Balotelli “Prima di essere un uomo”

L’educazione. In un’intervista rilasciata a Jorge Valdano, Johan Cruijff sosteneva, già nel 2004, come nel calcio ci fossero molti allenatori e pochissimi insegnanti: “Quando guardi al passato te ne accorgi – disse all’ex giocatore del Real Madrid – Prima, in ogni paese, c’era un ragazzo che tecnicamente era più bravo degli altri (…) e siccome gli piaceva il calcio, quel ragazzo almeno un paio di volte a settimana allenava i bambini del paese. Era un sistema logico perchè non ci si poteva permettere di pagare qualcuno. Quel ragazzo, pur facendo il suo lavoro senza ritenersi un professionista, aveva trasmesso il calcio vero”.

L’educazione. Questa secondo l’olandese è ciò che è mancata finora a Mario Balotelli: “Non si comporta bene e dobbiamo chiederci perché – ha dichiarato Cruijff alla Gazzetta dello Sport, interpellato sul ritorno in Nazionale dell’attaccante – Per me, non è colpa del giocatore, ma della squadra che lo fa giocare. Il problema non è Mario, ma l’educazione che gli è stata data. Se fosse stato educato in un certo modo, oggi non si comporterebbe così”.

Non c’è al mondo alcun giocatore, attualmente, capace di spaccare l’intero mondo calcistico in due come fa Balotelli: da una parte ci sono tifosi e addetti ai lavori intolleranti a dargli l’ennesima chanche; dall’altra ci sono coloro che credono ancora al compimento del suo potenziale, forse ci crederanno finchè non terminerà la carriera.

Un comportamento dentro e fuori dal campo sempre discusso e discutibile, scarseggiano, invece e da sempre, le critiche alle qualità tecniche. In altri tempi, pure Ronaldo a fine carriera apriva un senso di rimpianto e incompiutezza: “Forse un giorno – scrive Enzo Palladini nella biografia non autorizzata del brasiliano – spiegherà almeno a se stesso perchè non ha voluto diventare il più grande di tutti. Paura del buio, ma forse anche della luce”. Magari succederà anche con Balotelli, col quale non è più colmabile la lacuna dell’educazione suggerita da Cruijff.

In un futuro migliore, Balotelli è, diventerà, una canzone di Daniele Silvestri:

“Va bene cominciamo

Che prima concludiamo

E prima posso andare via

Non è per contestare, ma

La storia di cui dovrei parlare

E raccontare

Già da molto non è più la mia

Dov’è che ci siamo già visti

Non ti inquadro

Eri anche tu coi sandinisti

O facevi teatro

Comunque procediamo

Lo so, ti sembro strano

Ma sono gli anni, il vino e la miopia

Che poi non è che beva molto

E qualche volto ancora lo ricordo

E non ingrasso

Non sono sordo

E ho ancora molta, molta fantasia

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Bisogna essere ottimisti

Fino in fondo

Perché potrebbe essere domani

La fine del mondo

Quante lacrime mi dai

Ne dimostro di meno

Non avevo pianto mai

Prima di essere un uomo

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Anticamente ricordo di avere pensato

Che il mondo potesse comprendersi tutto

In un solo momento

E vivevo contento di averlo compreso

Ultimamente, piuttosto

Considero tutta la vita un gelato, che viene leccato

Da tutte le lingue del mondo schifato, ma ancora goloso

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Bisogna essere ottimisti

Fino in fondo

Perché potrebbe essere domani

La fine del mondo

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Quante lacrime mi dai

Ne dimostro di meno

Non avevo pianto mai

Prima di essere un uomo

Va bene cominciamo

Che prima concludiamo

E prima posso andare via”.

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Zico, 37 chili di anima per diventare grande

Zico vs Gentile 82

Artur Antunes Coimbra era chiamato da tutti Arturzico, tranne che da una zia che si intestardì a chiamarlo Zico. Il fatto che il mondo intero abbia finito per conoscerlo come Zico, non è che una ulteriore prova di ciò che riesce a fare una zia quando si mette in testa qualcosa.
Era il principio degli anni Sessanta quando le distese impolverate di Quintino Bocayuva, un sobborgo di Rio de Janeiro, vedevano crescere Arturzico con una palla tra i piedi. A poco più di dieci anni, aveva messo il suo talento a maturare insieme ai più grandi; pesava poco meno di 30 chili ed ebbe bisogno di ogni astuzia per sopravvivere tra quelle robuste gambe proletarie. I campetti di Quintino Bocayuva cominciarono ad attirare frotte di vicini interessati a dare un’occhiata a quel bambino che ficcava il naso in cose da uomini. Il pallone sembrava sproporzionatamente grande tra le gambette di Arturzico, eppure obbediva sempre ai capricci del piccolo apprendista. Quando Arturzico e il pallone s’incontravano, il gioco ne usciva lubrificato, pulito; diventava un’altra cosa. Zico, fratello di due prestigiosi giocatori degli anni Sessanta (…), si presentò al Flamengo. A quindici anni era alto 1,55 e pesava 37 chili; nessuno poteva immaginare che quella figurina esile avrebbe diviso la storia del club in a.Z. e d.Z. (avanti Zico, dopo Zico), e che sarebbe stato il miglior giocatore del Brasile per tutta la decade degli anni Settanta.

“Il sogno di Futbolandia” – Jorge Valdano