattro, schierati seguendo il profilo di una mezzaluna, ma i due esterni sono molto più inclini alla fase offensiva che a quella difensiva. Dei centrocampisti, il centrale è il fulcro di tutta la manovra, mentre i due laterali macinano chilometri per tamponare il gioco avversario, ma soprattutto per creare superiorità numerica sulle fasce, collaborando con il terzino e con l’attaccante. I giocatori del tridente offensivo devono essere veloci e tecnici (…) non esiste un unico finalizzatore, il quale dipende dalla situazione che si viene a creare sul campo, senza per questo dimenticarsi di tornare a coprire a centrocampo quando la sfera è in mano all’avversario”. Semplice no? Spettacolare si diceva invece quando il rispetto del culto dei gradoni faceva impazzire Cravero nei ritiri estivi che poi assieme a Bacci, Signori, Casiraghi e Boksic, si distraeva da quel maledetto campo giocando a briscola.
Gascoigne spese tutti quei mesi a cercare di dimagrire e rispondeva piccato a chi gli domandava lumi sul miracolo dei suoi 72 chili di peso: “Vi chiedete come ho fatto a dimagrire tanto? Se conosceste i metodi di Zeman, la durezza dei suoi allenamenti, non vi chiedereste una cosa del genere”. D’altronde, per il mister: “Gascoigne è un atleta come tutti gli altri”, uno degli infiniti giocatori in grado di adattarsi al 4-3-3, lui, Gazza, che male si era calato pure nella vita.
L’ultima giornata di campionato a Roma col Brescia, arrivò un risultato mogio, mogio per gli standard stagionali: un 1 a 0 che però valse il secondo posto. Dalla Curva era tutta la partita che veniva intonato il coro “volemo er secondo posto” sulle note di “guantanamera”, è sì che in quell’anno esplose la moda dei balli latino americani.
Tutti si ricordano il 7 a 1 al Foggia o l’8 a 2 alla Fiorentina, ma quell’anno, alla 30esima giornata che cadde il 7 maggio ’95, Zeman battè la Juventus a Torino per 3 a 0, con le reti di Di Matteo, Boksic e Venturin. Per la squadra di Lippi fu la classica giornata di porta stregata, perchè Marchegiani pareva Cudicini e il pallone non passava mai. E’ questa l’unica volta in cui Zeman sconfisse la Juventus a Torino e, prima della partita, esiste una foto dove prima di sedersi in panchina, il mister cerca di non ridere a ciò che gli dice di fianco un Gascoigne improbabile sia nel vestiario che come calciatore. Ci sta che anche quella sia stata l’unica e ultima volta in cui Zeman ha riso.

Il nonsense di Zarate

Li senti quei fischi? Una volta erano il sibilo delle tue parabole che finivano in rete. Sempre. Almeno quell’anno, quella stagione dove inciampasti prima di segnare il rigore contro il Cagliari alla prima giornata. Eri smarrito. Sei rimasto estraneo mentre il mondo intorno a te girava troppo forte. Ti hanno dedicato cori, pregata la tua presenza, incitata la tua gloria. Ti hanno raggiunto con una preghiera blasfema in un calcio che è solo religione. Hanno avuto fede e pietà di te ogni volta che la testa non l’alzavi mai e la prepotenza di un serpentina subdola ti annebbiava la mente finchè non perdevi i tuoi occhi tra le maglie della rete. Ti hanno chiamato “Re”, forse l’ottavo ma tu sei principe bambino, con il volto infantile, i capelli neri e corti, il labbro in un broncio perenne. Ti prendesti gioco della curva opposta e del loro Dio, abusando del tuo lampo di sicurezza in un’intervista in altre Americhe, facendo linguaccia in un derby come un bimbo dispettoso. Irruenza mista a fantasia e fu amore subito, accecante, destabilizzante. Arrivò l’estate del ritiro e il fisico pieno. Troppi chili, la testa pesante più che pensante, sei entrato nell’anonimato ma come le stelle hai lasciato la scia della speranza. Torna, tornerà e te ne sei andato a Milano. Magari la nebbia, magari la nostalgia per Roma, magari la lingua dentro lo spogliatoio, forse un allenatore nuovo, perchè quelli vecchi dopo Delio Rossi, ti volevano solo ingabbiare, tu che vuoi giocare in campo, a modo tuo, anarchico e autarchico. Sì, poi sei tornato: asciutto, nel fisico e nella pelle; scintille ritrovate ai tuoi piedi, la fiamma di una fede che si è riaccesa tranne che per quella preghiera. La panchina, l’incitamento dei tuoi fedeli, la trequarti morta, gli occhi gelidi di quel mister che era l’ultima carta da giocare in un’ora e mezzo scarsa di luce. E’ calato il buio, è sceso il sipario, mentre la fantasia oggi non s’ingabbia ma si disciplina e tu, quelle istruzioni tattiche non le vuoi conoscere, capire. E rimani estraneo, tra i paragrafi brevi di una storia, senza ricambiare l’amore di chi ci credeva. E’ pericoloso non corrispondere un’amante cieca e sorda: quella non ha pietà perchè in realtà ne ha avuta sempre poca. Le regole, ci sono le regole, i compiti, ci sono le istruzioni da rispettare, il campo, una squadra a cui dare profondità mentre dentro sei rimasto asciutto. Ora: li senti quei fischi? Sono tutti gli applausi e le preghiere che ti sono state rinnegate.

“Pronto? Ciao! Ma che tipo è questo Petkovic?”

“Pronto?”

“Ciao Mauro, sono Monia”

“Ciao Monia! Come stai? Tutto bene?”

“Sì, sì tutto ok. Senti ce l’hai qualche minuto? Stavolta non ti chiamo per sapere se lasci la squadra o meno o dove vai a giocare…”

“Vai, dimmi”

“Senti ma…Questo Petkovic…”

“Ah, sulla Lazio? Ma no, ma mica è stato confermato che viene a Roma?!”

“Ancora no, ma è veramente questione di ore, ormai viene e nessuno sa chi è, io ho chiamato te perchè tu quando giocavi in Svizzera…”

“Sì, certo, mi ha allenato. Ma è davvero sicuro che viene alla Lazio?”

“Praticamente sì. E’ un azzardo vero?”

“Sì che lo è! Sì, è quasi incredibile!”

“Una decisione alla Luis Enrique, insomma”

“No, cioè: è bravo, è preparato ma è un azzardo peggiore di Luis Enrique alla Roma!”

“Eh, lo immaginavo. Ma che tipo è?”

“E’ glaciale, impassibile. Non ti parla. A noi giocatori non diceva una parola. Per lui esiste il lavoro e su quello e basta ti devi concentrare. Lui pensa solo al campo”

“Senti, è che io ho dei dubbi su di lui nel campionato italiano…”

“Certo. E’ normale, fra l’altro ha allenato solo in Svizzera e poi è stato esonerato nel campionato in Turchia, quindi non viene nemmeno da un grande periodo…”

“No, diciamo che sono quasi preoccupata. Ma è vero che ha questo gioco offensivo?”

“Sì, diciamo che è una sorta di Zeman”

“Ma io ho sentito parlare di 3-4-3”

“Sì, ci faceva giocare così e io con lui ero titolare. Voleva esterni veloci, gioco molto propositivo…”

“Ah, ok. Sì ma lui che tipo è?”

“E’ freddissimo. E’ glaciale. A lui non gliene frega niente delle pressioni, delle aspettative, delle critiche. Con noi non parlava mai, se non di calcio. Eppure qualche volta se ne usciva con battute buffe, ci faceva anche ridere. Anche caratterialmente assomiglia a Zeman”

“Sì ma a Roma non sentire le pressioni è un’arma a doppio taglio. Lo sai anche tu che sei romano”

“Certo, ti ripeto: è un azzardo ma tanto non credo venga a Roma”

“Lo danno per fatto sulla panchina della Lazio”

“Boh. Mi sembra strano. E’ preparatissimo ma come ti ho detto non viene da un periodo felice o di bei risultati”

“E la preparazione come la fa? Da Zeman anche quella?”

“Mmmm no, normale. Anche se vuole vedere sempre la squadra in avanti. Per il resto è difficile. Nel senso che è uno che non parla. E’ gelido. Bravo, studia molto, è pignolo. Non lo so. Tutto dipende da come il suo gioco riesce ad adattarsi alla Serie A”

“Vedremo un po’. Per adesso grazie”

“Di niente. Ciao. A presto”.

Berbatov, il mancato colpo alla Nedved, lo rimpiangerà soltanto Marotta

C’è uno scatolone che contiene tutti i Guerin Sportivo che ho collezionato fino ai 22 anni. Il primo che acquistai, datato gennaio 1995, aveva in copertina il Milan prossimo all’acquisto di Weah e il Parma e la Juventus che si contendevano Figo, allora con i capelli ricci e lunghi che, all’epoca, erano soliti portare un po’ tutti i giocatori portoghesi.
A distanza di 17 anni è doloroso trovarsi un calciomercato italiano così povero come quello che si è chiuso lo scorso 31 agosto, più misero d’idee che di soldi, più decadente nel prestigio dei nostri club se tra Juventus e Fiorentina, a decidere è la moglie di un giocatore che lo obbliga a rimanere a Londra ma con un’altra casacca: quella del Fulham.
Non rimpiangeremo Dimitar Berbatov, anche se a rimpiazzarlo sono arrivati Bendtner e Toni. L’unico a cui questo mancato acquisto farà male, sarà solo il direttore generale Giuseppe Marotta, spinto a tentare il colpo di prepotenza per soffiare l’attaccante che già si era accordato con la Fiorentina. Pareva già tutto fatto e a Marotta i tifosi juventini e tutto gli addetti ai lavori, stavano già consegnando il permesso di avvicinarsi a Luciano Moggi, colui che è stato re del calciomercato, avendo a disposizione tutti i mezzi possibili ma meno soldi di quelli che hanno formato il budget dell’attuale dg della Juventus sul mercato di questi ultimi anni.
“Ti prendo e ti porto via” cantava Vasco Rossi nel 2001 e la Juventus ne fece lo slogan di riuscita delle proprie trattative, con tanto di blitz aereo. Il tentato colpo di prepotenza sull’acquisto di Berbatov ricorda quello messo in atto e andato in porto di Pavel Nedved.
Il laterale ceco che si mise in luce durante l’Europeo inglese del 1996 facendo a fette l’Italia di Sacchi, non era nessuno o quasi, tranne che per Zdenek Zeman. Lo chiese a Cragnotti ben prima della competizione, ma l’ex presidente della Lazio lo trattò solo dopo e allo Sparta Praga andarono otto miliardi di lire. Nedved vinse tanto e si consacrò a Roma, con la maglia della Lazio stette fino al 2001 e solo uno come Luciano Moggi potè strapparlo da un’intera carriera che si sarebbe chiusa in biancoceleste. Una cessione dolorosa, che rimpinguava le casse laziali di 65 miliardi. Il preliminare d’accordo tra le società era già stato firmato ma Cragnotti quando cedette Veron ci ripensò e fece sapere al club torinese che Nedved sarebbe rimasto alla Lazio. Il ceco, nel frattempo, è a Cheb, sua città natale e aveva già fatto sapere che di andare a Torino non ne voleva sapere. Solo che del ripensamento della Lazio non sapeva niente. “Mi ero messo d’accordo con Cragnotti per il suo trasferimento, ma mancava l’ultimo tassello: la volontà del giocatore – confermerà poi Moggi qualche anno dopo in un editoriale – Nedved viveva all’Olgiata, una delle zone più belle di Roma, e non aveva alcuna intenzione di spostare la sua famiglia di lì. A quel punto, tramite Raiola, riuscii a raggiungere un accordo, Avrei fatto visitare in gran segreto a Pavel il quartiere in cui avrebbe vissuto a Torino, e qualora fosse stato di suo gradimento, avrebbe onorato il gentlement agreement che avevo già raggiunto con il suo Presidente. La mossa vincente, fu quella di informare giornalisti di stampa e televisione dell’arrivo di Nedved a Torino, in modo tale che quello che doveva essere un accordo segreto fosse reso noto al pubblico. Così fu, e da quel momento il ceco non potè più rifiutare il suo trasferimento in bianconero”.
Moggi convinse Nedved che la Lazio voleva disfarsi di lui, in forza di un accordo preliminare che il dirigente bianconero non aveva mai promesso a Cragnotti di fare a pezzi. La Juventus mandò un aereo in Repubblica Ceca a prelevare Nedved, portarlo a Torino, farlo firmare e incoronarlo uomo simbolo della Vecchia Signora. La villa all’Olgiata era già lontana dalla testa, in quelle 24 ore nelle quali Nedved si rese irraggiungibile.
Di analogie con tra la trattativa tra Berbatov e quella di Nedved, cene sono poche, ma è stato il diverso epilogo a determinare, forse per sempre, la collocazione di Marotta nella storia della società juventina e a tracciare un nuovo e ad altro solco che allarga la forbice tra la Juventus pre-Calciopoli e quella post.