L’unica cosa che manca a Mancini

In panchina da quindici anni. Italia, Inghilterra, Turchia. Quattro Coppa Italia e due Supercoppa, quattro campionati italiani, una Premier, una Coppa d’Inghilterra, una Community Shield, una Coppa di Turchia. Eppure, Roberto Mancini, ogni volta che prende in mano una squadra deve sempre dimostrare di essere un allenatore di spessore.

 

Fosse una pura questione di palmares, sarebbe difficile opinare che non lo sia, ma il nodo è un altro e riguarda l’eredità che ha lasciato da giocatore: non c’è mai stato professionista italiano che abbia dimostrato una mentalità vincente come quella di Mancini. Nessuno. Una dote, questa, che l’ex Samp e Lazio non è mai riuscito, in egual misura, a portarsi nel suo ruolo di allenatore. Eppure su quella mentalità, il Mancio giocatore si è specchiato molte volte in carriera, molte più occasioni di quante non ne abbia ora bisogno nell’aggiustarsi un ex ciuffo ribelle e il completo costoso, raffinato ed elegante, da lisciare sul bordo del cappotto con la mano.

 

Mancini aveva una mentalità vincente anche a Bologna, da minorenne. Magari con una certa testa,  piena di talento vanitoso e spigoli di permalosità, ci nasci. È minorenne anche quando si trasferisce a Genova, tesserato dalla Sampdoria. Anno 1982, il mister scelto dal club blucerchiato è Renzo Ulivieri. Mancini ha chiuso la stagione in rossoblu con nove reti.

«Ecco l’uomo che ci farà gol» dice entusiasta il tecnico.

«Grazie mister ma guardi che a Bologna io ho fatto la punta per una serie di circostanze. Il mio vero ruolo è centravanti arretrato» risponde Mancini con gelo e con la consapevolezza della sua duttilità tattica.

«Certo che voi giovani avete sempre voglia di scherzare», liquida Ulivieri.

No: Mancini in carriera non ha mai scherzato, semmai cercato e preteso sempre, dai compagni, dalla società, dai tifosi, dall’allenatore stesso. Il numero 10 è in realtà il numero 1 e pazienza se per convenzione ce l’ha il portiere. Qui non c’è nulla di arbitrario da rispettare perchè Mancini ha rovesciato gerarchie sin da minorenne. Lui è il fulcro. Di tutto. Delle sconfitte come dei successi.

 

Il primo ad entrare con una chiave dentro la testa del fantasista è Vujadin Boskov, sulla panchina della Sampdoria per la prima volta nel 1986. Il potere dentro gli spogliatoi passa nelle mani dello stesso Mancini, in coppia con Vialli, a discapito dei senatori. Tuttavia è un potere che deve passare pure ai piedi, in campo: quello che Vujadin concede nella sua larga manica disciplinare, Vujadin lo vuol vedere compensato in campo: con gli assist e i dribbling di Mancini e il gol di Vialli. Lo scudetto del ’91, nasce dal rafforzamento di questa intesa, dovuta anche ai dolori di Italia ’90. In fondo se, come al Ct Vicini, ti “scoppiano” in mano due come Baggio e Schillaci, quando invece i protagonisti avrebbero dovuto essere i due giocatori della Samp, difficile farci qualcosa. Ancor più se la stra-favorita Italia da ogni vento, si ferma in semifinale e si mette al collo un bronzo che più che un terzo posto conquistato, ha il fiele in bocca di una Coppa persa. Tuttavia, i mattoni caratteriali dello scudetto vengono cementati già il 9 maggio del 1990, nel pre gara della finale di Coppa delle Coppe contro l’Anderlecht, a Goteborg. I leader dello spogliatoio si fanno una promessa: in caso di sconfitta ognuno diventerà libero di andarsene da Genova mentre in caso di vittoria il gruppo si compatterà per cercare di vincere a tutti i costi lo scudetto nella stagione successiva. Una squadra concreta, forte di animo e nel tasso tecnico, già alla nona giornata capisce che questo è il campionato buono. A Napoli la Samp sconfigge il Napoli per 3 a 1. Mancini segna uno dei gol più belli della sua carriera e durante l’esultanza corre da Boskov: “Mister siamo campioni” gli urla.

 

 

La risposta del tecnico serbo arriverà al numero dieci e allo spogliatoio, la settimana successiva quando nel derby Branco consegna la vittoria al Genoa: “Ragazzi, se non vince questo scudetto, ti dice mister siamo delle merde”. Non sarà semplice quell’anno conquistare il tricolore, sopratutto per un Inter che non molla. Solo vincendo alla 31esima giornata il confronto diretto, la Sampdoria si aggiudica il suo posto al sole nella storia del campionato italiano.

Solo nove anni più tardi, se lo prenderà di forza – col vento, col sole e con la pioggia – anche la Lazio.

 

 

Mancini si trasferisce a Roma nell’estate del ’97 ed Eriksson gli dà carta bianca anche nelle scelte tecniche. Il primo sacrificato dell’iniziale 4-3-3 è Nedved, perchè il numero 10 viene affiancato da due tra Casiraghi, Boksic e Signori. Tenere fuori il ceco è follia e allora si passa al 4-4-2 con Mancini titolare, Nedved esterno sinistro e di fianco un centravanti. Uno tra Casiraghi, Boksic e Signori è di troppo. A dicembre, l’attaccante bergamasco verrà ceduto alla Sampdoria ma: come dimenticare la rivoluzione tifosa di due anni prima, al grido di “Beppe non si tocca”, nemmeno con 25 miliardi? I laziali ce l’hanno ora con Mancini, responsabile della partenza dell’idolo di Curva. L’ex Samp affronta di petto la contestazione e senza mezzi termini critica una piazza priva di cultura sportiva e predica la priorità degli interessi di squadra a quelli dei singoli. A Roma certe dichiarazioni sono una rarità ed episodi isolati. Quell’anno la Lazio conquisterà due finali: una di Coppa Uefa, persa con l’Inter; e vincerà quella di Coppa Italia contro il Milan. Mancini aveva preso già le redini della squadra. Mancava una voce grossa in società.

 

E’ trionfo in Supercoppa a Torino contro la Juventus ma al giocatore c’è qualcosa che non torna e gli punge la lingua: il mercato. Cragnotti cede in un colpo Fuser, Jugovic e Casiraghi e, stimolato (forse) da Mancini, acquista Mihajlovic, Stankovic, Couto, Salas, Conceicao e De La Pena. Non solo: l’ultimo botto è l’arrivo di Vieri, che relega in panchina Mancini, almeno finchè il centravanti non si infortuna dopo poche settimane dall’inizio del campionato. Si fa male anche Boksic e per una squadra che già doveva fare a lungo a meno di Nesta, potrebbe essere il colpo di grazia. Eriksson punta ancora tutto su Mancini, schierandolo costantemente seconda punta. Risultati alterni fino alla campana del derby che fa tremare la panchina di Eriksson. Una doppietta di Mancini e una rete di Salas portano la Lazio sul 3 a 1 ma nell’ultimo quarto d’ora la Roma, seppur in inferiorità numerica, centra il pareggio con Di Francesco e Totti. La Lazio chiude la giornata decima in classifica e a 8 punti dalla Fiorentina capolista. Dentro lo spogliatoio biancoceleste, si consuma un diverbio di fuoco. “Un litigio fra persone intelligenti, è molto più utile che restare zitti” confermerà poi Mancini qualche tempo dopo, rincarando la dose con un episodio alla Sampdoria: “A Marassi c’è ancora un buco su una porta sfondata da Vialli con un pugno. I giovani devono capire che nel calcio ci vuole passione”, la stessa che la punta rimprovera ai compagni troppo egoisti. Da questo momento lo spogliatoio, è nelle sue mani. Seguiranno nove vittorie di fila, una Lazio al secondo posto e ad un punto dalla Fiorentina. Poi, con il rientro a gennaio di Vieri, altro cambio tattico, perchè Eriksson imposta un 4-4-2 e arretra Mancini a centrocampo, un ruolo più defilato e un rospo da ingoiare per chi ormai è il leader più luminoso della squadra. L’attaccante accetta e va ad affiancare Almeyda, con il compito – ovvio – di sviluppare l’azione. Con il rientro di tutti gli infortunati, la Lazio prende il volo ma lo scudetto, in un finale di stagione amarissimo e tanto polemizzato, andrà al Milan. C’è gloria però il 19 maggio del ’99: l’ultima Coppa delle Coppe della storia è laziale.

 

 

Vieri lascia Roma per l’Inter e Mancini non la prende bene e non glielo manda a dire: “Se fosse rimasto, avrebbe vinto il Pallone d’Oro – dice – In più si perderà anche lo scudetto”. Intanto arriva la supercoppa contro il Manchester, vinta con un gol di Salas servito dall’assist di Mancini. Il campionato ’99-00 è ormai storia, da raccontare ai nipoti ad oltranza, è l’anno del Giubileo laziale e dello scudetto vinto in maniera singolare, all’ultima giornata, confermato solo alle 18 passate e ufficializzato da Radio Rai.

 

Il ritiro verrà invece annunciato il 23 maggio, in conferenza stampa: “Smetto adesso – spiega Mancini – perchè preferisco farmi rimpiangere oggi, che sentirmi dire ‘era meglio se smettevi un anno fa’. Meglio chiudere da vincente e, con uno scudetto e una Coppa Italia appena conquistati, non potrebbe esserci momento migliore. Lo scudetto, già. Nulla accade per caso: ho concluso l’unico mio campionato di serie A senza un gol. Forse è stato il prezzo per raggiungere il titolo, me lo sentivo”. 

Anche il momento del ritiro, Mancini lo affronta con una mentalità vincente. Adesso, la stessa, va portata una volta per tutte in panchina.

 

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10 motivi per cui ho amato Zeman

Zeman sigaretta

Prima di diventare il paladino del calcio pulito, di farsi ostaggio volontario e capro espiatorio del fallimento stagionale di una squadra, prima di essere l’uomo solo contro il sistema e, infine, prima di mettere i panni del santone capace di trasformare la cenere dei risultati scadenti nelle bollicine di una bottiglia ceka di birra Pilsner, Zdenek Zeman è stato l’allenatore che più di chiunque altro ha saputo avvicinare le persone all’amore per il calcio.

Lo “zemanesimo” è uno stile di vita che abbracci nell’infanzia e lo consolidi nell’adolescenza, quando alla concretezza preferisci il “carpe diem” di un gol di Rambaudi o Kolyvanov  e non importa come sia “finita e cosa importa se ho la gola bruciata o no, ciò che conta è che sia stata come una splendida giornata”. 

Sì, la dottrina va molto d’accordo con il vecchio Vasco Rossi. Tifare per una squadra di Zeman significa avere il maalox in tasca, correre il rischio di aver bisogno di “cento gocce di Valium” e, dopo essere stato novanta minuti su un ottovolante sai che è stato “Stupendo” e che ti “viene il vomito”. L’uomo del derby di Roma che è una partita come le altre, ne perse quattro su quattro in una stagione, due di campionato e due di coppa Italia, tanto che nella capitale pareva di sentir cantare “Cosa succede, cosa succede in città” ma anche “Gli spari sopra”.

Lo zemanesimo è un bolla di vetro che si rompe quando stacchi il biglietto dei trent’anni, ti arrendi ad un’esistenza che per essere vissuta ha bisogno del compromesso, di smussare gli spigoli della coerenza e della testardaggine, quando gli eventi ti costringono a rimettere in gioco i principi che prima ti sembravano irremovibili. I risultati concreti diventano la priorità, il come li hai ottenuti un accessorio talvolta inutile come i tacchetti che una volta si facevano girare uno per uno sotto la suola delle scarpe da calcio che – accidenti! – quanto costavano. Inizi a preferire una vittoria con un autogol al novantesimo ad uno spettacolare 4 a 3, ma l’esser stati seguaci dello zemanesimo rimane addosso come uno stigma.

Rinnegata la dottrina, rimangono a fuoco i motivi per cui ho amato Zeman e sono dieci:

 

1) Non avrai altro modulo all’infuori del quattro-tre-tre.

 

2) Zeman comunista. Anzi no. 

 

3) “A Zdenek Zeman non dovrebbe essere assegnato il premio Prisco perché «è un mezzo rom».  Parole del sindaco di Chieti, Umberto Di Primio espresse durante una trasmissione sportiva dell’emittente abruzzese Rete8. La replica del tecnico boemo: «Io rom? Non capisco se è un’offesa nei miei confronti o del popolo rom». (19 marzo 2012).

 

4) La Lazio 1994-95.  Marchegiani, Negro, Favalli (o Nesta), Di Matteo, Cravero, Chamot, Rambaudi (o Casiraghi), Fuser, Boksic, Winter, Signori. Non è esistita Zemanlandia che abbia ottenuto un risultato migliore: seconda in campionato a pari merito con il Parma; 63 punti, 69 gol fatti e 34 subiti. Negli anni a venire, un piazzamento simile, sarebbe valso la Champions.

 

5) «Ho apprezzato la preparazione con cui siamo arrivati in zona gol, si è faticato e abbiamo costruito tutte le occasioni a un metro dalla porta. Però sul 5 0 ci siamo distratti, è umano ma non dovrebbe capitare». (Dichiarazioni di Zeman post Lazio-Fiorentina 8-2, giocata il 5 marzo del 1995, riportate dal Corriere della Sera).

 

6) «Io non l’ ho mai scoperta, la mafia. Nel senso che non ho una definizione della mafia. Prima dovrei sapere qual è la definizione, poi potrei rispondere. Che cosa intendiamo per mafia? La Cupola, Totò Riina, Michele Greco? Sono cose che si sentono, che si leggono… Ma io penso che se uno non tocca con mano non può giudicare». Cos’ è la mafia? Un’associazione a delinquere con scopi di…? Alla provocazione Zeman replica con insistenza: «Ripeto: è normale che uno rifiuti tutte le cose violente, ma non me la sento di dare un giudizio sulla mafia. Le stragi di Capaci e via D’Amelio? Ma questa è mafia? Allora, se questa è mafia, cancello tutto e dico che la mafia è una cosa bruttissima, gravissima e così via. Ma io non sono convinto che quella sia mafia». (dicembre ’94, intervista rilasciata al settimanale “Sette” del Corriere della Sera).

 

7) Roma Caput Provincia. «Se un giorno segni due gol diventi Pele’. Al contrario, se non vinci per un mese, diventi il più scarso del mondo. E strano che, con tanti anni di storia alle spalle, Roma abbia questa mentalità»

 

8) Gascoigne e il rientro post infortunio nella primavera del ’95. «Vi chiedete come ho fatto a dimagrire tanto? Se conosceste i metodi di Zeman, la durezza dei suoi allenamenti, non vi chiedereste una cosa del genere». 

“L’ inglese infatti quasi certamente sarà in campo domenica prossima contro la Reggiana ad un anno di distanza dal grave infortunio alla gamba destra. Zeman non lo ha detto apertamente, ma lo ha lasciato intendere. «Sicuramente non giochera’ in porta, perche’ abbiamo già un buon portiere» (aprile ’95).

 

9) Marco Cassetti, uno dei difensori più sottovalutati dal calcio italiano, ora svincolato. A Lecce, stagione 2004-05, Zeman lo sposta contro il suo volere da esterno a terzino. Il giocatore piega la testa, fa la migliore stagione della sua vita, raggiunge la Nazionale. L’anno dopo verrà tesserato dalla Roma.

 

10) Oberdan Biagioni, ex centrocampista del Foggia, nel campionato 1992-93, 24 presenze e 5 gol.

Il comunista Sinisa Mihajlovic

mihajlovic

“Sinisa, se tutti i serbi fossero come te, ci sarebbero meno problemi su questa terra”. Slobodan Milosevic adorava Mihajlovic, tanto da custodire in un cassetto una maglia del difensore, ai tempi dell’amata Stella Rossa. Adem Ljajic , invece, si porta dentro l’anima un parere sicuramente opposto a quello dell’ex presidente, vista la querelle su quell’inno che lui proprio non vuol cantare perchè, effettivamente, non gli appartiene. Il romanista, nativo di Novi Pazar, fa parte del popolo di etnia bosniaca che si è convertito all’Islam durante l’occupazione ottomana. Il 12 maggio 2012, prima dell’amichevole con la Spagna, le labbra serrate di  Ljajic non piacquero per niente a Mihajlovic e non lo mandò a dire, escludendolo dal giro della nazionale perchè “quando s’indossa questa maglia ci sono dei principi da rispettare”. Quelli dell’orgoglio nazionalista. Arkan e Miha
Eccezion fatta per un piede sinistro che mette tutti d’accordo, il Ct della Serbia spacca da sempre tifosi e addetti ai lavori: il giudizio favorevole su Milosevic, il rapporto con Arkan (“gli amici non li rinnego, né tradisco”) e lo striscione all’Olimpico da lui “suggerito”, la rabbia per un inno non cantato. Non solo, quando l’aria nella ex Jugoslavia si era fatta particolarmente cruenta, Mihajlovic – nel dicembre del ’91 – dichiarò di non voler proseguire la disputa del campionato: “I nostri tifosi sono al fronte… Il mio popolo perisce e versa il suo sangue e io come faccio a giocare. Mi sono persino trovato a pensare che è sconveniente continuare a giocare e magari a fare festa in mezzo a tante vittime”.
Nazionalista nei nervi oltre che nella testa, non ha mai fatto mistero delle sue idee politiche e durante la guerra diceva spesso e volentieri: “Tra noi siamo tutti serbi” anche se nativo di una nazione, l’ex Jugoslavia, abitata da sempre da molteplici etnie. E lo sa bene lo stesso tecnico, nativo di Vukovar, terra nella quale i serbi erano in minoranza.
Accusato di essere fascista, Mihajlovic ha risposto sempre di essere, al limite, nazionalista ma soprattutto un nostalgico del regime. Altro che camicia nera: “Ho vissuto con Tito, sono più comunista di tanti”. All’allenatore piaceva molto quella vita da bambino e da ragazzo dentro una quiete forzata: “Slavi, cattolici, ortodossi, musulmani: solo il generale è riuscito a tenere tutti insieme – dichiarò al Corriere di Bologna qualche anno fa – Ero piccolo quando c’era lui, ma una cosa ricordo: del blocco dei paesi dell’Est la Jugoslavia era il migliore. I miei erano gente umile, operai, ma non ci mancava niente. Andavano a fare spese a Trieste delle volte. Con Tito esistevano valori, famiglia, un’idea di patria e popolo. Quando è morto la gente è andata per mesi sulla sua tomba. Con lui la Jugoslavia era il paese più bello del mondo”.
Se Mihajlovic ha nostalgia del Muro, da giocatore l’ha sempre nascosta piuttosto bene, quando ogni suo calcio piazzato non s’infrangeva mai sulle barriere, anche perchè le avrebbe fatte a pezzi così come coloro che con un piccone sgretolavano un’ideologia scomparsa a Berlino e in tutta Europa. Il Ct si sente comunista anche per l’odio da guerra fredda verso gli Usa: “Non sopporto gli americani. In Jugoslavia hanno lasciato solo morte e distruzione. Hanno bombardato il mio Paese, ci hanno ridotti a nulla. Dopo la Seconda Guerra Mondiale avevano aiutato a ricostruire l’Europa, a noi invece non è arrivato niente: prima hanno devastato e poi ci hanno abbandonati. Bambini e animali per anni sono nati con malformazioni genetiche, tutto per le bombe e l’uranio che ci hanno buttato addosso”.
La nostalgia di Tito si estende anche alle funzioni pedagogiche del regime: “Oggi educare un bambino è un’impresa impossibile. Sotto Tito t’insegnavano a studiare, per migliorarti, magari per diventare un medico, un dottore e guadagnare bene per vivere bene, com’era giusto. Oggi lo sapete quanto prende un primario in Serbia? 300 euro al mese e non arriva a sfamare i suoi figli. I bimbi vedono che soldi, donne, benessere li hanno solo i mafiosi: è chiaro che il punto di riferimento diventa quello”.
Sta per tornare in Italia, Mihajlovic. La Federazione serba è molto pessimista sul fatto che possa continuare ad essere Ct e nei giorni scorsi Sinisa ha fatto gli occhi dolci a Roma e Genova: tutto per tornare nella nostra nazione, perchè dopo l’esperienza a Firenze, questa potrebbe essere l’ultima chiamata nel nostro campionato.
Ovunque è stato e quando aveva Eriksson come allenatore, si è sempre definito “Il responsabile delle palle inattive”, colui che incarna il concetto letterale di punizione, andando oltre il campo da calcio. Dovrà tornare in Serie A con attributi attivi stavolta e non dovrebbe essere difficile: in fondo, per Mihajlovic, è sempre guerra.

“Ha usato e abusato del suo ruolo sportivo per esaltare le sue opinioni e poiché i suoi idoli erano Arkan e le tigri serbiste e le loro imprese criminali, mi sembra difficile che ideali simili non influiscano sul modo di considerare l’agonismo sportivo e la formazione dei campioni a lui affidati”
(Adriano Sofri)

Gabriele Sandri ucciso da “questa persona”

tribunale di Arezzo

Tribunale di Arezzo, 16 gennaio 2009. Udienza preliminare

Il silenzio compatto dei tifosi laziali viene rotto da due amici di Gabriele, i quali non fanno mai il nome di “Spaccarotella”. Quando parlano dell’agente, lo nominano semplicemente “questa persona”. Le prime opinioni vertono su un processo per rissa, la mattina dell’uccisione, che nonostante sia stato archiviato, riemerge ancora sui media e suona come un’accusa infamante: “Il processo è stato archiviato e ciò significa che non ci sono elementi a procedere. La notizia che ancora i giornalisti riportano è il processo a un poliziotto che è intervenuto per sedare una rissa, ma con l’archiviazione del processo, significa che la rissa non c’è stata. Il processo adesso è sulla persona che ha ucciso Gabriele Sandri, non su chi è intervenuto per sedare una rissa, la rissa non è esistita nel momento in cui viene chiuso il procedimento”.
“Non pretendo di dire la verità perchè non sono nelle condizioni di poterlo fare” continua il giovane “Qui è stato fatto un discrimine eccessivo, perchè c’è una persona che sta godendo di un privilegio che non è mai stato concesso a nessun cittadino. Questa persona non sta godendo della custodia cautelare e con il rito abbreviato ha diritto ad un terzo di sconto della pena, si presume, allora, abbia da scontare 14 anni di carcere. Questa persona aspetterà il processo nel momento in cui ancora bisogna scegliere quale strada processuale prendere, immagino che prima che si definisca il tutto ci vorranno almeno dieci anni e questa persona, tra dieci anni e, scusatemi se mi permetto, potrebbe anche già essere morta e sepolta, perchè questa persona non si conosce, non si sa chi è e, moralmente, poverino, è caduto in un comportamento deleterio, dandosi la zappa sui piedi, non presentandosi ancora al processo, per quale motivo poi? Per “assalto mediatico”? Mi sembra una scusa puerile”.
“Apro una parentesi: il processo Raciti. E’ stata imputata una persona su motivazioni che non reggono, sulla base del fatto che presumibilmente poteva essere presente nella curva dei tifosi del Catania, può darsi che lui era invece lì solo per vedersi una partita, ma in Italia si ragiona così: muore un poliziotto e allora bisogna far vedere che la giustizia emergenziale funziona, che lo Stato sa subito rispondere, anche a costo d’intervenire, prendendo come colpevole, uno tra il “gruppo”. In questo modo si rovina la vita di una persona, ma questo nessuno lo dice. In questo caso, una vita che dovrebbe essere rovinata, per ciò che è stato compiuto, non si procede. Perchè? Volete dirmi che allora c’è la giustizia dei “figli e dei figliocci”? Però ancora nessuno lo scrive e invece tante cose andrebbero dette perchè viviamo in una democrazia, in uno stato di diritto e mi spaventa, perchè lo stato si comporta come uno stato autoritario e giustifica il comportamento di un suo funzionario in nome della ragione di stato. Qui non si sta proteggendo la collettività, perchè una persona che ha ucciso sta a piede libero e potrebbe reiterare il fatto. Chi me lo dice che questo folle e pazzo non rifà quello che ha fatto in una fattispecie criminosa dove una persona scappa? E poi dice che non può più “guardarsi fuori”? Ma secondo me si guarda fuori, sente le notizie, però intanto non la si conosce, perchè anche qui è stata adottata una tutela dai suoi superiori di non farlo parlare in pubblico ma solo attraverso i media. Noi invece qua ci stiamo”. 

Il calciomercato nullo, gli anni Ottanta e Samuel Beckett

scrittamuro

Compraci un campione. Non era una richiesta, nemmeno un’esigenza. Era una preghiera, stamani, la scritta spray a Formello, colore rosso, l’urgenza cromatica per eccellenza ma anche del segnale di pericolo dell’ennesima sessione di calciomercato, dove il gong suona spesso come una campana a morto per le illusioni fin qui cucite sulle aspettative. Un vestito bellissimo, che tira un po’ al collo ma sta bene. Certo: non è il tuo e allora si strappa al primo ostacolo dove s’impiglia la stoffa o rimane macchiato dopo qualche goccia di pioggia lieve e settembrina.
Oggi, invece, era una giornata di sole pieno, a momenti un po’ coperto, tanto che al tramonto, pure i cirri sembravano prendere in giro i tuoi desideri, perchè vedevi le nuvolette rosa e ti veniva pure da chiederti se il karma ce l’aveva con te e se magari ti si palesava sullo schermo dello smartphone mentre aggiornavi quella maledetta applicazione con le ultime notizie di calciomercato.
Non mi vergogno di aver creduto al trasferimento di Yilmaz, di averlo caricato di sentimenti nemmeno troppo velati, di ricordi e di nostalgia dei momenti che avrebbe potuto farci vivere ma non bruceranno mai. Ci ho visto Vieri negli occhi, nelle esultanze, nella stazza, nella potenza, nella corsa, forse ce l’ho visto anche nei modi: il colpo a sorpresa, io che quella sera – come tanti – ero all’Olimpico a vedere la presentazione della Lazio. Lo speaker annunciò l’acquisto dell’attaccante dell’Atletico Madrid e sì: ci fu una sorta di contentezza ma allora era una Lazio alta, fiera e tutti avrebbero voluto venire a giocare a Roma. Tifarla aveva una sfaccettatura snob che brillava di luce propria, talvolta scottava, però i “campioni” te li aspettavi come diritto divino che arrivassero, in fondo “Undici anni de’ B” sembravano niente se nello stesso morso di tempo la tua squadra vince più trofei che in tutta la sua storia. Pareva possibile tutto, al contrario della preghiera di questa mattina a Formello. Poteva essere possibile qualunque cosa un po’ come alla fine degli anni ’80 quando la Lazio stava a pezzi ma l’Italia rimaneva incollata alle sue di illusioni che ci facevamo andar bene tutto in nome di un benessere dalle potenzialità infinite e ci permettevamo pure di provare nostalgia per il decennio precedente bolla di niente, con Raf a Sanremo che cantava una disperazione di plastica: “E i sentimenti che senti tu se ne andranno come spray”.
Chissà se la dirigenza ha battuto ciglio davanti a quella preghiera, chissà se ha pensato al day after, quelle ventiquattrore di isterismo dopo il gong, di pianti asciutti, della paura di trovarsi un altro hobby che la domenica o il sabato faccia meno male. Poi però, senza Lazio, come fai a resistere? E allora sta bene l’entrata in scena di una chiosa di Samuel Beckett: “Non posso continuare, devo continuare”. Continuerò. E’ l’epilogo dei “Testi per Nulla”, lo scrittore è morto nel 1989, pochi mesi prima dei Novanta quando “undici anni de’ B” facevano ancora male.

L’amore freddo per Mancini

Mancini

La si potrebbe chiamare professionalità. Il concetto, però, andrebbe di traverso lo stesso, perchè il tifo è solo dilettantismo, nel senso che la freddezza non ce l’ha ed è privo di lucidità. E’ una febbre, impossibile non rimanere scottati.
Roberto Mancini, uno dei giocatori che alla Lazio ha dato tantissimo, è stato sbattuto in prima pagina dal Corriere dello Sport con un titolo volutamente provocatorio e tirato: “Sarei tornato solo per la Roma”. Uno strillo forzato, perchè all’interno dell’articolo l’ex mister del City dice molto altro ma fa intendere che se la Roma l’avesse chiamato, avrebbe accettato senza ombra di dubbio, conscio del desiderio di una tifoseria – una volta contro – che gli avrebbe perdonato il passato da laziale.
Difficile stupirsi dell’uomo Mancini, non è nuovo a queste dichiarazioni un po’ irriconoscenti e con un affetto non ricambiato. In fondo, alla Lazio, ne sono passati molti di giocatori così, lui vale la pena di essere autolesionisticamente amato.
Ultimi scorci estivi del ’97. In panchina c’è Eriksson ma c’è soprattutto Mancini, al quale il tecnico svedese dà carta bianca totale. Il primo sacrificato dell’iniziale 4-3-3 è Nedved, perchè il numero 10 viene affiancato da due tra Casiraghi, Boksic e Signori. Tenere fuori il ceco è follia e allora si passa al 4-4-2 con Mancini titolare, Nedved esterno sinistro e di fianco un centravanti. Uno tra Casiraghi, Boksic e Signori è di troppo. A dicembre, l’attaccante bergamasco verrà ceduto alla Sampdoria, non senza qualche strascico polemico da parte di una tifoseria che ce l’ha con Mancini, ritenendolo il responsabile della partenza dell’idolo di Curva. Scrive Paolo Condò ne “Il calcio dentro”: “E’ una situazione classica del calcio, vista in molte piazze non abituate a vincere. Spesso il campione che rimane, malgrado la mancanza di risultati, viene amato assai più di quanto accada a un suo contraltare che gioca invece per un club pigliatutto. C’è un banale meccanismo psicologico alla base (…): l’esperienza insegna che la condivisione della sofferenza, vincola molto di più di una comune felicità. Alla Lazio questo corollario da dottor Feud si esemplifica nell’attacco al nuovo leader, quello che promette finalmente grandi successi a favore della vecchia bandiera”. Mancini affronta di petto la contestazione e senza mezzi termini critica una piazza priva di cultura sportiva e predica la priorità degli interessi di squadra a quelli dei singoli. Il laziale non la prende male, in fondo, se hai alto spessore carismatico, queste accuse te le puoi permettere anche dopo la sconfitta a Torino contro la Juventus, che relega i biancocelesti al nono posto e a dieci punti di distanza dalla capolista. Quell’anno la Lazio conquisterà due finali: una di Coppa Uefa, persa con l’Inter; e vincerà quella di Coppa Italia contro il Milan. Mancini aveva preso già le redini della squadra. Mancava la voce grossa in società.
E’ trionfo in Supercoppa a Torino contro la Juventus ma al giocatore c’è qualcosa che non torna e gli punge la lingua: il mercato. Cragnotti cede in un colpo Fuser, Jugovic e Casiraghi e, stimolato (forse) da Mancini, acquista Mihajlovic, Stankovic, Couto, Salas, Conceicao e De La Pena. Non solo: l’ultimo botto è l’arrivo di Vieri, che relega in panchina Mancini, almeno finchè il centravanti non si infortuna dopo poche settimane dall’inizio del campionato. Si fa male anche Boksic e per una squadra che già doveva fare a lungo a meno di Nesta, potrebbe essere il colpo di grazia. Eriksson punta ancora tutto su Mancini, schierandolo costantemente seconda punta. Risultati alterni fino alla campana del derby che fa tremare la panchina di Eriksson. Una doppietta di Mancini e una rete di Salas portano la Lazio sul 3 a 1 ma nell’ultimo quarto d’ora la Roma, seppur in inferiorità numerica, centra il pareggio con Di Francesco e Totti. La Lazio chiude la giornata decima in classifica e a 8 punti dalla Fiorentina capolista. Dentro lo spogliatoio biancoceleste, si consuma un diverbio di fuoco. “Un litigio fra persone intelligenti, è molto più utile che restare zitti” confermerà poi Mancini qualche tempo dopo, rincarando la dose con un episodio alla Sampdoria: “A Marassi c’è ancora un buco su una porta sfondata da Vialli con un pugno. I giovani devono capire che nel calcio ci vuole passione”, la stessa che la punta rimprovera ai compagni troppo egoisti. Da questo momento lo spogliatoio, è nelle sue mani. Seguiranno nove vittorie di fila, una Lazio al secondo posto e ad un punto dalla Fiorentina. Poi, con il rientro a gennaio di Vieri, altro cambio tattico, perchè Eriksson imposta un 4-4-2 e arretra Mancini a centrocampo, un ruolo più defilato e un rospo da ingoiare per chi ormai è il leader più luminoso della squadra. L’attaccante accetta e va ad affiancare Almeyda, con il compito – ovvio – di sviluppare l’azione. Con il rientro di tutti gli infortunati, la Lazio prende il volo ma lo scudetto, in un finale di stagione amarissimo e tanto polemizzato, andrà al Milan. C’è gloria però il 19 maggio del ’99: l’ultima Coppa delle Coppe della storia è laziale.
Vieri lascia Roma per l’Inter e Mancini non la prende bene e non glielo manda a dire: “Se fosse rimasto, avrebbe vinto il Pallone d’Oro – dice – In più si perderà anche lo scudetto”. Intanto arriva la supercoppa contro il Manchester, vinta con un gol di Salas servito dall’assist di Mancini. Il campionato ’99-00 è ormai storia, da raccontare ai nipoti ad oltranza, è l’anno del Giubileo laziale e dello scudetto vinto in maniera singolare, all’ultima giornata, confermato solo alle 18 passate e ufficializzato da RadioRai.
Il ritiro verrà invece annunciato il 23 maggio, in conferenza stampa: “Smetto adesso – spiega Mancini – perchè preferisco farmi rimpiangere oggi, che sentirmi dire ‘era meglio se smettevi un anno fa’. Meglio chiudere da vincente e, con uno scudetto e una Coppa Italia appena conquistati, non potrebbe esserci momento migliore. Lo scudetto, già. Nulla accade per caso: ho concluso l’unico mio campionato di serie A senza un gol. Forse è stato il prezzo per raggiungere il titolo, me lo sentivo”.
Premonizioni a parte, la Lazio non avrebbe conquistato mai quella mentalità vincente senza un giocatore come lui, che non ha mai baciato maglie ma se l’è presa a morte per quel 10 alla Sampdoria non ritirato, che lasciò al naufragio la Lazio (chi, però, sarebbe rimasto?) nel momento societario peggiore della sua storia, che ha sempre fatto dichiarazioni di apprezzamento alla Roma. Amare Mancini è un sentimento a cuore gelido. E si può fare.

Da Chinaglia a Klose, cinque uomini che hanno fatto la storia del derby

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Roma brucia. Una combustione di tensione, ansia e trepidazione per la finale di Coppa Italia, nella quale si disputerà, per la prima volta, un derby che mette in palio un trofeo. Ogni gara con la Roma, ha una storia a sè, emozioni diverse e stratificate, irripetibili. Nonostante i pronostici, il risultato è sempre aperto, pronto a sovvertire i favoriti della vigilia, talvolta crudele e determinato dagli episodi, la vittoria è gloria da caput mundi, la sconfitta un dramma che lascia stimmate anche per più stagioni a venire. La Capitale vive il calcio così: prendere o lasciare. Tuttavia, la storia la fanno sempre e comunque gli uomini. Cinque sono quelli che meritano una menzione d’onore, ma come “outsider” ci sono anche un mister e una meteora.

Miroslav Klose – In due stagioni ha già segnato due volte alla Roma, più un rigore procurato. E non è stato decisivo solo nel suo ruolo di attaccante ma anche in quello di amuleto, perchè con lui in campo, la Lazio non ha mai perso. Freddo come il marmo, generoso come pochi, è forse uno dei pochi centravanti classici rimasti nei campi di gioco e prodotti dalla vecchia generazione. Sguardo glaciale, a parole sulla stracittadina, ha saputo solo dire che è “qualcosa di straordinario”. Difficile capire come e quanto senta il derby. Possente e taciturno, ha riempito di urla l’Olimpico con il suo gol al 93′, a trenta secondi dal fischio finale, il 16 novembre del 2011: una rete incredibile, che determinò la conquista dei tre punti e dunque della vittoria. In quell’occasione gli brillarono gli occhi sotto la Curva, ma ancora non sapeva che con quella rete, avrebbe firmato una pagina di storia. L’ultima impronta risale all’11 novembre scorso, sotto il diluvio, con una rete semplice ma “ok”: lo stesso segno che fa con la mano, come unica esultanza ad ogni gol. Semplice ma diretto ed efficace. Come sempre.

Juan Sebastian Veron – Battuta a pochi metri dalla lunetta e sfera sotto l’incrocio dei pali. Una punizione che solo una “streghetta” poteva inventarsi, nel momento clou di un derby che per la Lazio fu determinante nella rincorsa allo scudetto. Era il 25 marzo del 2000, e la “brujita” Veron, in quei mesi, si era preso pure le critiche ingiuste del tifoso esigente che sognava in grande e stavolta non voleva vedersi sfuggire il titolo nazionale. Troppo appannato e lento, dicevano. Sì ma quella punizione alla Roma va vista al rallentatore per godere della prodezza balistica. Classe cristallina, cuore caldo come quello di tutti gli argentini, la zampata di Veron rimarrà negli almanacchi come nelle sue pagine di vita romana. “Il mio gol più bello – ha recentemente ricordato – è senza dubbio quello contro la Roma su punizione. Ho segnato nel derby rovesciando il risultato e dando la vittoria alla Lazio. Non c’è cosa più bella”. Erano i tempi in cui Veron affinava la sua tecnica in modo particolare, ingaggiando, nelle sedute a Formello, un duello con un altro specialista, Sinisa Mihajlovic. Rimpianto e soprannominato poi la “luce”, alla Lazio, luce fu.

Paul Gascoigne – Eccentrico ed eccessivo, fragile, romantico e mai banale. Non è stata solo la sua personalità a farlo diventare uno degli idoli della tifoseria, ma anche quella rete alla Roma che allontanò la sconfitta, in quelll’1 a 1 finale, datato 29 novembre 1992. E’ l’89’, Signori, dalla trequarti, lancia palla in area per Gazza che di testa trafigge la porta giallorossa. Gascoigne impazzisce, allarga le braccia e corre sotto la Nord ad accogliere la gioia di chi già, sconsolato, pensava alla giornata di sfottò che gli sarebbe costata l’indomani. Troppo anche per un uomo abituato agli eccessi e che rientra a centrocampo con una maschera – stavolta involontaria – di lacrime. Gascoigne piangerà altre volte, combatterà altre battaglie, continuerà la sua carriera alla Lazio fatta soprattutto di infortuni e spezzoni di partita. Colui che rallegrava lo spogliatoio, era lo stesso che non sapeva darsi serenità e nonostante le lacune umane e l’incompiutezza, Gazza rimane un’icona della generazione di geni calcistici che ha provato ad avvicinarsi a George Best, senza riuscirci ma ugualmente amati.

Paolo Di Canio – Idolatrato, odiato, discusso e sempre sul fuoco della polemica. Di Canio ha giocato solo pochi anni in biancoceleste: dal 1987 al 1990 e dal 2004 al 2006. Non è una bandiera nel senso vero e proprio del termine ma il suo nome è indissolubilmente legato a quello della Lazio. Tifoso viscerale, non ha mai risparmiato critiche feroci alla squadra e alla società, durante la gestione Lotito. Impertinente e sopra le righe, alla Roma, con la maglia laziale, ha segnato due reti, a distanza di sedici anni l’una dall’altra. Nella prima era un ragazzo di 21 anni che viveva il sogno di giocare in prima squadra per il club del cuore. Il 15 gennaio dell”89, fu il match winner della partita, nella quale fece più storia la sua audacia e arroganza di esultare sotto la Curva Sud che la rete stessa. Una sorta di emulazione di quanto aveva già fatto un certo Giorgio Chinaglia anni prima, un “dolce” dopo i bocconi amari di una Lazio che aveva vissuto anni molto travagliati. Di Canio lascerà Roma nel ’90 per tornarvi da protagonista nel 2004, chiudendo momentaneamente con la Premier League. Un rientro a Roma osannato, strumentalizzato ma con tanta passione, la stessa voglia di scrivere pagine di storia, aprendo le marcature del derby che si giocò nel giorno dell’Epifania del 2005, match nel quale la Lazio s’impose per 3 a 1. Con il club capitolino, l’addio si consumò in uno strappo violento e da allora la tifoseria laziale sogna un altro romano e laziale, capace di farsi amare (e odiare) alla stessa maniera.

Giorgio Chinaglia – Long John prendeva la vita come una sfida, figuriamoci se il derby poteva rappresentare altro. Dal 1971 al 1975, Chinaglia ha segnato cinque reti alla Roma e in quello disputato nell’anno dello storico scudetto, il ’74, non mancò come suo solito di provocare in ogni modo la tifoseria avversaria. L’esultanza con il dito puntato, l’originale, quello sotto la Sud, è sua, è il fermo immagine di un poster e di un totem che ha accompagnato il tifo di un’intera generazione che lo rimpiange, adesso che non c’è più, e che ha smesso di credere nell’emergere di un suo erede. Se la Lazio avrà un altro Chinaglia, non è dato sapere, di certo il centravanti nato in Toscana, viveva il derby come pochi, con ardore e al pari di una battaglia e non si risparmiava nella benzina da mettere sul fuoco ad ogni vigilia. “I’m football crazy” cantava nel ’74, mentre nel ’76, Rino Gaetano lo citava in “Mio fratello è figlio unico”. Anni ruggenti a specchio dei quali seguirono i guai con la giustizia e un’operazione, finita malissimo, per riappropriarsi della Lazio nel 2006.

 

Sven Göran Eriksson – Il mister svedese è passato alla storia non solo come il tecnico dello scudetto laziale del 2000 ma anche per aver conquistato quattro derby su quattro (due di campionato e altrettanti di Coppa Italia) in un’unica stagione, la ’97-’98. A tal proposito, i tifosi, ordinarono una targa commemorativa di questo poker speciale.

Mauro Zarate – “Outsider” degli uomini derby, rimane tuttavia memorabile il gol che segnò l’11 aprile del 2011, in un match vinto dalla Lazio per 4 a 2, dopo cinque stracittadine di digiuno per i biancocelesti. Un tiro al “sette”, battuto dopo aver eluso la marcatura avversaria, all’altezza del vertice sinistro dell’area. I laziali pensarono di aver trovato il fantasista a lungo inseguito, poi gli eventi e il rapporto tra società e il giocatore argentino, si sono deteriorati come mai sarebbe stato possibile ipotizzare.

Articolo pubblicato su Vavel.com