Pirlo, sarai la fine della mia adolescenza

andreapirlo

Quando il tuo giocatore preferito inizia ad avere meno anni di te, è lì che finisce la tua adolescenza (calcistica). Quella dei trentenni d’oggi o poco più come me, sta arrivando al capolinea. Sì, perchè facendo due calcoli Andrea Pirlo è un ’79 e davanti ha forse due o tre anni di carriera. Non di più.

Adesso è ancora facile. L’età la posso ancora scandire con

“Ehi quanti gol di Pirlo mi dai? Dimmi che ne dimostro di meno”. 

Chissà se tra qualche anno qualcuno canterà “Da quando Pirlo non gioca più” alla stregua di un Senna o di un Baggio. Sicuramente non è detto che non sarà più domenica. Magari non sarà più  sabato o martedì oppure un mercoledì. Potrebbero non essere più le 15, ma le 20:45 o le 18. Insomma: dipende dalla vendita dei diritti televisivi e dalle Coppe europee.

Ricorderò quando chiedevo a babbo di dirmi come giocava Rummenige e lui doveva mettersi seduto a raccontarmelo. Nessuno, da in piedi, mi chiederà cosa combinava Pirlo in campo, perchè se lo sarà già visto in un video su youtube, convinto che basterà, senza narrazione, senza neppure una didascalia. La finta consapevolezza di sapere quanto basta, la curiosità sepolta di non voler capire di più. In fondo, a cosa serve andare in overdose di sensazioni?

Talento e regolatezza recita lo stereotipo. Pensa Pirlo, non hai ancora smesso di giocare e già vieni considerato lo stampo unico di un playmaker che non vedrò più, hai già abbastanza vedove che piangono la mancanza di eredi. Non lo è Verratti, lo sa pure lo stesso Verratti di non poter essere te. Al contrario della caccia selvaggia ai nuovi Maradona, durata trent’anni, quella che ti riguarda si è fermata dopo pochi anni o forse non è mai iniziata. Non serve, perchè sto aspettando un altro Messia che non sia affatto come te, tu rimarrai nella storia del calcio italiano chiuso dentro un compartimento stagno. Anzi: sarebbe preferibile che non nascesse uno come te. Come farei poi a non dimenticarti?

La barba da hipster, la voce bassa, qualche lacrima sporadica se perdi almeno una finale europea in modo umiliante, una biografia che svela quello che nessuno ha mai pensato tu fossi: un buono senza malizia, un sensibile alle pressioni che si nasconde dietro un viso di ghiaccio.

In realtà, come giocatore, sei tutto dentro quel lancio a Grosso nella semifinale Mondiale con la Germania, la punta di un compasso che si conficca nel terreno e che di spalle riesce a girare un pallone in avanti, in un punto scoperto del campo, un invito ad aprire le porte della memoria nazional popolare ad un terzino normale che quella notte diventa un colpo di fulmine per una Nazione intera.

Sono passati più di nove anni e di estati come quella non le ho più vissute, in compenso è dicembre e i maglioni di lana tengono troppo caldo e poi piove, piove sempre sulla mia generazione.

“Ehi, quanti gol di Pirlo di dai?”. Quando chiuderai la carriera terminerà anche la mia di adolescenza e sarà lì che dimostrerò tutti i tuoi gol.

Marchetti, la consacrazione in un colpo di reni

marchetti

E’ il 79′ di Juventus-Lazio, semifinale d’andata di Coppa Italia. Il traversone di Vucinic è perfetto per la conclusione potente e precisa di Vidal che sta per insaccare il gol che potrebbe chiudere la partita e consegnare in anticipo la finale ai bianconeri. L’intervento di reni di Marchetti, con una reattività fuori dal comune, segna la consacrazione del portiere biancoceleste.

Efficacia e bellezza – Non che prima di quell’intervento fossero nascoste le qualità del giocatore, ma quando un estremo difensore oltre che efficace diventa anche “bello” da vedere – concetto molto diverso dallo “spettacolare” che si dava ai portieri negli anni Ottanta e Novanta – significa che ha scalato il gradino della maturità definitiva. Anche se la sua bacheca è vuota di trofei e il commissario tecnico Cesare Prandelli, non lo convoca mai in Nazionale. Eppure, nonostante i suoi 30 anni che compirà il prossimo 7 febbraio, Marchetti viene definito l’erede di Gigi Buffon, seppur non destinato a esserne migliore.

Cadere e rialzarsi – Marchetti non ha avuto sette vite come i gatti, ma poco ci manca e dalla sua ha avuto la fortuna di metabolizzare in crescita personale due spaventosi incidenti d’auto nei quali ha visto morire due amici; le opportunità nei club mai sfruttate per diventare il portiere titolare, prima Torino e poi Cagliari, quando pagò l’ingenuità di certe dichiarazioni con la decisione drastica del presidente Cellino di metterlo fuori rosa e mandarlo a difendere i pali della Primavera.

Cagliari e Cellino – Nell’estate del 2010 quando sembrava ormai imminente il passaggio alla Sampadoria – che si sarebbe giocata i preliminari di Champions – la trattativa sfumò all’ultimo minuto e per il portiere di Bassano del Grappa la delusione fu troppa per non poterla sfogare con i giornalisti. Il patron del club sardo subito dopo tuonò “Certe cose ai giornali non si dicono. Se non vuol stare con noi, può andare”. Marchetti viene messo sul mercato ma Cellino non trova soddisfacenti le offerte arrivate. Agazzi verrà poi riscattato dalla Triestina e promosso titolare tra i pali, e Marchetti viene lasciato ai margini della rosa.

La rinascita – Tanti mesi di esilio per rinascere a Roma, quando nessuno ci avrebbe scommesso nulla, tranne la Lazio, ripagata dal portiere con prestazioni maiuscole, continuità di rendimento e l’appagamento dell’estetica calcistica tra i pali. Adesso nessuno si ricorda più di quel Marchetti che a 22 anni, con la maglia della Biellese, in C2, fu squalificato due turni dopo la disputa della finale dei play out con il Portogruaro; partita nella quale, durante una sorta di raptus, prese a calci un cartellone pubblicitario e si calò i calzoncini mostrando il fondoschiena ai tifosi. Quel Marchetti dalla testa calda è stato spazzato via, con un colpo di reni.

Articolo pubblicato su Vavel.com

L’ateo di Torino

Inverno, ora di pranzo. Un bar come un altro, di quelli che da mezzogiorno in poi cucinava piatti caldi oppure il solito panino o piadina imbottiti. L’avevo conosciuto da poco ad una conferenza stampa. Era un giornalista che lavorava a Torino per un quotidiano locale. Mi aveva invitata a pranzo per parlare e poi per darmi una mano con le dichiarazioni in sala stampa, io che ero arrivata con un po’ di ritardo. In sottofondo la solita radio trasmetteva uno di quei tormentoni invernali da ballare nei locali, ma non ricordo quale, anche perchè ero più interessata alla conversazione, io che della realtà della Mole avevo solo un’idea fatta di stereotipi e dei ricordi dell’aeroporto Le Caselle e lo stadio “Olimpico”.

“Sei di Torino, quindi la domanda è praticamente obbligata. Juventus o Toro?”

“Ateo”

“Che significa?”

“Io rispondo sempre così a questa domanda. Il tifo è una brutta bestia”

“Beh, sì, io per prima ne comprendo gli effetti”

“Che poi, fa poca differenza. Sono uguali”

“Uguali? Chi?”

“I tifosi della Juventus e del Torino. Non c’è differenza. E io sono ateo anche per questo”

“Maddai, io non li conosco bene i tifosi di Torino e Juventus ma sembrano quanto di più diverso ci possa essere”

“No. Pretendono tutto perchè tutto gli è dovuto e per questo non c’è differenza. Soffrono della stessa esigenza”

“Vale a dire?”

“Di riscatto sportivo e di vita. Si sentono in debito con gli eventi e piangono lo stesso pianto”

“Ma ti stai riferendo alla loro storia?”

“Sì, certo. La Juventus ha la cicatrice dell’Heysel. Il Torino quella di Superga. Questi sono gli eventi per i quali si sentono in debito morale. Più c’è Calciopoli”

“Capisco. Sì, mi fai ricordare una citazione di Beccantini”

“Sì, capisco a quale ti riferisci. L’unica differenza è che forse i tifosi del Toro sono più talebani nel culto del tifo”

“Che vuoi dire?”

“Che sono pronti a difendere in massa qualunque cosa possa combinare un tifoso, anche la più brutta. E questo solo perchè tifano la stessa squadra”.

Non parlammo più delle due squadre, non ricordo dove scivolò la conversazione, sicuramente sul lavoro della mattinata. A pranzo finito, cercai su internet la definizione di Roberto Beccantini che mi aveva colpita non più di qualche mese fa:

“La Juventus è una figlia di papà. Di papà Agnelli, di Edoardo e di tutta la generazione a venire. La Juve è stata la squadra di Charles, di Sivori, Platini, Baggio, Zidane. Il Torino invece è stato figlio della madre di tutte le sciagure: Superga. Andrei al di là della solita divisione convenzionale di una Juventus aristocratica e di un Torino popolare. Direi che la Juve è la squadra che si è tolta tutti gli sfizi, mentre il Toro spesso è stato costretto a scendere a patti con il destino”. 

In giro per il web trovai anche un’altra citazione di Giovanni Arpino e pensai che quella, più di altre, sottolineava l’integralismo nel tifo granata:

“Il Torino, come tutti sanno, è una fede. E anche se la fede non può sempre vincere, il suo valore resta incontaminato”.

Tempo fa, avevo proposto ad un sito un articolo proprio sui punti in comune che può avere la religione con il calcio, scomodando la banalità di Marx e della figura retorica dell’oppio. Mi sono chiesta se nelle camerette dei ragazzi di oggi i poster di Ronaldo o Messi avessero sostituito i crocefissi e le Madonne che i genitori mettono alle pareti, se il rito della domenica, anche con le partite spalmate durante la settimana, avesse sempre le sue tappe obbligate, che differenza c’è tra chi sente l’obbligo di presenziare alla Messa con quello di chi invece percepisce il dovere dello stadio.
Il mittente di questa mia proposta è rimasto spiazzato e forse mi ha presa per una credente-praticante, suggerendomi di non far prendere al discorso una piega clericale, visto che avevo pensato a don Paolo De Grandi come punto di riferimento dei miei quesiti.
Sono quindi ferma al palo. Un po’ come quando alle medie, le compagne di classe mi chiedevano se mi era piaciuta l’ultima puntata di “Beverly Hills 90210”. Rispondevo di sì anche se non era vero, perchè avevo perso il filo tra una settimana e l’altra, chè in tv il giovedì sera guardavo le partite del Parma in Coppa delle Coppe. E’ solo che era difficile spiegare perchè preferissi la squadra di Scala a Dylan. Eppure anche quei giovedì erano “sacri”.

Zemanlandia al Colosseo, l’ultimo sorriso a Torino e a Gascoigne

C’erano ancora Gascoigne e i suoi problemi di alcolismo. C’era un difensore, Alessandro Nesta, che sarebbe diventato imperatore. E c’era pure Marco Di Vaio. La storia curiosa di uno svizzero che ora allena il Chelsea, un croato scorbutico dai piedi quasi di gesso, un tagliagole argentino in difesa.
C’era la Juventus di Vialli e Ravanelli, i primi – forse – a capire chi sarebbe diventato Alessandro Del Piero, quello che poi con la società Agnelli ha rotto definitivamente. Chissà da lassù che avrà pensato Gianni, quando il suo pittore preferito ha tagliato i rapporti con Torino ed è andato a fare il Pinturicchio altrove.
Quella Juventus vinse lo scudetto a mani basse e divenne la fonte originale e piena di peccato di quei nuovi veleni della Serie A che ancora il campionato italiano si porta appresso, martoriato da calciopoli, calcioscommesse, scandalo passaporti falsi ed altri numerosi eccetera. Dietro, la Lazio di Zdenek Zeman che ancora poteva fumare in panchina e che si conquistò un bottino di 63 punti ottenuto segnando 69 gol, subendone 34, varie scatole di maalox, flebo di caffè Borghetti per digerire le beffe, tanta pazienza, una fede incrollabile.
Zemanlandia funzionava anche nella città del Colosseo e la stagione 1994-95 fu quella dove le giostre davano le vertigini. Magari vomitavi e ti sentivi un po’ come dentro la canzone di Vasco Rossi “Stupendo” oppure – meglio – ti chiedevi “Cosa succede in città”. Pazienza se c’era qualcosa che non andava perchè era ancora il tempo delle utopie, del bel gioco che avrebbe portato solo risultati e trofei, della coerenza come un dogma, delle urla al “piccolo” Nesta, chè la difesa andava tenuta più alta, praticamente a centrocampo, anche se vincevi 2 a 0. Non esisteva ancora il totem del calcio pulito, quello sarebbe venuto qualche anno dopo.
“Il 4-3-3? Non esiste giocatore che non lo può fare” diceva Zeman sapendo che a metà degli anni Novanta ogni Capodanno si festeggiava in modo più eccitato perchè dal Duemila si pretendeva l’impossibile, altro che l’atleta universale da calcio spettacolo.
“E’ geometria, il modo migliore per coprire gli spazi” istruiva il tecnico boemo e inoltre – come riportato su www.zeman.org “i movimenti difensivi del 4-3-3 consistono nel pressare la palla e nel coprire gli spazi. I difensori sono quattro, schierati seguendo il profilo di una mezzaluna, ma i due esterni sono molto più inclini alla fase offensiva che a quella difensiva. Dei centrocampisti, il centrale è il fulcro di tutta la manovra, mentre i due laterali macinano chilometri per tamponare il gioco avversario, ma soprattutto per creare superiorità numerica sulle fasce, collaborando con il terzino e con l’attaccante. I giocatori del tridente offensivo devono essere veloci e tecnici (…) non esiste un unico finalizzatore, il quale dipende dalla situazione che si viene a creare sul campo, senza per questo dimenticarsi di tornare a coprire a centrocampo quando la sfera è in mano all’avversario”. Semplice no? Spettacolare si diceva invece quando il rispetto del culto dei gradoni faceva impazzire Cravero nei ritiri estivi che poi assieme a Bacci, Signori, Casiraghi e Boksic, si distraeva da quel maledetto campo giocando a briscola.
Gascoigne spese tutti quei mesi a cercare di dimagrire e rispondeva piccato a chi gli domandava lumi sul miracolo dei suoi 72 chili di peso: “Vi chiedete come ho fatto a dimagrire tanto? Se conosceste i metodi di Zeman, la durezza dei suoi allenamenti, non vi chiedereste una cosa del genere”. D’altronde, per il mister: “Gascoigne è un atleta come tutti gli altri”, uno degli infiniti giocatori in grado di adattarsi al 4-3-3, lui, Gazza, che male si era calato pure nella vita.
L’ultima giornata di campionato a Roma col Brescia, arrivò un risultato mogio, mogio per gli standard stagionali: un 1 a 0 che però valse il secondo posto. Dalla Curva era tutta la partita che veniva intonato il coro “volemo er secondo posto” sulle note di “guantanamera”, è sì che in quell’anno esplose la moda dei balli latino americani.
Tutti si ricordano il 7 a 1 al Foggia o l’8 a 2 alla Fiorentina, ma quell’anno, alla 30esima giornata che cadde il 7 maggio ’95, Zeman battè la Juventus a Torino per 3 a 0, con le reti di Di Matteo, Boksic e Venturin. Per la squadra di Lippi fu la classica giornata di porta stregata, perchè Marchegiani pareva Cudicini e il pallone non passava mai. E’ questa l’unica volta in cui Zeman sconfisse la Juventus a Torino e, prima della partita, esiste una foto dove prima di sedersi in panchina, il mister cerca di non ridere a ciò che gli dice di fianco un Gascoigne improbabile sia nel vestiario che come calciatore. Ci sta che anche quella sia stata l’unica e ultima volta in cui Zeman ha riso.

Berbatov, il mancato colpo alla Nedved, lo rimpiangerà soltanto Marotta

C’è uno scatolone che contiene tutti i Guerin Sportivo che ho collezionato fino ai 22 anni. Il primo che acquistai, datato gennaio 1995, aveva in copertina il Milan prossimo all’acquisto di Weah e il Parma e la Juventus che si contendevano Figo, allora con i capelli ricci e lunghi che, all’epoca, erano soliti portare un po’ tutti i giocatori portoghesi.
A distanza di 17 anni è doloroso trovarsi un calciomercato italiano così povero come quello che si è chiuso lo scorso 31 agosto, più misero d’idee che di soldi, più decadente nel prestigio dei nostri club se tra Juventus e Fiorentina, a decidere è la moglie di un giocatore che lo obbliga a rimanere a Londra ma con un’altra casacca: quella del Fulham.
Non rimpiangeremo Dimitar Berbatov, anche se a rimpiazzarlo sono arrivati Bendtner e Toni. L’unico a cui questo mancato acquisto farà male, sarà solo il direttore generale Giuseppe Marotta, spinto a tentare il colpo di prepotenza per soffiare l’attaccante che già si era accordato con la Fiorentina. Pareva già tutto fatto e a Marotta i tifosi juventini e tutto gli addetti ai lavori, stavano già consegnando il permesso di avvicinarsi a Luciano Moggi, colui che è stato re del calciomercato, avendo a disposizione tutti i mezzi possibili ma meno soldi di quelli che hanno formato il budget dell’attuale dg della Juventus sul mercato di questi ultimi anni.
“Ti prendo e ti porto via” cantava Vasco Rossi nel 2001 e la Juventus ne fece lo slogan di riuscita delle proprie trattative, con tanto di blitz aereo. Il tentato colpo di prepotenza sull’acquisto di Berbatov ricorda quello messo in atto e andato in porto di Pavel Nedved.
Il laterale ceco che si mise in luce durante l’Europeo inglese del 1996 facendo a fette l’Italia di Sacchi, non era nessuno o quasi, tranne che per Zdenek Zeman. Lo chiese a Cragnotti ben prima della competizione, ma l’ex presidente della Lazio lo trattò solo dopo e allo Sparta Praga andarono otto miliardi di lire. Nedved vinse tanto e si consacrò a Roma, con la maglia della Lazio stette fino al 2001 e solo uno come Luciano Moggi potè strapparlo da un’intera carriera che si sarebbe chiusa in biancoceleste. Una cessione dolorosa, che rimpinguava le casse laziali di 65 miliardi. Il preliminare d’accordo tra le società era già stato firmato ma Cragnotti quando cedette Veron ci ripensò e fece sapere al club torinese che Nedved sarebbe rimasto alla Lazio. Il ceco, nel frattempo, è a Cheb, sua città natale e aveva già fatto sapere che di andare a Torino non ne voleva sapere. Solo che del ripensamento della Lazio non sapeva niente. “Mi ero messo d’accordo con Cragnotti per il suo trasferimento, ma mancava l’ultimo tassello: la volontà del giocatore – confermerà poi Moggi qualche anno dopo in un editoriale – Nedved viveva all’Olgiata, una delle zone più belle di Roma, e non aveva alcuna intenzione di spostare la sua famiglia di lì. A quel punto, tramite Raiola, riuscii a raggiungere un accordo, Avrei fatto visitare in gran segreto a Pavel il quartiere in cui avrebbe vissuto a Torino, e qualora fosse stato di suo gradimento, avrebbe onorato il gentlement agreement che avevo già raggiunto con il suo Presidente. La mossa vincente, fu quella di informare giornalisti di stampa e televisione dell’arrivo di Nedved a Torino, in modo tale che quello che doveva essere un accordo segreto fosse reso noto al pubblico. Così fu, e da quel momento il ceco non potè più rifiutare il suo trasferimento in bianconero”.
Moggi convinse Nedved che la Lazio voleva disfarsi di lui, in forza di un accordo preliminare che il dirigente bianconero non aveva mai promesso a Cragnotti di fare a pezzi. La Juventus mandò un aereo in Repubblica Ceca a prelevare Nedved, portarlo a Torino, farlo firmare e incoronarlo uomo simbolo della Vecchia Signora. La villa all’Olgiata era già lontana dalla testa, in quelle 24 ore nelle quali Nedved si rese irraggiungibile.
Di analogie con tra la trattativa tra Berbatov e quella di Nedved, cene sono poche, ma è stato il diverso epilogo a determinare, forse per sempre, la collocazione di Marotta nella storia della società juventina e a tracciare un nuovo e ad altro solco che allarga la forbice tra la Juventus pre-Calciopoli e quella post.

Calcioscommesse. Sono innocente ergo patteggio. Il caso Locatelli. La scelta di Conte e Bonucci

Si può essere costretti a patteggiare una pena di due anni anche per un presunto illecito, commesso in una partita di fine campionato, non quotata dalle agenzie di scommesse.
E’ quello che è successo a Tomas Locatelli, ex giocatore di Milan, Bologna e Siena, tirato in ballo dall’allora compagno di squadra Carlo Gervasoni, per un Ancona-Mantova del 30 maggio del 2010 terminata con il punteggio di 2 a 2.
Il giocatore, che al momento è proprietario e gestisce un centro sportivo ad Arezzo, ha sempre proclamato la sua estraneità ai fatti prima e innocenza poi, quando il procuratore Stefano Palazzi lo ha sanzionato con due anni di squalifica. In parole povere, si tratta della stessa “pena” inflitta ad un giocatore coinvolto nello scandalo delle scommesse come Cristiano Doni.
“Sono stato accusato di un presunto illecito sportivo e col mio avvocato sono arrivato all’istanza di patteggiamento per chiudere questa storia e per far capire che io col calcioscommesse non c’entro niente – dirà poi Locatelli in conferenza stampa, presso lo stadio Comunale di Arezzo – Tv e stampa nazionali prendono in giro noi giocatori che siamo stati coinvolti e personalmente è una cosa che fa male, vista la mia carriera e i diciassette anni di serie A, dove credo di aver dato tanto al calcio e di aver fatto veramente qualcosa di buono. Invece sono stato trattato peggio di chi per anni ha fatto sì che il calcio venisse odiato da tutti”. 
Patteggiare per dimostrare che si è innocenti è di uno stridore sostanziale che suona di unghie che grattano specchi. Eppure davanti ad una giustizia sportiva italiana sommaria quanto un colpo d’ascia rapido e molto doloroso, si rivela l’unico mezzo per evitare la morte e rimanere a subire una pena amputata di qualche mese. Locatelli è stato uno di quei giocatori sanzionati che più di altri si è esposto nel denunciare i meccanismi obsoleti di giustizia sportiva con cui ha avuto a che fare: “Provare la mia estraneità ai fatti era impossibile – ha dichiarato l’ex senese – anche perché in Procura erano stati chiari: o tiravo fuori altri nomi e circostanze, oppure mi stangavano. Ma io non ho nomi né circostanze da dichiarare. Per questo ho patteggiato” . Altro elemento non di poco conto, il fatto che la giustizia sportiva non permette il confronto tra accusato e accusatore: tutte circostanze per le quali provare la propria innocenza diventa praticamente impossibile e l’unica strada percorribile è, paradossalmente, quella del patteggiamento. E questa è la decisone che stanno scegliendo anche il tecnico Antonio Conte (tre mesi) e il difensore Leonardo Bonucci: il primo accusato di omessa denuncia, il secondo di tentato illecito, alla stregua di Locatelli.
Non si hanno i mezzi per stare a sindacare l’innocenza o meno di Locatelli, Conte o Bonucci (e tutti gli altri) ma il problema da sollevare è un altro: può fare “pulizia” un sistema così obsoleto e sommario che condanna per presunto illecito ma soprattutto non ammette il confronto fra chi punta il dito e chi è accusato?

Le vedove di Moggi

“E’ il mio idolo e un giorno spero che si arriverà presto a sapere la verità”. “Direttore, lei è veramente un mito! Manca al mondo del calcio e soprattutto a noi”. “Hanno il coraggio di parlare persone e personaggi solo per andare contro al più grande intenditore di calcio. Mitico”.
Stralci di tweet, riproposti più o meno fedelmente e diretti a @LUCIANOMOGGI. Non è dato sapere chi si occupi dell’account, anche se è certo che non si tratti del diretto interessato ma comunque un “team” a lui vicino. Forti sono i contributi del sito www.ju29ro.com sicuramente uno dei migliori giornali on line sulla Juventus per quanto riguarda il numero degli articoli e degli aggiornamenti (giudizio oggettivo e 100% gratuito).
La sostanza tuttavia è un’altra. I tweet su riportati sono prettamente di fede bianconera ma non tutti e di adolescenziali “mitico” Luciano Moggi ne riceve a bizzeffe perchè l’Italia è quel paese dove va trovato in fretta il capro espiatorio di uno scandalo, lo si manda alla pubblica gogna, salvo poi dopo qualche anno passare ai processi di beatificazione. Dal beato si procede all’unzione di martire e infine al “mitico” che fa tanto anni ’90 e calcio anni ’90.
Tutte vedove di Moggi, del calcio inventato da Moggi, dei trucchi prepotenti usati in sede di calciomercato, dell’arroganza di chi sa di essere il regista e l’artefice del destino di attori che a volte ti si rivoltano contro.
La verità è che il calcio italiano ha ancora bisogno di Moggi, perchè è stato l’unico o quasi ad aver pagato Calciopoli, motivo che va a rafforzare la sua figura di depositario di ciò che veramente succedeva in quegli anni dove la Juventus avrebbe vinto lo stesso tutto quello che ha vinto (o quasi), semplicemente perchè la più forte, anche senza sequestrare arbitri e affini, ammesso che a questo punto l’abbia fatto veramente.
Il calciomercato italiano latita, s’inventano telenovele Destro, Kakà, Lucas e mica succedeva quando c’era lui, quando litigava con Mino Raiola per portare Ibrahimovic alla Juventus, quando si prese gioco di Cragnotti trascinando Nedved da Roma aTorino.
Vedove di Moggi i tifosi che la prepotenza in campo, di parola e di manovra, danno un senso di immortalità e potenza rispetto alle altre società, chè in fondo bastava il nome: “Luciano Moggi”.
Vedove di Moggi chi frustrato dai risultati della propria squadra vede colpe retroattive ai tempi in cui il direttore ora radiato faceva il bello e il cattivo tempo, con la differenza che lui l’ombrello non aveva mai bisogno di aprirlo.
Vedove di Moggi quei giornalisti che per dare brio alle conferenze stampa di Zeman, riscatenano battaglie anacronistiche tra i due, tirando di nuovo in ballo il dottor Ventrone e i muscoli troppo straripanti di Vialli; chi non sa come riempire le pagine dei giornali, cosciente fino in fondo che anche l’informazione sportiva su carta è in agonia.
Il calcio italiano e non solo ha bisogno di Moggi, che effettivamente di calcio se ne intendeva ma sempre sia beata la Nazione che non ha bisogno di miti, beati, martiri e telefonate da intercettare.