Da Chinaglia a Klose, cinque uomini che hanno fatto la storia del derby

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Roma brucia. Una combustione di tensione, ansia e trepidazione per la finale di Coppa Italia, nella quale si disputerà, per la prima volta, un derby che mette in palio un trofeo. Ogni gara con la Roma, ha una storia a sè, emozioni diverse e stratificate, irripetibili. Nonostante i pronostici, il risultato è sempre aperto, pronto a sovvertire i favoriti della vigilia, talvolta crudele e determinato dagli episodi, la vittoria è gloria da caput mundi, la sconfitta un dramma che lascia stimmate anche per più stagioni a venire. La Capitale vive il calcio così: prendere o lasciare. Tuttavia, la storia la fanno sempre e comunque gli uomini. Cinque sono quelli che meritano una menzione d’onore, ma come “outsider” ci sono anche un mister e una meteora.

Miroslav Klose – In due stagioni ha già segnato due volte alla Roma, più un rigore procurato. E non è stato decisivo solo nel suo ruolo di attaccante ma anche in quello di amuleto, perchè con lui in campo, la Lazio non ha mai perso. Freddo come il marmo, generoso come pochi, è forse uno dei pochi centravanti classici rimasti nei campi di gioco e prodotti dalla vecchia generazione. Sguardo glaciale, a parole sulla stracittadina, ha saputo solo dire che è “qualcosa di straordinario”. Difficile capire come e quanto senta il derby. Possente e taciturno, ha riempito di urla l’Olimpico con il suo gol al 93′, a trenta secondi dal fischio finale, il 16 novembre del 2011: una rete incredibile, che determinò la conquista dei tre punti e dunque della vittoria. In quell’occasione gli brillarono gli occhi sotto la Curva, ma ancora non sapeva che con quella rete, avrebbe firmato una pagina di storia. L’ultima impronta risale all’11 novembre scorso, sotto il diluvio, con una rete semplice ma “ok”: lo stesso segno che fa con la mano, come unica esultanza ad ogni gol. Semplice ma diretto ed efficace. Come sempre.

Juan Sebastian Veron – Battuta a pochi metri dalla lunetta e sfera sotto l’incrocio dei pali. Una punizione che solo una “streghetta” poteva inventarsi, nel momento clou di un derby che per la Lazio fu determinante nella rincorsa allo scudetto. Era il 25 marzo del 2000, e la “brujita” Veron, in quei mesi, si era preso pure le critiche ingiuste del tifoso esigente che sognava in grande e stavolta non voleva vedersi sfuggire il titolo nazionale. Troppo appannato e lento, dicevano. Sì ma quella punizione alla Roma va vista al rallentatore per godere della prodezza balistica. Classe cristallina, cuore caldo come quello di tutti gli argentini, la zampata di Veron rimarrà negli almanacchi come nelle sue pagine di vita romana. “Il mio gol più bello – ha recentemente ricordato – è senza dubbio quello contro la Roma su punizione. Ho segnato nel derby rovesciando il risultato e dando la vittoria alla Lazio. Non c’è cosa più bella”. Erano i tempi in cui Veron affinava la sua tecnica in modo particolare, ingaggiando, nelle sedute a Formello, un duello con un altro specialista, Sinisa Mihajlovic. Rimpianto e soprannominato poi la “luce”, alla Lazio, luce fu.

Paul Gascoigne – Eccentrico ed eccessivo, fragile, romantico e mai banale. Non è stata solo la sua personalità a farlo diventare uno degli idoli della tifoseria, ma anche quella rete alla Roma che allontanò la sconfitta, in quelll’1 a 1 finale, datato 29 novembre 1992. E’ l’89’, Signori, dalla trequarti, lancia palla in area per Gazza che di testa trafigge la porta giallorossa. Gascoigne impazzisce, allarga le braccia e corre sotto la Nord ad accogliere la gioia di chi già, sconsolato, pensava alla giornata di sfottò che gli sarebbe costata l’indomani. Troppo anche per un uomo abituato agli eccessi e che rientra a centrocampo con una maschera – stavolta involontaria – di lacrime. Gascoigne piangerà altre volte, combatterà altre battaglie, continuerà la sua carriera alla Lazio fatta soprattutto di infortuni e spezzoni di partita. Colui che rallegrava lo spogliatoio, era lo stesso che non sapeva darsi serenità e nonostante le lacune umane e l’incompiutezza, Gazza rimane un’icona della generazione di geni calcistici che ha provato ad avvicinarsi a George Best, senza riuscirci ma ugualmente amati.

Paolo Di Canio – Idolatrato, odiato, discusso e sempre sul fuoco della polemica. Di Canio ha giocato solo pochi anni in biancoceleste: dal 1987 al 1990 e dal 2004 al 2006. Non è una bandiera nel senso vero e proprio del termine ma il suo nome è indissolubilmente legato a quello della Lazio. Tifoso viscerale, non ha mai risparmiato critiche feroci alla squadra e alla società, durante la gestione Lotito. Impertinente e sopra le righe, alla Roma, con la maglia laziale, ha segnato due reti, a distanza di sedici anni l’una dall’altra. Nella prima era un ragazzo di 21 anni che viveva il sogno di giocare in prima squadra per il club del cuore. Il 15 gennaio dell”89, fu il match winner della partita, nella quale fece più storia la sua audacia e arroganza di esultare sotto la Curva Sud che la rete stessa. Una sorta di emulazione di quanto aveva già fatto un certo Giorgio Chinaglia anni prima, un “dolce” dopo i bocconi amari di una Lazio che aveva vissuto anni molto travagliati. Di Canio lascerà Roma nel ’90 per tornarvi da protagonista nel 2004, chiudendo momentaneamente con la Premier League. Un rientro a Roma osannato, strumentalizzato ma con tanta passione, la stessa voglia di scrivere pagine di storia, aprendo le marcature del derby che si giocò nel giorno dell’Epifania del 2005, match nel quale la Lazio s’impose per 3 a 1. Con il club capitolino, l’addio si consumò in uno strappo violento e da allora la tifoseria laziale sogna un altro romano e laziale, capace di farsi amare (e odiare) alla stessa maniera.

Giorgio Chinaglia – Long John prendeva la vita come una sfida, figuriamoci se il derby poteva rappresentare altro. Dal 1971 al 1975, Chinaglia ha segnato cinque reti alla Roma e in quello disputato nell’anno dello storico scudetto, il ’74, non mancò come suo solito di provocare in ogni modo la tifoseria avversaria. L’esultanza con il dito puntato, l’originale, quello sotto la Sud, è sua, è il fermo immagine di un poster e di un totem che ha accompagnato il tifo di un’intera generazione che lo rimpiange, adesso che non c’è più, e che ha smesso di credere nell’emergere di un suo erede. Se la Lazio avrà un altro Chinaglia, non è dato sapere, di certo il centravanti nato in Toscana, viveva il derby come pochi, con ardore e al pari di una battaglia e non si risparmiava nella benzina da mettere sul fuoco ad ogni vigilia. “I’m football crazy” cantava nel ’74, mentre nel ’76, Rino Gaetano lo citava in “Mio fratello è figlio unico”. Anni ruggenti a specchio dei quali seguirono i guai con la giustizia e un’operazione, finita malissimo, per riappropriarsi della Lazio nel 2006.

 

Sven Göran Eriksson – Il mister svedese è passato alla storia non solo come il tecnico dello scudetto laziale del 2000 ma anche per aver conquistato quattro derby su quattro (due di campionato e altrettanti di Coppa Italia) in un’unica stagione, la ’97-’98. A tal proposito, i tifosi, ordinarono una targa commemorativa di questo poker speciale.

Mauro Zarate – “Outsider” degli uomini derby, rimane tuttavia memorabile il gol che segnò l’11 aprile del 2011, in un match vinto dalla Lazio per 4 a 2, dopo cinque stracittadine di digiuno per i biancocelesti. Un tiro al “sette”, battuto dopo aver eluso la marcatura avversaria, all’altezza del vertice sinistro dell’area. I laziali pensarono di aver trovato il fantasista a lungo inseguito, poi gli eventi e il rapporto tra società e il giocatore argentino, si sono deteriorati come mai sarebbe stato possibile ipotizzare.

Articolo pubblicato su Vavel.com

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Errare è umano, perdonare è da laziali. Riposa in pace Long John

Una vita sul filo del rasoio, che ogni tanto ti taglia e poi rimangono le cicatrici. Esagerato, borderline, carismatico, politicamente scorretto. Romantico, folle, cattivo, bugiardo. Strafottente della vita, fino all’ultima goccia di sangue che gli ha pompato il cuore.
Non faccio parte della generazione che ti ha visto dentro la tv in bianco e nero. Ti ho osservato dopo, tra le rughe bastarde del viso, le tante sigarette, lo sguardo che si spegneva assieme alle tue illusioni. Non eri più te, logorato per aver vissuto tutto troppo in fretta e di corsa. La pazienza non era il tuo forte, se pure un commissario tecnico della Nazionale meritava di essere mandato a quel paese per una tua uscita anzitempo dal campo. Chissà quanto inchiostro scorrerà sulla pelle dei laziali per imprimere eternamente la tua esultanza al derby storico, quello dove alzasti l’indice e non il medio, perchè di Lazio avevi capito già tutto e lo stile non si perde nemmeno quando la follia ti prende il corpo. Quell’urlo silenzioso che tanti laziali hanno tatuato sulla pelle, perchè facevi godere, rappresentavi il riscatto contro la massa, ma facevi male, graffiavi l’anima come quell’ago.
L’abbandono, il fallimento societario sfiorato ma concreto, la fuga altrove, il progetto sporco di riprenderti quello che è stato tuo solo con la maglia della Lazio addosso, il fidarti di persone sbagliate, l’ingenuità di un sogno troppo difficile da realizzare. Dicono che hai sbagliato per amore ma, per me, hai sbagliato e basta, anche se “di Lazio ci si ammala inguaribilmente”.
Eppure la tua morte ha lasciato il pianto dei padri che ti hanno scoperto, le lacrime dei figli che ti hanno conosciuto e il tuo nome riecheggerà sempre associato a quello della Lazio. Fanno male due volte i lutti biancocelesti, la sofferenza è più potente per noi che diciamo sempre che non abbiamo bisogno di eroi. Non è vero: tra le nostre fila hanno amato i nostri colori solo chi idolo non avrebbe mai potuto diventarlo, che non aveva paura di mostrare le sue debolezze, che la vita andava presa a calci come il pallone la domenica.
Hai lasciato un vuoto, da riempire con le tue foto, le lacrime, la nostalgia del calcio degli anni Settanta, di epoche mai vissute, di quello che poteva essere e non è stato. Tu, però, sei stato la Lazio. Errare è umano, perdonare è da laziali. Riposa in pace Long John.