Lettere d’amore in fuorigioco. Gramellini e il prototipo della donna tifosa

Era il 1997, il Guerin Sportivo diretto da Italo Cucci, costava 4500 lire. Massimo Gramellini  curava una rubrica nella quale rispondeva a lettere di tifosi, dove il calcio si mescolava, con troppi nodi inestricabili, alla sfera privata, tra liti e incomprensioni con gli amici, i parenti, le fidanzate, i capi al lavoro. Al centro di tutto, la squadra e una passione patologica per il pallone. Ho ritrovato questa lettera che si può leggere per intero, compresa la risposta del giornalista, ingrandendo la fotografia

lettere d'amore in F

L’autrice è una 14enne di Fiesole che si firma “Giuditta”, quasi nessuno sa che all’epoca – visto che parliamo di sedici anni fa – di adolescenti come lei ce n’erano già molte, mosche bianche che iniziavano ad essere numerose. Dentro c’è tutta l’insicurezza di essere una ragazza, odiarsi per questo ed amare il calcio; la paura e le prese in giro dall’altro sesso, la voglia di essere come le altre coetanee che del pallone se ne fregavano, ma ormai è troppo tardi perchè non se ne può fare a meno. “Maschiaccio” era l’etichetta scontata che veniva affibbiata perchè quello si diventava: un limbo dove se eri tifosa al pari di un uomo, andavi a scontrarti con un rossetto che non potevi mettere e dei tacchi sui quali non avresti mai imparato a camminare. Sono passati anni, certi stereotipi durano ancora, forse con ragione e legittimità, altri no. A Gramellini,  va il merito di aver definito – riportato sotto – il prototipo della donna tifosa di oggi, non necessariamente accessoriata da caratteri maschili, stampati ad inchiostro sulla tabella della differenza di genere:

(…) Gianni Brera diceva che il calcio è per gli uomini perchè la porta della propria squadra rappresenta il sesso della fidanzata-moglie-madre-sorella da difendere contro le insidie altrui, mentre la porta degli avversari è il sesso della donna che s’intende conquistare: per questo, il tifoso reagisce ad un gol dei propri beniamini con un rilassamento dei muscoli paragonabile a quello di un atto sessuale. Brera aveva ragione su tutto, tranne che nel ritenere che un simile atteggiamento appartenesse in esclusiva ai maschi. Perchè mai una donna non potrebbe provare simile emozione? E se la prova è forse meno donna per questo? Non è invece una donna più completa ed evoluta? Sarebbe come a dire che un maschio che sa cucinare le lasagne al forno o passa un’ora davanti alle vetrine sia una checca.

Uno stralcio di risposta del quale Freud sarebbe orgoglioso e nel quale è impossibile slegare il calcio al sesso: in fondo è come se fossimo ancora fermi agli inizi del ‘900, quando la libido era (è?) la spinta a qualsiasi dinamica della vita. E anche ad un pallone che rotola.

Annunci

Berbatov, il mancato colpo alla Nedved, lo rimpiangerà soltanto Marotta

C’è uno scatolone che contiene tutti i Guerin Sportivo che ho collezionato fino ai 22 anni. Il primo che acquistai, datato gennaio 1995, aveva in copertina il Milan prossimo all’acquisto di Weah e il Parma e la Juventus che si contendevano Figo, allora con i capelli ricci e lunghi che, all’epoca, erano soliti portare un po’ tutti i giocatori portoghesi.
A distanza di 17 anni è doloroso trovarsi un calciomercato italiano così povero come quello che si è chiuso lo scorso 31 agosto, più misero d’idee che di soldi, più decadente nel prestigio dei nostri club se tra Juventus e Fiorentina, a decidere è la moglie di un giocatore che lo obbliga a rimanere a Londra ma con un’altra casacca: quella del Fulham.
Non rimpiangeremo Dimitar Berbatov, anche se a rimpiazzarlo sono arrivati Bendtner e Toni. L’unico a cui questo mancato acquisto farà male, sarà solo il direttore generale Giuseppe Marotta, spinto a tentare il colpo di prepotenza per soffiare l’attaccante che già si era accordato con la Fiorentina. Pareva già tutto fatto e a Marotta i tifosi juventini e tutto gli addetti ai lavori, stavano già consegnando il permesso di avvicinarsi a Luciano Moggi, colui che è stato re del calciomercato, avendo a disposizione tutti i mezzi possibili ma meno soldi di quelli che hanno formato il budget dell’attuale dg della Juventus sul mercato di questi ultimi anni.
“Ti prendo e ti porto via” cantava Vasco Rossi nel 2001 e la Juventus ne fece lo slogan di riuscita delle proprie trattative, con tanto di blitz aereo. Il tentato colpo di prepotenza sull’acquisto di Berbatov ricorda quello messo in atto e andato in porto di Pavel Nedved.
Il laterale ceco che si mise in luce durante l’Europeo inglese del 1996 facendo a fette l’Italia di Sacchi, non era nessuno o quasi, tranne che per Zdenek Zeman. Lo chiese a Cragnotti ben prima della competizione, ma l’ex presidente della Lazio lo trattò solo dopo e allo Sparta Praga andarono otto miliardi di lire. Nedved vinse tanto e si consacrò a Roma, con la maglia della Lazio stette fino al 2001 e solo uno come Luciano Moggi potè strapparlo da un’intera carriera che si sarebbe chiusa in biancoceleste. Una cessione dolorosa, che rimpinguava le casse laziali di 65 miliardi. Il preliminare d’accordo tra le società era già stato firmato ma Cragnotti quando cedette Veron ci ripensò e fece sapere al club torinese che Nedved sarebbe rimasto alla Lazio. Il ceco, nel frattempo, è a Cheb, sua città natale e aveva già fatto sapere che di andare a Torino non ne voleva sapere. Solo che del ripensamento della Lazio non sapeva niente. “Mi ero messo d’accordo con Cragnotti per il suo trasferimento, ma mancava l’ultimo tassello: la volontà del giocatore – confermerà poi Moggi qualche anno dopo in un editoriale – Nedved viveva all’Olgiata, una delle zone più belle di Roma, e non aveva alcuna intenzione di spostare la sua famiglia di lì. A quel punto, tramite Raiola, riuscii a raggiungere un accordo, Avrei fatto visitare in gran segreto a Pavel il quartiere in cui avrebbe vissuto a Torino, e qualora fosse stato di suo gradimento, avrebbe onorato il gentlement agreement che avevo già raggiunto con il suo Presidente. La mossa vincente, fu quella di informare giornalisti di stampa e televisione dell’arrivo di Nedved a Torino, in modo tale che quello che doveva essere un accordo segreto fosse reso noto al pubblico. Così fu, e da quel momento il ceco non potè più rifiutare il suo trasferimento in bianconero”.
Moggi convinse Nedved che la Lazio voleva disfarsi di lui, in forza di un accordo preliminare che il dirigente bianconero non aveva mai promesso a Cragnotti di fare a pezzi. La Juventus mandò un aereo in Repubblica Ceca a prelevare Nedved, portarlo a Torino, farlo firmare e incoronarlo uomo simbolo della Vecchia Signora. La villa all’Olgiata era già lontana dalla testa, in quelle 24 ore nelle quali Nedved si rese irraggiungibile.
Di analogie con tra la trattativa tra Berbatov e quella di Nedved, cene sono poche, ma è stato il diverso epilogo a determinare, forse per sempre, la collocazione di Marotta nella storia della società juventina e a tracciare un nuovo e ad altro solco che allarga la forbice tra la Juventus pre-Calciopoli e quella post.