Doping ai Mondiali, quando l’Italia rifiutò l’offerta

maradona usa 94

Fu un complotto. Così Diego Armando Maradona interpretò la sua positività al doping durante Usa ’94, in quello che rimane l’unico caso ufficiale nel massimo torneo organizzato dalla Fifa. La partita incriminata fu quella con la Grecia a Boston, nella quale l’Argentina schiacciò con un 4 a 0 la Grecia. La punta segnò la terza rete e l’esultanza feroce davanti alla telecamera, altro non fu che l’imitazione dell’Urlo di Munch, una scena televisiva che ora fa tranquillamente a gara, in popolarità, al dipinto del pittore norvegese.
Diego fu trovato positivo all’efedrina, sostanza solitamente usata nelle cure dimagranti. L’ex Napoli, infatti, era stato pregato dai vertici federali del calcio internazionale di non rinunciare a quel Mondiale che nella terra a stelle e strisce rischiava di essere un flop. “Quattro mesi prima dei mondiali – confermò in un’intervista nel 2009 Claudio Caniggia – gli organizzatori chiamarono Diego e gli dissero che avevano bisogno di lui. Diego era perplesso perchè il tempo a disposizione era troppo poco e non voleva fare una figuraccia davanti agli occhi del mondo, allora gli fecero capire che avrebbe potuto aiutarsi in qualunque modo, contando poi sul fatto che non lo avrebbero controllato”. Così, però, non fu e la pillola per il numero dieci fu amarissima perchè la squalifica non arrivò nella gara successiva con la Nigeria, bensì in quella contro la Bulgaria, la cui partecipazione avrebbe permesso a Maradona di raggiungere il record di presenze alle competizioni mondiali.
In Brasile, come ad Usa ’94, la condizione atletica torna ad essere una priorità, ribadita più volte anche dallo stesso Ct azzurro Prandelli. L’anno scorso, alla Confederations Cup giocata nella nazione verdeoro, si è avuto un assaggio delle condizioni climatiche delle zone interessate alle gare e un giocatore di Tahiti fu trovato positivo all’antidoping nel match contro l’Uruguay, che prese a pallonate, otto i gol all’attivo, la Cenerentola – eufemismo – del torneo. Promessi, come di rito, i soliti controlli di ferro, Maradona potrebbe comunque rimanere l’unico caso di positività ufficiale ma il doping, nel calcio, è ancora tabù nonostante la pratica sia alquanto datata.
Nei Mondiali svizzeri del 1954, la Germania vinse il titolo contro la favoritissima Ungheria di Pushkas, Hidegkuti e Kocsis. Cinque giorni più tardi, cinque giocatori tedeschi si ammalarono di ittero. “Non ho proprio idea di cosa possa essere successo” – raccontò Ottmar Walter quel giorno in campo – Io non venni colpito. Si pensò a cibo avariato”. I sospetti che furono usate sostanze illegali, passarono in cavalleria anche se nello spogliatoio tedesco giravano siringhe e non è detto che servissero per iniettare vitamine.
Il doping nel calcio è ancora oggi tabù, inimmaginabile fosse un problema negli anni ’50. Nell’aprile del 1959, però, nella vecchia rivista “Calcio e Ciclismo illustrato”, l’ex Ct azzurro bi-campione mondiale Vittorio Pozzo, scrisse di suo pugno un articolo dal titolo “Droghe e foot-ball”, nel quale si spiegava come sostanze sospette furono offerte alla Nazionale addirittura negli anni Trenta. “Nel 1938, nel corso della preparazione per il campionato del Mondo – scrisse Pozzo – fui avvicinato per iscritto e di persona, in Italia prima e in Francia poi, da un amico che aveva combattuto nella guerra del 1915-18, colla Legione Garibaldina nelle Argonne, indi nell’Esercito Nostro, poi in quello francese. Era un coraggioso che io misi bellamente alla porta perchè mi proponeva l’uso, per i giocatori Azzurri, di droghe speciali secondo lui efficacissime”.
“Dice qualcuno – chiuse il Ct – che il fine giustifica i mezzi, e che per ottenere una prestazione di carattere eccezionale (…) vale bene la pena di ricorrere a mezzi artificiali o ad espedienti anormali anche nelle conseguenze. Ci si scusi, ma per noi la cosa sa di imbroglio, quasi di truffa”.

Articolo pubblicato su Fantagazzetta.com

La corrente anti-Maradona degli anni ’90

Maradona 90

Oggi ce l’ha con il Fisco italiano al quale deve una serpentina a tutto campo di milioni di euro. Ieri, con il colonialismo, gli arbitri, l’Inghilterra e gli Usa, la Fifa, Joao Havelange. Maradona spacca da sempre i sentimenti di addetti ai lavori e appassionati di calcio ed è inevitabile se da personaggio pubblico non ha mai fatto mistero delle sue idee politiche, sociali e calcistiche. Sentimentalmente il numero 10 non lascia zone di compromesso grigie e non le colorerà mai. L’amore per Maradona non ha segreti, la corrente dell’antimaradonismo invece qualche buco nero lo presenta e inizia negli anni Novanta, conseguente – letteralmente – ad un colpo di mano. Ai Mondiali messicani dell”86 con la patata bollente politica e diplomatica tra Inghilterra e Argentina per le isole Malvinas, Diego riscatta simbolicamente il suo popolo sconfiggendo da solo i britannici e con lo storico gol di mano che beffa il portiere inglese Peter Shilton ma soprattutto l’arbitro tunisino, Ali Bennaceur: un’azione troppo veloce da poter – o voler – vedere e sanzionare. Poco importa se la seconda rete di Diego, quella che diventerà il gol del secolo, legittimerà la vittoria dell’Albiceleste: per tutti gli anni a venire si parlerà del primo irregolare centro. Come se non bastassero le polemiche fisiologiche di un post gara di questo tipo, Maradona mette i toni e il clima sui carboni roventi: “Il primo gol? L’ho segnato un po’ con la testa di Maradona e un po’ con la mano di Dio”. Il Mondiale in Messico si chiuderà allo stadio Atzeca con la vittoria dell’Argentina per 3 a 2 contro la Germania Ovest. Nessuna delle due compagini immaginerà che quattro anni più tardi si ritroveranno in finale ai danni dell’Italia, paese nel quale Maradona si consacra uno dei miglior giocatori che abbiano mai arroventato un campo di calcio, riscattando stavolta Napoli, per una volta non più conosciuta solo per il leitmotiv italiano “camorra-pizza-mandolino”.
Gli eventi attorno a Diego prendono a girare vorticosamente. Il fantasista si fa ben presto strumento di propaganda non solo sportiva ma anche politica e sociale. Intanto, in occasione dei sorteggi per i gironi di Italia ’90, Maradona spara la prima cartuccia contro l’allora presidente della Fifa Havelange, reo di “favorire l’Italia e sfavorire l’Argentina”. Il giocatore non farà mai mistero di questa sorta di corrente che, a suo parere, vuol portare a tutti i costi la Nazionale di Azeglio Vicini a raggiungere la finale e vincerla (magari contro la Germania). A competizione iniziata, l’Argentina allunga la sua coda di antipatie e odio quando nella seconda gara del girone contro l’ultima Urss della storia, un fallo di mano di Maradona non verrà sanzionato dall’arbitro con il rigore, anticipando così il declino della squadra di Lobanovskyj . Non è passato nemmeno un anno dalla caduta del Muro, ma Diego rende più amare le lacrime dei nostalgici dell’ormai ex potenza calcistica. Il sentimento anti Albiceleste si acuisce per poi rivoltarsi come un calzino nella semifinale del San Paolo tra Italia e Argentina. Maradona, approfittando di quella che ormai è casa sua, rompe le reni a quella che per lui è solo ruffianeria dell’Italia nel raccogliere la spinta della città partenopea funzionale a raggiungere le finali: “Solo adesso che ne hanno bisogno gli italiani si ricordano dei napoletani”, dirà il numero 10. Una granata che spaccherà il San Paolo a metà. Caniggia, invece, si occuperà di bucare la porta difesa da Zenga e riportare sull’1 a 1 il risultato della gara. Rigori nefasti per gli azzurri che lasciano accedere alla finale l’Argentina. Maradona inizia a sentire le pressioni e si porta sulle spalle strette il peso di una sorta di colpa da scontare, anzi due: la mano de Dios e l’aver stracciato il sogno italiano di vincere la Coppa in casa propria. Nella finale dell’Olimpico il clima è pro Germania e Diego non nasconde sotto i fischi il suo rabbioso “Hijos de putas, hijios de puta”. Generoso e discutibile il rigore concesso alla Germania e trasformato da Brehme, decisivo ai fini della vittoria tedesca. L’arbitro dell’incontro è messicano Edgardo Codesal, figlio d’arte – poiché il padre uruguaiano Josè Maria è stato anch’egli un direttore di gara – genero di Javier Arriaga membro arbitrale della Fifa. Nemmeno a qualche anno di distanza dalla finale di Roma, Maradona le manda a dire: “Quando li eliminanno dai mondiali, gli italiani dovettero ingoiare il più grande rospo della loro storia. Questo perchè Matarrese, un altro mafioso, da presidente della federazione italiana aveva già concordato la finale tra Italia e Germania. Fu allora che successe quello che successe: accusarono di doping prima me e dopo anche Caniggia, però dopo nessun altro. Nel calcio italiano, a parte Maradona e Caniggia, nessuno ha mai preso nemmeno un’aspirina”.
Sempre a suo dire, fu il doping lo strumento col quale la Fifa lo punì e tagliò dai campi di calcio. La partecipazione a Usa ’94, Maradona la racconta come un complotto, motivato anche dal fatto che in un clima glaciale col quale gli americani accolsero la competizione, serviva un personaggio potente come lui per scaldare l’atmosfera. La tesi complottistica fu poi confermata da Caniggia nel 2009: “Quattro mesi prima dei mondiali, gli organizzatori chiamarono Diego e gli dissero che avevano bisogno di lui. Diego era perplesso perchè il tempo a disposizione era troppo poco e non voleva fare una figuraccia davanti agli occhi del mondo, allora gli fecero capire che avrebbe potuto aiutarsi in qualunque modo, contando poi sul fatto non lo avrebbero controllato”. Dopo la vittoria per 4 a 0, Maradona risultò positivo all’efedrina, sostanza notoriamente usata per dimagrire, ma non fu squalificato prima della gara immediatamente successiva con la Nigeria, bensì con quella contro la Bulgaria, la cui partecipazione avrebbe permesso a Maradona di raggiungere il record di presenze alle competizioni mondiali. E’ qui che inizia il declino della carriera del giocatore e forse anche quella dell’uomo. La corrente antimaradoniana non si è mai spenta ma va a corrente alternata, al contrario di quella d’amore incondizionato. Colui che si è sempre eretto a difesa delle classi più deboli, subì un ribaltone della sua immagine, scomodando la feroce critica di Indro Montanelli su Il Giornale: “La gente comune, costretta a fare i salti mortali per poter mangiare, non sopporta i Maradona, non sopporta i modi dei nuovi ricchi, le loro feste miliardarie, il loro circo ambulante, i loro capricci da padroni del mondo che devono ancora scrollarsi di dosso la polvere dei quartieri dove fino a poco fa soffrivano la fame”.

Ronaldo e Gesù Cristo, la bulimia, il ginocchio dopato, l’incompreso da Ganz

Campionato del Mondo Germania 2006  Brasile - Ghana

La generazione dei tornelli, dei primi numeri personalizzati di maglia, degli ultimi colpi stellari del calciomercato in serie A, ricorderà un solo Ronaldo. E non si tratta certo di un Cristiano: quello è troppo perfetto, statuario, senza cicatrici e i capelli pietrificati dal gel. Luis Nazario da Lima è più vicino alla fragilità umana, ma lontano dal simbolo Pelè. Il ragazzo povero, dai calci al pallone sulla pietra e il cemento che diventa ricco, famoso, il migliore e poi piega in basso nella sua discesa, dimostrando prima di saper superare crisi epilettiche, tendini a pezzi, un sistema nervoso fragile, un fisico pesante, la bulimia.
La fame di tutto ha segnato la vita di Ronaldo e lo sta facendo ancora: cibo, donne, soldi – tanti – esagerazioni, la vita sul filo del rasoio, perchè “Non mi è stato mai permesso di vivere una vita normale” ha sempre detto. Niente della sua carriera calcistica è stato ordinario, soprattutto se ti chiamano subito “Fenomeno” e la Pirelli ti apre le braccia come Cristo. Il calcio è religione, più spesso blasfemia. Lo scrittore catalano Manuel Vazquez Montàlban lo ha amato più di qualsiasi altra persona (al pari di Massimo Moratti) e di lui ha condensato un ritratto memorabile: “E’ un pugile col colpo del ko facile ma con i piedi di Fred Astaire”. Con i guantoni ha fatto forse a botte con le sue paure, come ballerino i vari carnevali dimostrano che non se la cava un gran che. Il pallone: il pallone sì, è stato tutto.
“Paura del buio” di Enzo Palladini, è una biografia non autorizzata del calciatore, nel quale non viene omesso niente che non si possa sapere di Ronaldo, dentro c’è anche l’amore – neppure troppo tra le righe – del giornalista per un giocatore compiuto al 70% al quale questo, l’autore rimprovera, più di qualsiasi altra scelleratezza, anche se ne è la conseguenza.

Il ginocchio e l’ombra doping – Il dolore inizia nella seconda stagione al Psv. La genesi di quella che sarà una croce, inizia con un chiodo in terra olandese, nel 1995. Rapidi furono l’aumento di chili e centimetri, magari troppo e allora il sospetto. Bernardino Santi, coordinatore della struttura antidoping della federazione calcio brasiliana, non ha dubbi quando rilascia un’intervista nel 2008 a al quotidiano “Folha de Sao Paolo”: “In Olanda hanno somministrato anabolizzanti a Ronaldo (…). Ho parlato con colleghi olandesi e con persone che lavorano intorno al Psv, anche se non direttamente con i medici del club. Somministravano alcuni integratori vitaminici a Ronaldo, ma tra questi c’erano anche anabolizzanti che potrebbero averlo fatto crescere più di quanto la natura avesse previsto. I suoi infortuni successivi sono stati la conseguenza di una crescita muscolare eccessiva”. Le dichiarazioni di Santi fecero scalpore e la stessa Federazione brasiliana lo attaccò duramente. Il dubbio legittimo, aveva i contorni di un’ipotesi veritiera ma si doveva soprassedere.

Lo slogan della Nike censurato – Nell’ottobre del ’96 il Barcellona umiliò il Compostela per 5 a 1 con doppietta di Ronaldo. Uno di quei gol è nella storia e sempre lo sarà per la sua bellezza, visto e rivisto più volte al rallentatore e montato in varie versioni su you tube. Lo sponsor americano decise di comprare i diritti della partita e di regalargli uno slogan religioso: “Immagina di chiedere a Dio di diventare il più forte calciatore del mondo… E Dio ti ascolta”. Di quella pubblicità non se ne fece niente, con l’opposizione degli avvocati del Compostela che parlarono di immagini prive di consenso e umiliazione pubblica degli avversari.

Paura del buio – Nel 2000 una giornalista della rivista “Veja” riuscì a strappare a Ronaldo un’intervista interessante.
– Ha paura di qualcosa?
– Non ho paura di niente
– Di niente?
– Solo del buio
– Dorme con la luce accesa?
– Completamente accesa
– Ma di cosa ha paura? Dei ladri?
– No, di cose che fanno parte della mia immaginazione.

Ganz non capisce – Il corteggiamento costante di Massimo Moratti, ha epilogo felice nel 1997. E l’arrivo di Ronaldo il Fenomeno, qualche malumore lo creò. Il più amareggiato dall’arrivo di un concorrente, fu Maurizio Ganz che durante il ritiro sbottò: “Non capisco perchè abbiano preso un altro attaccante, visto che eravamo già in tanti”. La Serie A era ancora un campionato serio e di Ronaldo ci si poteva ancora permettere il discorso fritto del “Dovrà conquistarsi il posto in squadra, nessuno ce l’ha per diritto divino”. Esterofili sì, ma prima d’incensare…

Profumo di Beckham – In una partita di Champions del 2003, il Real battè il Manchester per 3 a 1. Ronaldo e il giocatore inglese si scambiarono la maglia: fu il primo gesto di una lunga serie a costruzione di una futura amicizia. “Volete sapere una cosa? – disse il brasiliano nel post gara – Alla fine della partita la maglia di David non puzzava di sudore, anzi era profumata. Questa è classe”.

Amabili resti – Palladini, chiude così la biografia: “(…) Negli occhi di chi l’ha visto giocare dal vivo, resteranno accelerazioni che non si erano mai viste prima e che non si vedranno più. Resterà il ricordo di un numero 9 che per una beffa del destino ha giocato due delle sue migliori stagioni con il 10 (primo anno all’Inter) e l’11 (primo anno al Real e unico campionato nazionale vinto), resterà il soprannome di Ronaldo Fenomeno che nessun Cristiano potrà mai usurpare. Lo aspettano anni di ricordi e di agiatezza, forse un giorno spiegherà almeno a se stesso perchè non ha voluto diventare il più grande di tutti. Paura del buio, ma forse anche della luce”.

“Il ciclismo è lo sport più pulito che esista”

Rinaldo Nocentini

Ho la fortuna di avere l’abitazione di un ciclista professionista e molto famoso, ad un paio scarso di chilometri da casa. Così come per i miei compaesani però, è difficile trovare Rinaldo Nocentini in giro. Tre anni fa il quotidiano locale dell’epoca mi chiese una sua intervista ad ampio respiro per l’allegato dedicato agli uomini di spicco del mese e fu la prima volta in assoluto che lo incontrai. La settimana successiva, per festeggiare l’assegnazione dei Mondiali di ciclismo a Firenze, sarebbe uscito uno speciale sui protagonisti a due ruote e la Toscana ne ha avuti sempre molti da raccontare. Nocentini aveva alimentato una sorta di “Rinaldo-mania” al Tour De France del 2009 nel quale era diventato una stella, con i suoi otto giorni in maglia gialla. A febbraio del 2010, il ciclista ebbe un incidente durante il Gran Premio dell’Insubria e si fratturò tibia, perone, astragalo e malleolo. Appena iniziai a registrare le dichiarazioni, mi fece subito notare una cosa: “Paradossalmente – dichiarò – ho più notorietà adesso, che durante il Tour”. Devoto alla grande corsa francese, aggiunse anche che senza quei giorni consecutivi in maglia gialla, non avrebbe mai ricevuto così tanta luce dai mass media, l’attenzione di federazione e colleghi. La premessa è lunga e doverosa, perchè quel giorno Nocentini si sentì fare l’ennesima domanda sul doping nel suo sport che con gli ultimi casi di Danilo Di Luca e Mauro Santambrogio, trova, nella risposta che dette, un senso: “Il doping è ovunque – disse subito – solo che noi ciclisti siamo nel mirino. In realtà, ora come ora, il ciclismo è lo sport più pulito che esista. I controlli sono a tappeto e l’Unione ciclistica internazionale può venire a bussare anche adesso per le analisi. Tramite internet ogni ciclista compila una tabella sugli impegni dei prossimi tre mesi e specifica i giorni in cui è a casa. Se non si fa trovare senza preavviso, scatta l’ammonizione. A livello professionistico, il ciclista prende l’iniziativa da solo di doparsi, è a livello giovanile che il doping viene proposto ai ragazzi. A me non è mai successo”.
Lì per lì potrebbe sembrare la strenua difesa dello sport che ti dà lavoro e popolarità ma il numero dei ciclisti che negli ultimi anni cade nella trappola dei controlli, evidenzia che chi è positivo non riesca più a farla franca e, addirittura, si va sadicamente a ritroso dei risultati di chi il ciclismo l’ha fatto grande ma non è più in attività: eclatante fu il caso di Lance Armostrong. Nessuno ci ha mai spiegato però, perchè si è voluto costruire il monumento al ciclismo, fatto con la calce della compassione, il patos del coraggio e della sofferenza della malattia, per poi prenderlo a sassate per sbriciolarlo.

London calling. L’asiatico troppo africano, l’handicappato con i vantaggi e quello che potrebbe vedere la Madonna

E’ bastata una partita di calcio, Juventus-Napoli, dove fosse in palio un qualcosa di quasi serio, per mandare in tilt gli italiani. Diciamo che lo spirito olimpico, quello dove un po’ tutte le altre discipline le metti in primo piano rispetto al pallone, è andato a farsi benedire grazie alla Supercoppa italiana. Bella l’atletica, la scherma, il tiro a volo. Divertente la pallavolo, spettacolare il basket, non male il taekwondo. Ma il calcio e gli isterismi che comporta nel sistema nervoso di un italiano, sono una patologia vera, così come la non faziosità di Varriale della Rai. Ah ecco, a proposito di televisione pubblica…

Medaglia d’oro alle telecronache della Rai. Sfida di taekwondo, in gara c’è Carlo Molfetta che si gioca una medaglia contro un energumeno che si chiama Keita. Speriamo se la cavi il nostro atleta: Keita è alto, nero, pesante ed è stupefacente vedere un malese che di asiatico non ha una mazza (no, nemmeno quella proprio). “Il malese qui, il malese là, occhio al malese” che però è nato e gareggia per il Mali che proprio nell’Oceano Pacifico non è, anche perchè lo Stato si trova in Africa. Poi negli ultimi minuti dell’incontro, alla Rai si svegliano e qualcuno dovrebbe aver urlato in cuffia ai telecronisti che i connazionali di Keita si chiamano maliani. Diciamo che lo hanno fatto per noi. Noi nostalgici dei commenti tecnici di D’Amico e Dossena, di Pannofino-George Clooney (Varriale no: l’abbiamo sentito qualche ora fa…) avevamo la necessità di sentirci a casa con le castroneria della Rai. E’ sì: le Olimpiadi stanno finendo. Lo avrebbero cantato anche i Righeira (agli Europei li avremmo visti benissimo al commento assieme a Mazzocchi).

Medaglia d’argento al tatuaggio di Maurizio Felugo. “Io lo conosco: ha riempito le mie notti con frastuoni orrendi, ha accarezzato le mie viscere, imbiancato i miei capelli per lo stupore”. Che roba è? La poesia di Alda Merini “Corpo d’amore. Un incontro con Gesù” che il pallanotista di spicco della nostra Nazionale, Felugo, ha come tatuaggio in una gamba. Niente stelle, carte da gioco, sirene, aquile, indiani: il ligure ha deciso d’imprimersi questo sulla pelle, motivando la scelta come la frase dalla quale si sente più rappresentato. Diciamo che ci sta che riesca a vederlo Gesù se l’Italia vince la finale con la Croazia. Diciamo anche che potrebbe vedere anche la Madonna.

Medaglia di bronzo al tuttologo Zdenek Zeman. Tornato dopo qualche anno di esilio in serie A, come ha preso la panchina della Roma è diventato pane per riempire i classici vuoti delle pagine estive dei giornali. Gli chiedono di tutto, ridanno fuoco alla sua crociata immaginaria contro il nemico Luciano Moggi ormai fuori dai giochi da un pezzo, vogliono da lui un parere anche su Schwazer perchè è stato il primo a dire “il calcio deve uscire dalle farmacie”. “Le sue lacrime e il suo dolore sono veri – ha detto del marciatore – Il problema è che gli atleti di livello hanno tanti vantaggi, soprattutto economici. Vogliono vincere tutti e se uno si accorge che non ci riesce con le proprie forze, si rifugia in altre cose. Ma non è il caso solo di Schwazer, ce ne sono tanti come lui. Non si sa perdere. L’Olimpiade è partecipare, poi deve vincere chi ha talento e lavora”. Praticamente non c’ha capito niente, visto gli sviluppi da brivido che sta avendo la vicenda e dato che Schwazer l’epo non l’ha presa per vincere, anzi. Vabbeh, ci ritentiamo. Pistorius invece? “La sua partecipazione è stata una cosa ingiusta – risponde Zeman – è un diversamente abile che nel gareggiare ha dei vantaggi. Nello sport si deve competere partendo sempre tutti dalle stesse condizioni”. Se il sudafricano dovesse partecipare o meno alle Olimpiadi e non alle Paraolimpiadi, ognuno si sarà fatto la sua idea, ma sparare che Pistorius che è senza gambe abbia dei vantaggi, è una cosa tremenda. Qualunque senso si voglia dare al discorso.

Medaglia di legno al giornalista Massimo Gramellini de “La Stampa”. Alterna riflessioni e pipponi filosofici e morali eccellenti ad esagerazioni da mezzadro degli anni ’50 (con tutto il rispetto per i mezzadri). “Faccio un tifo affettuoso per le ragazze coi nastri e le clavette – ha scritto – eppure non posso evitare di domandarmi: siamo alle Olimpiadi o al circo Togni? Ho il massimo rispetto per coloro che li praticano con dedizione e destrezza, ma ai Giochi ci sono sport che sembrano, appunto, dei giochi. Ieri, prima delle clavette, ho visto gente buttarsi da un muro con delle bici e poi pedalare sopra le montagne russe. Sembrava una pubblicità sullo stato d’animo dei risparmiatori italiani o uno spareggio di ‘Giochi senza frontiere’. Invece era una gara olimpica, il Bmx. Poi ci sono le sirenette che danzano in acqua. E quelle che prendono a racchettate un volano come bambini sulla spiaggia. Perché il volano sì e il calciobalilla no? E il flipper? E il vecchio caro ruba-bandiera? Il tiro alla fune in tv sarebbe uno spettacolo, per non parlare della corsa nei sacchi: vedrete che la inseriranno in programma, prima o poi”. Sul fatto che ci siano discipline che a giudizio soggettivo siano più o meno interessanti è un dato di fatto e ognuno la pensa come vuole. Dare del Circo Togni alla disciplina della ginnastica è quasi un insulto, ma è ancor di più offensivo paragonare la ritmica al flipper e a rubabandiera.

Articolo pubblicato su www.valdichianaoggi.it