Usa ’94, Italia-Nigeria: quando Baggio&co si ammutinarono contro Sacchi

Baggio Nigeria

Allenamenti massacranti, vita da caserma, compresa l’ora della sveglia; sacrificio fisico e mentale. Tutto per gli schemi, il modulo che detta legge, finiscono la teoria e la pratica di una squadra al servizio del giocatore di talento perchè deve avvenire il contrario, solo il contrario, va messo un solco e un’elica diversa al Dna del gioco italiano. Questi i dettami inscalfibili di Arrigo Sacchi allenatore e Commissario tecnico, che porta le sue regole dentro la Nazionale, plasmandole alla squadra nella vigilia di Usa ’94, con risultati scarsi e faticosi, la storica sconfitta col Pontedera, in allenamento, compagine che militava in C2.
Niente panico, in fondo, come spesso era solito dire l’allenatore ex Milan: “La differenza tra una vittoria e una sconfitta è spesso minima”. Vero, verissimo ma il Mondiale americano non inizia proprio bene e nella prima gara con l’Irlanda di Jack Charlton, il gol di Houghton, che all’esordio sancisce la sconfitta degli azzurri, nasce da un errore di Baresi. Non andrà tanto meglio nelle partite successive, il tutto per quella differenza “minima”, l’episodio, quando in verità l’Italia è una squadra incapace di sopravvivere agli schemi di Sacchi perchè non ha avuto il tempo di oliarne alla perfezione i vari meccanismi. Con la Norvegia e un Signori capocannoniere piazzato esterno sinistro, si raccolgono i tre punti dentro un gara disastrosa. Eccola ancora là la differenza minima: alla nostra linea difensiva non riesce il fuorigioco e Leonhardsen s’invola verso Pagliuca, costretto a proteggere la porta con un intervento di mani fuori area. L’entrata di Marchegiani, è il sacrificio di Baggio. “Ma questo è pazzo?” dirà il numero 10, dando voce al pensiero di una Nazione intera. Sì, matto Sacchi lo era eccome. D’altronde, come definire uno che finì la sua carriera al Milan andando dal presidente Berlusconi con l’ultimatum storico “O me o Van Basten”. A dare l’happy end alla gara con la Norvegia è un Baggio di scorta, Dino, che di testa infila l’1 a 0. L’ultimo match del girone vede la Nazionale inchiodarsi sull’1 a 1 con il Messico, gol di Massaro, e aspettare il passaggio del turno per mano divina – o meglio – come miglior terza classificata.
Agli ottavi, la Nigeria vincitrice del girone composto da Bulgaria e Argentina è un avversario sicuramente peggiore del fatto di trovarsi a giocare a mezzogiorno, con la continua necessità di farmi spremere sopra la testa le spugne bagnate d’acqua per non cadere collassati disidratati a terra. La partita prende già la piega amara al 26′ con la rete di Amunike e davanti alle Aquile, gli italiani appaiono pulcini bagnati (quindi ancor più piccoli della metafora del coniglio tirato fuori dal cilindro di Gianni Agnelli per Baggio). Tutto pare pronto per un revival del ’74, quando Valcareggi e i suoi uomini furono accolti dal lancio di pomodori al rientro dalla competizione in Germania. Quell’azzurro si fa tenebra come nella narrazione di Giovanni Arpino. Serve la luce, un lampo italico, le risorse ataviche che da sempre hanno contraddistinto lo stereotipo degli italiani che si arrangiano, che se poi va male, ce ne sono poi altri che s’incazzano. Quella con la Nigeria è una partita cattiva, dove il grande protagonista è l’arbitro messicano Brixio e l’instancabile Oliseh a distruggere ogni movimento di Baggio. Se proprio doveva essere un apocalisse, ecco il colpo di scena al 75′, con Zola – subentrato a Signori da dodici minuti – viene espulso per un debole tackle e la disperazione del sardo può essere già eletta a fotogramma sintesi della partita. Beffata dalla sfiga, dalle circostanze avverse, da un arbitraggio discutibile, l’Italia alza la testa, emerge nella sua natura, ma soprattutto si ammutina contro Sacchi e all’imperativo dei suoi schemi. Il Ct se ne accorge a pochi minuti dal finale, quando cazzia Mussi: “Fai girare il pallone!” gli urla. Il terzino del Parma non lo ascolta, s’invola sulla fascia e serve Baggio che all’88esimo segna la rete del pareggio. E’ una rottura con le tre partite precedenti e i primi 87 minuti di gara, l’Italia inizia a rispettare la sua natura, il suo Dna che apre ad una sola lettura: quando le cose si mettono male, bisogna affidarsi al genio, al colpo del momento all’uomo della provvidenza: Roberto Baggio. Ai supplementari la Nigeria si chiude misteriosamente in maniera dimessa. Va trovata l’apertura e stavolta è ancora l’anarchia di un terzino, Benarrivo, a far scattare Baggio, a farlo atterrare in area, ad aspettare un minuto e mezzo prima che Brixio faccia ordine mentale e conceda il rigore, al 102′, trasformato dal fantasista non senza il solito brivido: palo e gol. Se potesse, l’atletica e bodybuilder Nigeria si metterebbe in ginocchio, nel campo organizza una reazione confusa ma non c’è niente da fare perchè è l’Italia ad andare avanti, continuando l’ammutinamento a Sacchi. Al triplice fischio finale, i crampi distruggono i muscoli degli azzurri e lo stomaco del suo Ct che non è nel contesto giusto per chiedere un ultimatum alla Figc. L’Italia continuerà il suo ammutinamento e riuscendo ad arrivare a giocarsi la finale contro un Brasile che fa storcere a bocca ai puristi, ma che sposta la gioia italiana del quarto titolo, undici metri e dodici anni più in là.

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L’ateo di Torino

Inverno, ora di pranzo. Un bar come un altro, di quelli che da mezzogiorno in poi cucinava piatti caldi oppure il solito panino o piadina imbottiti. L’avevo conosciuto da poco ad una conferenza stampa. Era un giornalista che lavorava a Torino per un quotidiano locale. Mi aveva invitata a pranzo per parlare e poi per darmi una mano con le dichiarazioni in sala stampa, io che ero arrivata con un po’ di ritardo. In sottofondo la solita radio trasmetteva uno di quei tormentoni invernali da ballare nei locali, ma non ricordo quale, anche perchè ero più interessata alla conversazione, io che della realtà della Mole avevo solo un’idea fatta di stereotipi e dei ricordi dell’aeroporto Le Caselle e lo stadio “Olimpico”.

“Sei di Torino, quindi la domanda è praticamente obbligata. Juventus o Toro?”

“Ateo”

“Che significa?”

“Io rispondo sempre così a questa domanda. Il tifo è una brutta bestia”

“Beh, sì, io per prima ne comprendo gli effetti”

“Che poi, fa poca differenza. Sono uguali”

“Uguali? Chi?”

“I tifosi della Juventus e del Torino. Non c’è differenza. E io sono ateo anche per questo”

“Maddai, io non li conosco bene i tifosi di Torino e Juventus ma sembrano quanto di più diverso ci possa essere”

“No. Pretendono tutto perchè tutto gli è dovuto e per questo non c’è differenza. Soffrono della stessa esigenza”

“Vale a dire?”

“Di riscatto sportivo e di vita. Si sentono in debito con gli eventi e piangono lo stesso pianto”

“Ma ti stai riferendo alla loro storia?”

“Sì, certo. La Juventus ha la cicatrice dell’Heysel. Il Torino quella di Superga. Questi sono gli eventi per i quali si sentono in debito morale. Più c’è Calciopoli”

“Capisco. Sì, mi fai ricordare una citazione di Beccantini”

“Sì, capisco a quale ti riferisci. L’unica differenza è che forse i tifosi del Toro sono più talebani nel culto del tifo”

“Che vuoi dire?”

“Che sono pronti a difendere in massa qualunque cosa possa combinare un tifoso, anche la più brutta. E questo solo perchè tifano la stessa squadra”.

Non parlammo più delle due squadre, non ricordo dove scivolò la conversazione, sicuramente sul lavoro della mattinata. A pranzo finito, cercai su internet la definizione di Roberto Beccantini che mi aveva colpita non più di qualche mese fa:

“La Juventus è una figlia di papà. Di papà Agnelli, di Edoardo e di tutta la generazione a venire. La Juve è stata la squadra di Charles, di Sivori, Platini, Baggio, Zidane. Il Torino invece è stato figlio della madre di tutte le sciagure: Superga. Andrei al di là della solita divisione convenzionale di una Juventus aristocratica e di un Torino popolare. Direi che la Juve è la squadra che si è tolta tutti gli sfizi, mentre il Toro spesso è stato costretto a scendere a patti con il destino”. 

In giro per il web trovai anche un’altra citazione di Giovanni Arpino e pensai che quella, più di altre, sottolineava l’integralismo nel tifo granata:

“Il Torino, come tutti sanno, è una fede. E anche se la fede non può sempre vincere, il suo valore resta incontaminato”.

Tempo fa, avevo proposto ad un sito un articolo proprio sui punti in comune che può avere la religione con il calcio, scomodando la banalità di Marx e della figura retorica dell’oppio. Mi sono chiesta se nelle camerette dei ragazzi di oggi i poster di Ronaldo o Messi avessero sostituito i crocefissi e le Madonne che i genitori mettono alle pareti, se il rito della domenica, anche con le partite spalmate durante la settimana, avesse sempre le sue tappe obbligate, che differenza c’è tra chi sente l’obbligo di presenziare alla Messa con quello di chi invece percepisce il dovere dello stadio.
Il mittente di questa mia proposta è rimasto spiazzato e forse mi ha presa per una credente-praticante, suggerendomi di non far prendere al discorso una piega clericale, visto che avevo pensato a don Paolo De Grandi come punto di riferimento dei miei quesiti.
Sono quindi ferma al palo. Un po’ come quando alle medie, le compagne di classe mi chiedevano se mi era piaciuta l’ultima puntata di “Beverly Hills 90210”. Rispondevo di sì anche se non era vero, perchè avevo perso il filo tra una settimana e l’altra, chè in tv il giovedì sera guardavo le partite del Parma in Coppa delle Coppe. E’ solo che era difficile spiegare perchè preferissi la squadra di Scala a Dylan. Eppure anche quei giovedì erano “sacri”.