L’altro Brasile 1 – Viaggio disperato a Manaus, dove il calcio non c’entra niente

stadio manaus

Non credeteci quando vi raccontano che il Brasile è la terra del calcio.
Non tutto, almeno. Di sicuro non Manaus, prigioniera del suo mare verde, lontana da tutto e da tutti eppure crocevia di razze, culture, contraddizioni.
Là, nel cuore verde della foresta amazzonica, il pallone è un’invenzione calata dall’alto in mezzo al nulla proprio come lo fu il Teatro dell’Opera: una copia kitsch della Scala edificata a fine ‘800.
Con la differenza, non da poco, che il Teatro Amazonas era un progetto
nato dalla passione di un sogno (fare di Manaus la Parigi dei tropici) e, infatti, esiste ancora oggi. L’Arena Amazonas, invece, è un tempio alla vanità di Josè Melo, potente governatore della Regione, e sparirà dopo i mondiali portandosi via tutto il fiume di soldi che ha ingoiato: 700
milioni di dollari invece dei preventivati 240. Per quattro partite. In tutto. Perché qui, del calcio, importa davvero poco e non lo puoi giocare nemmeno a volerlo: troppo caldo, troppo umido – sembra di stare a Prarolo in certe giornate di luglio quando si scioglie l’asfalto, solo che a Manaus è sempre così e quando non è inverno, come ora, è pure peggio – e troppo distante per pensare di farci arrivare delle squadre vere. “Abbiamo un ospedale nuovo chiuso da cinque anni perché non hanno i soldi per i medici, ma quelli per lo stadio li hanno trovati” ringhia il tassista e
maledice la corruzione dei politici. Che prospera ovunque (abbiamo poco da
insegnare, noi…), ma che in Amazzonia, ancor più che nel resto del Brasile, ha dimensioni enormi. In fondo, però, non è strano. Perché qui è tutto smisurato: gli alberi della foresta e i pesci del Rio Negro, i culi delle donne e le favelas ai bordi della città.
I nuovi predicatori evangelici stanno in chiese anch’esse enormi che sembrano supermercati e
offrono bibbie nelle televendite: promettono la gioia nel regno dei cieli, loro, e hanno più successo dei missionari tradizionali che cercano faticosamente di migliorare un poco (basta arrivare a più di due castagne per pranzo…) la misera condizione della vita su questa terra.
Tu credi di sapere tutto di Manaus solo perché l’hai letta in centinaia di libri, l’hai intravista in metri di film, l’hai intuita in migliaia di fumetti. Ma quando sorvoli per ore l’impenetrabile mare verde della foresta solcato da fiumi placidamente immensi e sfregiato, di tanto in tanto, da avventurose piste d’atterraggio in terra battuta ecco, allora ti rendi conto che non sai nulla di quello che ti aspetta. Nei mercati brulicanti di vita, al mercato del pesce in stile liberty, davanti al porto sul Rio
Negro si alternano facce con gli zigomi da indio e i biondi dagli occhi azzurri, a ricordarti che tedeschi e inglesi hanno razziato agli indio anche i cromosomi. Non li amano, a Manaus, gli inglesi. Ma non perché Hodgson si era subito lamentato del sorteggio. Ma va: manca sanno chi è,
Hodgson. Il fatto è che i sudditi di Sua Maestà hanno portato avanti bene il loro “sporco lavoro” da colonialisti: hanno sfruttato gli indios per estrarre il caucciù – dura, a inizio ‘900, la vita dei “ciringueiros” – sempre a mollo nell’acqua delle paludi del Rio Negro per tagliare la corteccia alla pianta della gomma – vi ricorda per caso qualcuno delle nostre parti? – si sono tolti le voglie con le figlie più belle del tribù e poi hanno portato i semi delle piante in India, decretando l’inesorabile
decadenza economica di Manaus. E’ per quello che i brasiliani d’Amazzonia hanno tifato per noi. Abbiamo Pirlo e Balotelli e poi siamo più simpatici: razziamo, ma con il sorriso. Anche qui siamo arrivati dopo che gli altri avevano devastato e stuprato: pesci pilota della colonizzazione, stiamo
dietro alle grandi navi a raccoglierne gli avanzi. Affabili iene. Dovevate sentirli, gli imprenditori connazionali calati a Manaus mentre, al concerto di gala organizzato dal Governatore nel Teatro Amazonas,sussurravano uno con l’altro: “Tranquillo: ne ho trovate quattro giovani e fresche. L’età? Ma che ti frega, qui, dell’età di quelle!”. E poi via, leggiadri e compresi, pronti a cantare l’inno con la mano sul cuore quando inizia la partita. Si sopravvive a tutto anche a Manaus. Il pericolo non
sono le zanzare o l’umidità (figurarsi, per chi arriva da Vercelli…) e nemmeno i bacherozzi o le strade buie del centro con i bar affollati da guappi: basta non fare gli idioti. Ciò a cui non puoi sfuggire, piuttosto, sono i tassisti che portano le auto come fossero piroghe in balia delle rapide del Rio Blanco: un operatore di Mediaset ha ricavato parecchie ammaccature a bordo di uno che ha cappottato in mezzo alla strada. E così il centro stampa, costruito in mezzo alla pista del sambodromo, è il solito rassicurante “non luogo” (uguale in Germania come in Sud Africa) dove puoi parlare di calcio come niente fosse. E dove ti può capitare che un giovane collega israeliano ti dica, una volta saputo che lavori a Torino, che “Se non tifi per il Torino o per la Juventus, allora non puoi che tifare per la Pro Vercelli”. Giuro. Anche a Manaus: incredibile.
L’Italia ha vinto bene e si vola via (un viaggio) da Manaus e dalle sue malinconie. Il mio Mondiale continua a Salvador di Bahia tra i flop di Ronaldo, i gol di Mueller e l’attesa per Pogba. Ma soprattutto tra i mariti fantasma di Dona Flor che camminano, nudi, sui saliscendi acciottolati del Pelourinho.

Articolo del giornalista Stefano Salandin (@SalandinS) inviato in Brasile per Tuttosport, pubblicato su “La Selce”

Annunci

Inghilterra-Italia, tigri vs tori

Balo Ingh

L’Inghilterra? Un gatto che quando attacca si fa tigre. L’Italia? Una squadra di tori. Così la pensa l’inglese Desmond Morris, il più famoso zoologo ed etologo del mondo, che nel 1981 scrisse un libro rivoluzionario. In “The Soccer Tribe” infatti, si analizza il comportamento sportivo alla stregua di quello tribale. Nell’intervista raccolta da Gabriella Greison su “Sportweek”, Morris ammette che non ha mai ceduto alle richieste di ripubblicazione del testo, perchè scriverebbe esattamente le stesse cose. “Io sono attratto in generale dal gioco del calcio – spiega alla giornalista – Mi piacciono la semplicità e il fatto che mai sia cambiato: solo il calcio crea tutta questa dipendenza. Ci riporta al periodo in cui in piccole tribù andavamo alla ricerca di cibo. Oggi ci sono i supermarket, il nostro obiettivo non è più il cibo bensì il gol, la rete rappresenta simbolicamente il nostro traguardo esistenziale. E se la squadra che gioca è la Nazionale, allora il significato per noi è ancora più eccitante”.
Passando alla sfida Italia-Inghilterra, l’etologo definisce i nostri avversari, una squadra di giovani che ha bisogno di dimostrare, ai compagni di maggiore esperienza, di essere all’altezza del compito. Gli uomini di Hodgson hanno un atteggiamento felino in campo: in difesa si muovono un po’ come i gatti quando si avvicina loro la preda, mentre in attacco si trasformano in tigri rapide e affamate.
La squadra di Prandelli è invece composta da tori, col suo fare prepotente in campo, teso a spaventare chi ha di fronte.
Morris non è molto tenero, invece, quando parla del tifo italiano: “L’ultras da voi vive ancora la prima fase istintiva, animalesca, che non viene dominata da nessuno”, riporta l’articolo di Greison. In altre parole, “andare allo stadio è come andare a caccia”. E a guardare lo spettacolo messo in scena, c’è il resto delle persone, più o meno disinteressate, che vi rivolgono l’occhio come fossero allo zoo o a teatro.

La corrente anti-Maradona degli anni ’90

Maradona 90

Oggi ce l’ha con il Fisco italiano al quale deve una serpentina a tutto campo di milioni di euro. Ieri, con il colonialismo, gli arbitri, l’Inghilterra e gli Usa, la Fifa, Joao Havelange. Maradona spacca da sempre i sentimenti di addetti ai lavori e appassionati di calcio ed è inevitabile se da personaggio pubblico non ha mai fatto mistero delle sue idee politiche, sociali e calcistiche. Sentimentalmente il numero 10 non lascia zone di compromesso grigie e non le colorerà mai. L’amore per Maradona non ha segreti, la corrente dell’antimaradonismo invece qualche buco nero lo presenta e inizia negli anni Novanta, conseguente – letteralmente – ad un colpo di mano. Ai Mondiali messicani dell”86 con la patata bollente politica e diplomatica tra Inghilterra e Argentina per le isole Malvinas, Diego riscatta simbolicamente il suo popolo sconfiggendo da solo i britannici e con lo storico gol di mano che beffa il portiere inglese Peter Shilton ma soprattutto l’arbitro tunisino, Ali Bennaceur: un’azione troppo veloce da poter – o voler – vedere e sanzionare. Poco importa se la seconda rete di Diego, quella che diventerà il gol del secolo, legittimerà la vittoria dell’Albiceleste: per tutti gli anni a venire si parlerà del primo irregolare centro. Come se non bastassero le polemiche fisiologiche di un post gara di questo tipo, Maradona mette i toni e il clima sui carboni roventi: “Il primo gol? L’ho segnato un po’ con la testa di Maradona e un po’ con la mano di Dio”. Il Mondiale in Messico si chiuderà allo stadio Atzeca con la vittoria dell’Argentina per 3 a 2 contro la Germania Ovest. Nessuna delle due compagini immaginerà che quattro anni più tardi si ritroveranno in finale ai danni dell’Italia, paese nel quale Maradona si consacra uno dei miglior giocatori che abbiano mai arroventato un campo di calcio, riscattando stavolta Napoli, per una volta non più conosciuta solo per il leitmotiv italiano “camorra-pizza-mandolino”.
Gli eventi attorno a Diego prendono a girare vorticosamente. Il fantasista si fa ben presto strumento di propaganda non solo sportiva ma anche politica e sociale. Intanto, in occasione dei sorteggi per i gironi di Italia ’90, Maradona spara la prima cartuccia contro l’allora presidente della Fifa Havelange, reo di “favorire l’Italia e sfavorire l’Argentina”. Il giocatore non farà mai mistero di questa sorta di corrente che, a suo parere, vuol portare a tutti i costi la Nazionale di Azeglio Vicini a raggiungere la finale e vincerla (magari contro la Germania). A competizione iniziata, l’Argentina allunga la sua coda di antipatie e odio quando nella seconda gara del girone contro l’ultima Urss della storia, un fallo di mano di Maradona non verrà sanzionato dall’arbitro con il rigore, anticipando così il declino della squadra di Lobanovskyj . Non è passato nemmeno un anno dalla caduta del Muro, ma Diego rende più amare le lacrime dei nostalgici dell’ormai ex potenza calcistica. Il sentimento anti Albiceleste si acuisce per poi rivoltarsi come un calzino nella semifinale del San Paolo tra Italia e Argentina. Maradona, approfittando di quella che ormai è casa sua, rompe le reni a quella che per lui è solo ruffianeria dell’Italia nel raccogliere la spinta della città partenopea funzionale a raggiungere le finali: “Solo adesso che ne hanno bisogno gli italiani si ricordano dei napoletani”, dirà il numero 10. Una granata che spaccherà il San Paolo a metà. Caniggia, invece, si occuperà di bucare la porta difesa da Zenga e riportare sull’1 a 1 il risultato della gara. Rigori nefasti per gli azzurri che lasciano accedere alla finale l’Argentina. Maradona inizia a sentire le pressioni e si porta sulle spalle strette il peso di una sorta di colpa da scontare, anzi due: la mano de Dios e l’aver stracciato il sogno italiano di vincere la Coppa in casa propria. Nella finale dell’Olimpico il clima è pro Germania e Diego non nasconde sotto i fischi il suo rabbioso “Hijos de putas, hijios de puta”. Generoso e discutibile il rigore concesso alla Germania e trasformato da Brehme, decisivo ai fini della vittoria tedesca. L’arbitro dell’incontro è messicano Edgardo Codesal, figlio d’arte – poiché il padre uruguaiano Josè Maria è stato anch’egli un direttore di gara – genero di Javier Arriaga membro arbitrale della Fifa. Nemmeno a qualche anno di distanza dalla finale di Roma, Maradona le manda a dire: “Quando li eliminanno dai mondiali, gli italiani dovettero ingoiare il più grande rospo della loro storia. Questo perchè Matarrese, un altro mafioso, da presidente della federazione italiana aveva già concordato la finale tra Italia e Germania. Fu allora che successe quello che successe: accusarono di doping prima me e dopo anche Caniggia, però dopo nessun altro. Nel calcio italiano, a parte Maradona e Caniggia, nessuno ha mai preso nemmeno un’aspirina”.
Sempre a suo dire, fu il doping lo strumento col quale la Fifa lo punì e tagliò dai campi di calcio. La partecipazione a Usa ’94, Maradona la racconta come un complotto, motivato anche dal fatto che in un clima glaciale col quale gli americani accolsero la competizione, serviva un personaggio potente come lui per scaldare l’atmosfera. La tesi complottistica fu poi confermata da Caniggia nel 2009: “Quattro mesi prima dei mondiali, gli organizzatori chiamarono Diego e gli dissero che avevano bisogno di lui. Diego era perplesso perchè il tempo a disposizione era troppo poco e non voleva fare una figuraccia davanti agli occhi del mondo, allora gli fecero capire che avrebbe potuto aiutarsi in qualunque modo, contando poi sul fatto non lo avrebbero controllato”. Dopo la vittoria per 4 a 0, Maradona risultò positivo all’efedrina, sostanza notoriamente usata per dimagrire, ma non fu squalificato prima della gara immediatamente successiva con la Nigeria, bensì con quella contro la Bulgaria, la cui partecipazione avrebbe permesso a Maradona di raggiungere il record di presenze alle competizioni mondiali. E’ qui che inizia il declino della carriera del giocatore e forse anche quella dell’uomo. La corrente antimaradoniana non si è mai spenta ma va a corrente alternata, al contrario di quella d’amore incondizionato. Colui che si è sempre eretto a difesa delle classi più deboli, subì un ribaltone della sua immagine, scomodando la feroce critica di Indro Montanelli su Il Giornale: “La gente comune, costretta a fare i salti mortali per poter mangiare, non sopporta i Maradona, non sopporta i modi dei nuovi ricchi, le loro feste miliardarie, il loro circo ambulante, i loro capricci da padroni del mondo che devono ancora scrollarsi di dosso la polvere dei quartieri dove fino a poco fa soffrivano la fame”.