Auguri Matthias Sammer, lo “scandalo” del Pallone d’Oro del ’96

Roberto Donadoni of Italy (left) is challenged by Matthias Sammer of Germany

Un premio al giocatore operaio, al lavoro duro e sporco. Si usarono queste parole, almeno sulle testate italiane, per spiegare l’assegnazione del Pallone D’Oro del 1996 a Matthias Sammer. Sì perchè in un certo senso andava lenita una sorta di ingiustizia, anzi due. La prima su Del Piero, che in quell’edizione arrivò addirittura quarto in graduatoria, nonostante la vittoria della Champions League e della Coppa Intercontinentale, decisa da una sua rete. La seconda forma di rammarico, che assomigliava per la verità a rabbia, era tutta per solidarietà a Franco Baresi: se non c’era riuscito lui con il Milan pigliatutto a infrangere il tabù del premio ad un difensore, come poteva avercela fatta il tedesco del Borussia Dortmund? E così ci si adoperò per gridare allo scandalo, nella speranza che facesse eco, soprattutto oltre i confini italiani, ma lontane le polemiche dalle consegne avanti Messi vs Cristano Ronaldo, Sammer si conquistò quel premio accendendo più discussioni negli anni a venire che al momento della cerimonia. “È più di un libero – disse all’epoca di lui Baresi, punto dai giornalisti nell’orgoglio, a volere a tutti i costi fargli uscire un po’ di veleno – Gioca in difesa e in attacco, viene dal centrocampo. Meritava di vincere: è stato giudicato il miglior giocatore dell’Europeo e per la sua nazionale è stato determinante”. Il difensore del Milan aveva ragione. Quello che fu portato come il Pallone D’Oro dello scandalo, era quanto mai più che meritato.

In classifica un giovanissimo Ronaldo, attaccante del Psv, si piazzò secondo, forte di una Coppa d’Olanda e di un bronzo alle Olimpiadi di Atlanta. Terzo Shearer, che seppur protagonista con l’Inghilterra negli Europei che si disputarono in casa, non vinse nulla nel corso dell’anno solare. Sammer non solo conquistò il titolo continentale facendo da guida alla Germania, ma anche Bundesliga, titolo di miglior giocatore dell’Europeo e titolo di miglior giocatore tedesco dell’anno. Tuttavia non bastarono, il tedesco non avrebbe dovuto vincere il Pallone D’Oro. Eppure il tetto d’Europa altro non era che il clou di un cammino di vita e di carriera complesso, iniziato come figlio d’arte, nella DDR e nella Dinamo Dresda. Un percorso cupo, non tanto per stereotipo della Germania Est, quanto intenso nelle sue vicissitudine calcistiche e non.

Matthias, nato nel 1967 a Dresda, sotto la guida tenace del padre Klaus, iniziò a giocare nella Dinamo, club legato alla Stasi, fino alla caduta del Muro. Più volte il calciatore ha raccontato di sentirsi osservato in quegli anni, tanto che poi lo stesso compagno di squadra Frank Lieberam, ammise che pure lui non era altro che una spia come ce n’erano tante, al servizio della polizia. A nazione unificata Sammer scelse fortemente lo Stoccarda e a dicembre conquistò subito un record: essere il primo tedesco orientale ad essere convocato nella nuova Nazionale, Germania-Svizzera 4-0.

La maturità di Sammer giocatore stava evolvendo in maniera ambigua perchè essendo molto duttile e capace sia in fase difensiva che d’attacco, non giocava nè come attaccante nè a centrocampo. L’Inter lo mise subito sotto osservazione e lo acquistò nel ’91. Il tedesco si trasferì a Milano solo un anno dopo, da vincitore della Bundesliga con lo Stoccarda. Nel frattempo non imparò una parola d’italiano e con il tecnico dei nerazzurri, Bagnoli, si spiegava a gesti sin dal primo allenamento. Due dita sul disegno di un campo toccarono la trequarti: Sammer voleva giocare dietro le punte. Il mister lo accontentò indietreggiando Shalimov davanti alla difesa. Il futuro campione d’Europa cercò di calarsi meglio che poteva nella Serie A (11 presenze e quattro reti a Napoli, Roma, Juventus e Pescara) ma non volle mai saperne di farsi adottare da Milano. La moglie fu uno dei motivi più tenaci che spinsero il trequartista a tornare in Germania (in un’intervista successiva, ammetterà di avere avuto incomprensioni tattiche col mister italiano, di finire spesso in tribuna causa il numero limite degli stranieri: due altri fattori forti che lo spinsero ad andarsene). La casa sul lago, bella da togliere il fiato, non era arredata se non da un letto e da un armadio. Voci di vicinato raccontarono del televisore adagiato su una cassetta della frutta e Sammer che girava in t-shirt e mutande nel vuoto delle stanze, indipendentemente dalla temperatura esterna. All’apertura del mercato invernale la richiesta urgente al presidente Pellegrini di essere ceduto. “Ciao” fu l’unico vocabolo che imparò su un volto insofferente, sulla voglia di mettersi alla prova a Dortmund. L’Inter lo cedette al Borussia e con i 9 miliardi incassati comprò Jonk. Fu mister Hitzfeld a prendersi cura della sua evoluzione tattica in giallonero, a spostarlo dalla trequarti alla difesa, facendolo diventare un libero molto offensivo con doti da regista, capace di impostare, dal basso, l’azione.

Della maturità di Sammer ne fece tesoro anche il Ct Berti Vogts che dopo un’estenuante guerra di nervi, lasciò fuori dalle convocazioni dell’Europeo inglese un monumento come Matthaus, rimpiazzandolo proprio col ragazzo di Dresda.

Visto il ritiro precoce dai campi di calcio avvenuto nel 1998, il premio francese, col senno del poi, ha rivestito anche l’urgenza di un’onorificenza ad un difensore elegante, solido ma soprattutto martoriato da cinque operazioni al ginocchio.

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Calciopoli, quando l’ex arbitro Bertini disse: “La Cassazione mi darà ragione”

paolo bertini

Ultimo round. Ieri in Cassazione si è scritto il capitolo finale di “Calciopoli”. Qui le sentenza.

Il 29 dicembre scorso, quando tutto sembrava dovesse terminare a gennaio, l’ex arbitro Paolo Bertini di Arezzo, mi rilasciò questa intervista in esclusiva per “Fantagazzetta”.

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Poco più di un mese fa ha terminato il corso per l’abilitazione da direttore sportivo. L’ex arbitro Paolo Bertini ha voglia di rientrare nel calcio, stavolta con un incarico diverso. “É il mio mondo – spiega in esclusiva a Fantagazzetta – una grande passione che ho avuto modo di mettere in pratica ottenendo grandi soddisfazioni. Adesso vorrei che queste fossero replicabili ma dando il mio contributo professionale in tutt’altro ruolo”. 

Sono passati sette anni da quando ha chiuso la carriera di arbitro: “In questo lasso di tempo mi sono occupato del mio lavoro di promotore finanziario – fa sapere l’ex direttore di gara – ho tralasciato calcio e ambiente arbitrale”.

Tuttavia la sua battaglia contro le sentenze di “Calciopoli” non è ancora terminata: il 17 dicembre 2013 è arrivata in Appello la condanna a dieci mesi. Quanta delusione?

“Tanta. In primis per la valutazione data alle prove eclatanti e lo si capisce dalla motivazione della sentenza che dimostra il modo in cui sono state interpretate. E poi mi sono sentito preso in giro: essere accusato di associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva vale una pena di dieci mesi? Questo significa che è stata imboccata la strada della non colpevolezza o comunque colpevolezza lieve rispetto alle pene che comporta questo tipo di reato. In ultima istanza io entravo nel processo penale con cinque capi di imputazione – uno per associazione a delinquere e gli altri cinque per episodi di frode sportiva – e con le stesse prove, interpretate con gli stessi strumenti, da cinque sono stato assolto e da una condannato. Ecco perchè la delusione è molta”. 

Una curiosità: come mai non è mai ricorso alla prescrizione? 

“Dopo sei anni di gogna mediatica e processuale io non mi accontento della prescrizione, la quale è arrivata per i miei reati nell’aprile del 2012. Pretendo l’assoluzione. Il 22 gennaio prossimo, in Cassazione, mi aspetto una sentenza diversa”. 

Tornando ad un anno fa circa, nella sentenza di secondo grado, il tribunale di Napoli l’ha condannata in quanto le ha attribuito all’epoca dei fatti il possesso di una sim con la quale intratteneva contatti con Moggi. Tuttavia non è stato dimostrato che questa sia stata comprata e dunque consegnata dall’ex dg della Juventus. Come si spiega la sua colpevolezza su queste basi?

“Il processo si regge tutto su questo, sulla consegna di questa scheda ma c’è prova piena e contraria che io questa sim non la potevo detenere. Tra le due schede, quella attribuita a Moggi e quella attribuita a me, ci furono contatti costanti durante tutta la stagione e quindi non solo prima e dopo le partite nelle quali sono finito sotto accusa. Contatti in essere anche quando io non arbitravo oppure arbitravo partite nelle quali la Juventus non era interessata e anche quando dirigevo le gare che andavano ad interessare il Milan, quell’anno la diretta concorrente dei bianconeri nella vittoria del campionato. Quella stagione io ho arbitrato sei volte il Milan e i rossoneri, con quattro vittorie e due pareggi, hanno ottenuto più punti della Juventus da me diretta tre volte, match nei quali i torinesi hanno raccolto cinque punti. Da qui l’illogicità nell’additarmi arbitro pro Juventus o pro Moggi. L’altra cosa illogica è stata quella di attribuire alla scheda la finalità di aprire un canale per il raggiungimento di risultati positivi in campo. Questa scheda è in funzione anche durante Atalanta-Milan che io arbitrai lo stesso giorno della tanto polemizzata Roma-Juventus. A Bergamo si giocò alle 18 mentre nella capitale alle 20:45. In quella giornata furono tanti i contatti telefonici tra le due sim e il Milan vinse al 94′ per 2 a 1, quando io avevo assegnato solo tre minuti di recupero ma ne concessi un altro causa un infortunio. Lì la dirigenza juventina fu molto polemica nei miei confronti”. 

C’è poi un’altra anomalia che riguarda la sim. La scheda le è stata attribuita il 14 gennaio 2005 quindi dopo la partita Milan-Juventus del 18 dicembre 2004 per la quale lei è stato condannato. Conferma?

“Sì. Su queste schede c’è un alone di mistero che fa impressione, a partire dai presupposti con i quali sono state attribuite. Dalla testimonianza di colui che ha venduto le stesse ad un emissario di Moggi, emerge che il secondo blocco della quale fa parte la sim a me attribuita, è in funzione dall’ottobre del 2004. Anche questa è una palese anomalia. Possono sembrare tutti argomenti paradossali ma questa è stata Calciopoli”.

Sim ed intercettazioni. Che reazione ha avuto in quella tra Facchetti e il designatore Bergamo, a proposito di Inter-Cagliari, quando il presidente dell’Inter disse che sarebbe dovuta arrivare la quinta vittoria, visto che fino ad allora il suo score “arbitrale” con i nerazzurri era di quattro vittorie, quattro pareggi e quattro sconfitte?

“Non ci rimasi nè bene nè male. Calciopoli fu questo: l’apertura di canali colloquiali tra dirigenti arbitrali e dirigenti di società. Il tutto regolato ed autorizzato  dal presidente Federale e dalle norme vigenti. Poi che il contenuto delle conversazioni fosse troppo amicale e oltre il lecito non sta a me a dirlo, ci sono le sentenze sportive e penali a parlare. Tutte – ripeto tutte – le società di calcio ricorrevano a questi canali. Certo non sta a me giudicare quanto detto all’epoca dal mio designatore, anche se per me furono parole inopportune. Il paradosso è che Calciopoli ha preso in esame solo le intercettazioni di alcune società, una in particolare, escludendo le altre, in modo talvolta sospetto. Tutto il sistema funzionava a quella maniera, non è che c’erano dei canali di comunicazione privilegiati. Se il processo avesse esaminato in toto tutte le telefonate, forse avremmo avuto un’interpretazione diversa di Calciopoli, con il coinvolgimento di tutti i club. Alcune intercettazioni del Milan non sono state prese in considerazione forse perchè più scomode rispetto a quelle analizzate. L’Inter è invece “scomparsa” da Calciopoli. Se avessero fatto lo stesso tipo di ricerca esteso a tutte le società, le avrebbero coinvolte tutte a processo”. 

Tornando ad oggi, invece, cosa è cambiato maggiormente nel calcio italiano in questi sette anni nei quali è rimasto lontano, soprattutto a livello arbitrale?

“L’attuale livello arbitrale è in linea con quello tecnico del campionato. Prima del 2006 i campionati erano difficili e combattutti dalle cosiddette “sette sorelle”, per noi arbitri c’era più pressione perchè molte di più erano le gare clou rispetto ad oggi con la diminuzione della competitività”. 

Di sicuro il clima non è meno velenoso che negli anni di “Calciopoli”…

“No, ma il processo che ne è conseguito non aveva certo lo scopo di stemperare. All’epoca si era volutamente creato il sistema che ha poi portato a “Calciopoli”: la volontà di creare i canali tra designatori arbitrali e dirigenti societari. La Federazione incentivava questi canali”. 

Tra meno di un mese l’arbitro aretino vedrà calare il sipario sull’intera vicenda, con la sentenza della Cassazione: “Mi aspetto giustizia, così come è accaduto nel processo sportivo. Ci spero ed è questa la motivazione per la quale ho rinunciato alla prescrizione: per rispetto di me stesso e della verità”. 

L’unica cosa che manca a Mancini

In panchina da quindici anni. Italia, Inghilterra, Turchia. Quattro Coppa Italia e due Supercoppa, quattro campionati italiani, una Premier, una Coppa d’Inghilterra, una Community Shield, una Coppa di Turchia. Eppure, Roberto Mancini, ogni volta che prende in mano una squadra deve sempre dimostrare di essere un allenatore di spessore.

 

Fosse una pura questione di palmares, sarebbe difficile opinare che non lo sia, ma il nodo è un altro e riguarda l’eredità che ha lasciato da giocatore: non c’è mai stato professionista italiano che abbia dimostrato una mentalità vincente come quella di Mancini. Nessuno. Una dote, questa, che l’ex Samp e Lazio non è mai riuscito, in egual misura, a portarsi nel suo ruolo di allenatore. Eppure su quella mentalità, il Mancio giocatore si è specchiato molte volte in carriera, molte più occasioni di quante non ne abbia ora bisogno nell’aggiustarsi un ex ciuffo ribelle e il completo costoso, raffinato ed elegante, da lisciare sul bordo del cappotto con la mano.

 

Mancini aveva una mentalità vincente anche a Bologna, da minorenne. Magari con una certa testa,  piena di talento vanitoso e spigoli di permalosità, ci nasci. È minorenne anche quando si trasferisce a Genova, tesserato dalla Sampdoria. Anno 1982, il mister scelto dal club blucerchiato è Renzo Ulivieri. Mancini ha chiuso la stagione in rossoblu con nove reti.

«Ecco l’uomo che ci farà gol» dice entusiasta il tecnico.

«Grazie mister ma guardi che a Bologna io ho fatto la punta per una serie di circostanze. Il mio vero ruolo è centravanti arretrato» risponde Mancini con gelo e con la consapevolezza della sua duttilità tattica.

«Certo che voi giovani avete sempre voglia di scherzare», liquida Ulivieri.

No: Mancini in carriera non ha mai scherzato, semmai cercato e preteso sempre, dai compagni, dalla società, dai tifosi, dall’allenatore stesso. Il numero 10 è in realtà il numero 1 e pazienza se per convenzione ce l’ha il portiere. Qui non c’è nulla di arbitrario da rispettare perchè Mancini ha rovesciato gerarchie sin da minorenne. Lui è il fulcro. Di tutto. Delle sconfitte come dei successi.

 

Il primo ad entrare con una chiave dentro la testa del fantasista è Vujadin Boskov, sulla panchina della Sampdoria per la prima volta nel 1986. Il potere dentro gli spogliatoi passa nelle mani dello stesso Mancini, in coppia con Vialli, a discapito dei senatori. Tuttavia è un potere che deve passare pure ai piedi, in campo: quello che Vujadin concede nella sua larga manica disciplinare, Vujadin lo vuol vedere compensato in campo: con gli assist e i dribbling di Mancini e il gol di Vialli. Lo scudetto del ’91, nasce dal rafforzamento di questa intesa, dovuta anche ai dolori di Italia ’90. In fondo se, come al Ct Vicini, ti “scoppiano” in mano due come Baggio e Schillaci, quando invece i protagonisti avrebbero dovuto essere i due giocatori della Samp, difficile farci qualcosa. Ancor più se la stra-favorita Italia da ogni vento, si ferma in semifinale e si mette al collo un bronzo che più che un terzo posto conquistato, ha il fiele in bocca di una Coppa persa. Tuttavia, i mattoni caratteriali dello scudetto vengono cementati già il 9 maggio del 1990, nel pre gara della finale di Coppa delle Coppe contro l’Anderlecht, a Goteborg. I leader dello spogliatoio si fanno una promessa: in caso di sconfitta ognuno diventerà libero di andarsene da Genova mentre in caso di vittoria il gruppo si compatterà per cercare di vincere a tutti i costi lo scudetto nella stagione successiva. Una squadra concreta, forte di animo e nel tasso tecnico, già alla nona giornata capisce che questo è il campionato buono. A Napoli la Samp sconfigge il Napoli per 3 a 1. Mancini segna uno dei gol più belli della sua carriera e durante l’esultanza corre da Boskov: “Mister siamo campioni” gli urla.

 

 

La risposta del tecnico serbo arriverà al numero dieci e allo spogliatoio, la settimana successiva quando nel derby Branco consegna la vittoria al Genoa: “Ragazzi, se non vince questo scudetto, ti dice mister siamo delle merde”. Non sarà semplice quell’anno conquistare il tricolore, sopratutto per un Inter che non molla. Solo vincendo alla 31esima giornata il confronto diretto, la Sampdoria si aggiudica il suo posto al sole nella storia del campionato italiano.

Solo nove anni più tardi, se lo prenderà di forza – col vento, col sole e con la pioggia – anche la Lazio.

 

 

Mancini si trasferisce a Roma nell’estate del ’97 ed Eriksson gli dà carta bianca anche nelle scelte tecniche. Il primo sacrificato dell’iniziale 4-3-3 è Nedved, perchè il numero 10 viene affiancato da due tra Casiraghi, Boksic e Signori. Tenere fuori il ceco è follia e allora si passa al 4-4-2 con Mancini titolare, Nedved esterno sinistro e di fianco un centravanti. Uno tra Casiraghi, Boksic e Signori è di troppo. A dicembre, l’attaccante bergamasco verrà ceduto alla Sampdoria ma: come dimenticare la rivoluzione tifosa di due anni prima, al grido di “Beppe non si tocca”, nemmeno con 25 miliardi? I laziali ce l’hanno ora con Mancini, responsabile della partenza dell’idolo di Curva. L’ex Samp affronta di petto la contestazione e senza mezzi termini critica una piazza priva di cultura sportiva e predica la priorità degli interessi di squadra a quelli dei singoli. A Roma certe dichiarazioni sono una rarità ed episodi isolati. Quell’anno la Lazio conquisterà due finali: una di Coppa Uefa, persa con l’Inter; e vincerà quella di Coppa Italia contro il Milan. Mancini aveva preso già le redini della squadra. Mancava una voce grossa in società.

 

E’ trionfo in Supercoppa a Torino contro la Juventus ma al giocatore c’è qualcosa che non torna e gli punge la lingua: il mercato. Cragnotti cede in un colpo Fuser, Jugovic e Casiraghi e, stimolato (forse) da Mancini, acquista Mihajlovic, Stankovic, Couto, Salas, Conceicao e De La Pena. Non solo: l’ultimo botto è l’arrivo di Vieri, che relega in panchina Mancini, almeno finchè il centravanti non si infortuna dopo poche settimane dall’inizio del campionato. Si fa male anche Boksic e per una squadra che già doveva fare a lungo a meno di Nesta, potrebbe essere il colpo di grazia. Eriksson punta ancora tutto su Mancini, schierandolo costantemente seconda punta. Risultati alterni fino alla campana del derby che fa tremare la panchina di Eriksson. Una doppietta di Mancini e una rete di Salas portano la Lazio sul 3 a 1 ma nell’ultimo quarto d’ora la Roma, seppur in inferiorità numerica, centra il pareggio con Di Francesco e Totti. La Lazio chiude la giornata decima in classifica e a 8 punti dalla Fiorentina capolista. Dentro lo spogliatoio biancoceleste, si consuma un diverbio di fuoco. “Un litigio fra persone intelligenti, è molto più utile che restare zitti” confermerà poi Mancini qualche tempo dopo, rincarando la dose con un episodio alla Sampdoria: “A Marassi c’è ancora un buco su una porta sfondata da Vialli con un pugno. I giovani devono capire che nel calcio ci vuole passione”, la stessa che la punta rimprovera ai compagni troppo egoisti. Da questo momento lo spogliatoio, è nelle sue mani. Seguiranno nove vittorie di fila, una Lazio al secondo posto e ad un punto dalla Fiorentina. Poi, con il rientro a gennaio di Vieri, altro cambio tattico, perchè Eriksson imposta un 4-4-2 e arretra Mancini a centrocampo, un ruolo più defilato e un rospo da ingoiare per chi ormai è il leader più luminoso della squadra. L’attaccante accetta e va ad affiancare Almeyda, con il compito – ovvio – di sviluppare l’azione. Con il rientro di tutti gli infortunati, la Lazio prende il volo ma lo scudetto, in un finale di stagione amarissimo e tanto polemizzato, andrà al Milan. C’è gloria però il 19 maggio del ’99: l’ultima Coppa delle Coppe della storia è laziale.

 

 

Vieri lascia Roma per l’Inter e Mancini non la prende bene e non glielo manda a dire: “Se fosse rimasto, avrebbe vinto il Pallone d’Oro – dice – In più si perderà anche lo scudetto”. Intanto arriva la supercoppa contro il Manchester, vinta con un gol di Salas servito dall’assist di Mancini. Il campionato ’99-00 è ormai storia, da raccontare ai nipoti ad oltranza, è l’anno del Giubileo laziale e dello scudetto vinto in maniera singolare, all’ultima giornata, confermato solo alle 18 passate e ufficializzato da Radio Rai.

 

Il ritiro verrà invece annunciato il 23 maggio, in conferenza stampa: “Smetto adesso – spiega Mancini – perchè preferisco farmi rimpiangere oggi, che sentirmi dire ‘era meglio se smettevi un anno fa’. Meglio chiudere da vincente e, con uno scudetto e una Coppa Italia appena conquistati, non potrebbe esserci momento migliore. Lo scudetto, già. Nulla accade per caso: ho concluso l’unico mio campionato di serie A senza un gol. Forse è stato il prezzo per raggiungere il titolo, me lo sentivo”. 

Anche il momento del ritiro, Mancini lo affronta con una mentalità vincente. Adesso, la stessa, va portata una volta per tutte in panchina.

 

Ronaldo e Gesù Cristo, la bulimia, il ginocchio dopato, l’incompreso da Ganz

Campionato del Mondo Germania 2006  Brasile - Ghana

La generazione dei tornelli, dei primi numeri personalizzati di maglia, degli ultimi colpi stellari del calciomercato in serie A, ricorderà un solo Ronaldo. E non si tratta certo di un Cristiano: quello è troppo perfetto, statuario, senza cicatrici e i capelli pietrificati dal gel. Luis Nazario da Lima è più vicino alla fragilità umana, ma lontano dal simbolo Pelè. Il ragazzo povero, dai calci al pallone sulla pietra e il cemento che diventa ricco, famoso, il migliore e poi piega in basso nella sua discesa, dimostrando prima di saper superare crisi epilettiche, tendini a pezzi, un sistema nervoso fragile, un fisico pesante, la bulimia.
La fame di tutto ha segnato la vita di Ronaldo e lo sta facendo ancora: cibo, donne, soldi – tanti – esagerazioni, la vita sul filo del rasoio, perchè “Non mi è stato mai permesso di vivere una vita normale” ha sempre detto. Niente della sua carriera calcistica è stato ordinario, soprattutto se ti chiamano subito “Fenomeno” e la Pirelli ti apre le braccia come Cristo. Il calcio è religione, più spesso blasfemia. Lo scrittore catalano Manuel Vazquez Montàlban lo ha amato più di qualsiasi altra persona (al pari di Massimo Moratti) e di lui ha condensato un ritratto memorabile: “E’ un pugile col colpo del ko facile ma con i piedi di Fred Astaire”. Con i guantoni ha fatto forse a botte con le sue paure, come ballerino i vari carnevali dimostrano che non se la cava un gran che. Il pallone: il pallone sì, è stato tutto.
“Paura del buio” di Enzo Palladini, è una biografia non autorizzata del calciatore, nel quale non viene omesso niente che non si possa sapere di Ronaldo, dentro c’è anche l’amore – neppure troppo tra le righe – del giornalista per un giocatore compiuto al 70% al quale questo, l’autore rimprovera, più di qualsiasi altra scelleratezza, anche se ne è la conseguenza.

Il ginocchio e l’ombra doping – Il dolore inizia nella seconda stagione al Psv. La genesi di quella che sarà una croce, inizia con un chiodo in terra olandese, nel 1995. Rapidi furono l’aumento di chili e centimetri, magari troppo e allora il sospetto. Bernardino Santi, coordinatore della struttura antidoping della federazione calcio brasiliana, non ha dubbi quando rilascia un’intervista nel 2008 a al quotidiano “Folha de Sao Paolo”: “In Olanda hanno somministrato anabolizzanti a Ronaldo (…). Ho parlato con colleghi olandesi e con persone che lavorano intorno al Psv, anche se non direttamente con i medici del club. Somministravano alcuni integratori vitaminici a Ronaldo, ma tra questi c’erano anche anabolizzanti che potrebbero averlo fatto crescere più di quanto la natura avesse previsto. I suoi infortuni successivi sono stati la conseguenza di una crescita muscolare eccessiva”. Le dichiarazioni di Santi fecero scalpore e la stessa Federazione brasiliana lo attaccò duramente. Il dubbio legittimo, aveva i contorni di un’ipotesi veritiera ma si doveva soprassedere.

Lo slogan della Nike censurato – Nell’ottobre del ’96 il Barcellona umiliò il Compostela per 5 a 1 con doppietta di Ronaldo. Uno di quei gol è nella storia e sempre lo sarà per la sua bellezza, visto e rivisto più volte al rallentatore e montato in varie versioni su you tube. Lo sponsor americano decise di comprare i diritti della partita e di regalargli uno slogan religioso: “Immagina di chiedere a Dio di diventare il più forte calciatore del mondo… E Dio ti ascolta”. Di quella pubblicità non se ne fece niente, con l’opposizione degli avvocati del Compostela che parlarono di immagini prive di consenso e umiliazione pubblica degli avversari.

Paura del buio – Nel 2000 una giornalista della rivista “Veja” riuscì a strappare a Ronaldo un’intervista interessante.
– Ha paura di qualcosa?
– Non ho paura di niente
– Di niente?
– Solo del buio
– Dorme con la luce accesa?
– Completamente accesa
– Ma di cosa ha paura? Dei ladri?
– No, di cose che fanno parte della mia immaginazione.

Ganz non capisce – Il corteggiamento costante di Massimo Moratti, ha epilogo felice nel 1997. E l’arrivo di Ronaldo il Fenomeno, qualche malumore lo creò. Il più amareggiato dall’arrivo di un concorrente, fu Maurizio Ganz che durante il ritiro sbottò: “Non capisco perchè abbiano preso un altro attaccante, visto che eravamo già in tanti”. La Serie A era ancora un campionato serio e di Ronaldo ci si poteva ancora permettere il discorso fritto del “Dovrà conquistarsi il posto in squadra, nessuno ce l’ha per diritto divino”. Esterofili sì, ma prima d’incensare…

Profumo di Beckham – In una partita di Champions del 2003, il Real battè il Manchester per 3 a 1. Ronaldo e il giocatore inglese si scambiarono la maglia: fu il primo gesto di una lunga serie a costruzione di una futura amicizia. “Volete sapere una cosa? – disse il brasiliano nel post gara – Alla fine della partita la maglia di David non puzzava di sudore, anzi era profumata. Questa è classe”.

Amabili resti – Palladini, chiude così la biografia: “(…) Negli occhi di chi l’ha visto giocare dal vivo, resteranno accelerazioni che non si erano mai viste prima e che non si vedranno più. Resterà il ricordo di un numero 9 che per una beffa del destino ha giocato due delle sue migliori stagioni con il 10 (primo anno all’Inter) e l’11 (primo anno al Real e unico campionato nazionale vinto), resterà il soprannome di Ronaldo Fenomeno che nessun Cristiano potrà mai usurpare. Lo aspettano anni di ricordi e di agiatezza, forse un giorno spiegherà almeno a se stesso perchè non ha voluto diventare il più grande di tutti. Paura del buio, ma forse anche della luce”.