Essere Francisco Maturana. Dalla finale perfetta col Milan alla battaglia al narcotraffico

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Tokyo, 17 dicembre 1989, finale di Coppa Intercontinentale. In campo Milan e Nacional di Medellin, danno vita alla partita tatticamente perfetta, con moduli speculari, “catenaccio moderno”, un finto atteggiamento offensivista. Una gara che se Kasparov fosse appassionato di calcio quanto di scacchi, se la sarebbe registrata in vhs e rivista più volte. Togli una “c” al gioco con i cavalieri e le torri e ti ritrovi Sacchi, l’allenatore del momento sulla panchina rossonera. Il problema è che quei “cafeteros” più che coltivatori di caffè hanno la capacità di narcotizzare qualunque folata offensiva degli avversari. Una partita così non la può che decidere un giocatore che come dirà il suo allenatore poi “Aveva uno score di due gol in sette anni di serie A”. Tuttavia, al 119′ di una partita senza reti, sarà il portatore sano e operaio di questa grama media statistica a regalare la seconda Coppa Intercontinentale al Milan. Van Basten si procura una punizione dal limite. Quel calcio piazzato avrebbe potuto calciarlo Gullit di forza oppure pennellarlo lo stesso centravanti olandese e invece ci va il più scaltro a dare il calcio ad effetto, colui che vede per primo la falla nell’imprecisa barriera eretta da un confuso Higuita, unico ingranaggio imperfetto nella scacchiera del Nacional. Mentre Galliani rischia lo strappo muscolare ad una gamba esultando e scattando dalla panchina, seduto di fianco a Sacchi, c’è il mister dei colombiani sconfitti che serra le labbra sottili e si chiede come sia possibile che quel giocatore che si chiama Alberigo, abbia strappato per un lampo di confusione l’estro che al Sudamerica viene naturale e calcificato addosso a mò di stereotipo. Francisco Maturana ha cambiato il calcio con le sue idee, quelle più indipendenti dall’umore solare ma lunatico della fantasia dei singoli, proponendo un gioco sì attento ma più offensivo, fatto di passaggi in orizzontale e gran possesso palla, il tutto senza dimenticarsi di affidarsi alla creatività. Un paio d’anni prima della partita perfetta, la Federeazione colombiana gli affida la panchina per ridare linfa ad una nazionale depressa. Il neo Ct si punta sul blocco Nacional e conquista i Mondiali con una Colombia assente dalla competizione da ben 28 anni. A Italia ’90 i cafeteros raggiungono gli ottavi, stupendo con il loro gioco a “zona dinamica” mostrato dentro un girone granitico, perchè composto da Germania, Jugoslavia ed Emirati Arabi Uniti. Se Rincon permette il miracolo, Higuita tradisce: ai quarti accederà il Camerun, con un gol di Milla, complice l’errore del portiere. Quando l’attaccante entra veloce in area, l’estremo difensore rimane sulla linea dell’area piccola quasi statico e facendosi trafiggere. Mentre il Leone d’Africa esulta di anche davanti alla bandierina del corner, Maturana ha già la testa alla prossima Coppa America, quella del ’93, la stessa che vedrà la Colombia classificarsi terza, perdendo in semifinale con l’Argentina, vincitrice di quell’edizione. Con la qualificazione a Usa ’94, stavolta la Nazionale deve allargare le spalle per sopportare pressioni e aspettative più forti ma l’avventura americana si rivelerà fallimentare con l’uscita di scena dopo tre gare e il dramma dell’omicidio di Escobar. Pensare che nelle settimane precedenti a quell’autogol, il Ct desiderava che la sua Nazionale così tanto attesa in campo, potesse approfittare della ribalta mondiale per unire un Paese devastato dalle guerre interne e dal narcotraffico. L’uccisione del giocatore registra il fallimento del calcio come arma di distrazione di massa, visto che quella che colpì il difensore del Nacional arrivò dritta al suo obiettivo. Non è mai stato chiarito il movente, forse l’autogol contro gli Stati Uniti comportò per qualcuno una grossa perdita di denaro nel giro del calcioscommesse. Maturana viene allontanato dalla panchina ma tornerà Ct nel 2001 e nello stesso anno, in casa, vincerà la prima Coppa America nella storia per la Colombia, in un’edizione snobbata dalle grandi per motivi di ordine pubblico.
Girerà ancora il mondo Maturana, diventando uno degli allenatori sudamericani più influenti della storia. Tutto questo perchè il tecnico è sempre sfuggito al clichè del giocatore poco acculturato. Alla fine della sua carriera da calciatore si laurea in odontoiatria e il disprezzo per le condizioni in cui il narcotraffico condiziona la vita della sua Nazione, cerca di metterlo in pratica entrando in politica ad inizio degli anni ’90. “Il nostro calcio e la nostra società hanno bisogno di più cultura”, è uno degli slogan con i quali riesce a distinguersi, anche se nell’ottobre del ’99, all’epoca Ct del Perù, se ne uscirà fuori con una dichiarazione all’olandese, di grande apertura in un calcio piatto, facendo piuttosto scalpore: “Birra e donne non influiscono negativamente sui giocatori. L’una e l’altra cosa dipendono dalle personalità di ciascun giocatore. C’è chi può avere rapporti sessuali poco prima della partita e ritenere che gli faccia bene e chi ritiene, invece, che faccia mancare le forze. Lo stesso vale per la birra”.

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Centri commerciali e fuorigioco: scene da un matrimonio (forse)

matrimoni

Il più importante fattore di seduzione che il calcio esercita nei confronti degli uomini di cultura è rappresentato dalla sua dimensione collettiva, che rende le sue vicende infinitamente più romantiche e drammatiche di quelle riguardanti sport durissimi come la boxe o il ciclismo. (…) La semplicità. Quella delle regole, innanzitutto, comprensibili, a chiunque, nonostante l’oggettiva difficoltà insita nello spiegare ad una donna cosa sia il fuorigioco. D’altronde, noi maschi, non siamo geneticamente programmati per passare più di quindici minuti in un centro commerciale e quindi dobbiamo accettare l’altra faccia della medaglia.
Ci sono matrimoni andati in frantumi proprio in seguito ad estenuanti discussioni sulla posizione di un centravanti “al momento in cui parte il pallone”, ma d’altra parte, vale anche il contrario: se lei capisce la regola del fuorigioco in un tempo ragionevole, sposala e stai sicuro che non te ne pentirai (avvertenza per le donne: se il vostro lui supera senza andare in escandescenze il quarto d’ora di shopping, non è ancora il caso di ordinare i fiori d’arancio, perchè prima o poi potrebbe disertare la vostra festa di compleanno per un ottavo di finale di Champions League. Anzi, è decisamente probabile che prima o poi lo faccia).

“Social football – Non è mai stato solo un gioco”, Lorenzo Zacchetti (2012)

Lettere d’amore in fuorigioco. Gramellini e il prototipo della donna tifosa

Era il 1997, il Guerin Sportivo diretto da Italo Cucci, costava 4500 lire. Massimo Gramellini  curava una rubrica nella quale rispondeva a lettere di tifosi, dove il calcio si mescolava, con troppi nodi inestricabili, alla sfera privata, tra liti e incomprensioni con gli amici, i parenti, le fidanzate, i capi al lavoro. Al centro di tutto, la squadra e una passione patologica per il pallone. Ho ritrovato questa lettera che si può leggere per intero, compresa la risposta del giornalista, ingrandendo la fotografia

lettere d'amore in F

L’autrice è una 14enne di Fiesole che si firma “Giuditta”, quasi nessuno sa che all’epoca – visto che parliamo di sedici anni fa – di adolescenti come lei ce n’erano già molte, mosche bianche che iniziavano ad essere numerose. Dentro c’è tutta l’insicurezza di essere una ragazza, odiarsi per questo ed amare il calcio; la paura e le prese in giro dall’altro sesso, la voglia di essere come le altre coetanee che del pallone se ne fregavano, ma ormai è troppo tardi perchè non se ne può fare a meno. “Maschiaccio” era l’etichetta scontata che veniva affibbiata perchè quello si diventava: un limbo dove se eri tifosa al pari di un uomo, andavi a scontrarti con un rossetto che non potevi mettere e dei tacchi sui quali non avresti mai imparato a camminare. Sono passati anni, certi stereotipi durano ancora, forse con ragione e legittimità, altri no. A Gramellini,  va il merito di aver definito – riportato sotto – il prototipo della donna tifosa di oggi, non necessariamente accessoriata da caratteri maschili, stampati ad inchiostro sulla tabella della differenza di genere:

(…) Gianni Brera diceva che il calcio è per gli uomini perchè la porta della propria squadra rappresenta il sesso della fidanzata-moglie-madre-sorella da difendere contro le insidie altrui, mentre la porta degli avversari è il sesso della donna che s’intende conquistare: per questo, il tifoso reagisce ad un gol dei propri beniamini con un rilassamento dei muscoli paragonabile a quello di un atto sessuale. Brera aveva ragione su tutto, tranne che nel ritenere che un simile atteggiamento appartenesse in esclusiva ai maschi. Perchè mai una donna non potrebbe provare simile emozione? E se la prova è forse meno donna per questo? Non è invece una donna più completa ed evoluta? Sarebbe come a dire che un maschio che sa cucinare le lasagne al forno o passa un’ora davanti alle vetrine sia una checca.

Uno stralcio di risposta del quale Freud sarebbe orgoglioso e nel quale è impossibile slegare il calcio al sesso: in fondo è come se fossimo ancora fermi agli inizi del ‘900, quando la libido era (è?) la spinta a qualsiasi dinamica della vita. E anche ad un pallone che rotola.

Donne tifose e #veritàscomode

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Quelle che il trucco pesante, con kajal e ombretto nero, più uno strato di rossetto color mattone che anche se devi andare a vedere un match di campionato, ci stanno.
Quelle che “Oggi c’è la partita” e rutto libero con la coca cola in mano e il panino alla salsiccia sulle cosce, sedute allo stadio.
Quelle che la bestemmia scappa quando annullano un gol al terzino che non gioca mai, l’imprecazione becera all’attaccante che sbaglia una rete a porta vuota.
Quelle che “Oh ma me lo rispieghi il fuorigioco che mica l’ho capito poi tanto…”.
Quelle che “Quanto è bono Borriello ma mi farei anche Osvaldo”.
Quelle che “Beata la fidanzata di Marchisio”.
Quelle che “A Mourinho so benissimo che gli farei io”.
Quelle che non sanno perchè pesa di più un gol in trasferta che uno in casa.
Quelle che la marcatura a uomo o a zona fa lo stesso, basta che compri un paio di caffè Borghetti.
Quelle che esultano ai gol come tarantole, schiacciano la schiena alla balaustra e sembrano dire “Guardate me e un po’ meno la partita”.
Quelle che “Fa niente se ha perso perchè stasera in tv c’è Sex and the City”.
Quelle che le unghie in gel non si rovinano se devo sventolare una bandiera con la sciarpa legata ad una gamba.

E quelli che sono rimasti al Mesozoico del tifo, era geologica lontanissima anche dalla data del primo primo appuntamento, che Vittorio Cecchi Gori chiese a Valeria Marini.
#VeritàScomode

Se ami il calcio, ti sposo. Anzi no

kiss tifosa

Una come te è da sposare. Oppure: ce ne fossero di donne così… E ancora: Tu la domenica non mi chiederesti “Amore portami all’Ikea” ma “Accompagnami allo stadio!” Ti rendi conto?! Cosa vuoi di più dalla vita?
Otto marzo 2013 dopo Cristo. Mentre si decide se ha ancora un senso festeggiare la festa della donna (perchè no?) la maggioranza della popolazione mondiale vede nella passione per il calcio e in coloro che lavorano in questo ambito, uno strumento di emancipazione. E a molti, piace. In fondo, una donna a questa maniera, è una sorta di ibrido: la si può trattare come amico, compagno di calcetto e fidanzata, a seconda del contesto e delle occasioni. Quindi, si ricevono proposte epiche di matrimoni come se piovesse oppure l’acidità dell’uomo insicuro che allora si mette in competizione, ti sfida nella memoria storica, parla di schemi e critica anche l’affermazione più veritiera e il tutto per rimetterti al rango di donna, per aggredirti che “non hai ragione”, farti abbassare la cresta, dirti che devi tornare in cucina per imparare a fare il sugo.
Si riceve anche l’odio delle altre donne, quelle che nella vecchia pubblicità dell’amaro Lucano si lamenterebbero come l’attrice stretta dal corteggiatore alla prima uscita, a parlare di “Zola, fuorigioco e modulo all’italiana”. Cosa vuoi di più dalla vita?
Eppure sono anni che vanno in voga altri amari, il fantasista sardo ha chiuso da un pezzo con il calcio giocato ma il modulo all’italiana non passa mai di moda. Un po’ come la teoria per la quale se t’interessi di pallone è solo per attirare l’attenzione. Spesso succede, quindi Cosa vuoi di più dalla vita?
“Una donna che parla di calcio è come un uomo che parla di rossetti… A meno che non sei il figlio di Toninho Cerezo”, mi hanno detto una volta. L’erede non calcistico dell’ex giocatore di Roma e Sampdoria è diventato una lei e fa la modella per Givenchy. Non credo sia un asso nel conversare di calcio, ma i rossetti con tutto ciò, c’entrano eccome. Colorarsi le labbra divenne – come il calcio oggi – una delle prime forme di emancipazione femminile, molto in voga negli anni Venti, quando negli Stati Uniti si riconobbe il diritto di voto alle donne. Nei combattimenti della Seconda Guerra Mondiale molte ragazze ebbero un ruolo attivo e tante di loro, nella difesa estrema della propria femminilità, osavano il rossetto rosso con indosso le divise militari.
Non è facile neppure fare la giornalista sportiva, anche se lo si è a livello locale. Allo stadio, qualunque sia la categoria, serve un abbigliamento anonimo, poi si recupera truccandosi pesantemente la faccia per non rinnegare la propria identità femminile. Fare le pagelle ai calciatori è come attraversare un campo minato durante la guerra del Vietnam. Dare “voto 7” ad un attaccante può significare molte cose per chi legge ma in particolare una: e se quella se la facesse con il centravanti? Ma no, mica per pensare male, ma il suo giudizio e di mezzo numero abbondante, per cui…
Pensare che i giocatori che ci provano sono sempre un numero minore rispetto agli allenatori o direttori sportivi che fanno i cascamorti. Con gli addetti ai lavori è come stare in un limbo, ecco le regole: sii carina ma non troppo, mostrati inflessibile e fredda ma quel tanto che basta per far capire che di te si deve fidare ma non significa che ci stai. Un boxer che si morde la coda, una coda talmente corta che non ci arriva nemmeno lui a prendersela. D’altronde: cosa vuoi di più dalla vita?
Essere prese sul serio, anche in quei settori dove imperano gli uomini e magari è anche giusto così ma che si lasci anche voce a chi nasce con una passione sincera che biologicamente – ma anche arbitrariamente – è considerata maschile. Che si rispetti il lavoro di chi non necessariamente deve essere costretta a flirtare per portarlo avanti.
Per il resto, è divertente tirare fuori l’argomento calcio per attaccare bottone oppure con gli amici o le amiche pallonare che sono tante. Un collega ha sempre sostenuto che alle donne, rispetto agli uomini, manca un argomento di socializzazione potente come il pallone. Ha ragione ma si dimentica che anche i rossetti hanno un potere aggregativo niente male…

Articolo pubblicato su www.valdichianaoggi.it