Mi chiamo Sebastian Vettel, ho vinto quattro volte il campionato del mondo e in una domenica di maggio, a Barcellona, sono diventato vecchio

Mi chiamo Sebastian Vettel, ho vinto quattro volte il campionato del mondo di Formula Uno e in una domenica di maggio, a Barcellona, sono diventato vecchio.
Sono nato nel 1987 ad Heppenheim, ma se entrate in Assia non troverete niente che mi ricordi, se non un cartello all’entrata della cittadina, dove guido ancora una Redbull.
La Ferrari è arrivata quando di anni ne avevo 27 ed è stata una scelta che potevo caricarmi sulle spalle solo io. Pensavano sarei diventato il nuovo Michael Schumacher, poi l’incidente e qui ho imparato che non c’è bisogno di morire giovani, che basta un limbo tra la vita e la morte per renderti lo stesso immortale e quindi irripetibile. Di Mondiali potrei vincerne otto e con lui resterebbero in comune solo la Ferrari e il fatto di essere tedesco nonché quello di scegliersi la Svizzera come luogo dove vivere. Lì non mi conosce nessuno.

Quando domenica 15 maggio sono salito sul podio, alla fine del Gp di Spagna, avevo più in alto di me un ragazzo di diciotto anni, lo stesso che mi ha strappato il record di pilota più giovane a vincere una corsa di Formula Uno. Non è stato tanto il primato perso, quanto il sorriso forzato che devo mostrare ogni volta alla fine di una corsa, anche quella dove sono arrivato terzo risultando il più performante, con due mescole diverse di gomme. Non avevo niente da sorridere ma a fine gara lo faccio sempre, da quando sono un pilota professionista perché viene da sé, perché per una volta accende l’attenzione anche su di me, biondo anonimo – vestito di jeans e t-shirt slavata – su quello che ho da spiegare. Mi hanno sempre detto che so fare gruppo, che non sono e non devo essere eccentrico. Quel sorriso abitudinario che scatta in automatico è diventato ormai una ruga d’espressione perché una domenica di maggio, a Barcellona, sono diventato vecchio.

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Sainz per esempio, ha 22 anni ma al via mi ha bruciato. Non sono stato reattivo nonostante lo schianto delle Mercedes davanti, il ritardo delle bandiere gialle. Venivo da un brutto sabato di qualifiche: più mi avvicinavo a Hamilton e Rosberg più il panico e l’ansia da prestazione prendeva la squadra in una morsa di errori e ansie. Lo so che è una pista dove non si può sorpassare, io sapevo di aver già perso il Gran Premio in qualifica ma ho tirato lo stesso le labbra in un sorriso e ci ho creduto dopo quelle quattro curve e due avversari fuori dai giochi, consapevole del problema alle gomme. Non c’è stato un giro, un solo giro di pista in tre giorni, dove non ho perso velocità nel terzo settore, quell’ultima curva che assomigliava all’unica fermata per l’ultimo treno del sorpasso in rettilineo.
E’ stata una gara ossessiva, basata sulla tattica esasperata ai box e io le menti della Redbull le conosco bene. Sapevamo tutti che la migliore strategia era quella delle tre soste. A metà Gp, Barcellona 2016 è diventata Abu Dhabi 2010. C’ero io sulla macchina di quello giovane che ha vinto e Alonso della Ferrari tallonava inutilmente Webber per mangiargli una posizione, farmi così evitare di chiudere i giochi, quando io e basta ero l’unico antagonista da combattere. Sapevo che avrebbero sbagliato, che non avrebbero giocato la gara su di me perché ero giovane e quella domenica mi presi il Mondiale. Ora che sono diventato vecchio, la Redbull è tornata a vincere un Gran Premio per la prima volta, da quando non sono più nel loro team.

Sono stato bravo, sono stato sempre fortunato in Formula Uno, perché quando hai la sorte dalla tua parte non vuol dire che sei audace ma che sei giovane. Io non lo sono più. A Melbourne non ero mai partito così bene dalla seconda fila. L’incidente di Alonso, la safety car, l’inseguimento a Hamilton e il mio sbaglio, a due giri dal termine, lo stesso che mi ha fatto perdere il secondo posto. “Cazzo ragazzi, scusate”, ho detto subito via radio, cercandomi una giustificazione che dentro me non è mai arrivata. In Bahrain avrei voluto almeno uscire di macchina sudato e non dopo metà giro di ricognizione, accompagnato dal fumo della sconfitta, col motore in panne. In Cina ho tamponato al via Raikkonen ed è stata tutta colpa di Kvyat. Mi sono dovuto rassegnare alla retorica dell’incidente di gara, delle cose che capitano, dell’aggressività del pilota giovane. Lo sono stato anche io ed ero carnivoro, di uno sporco che sapevo poi lucidare, ma quando sono diventato grande, prima di essere vecchio, ho iniziato a scegliere cosa ingoiare. Non è importato che io sia arrivato secondo: di certo non incasso la provocazione prima del podio di un Kvyat di 22 anni, che non abbassa nemmeno lo sguardo quando lo cazzio e anzi mi diceva di rilassarmi che alla fine eravamo arrivati sul podio entrambi. Non me ne frega niente se chiunque mi ha detto poi che ho esagerato o sono stato sopra le righe. Se almeno fosse servito questo mio sfogo di nervi. No: quel figlio di puttana mi è venuto a cercare due volte nel Gran Premio di Sochi, tamponandomi e facendomi fuori dai giochi dopo qualche curva. Ho ancora un peso in Redbull, gli ho fatto vincere quattro campionati, e sono andato da Horner al muretto della Redbull, a dirgli di fare qualcosa, che io Kvyat vicino non lo volevo più. Non sono stupido, so di averlo avuto sempre vicino in partenza perché lo sviluppo della loro vettura sta procedendo meglio che nella mia, ma non ci ho voluto far caso, non m’importava, non contava. Non è contato fino a Barcellona, col ragazzino preso al posto dell’altro che nella gara più normale e coerente del totale dei suoi ventiquattro Gran Premi corsi, mi ha surclassato il primato dell’età e la mia giovinezza.

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Dicono che non sia più una Formula Uno per vecchi, che pure il mio sorriso sul podio era quella solita ruga d’espressione, ormai forzata, consueta, di routine. Che c’è bisogno di giovani, di personaggi, che io sono noioso e questo sport non riesco più a venderlo come prima, come quando ero giovane e incazzato. Io adesso sono solo incazzato ma la pista ha ancora bisogno di piloti come me che a Zurigo dove vivo e non mi conosce nessuno, fino a poco tempo fa dovevo mostrare il passaporto per bere una birra. Io che alla scuola Redbull sono entrato che mi ero appena tolto l’apparecchio ai denti grosso come un alettone, che ragionavo già come un trentenne, che il sorriso che si apriva in mezzo alle guance martoriate dall’acne faceva di me un bambino quando io ero già adulto dentro. Ma non vecchio, non ancora. Quello lo sono diventato una domenica di maggio, a Barcellona.

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Monisha Kaltenborn Narang, la first lady della F1

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Da bambina sognava di fare l’astronauta, ma i piedi di Monisha Kaltenborn Narang sono rimasti ben saldi a terra, sopra l’asfalto delle piste di Formula Uno. E’ l’ottobre del 2012 quando la scuderia svizzera della Sauber la nomina team manager e Chief executive officer (Ceo), assegnandole un incarico che spacca ogni pregiudizio alzato sino allora dal Circus automobilistico perchè mai, prima di allora, una donna era arrivata a ricoprire una carica di vertice come la sua. Monisha la si vede concentrata al muretto dei box con una tuta di rappresentanza bianca, tratti somatici orientali e dolci, che contrastano con un ruolo testosteronico al quale lei ha dato un’altra natura, meno feroce e più sensibile, e non a caso è stata subito soprannominata dai colleghi la “first lady della Formula Uno”. Il padre-padrone del Circus, Bernie Eccelestone, non ha accolto con entusiasmo l’entrata prepotente ai vertici di Monisha, visto che in passato si era lasciato andare a dichiarazioni a dir poco maschiliste: «Il ruolo delle donne è quello di stare in cucina, vestite di bianco come tutti gli altri elettrodomestici». Parole come queste, non causano alcuna reazione in Kaltenborn che ritiene che il sessimo in Formula Uno sia solo di facciata e che mai si è sentita discriminata.
Nata in India il 10 maggio del 1971 a Dehradun, la famiglia Narang si trasferisce a Vienna, quando Monisha ha solo otto anni. L’inserimento nelle scuole è molto duro e il tedesco ostico per lei che fino ad allora ha parlato il dialetto hindustani e l’inglese, ma con determinazione la sua formazione è stata eccellente: una laurea in Legge a Vienna e un master in diritto economico internazionale a Londra, nel 1996. Terminati gli studi, Monisha lavora come consulente legale inizilamente a Stoccarda dove conosce quello che diventerà suo marito, Jens Kaltenborn; poi torna in Austria e infine al servizio di Fritz Kaiser, nel 1998, capo di una potente società di gestione patrimoniale. L’incontro con l’imprenditore comproprietario della Sauber, determinerà la svolta professionale di Monisha alla quale vengono conferiti, all’interno della scuderia, incarichi manageriali fino a presiedere l’ufficio legale nel 2000. Non si ferma l’ascesa dell’avvocatessa che entra nel consiglio di amministrazione della Sauber durante la gestione Bmw. Nel 2010 però, colui che ha fondato l’omonimo team riprende le redini della squadra fino al 2012, anno nel quale Monisha diventa detentrice di un terzo del pacchetto azionario della scuderia e qualche mese più tardi, viene nominata team manager, raccogliendo in eredità il ruolo di Peter Sauber che abbandona, stavolta definitivamente, la gestione diretta della squadra.
Nonostante l’acquisizione della cittadinanza austriaca, Monisha è legatissima alle sue origini indiane, tanto da regalarsi un matrimonio da favola con Jens, ai piedi dell’Himalaya. Madre di due figli, vive a Küsnacht in Svizzera, sulle rive del lago di Zurigo ma il lavoro la porta per lunghe giornate lontana dagli affetti, ai quali rimane legata attraverso Skype. «Organizzare casa, lavoro e famiglia è una vera sfida – ha dichiarato tempo fa al sito “Zig Wheels” – Credo sia importante coinvolgere sempre i figli nella mia attività. A casa, mio marito e le tate sanno sopperire bene alla mia assenza e sono felice che i miei bambini siano orgogliosi del lavoro che fa la loro mamma». In famiglia, la team manager continua a parlare hindi anche se limitatamente ad alcune parole. E’ comunque molto forte l’impronta natale: «Le mie origini indiane mi aiutano anche nel lavoro – ha confessato recentemente – In un ambiente così competitivo come quello della Formula Uno riesco ad essere serena, a scrollarmi di dosso le esperienze negative e concentrarmi solo sul presente», una grande pace interiore, appannaggio della cultura orientale. Pensare che la sua prima passione è stata il rally, prima ancora del tennis, dello yoga e della cucina, i suo hobby preferiti. La sua ascesa rapida in questo duro mondo professionale non le ha creato alcun disagio: «Faccio parte di questo ambiente da così tanto tempo da non sentirmi diversa. Guardo il tutto dal punto di vista di una donna che deve vestire dei panni che hanno indossato un numero di professioniste molto ristretto». Monisha è membro della commissione “Women&Motorsport”: «Con il ruolo che ho – ha spiegato al “Sole24ore” – promuovo la causa di un maggior lavoro per le donne, possibilmente nel mondo degli sport a motore».

La scheda

Nome: Monisha
Cognome da nubile: Narang
Nata a: Dehradun (India)
Il: 10 maggio del 1971
Nazionalità: austriaca
Vive a: Küsnacht (Svizzera)
Famiglia: sposata con Jen Kaltenborn, un figlio nato nel 2002 e una figlia nata nel 2005
Hobby e passioni: rally, tennis, yoga, cucina e opera
Sito: http://www.sauberf1team.com/en/team/management/monisha-kaltenborn/