Le foto di calciatori e tenniste, un “bordello senza muri”

claudio_marchisio

Non ho abbastanza anni da realizzare il momento in cui i calciatori o gli sportivi in genere, sono diventati dei sex symbol. So solo che a metà anni ’90, Kim Rossi Stuart andava fortissimo e in camera ogni ragazzina ne aveva il poster. Se ritagliavi foto di giocatori dai quotidiani, eri considerata quella strana.
Negli ultimi anni, no.
Blog, forum, tumblr, facebook e twitter: le teenager hanno l’innamoramento più o meno virtuale del calciatore e caricano immagini dei loro idoli (così li chiamano) a ripetizione e in qualsiasi situazione della loro giornata, perchè ovvio: fa più presa un Marchisio (nome casuale) in giro per un qualsiasi centro storico che in tenuta da lavoro.
La foto avvicina. L’immagine la stampi e la puoi toccare. In quel momento Marchisio è tuo come può esserlo di qualsiasi altra ragazza. Lo guardi nei dettagli, lo osservi affinchè ti rimanga in mente. Marchisio non è che lontano un centimetro, mica i chilometri o la distanza di metri dalle tribune dalle quali guardarlo in allenamento oppure in uno stadio…
Il sociologo Marshall McLuhan uscì a metà degli anni Sessanta con il saggio sui mass media “Gli strumenti del comunicare” e ne analizzava individualmente le caratteristiche, il modo in cui avevano rivoluzionato la percezione sensoriale, la società e gli altri mezzi di comunicazione. Della fotografia aveva un’idea affascinante, suggestiva e ne dette una definizione straordinaria.
Innanzitutto: “Uno delle caratteristiche di questo medium – sosteneva – è appunto quella di isolare nel tempo momenti singoli”. Secondo McLuhan, la prima forma di cattura dell’immagine che si avvicinava alla staticità della doppia dimensione, fu il monocolo: “Un secolo fa, la mania britannica dava a colui che lo portava lo stesso potere della macchina fotografica, quello cioè di fissare la gente con uno sguardo di superiorità, come se fossero oggetti. (…) Il monocolo tende a trasformare le persone in cose e la fotografia estende e moltiplica l’immagine umana alle proporzioni di una merce prodotta in serie. Le dive del cinema e gli attori più popolari sono da essa consegnati al dominio pubblico. Diventano sogni che col denaro si possono acquistare. Possono essere comprati, abbracciati e toccati più facilmente delle prostitute”.
Poi c’è il riferimento ad un’opera teatrale del drammaturgo francese Jean Genet, “Il balcone”, della quale ne è stato fatto un film nel 1963. “Il Morandini” sintetizza così la trama: “In un paese imprecisato, devastato da una rivoluzione, un bordello, gestito da una lesbica, continua ad attirare clienti di ogni genere. (…) Curiosamente la fotografia di George Folsey ebbe una nomination all’Oscar”. 
“Le balcon – spiega McLuhan – è una commedia sul tema della società come bordello circondato dalla violenza e dall’orrore. L’avido desiderio di prostituirsi dell’umanità, resiste al caos della rivoluzione”. In altre parole, secondo il sociologo, “è stata la fotografia a suggerire a Genet l’immagine del mondo dell’era fotografica come di un bordello senza muri”.
Una definizione che trova d’accordo anche la maggioranza dei termini di ricerca di chi arriva su tacchettiaspillo.com. Qualche esempio:

– Cristiano Ronaldo con la barba,
– Inzaghi labbro,
– Destro Mattia bel ragazzo,
– ex moglie di Locatelli calciatore,
– Sergio Ramos orecchini,
– Buffon con forcina,
– foto Giuseppe Marotta e consorte,
– le donne di Gascoigne

ma soprattutto:
– una sega per la Sharapova.

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Quando è Cassano a dare lezioni a Cristiano Ronaldo

Fa due gol al Granada e riesce lo stesso a far infuriare Mourinho (sai che novità…). Cristiano Ronaldo, si presenta poi nel post gara con una maschera di sofferenza, vera manna per le telecamere. Il portoghese realizza una doppietta, non esulta e nell’aria c’è già odore di “caso” con una spruzzatina di aria fritta. “Non ho esultato perché sono triste – ha dichiarato l’attaccante – Il club sa perché. E’ una questione professionale, vediamo quanto durerà”.
S’è scatenato il putiferio di voci, indiscrezioni, telefoni bollenti, le parole di quelli che “io lo conosco, io so”. E allora: Ronaldo è geloso del premio a Iniesta, non regge più il confronto con Messi, non va d’accordo con i compagni di squadra, non gli bastano 33mila euro al giorno, è un adolescente con i capelli gelatinati, è un bambino che non sa stare alle regole.
Alimentare il “caso” è sempre bello, anche perchè nell’apparenza blanca delle merengue, qualche tinta giallo-mistero ridà fiato a Mourinho, al calciomercato triste, a Kakà che il Milan non si poteva permettere.
E’ difficile quando stai in Paradiso e non ti manca niente, far sapere al tuo Dio che lo vuoi lasciare. Non per soldi, perchè paradossalmente diventa difficile farsi etichettare ancora come mercenario se guadagni già 12 milioni all’anno e te ne vuoi andare per guadagnarne altrove 18. E allora si mette in ballo la tristezza, la frustrazione, il malumore, in certi casi si parla addirittura di depressione. Molto più semplicemente, i giornali e il web potrebbero titolare il “caso” semplicemente con “mancanza di stimoli” ma sai poi che felicità a chiudere la questione con l’ipotesi più intelligente ma così fredda e così esauriente?
Ronaldo non è triste, non è depresso, non ha niente. Vuole solo lasciare il Real per andare altrove, non necessariamente per guadagnare quanto già intasca. Per farlo serve di montare la panna, il giallo, la malinconia, la costruzione di un rimpianto se non si realizza un sogno.
Antonio Cassano su questo metodo ci messo in piedi gli ultimi anni della sua carriera. Le “cassanate” non sono altro che scorciatoie per lasciare il club di appartenenza e accasarsi altrove. Solo per ricordare le ultime stagioni, il barese lo ha fatto alla Sampdoria insultando il presidente per andare a Milano, ha ripetuto la sua teatrale insoddisfazione per trasferirsi all’Inter (facendo stavolta un piacere vero a Galliani&co.).
In altre parole, il metodo Cassano ha fatto scuola e dato lezioni anche a Cristiano Ronaldo.
Dedicato a chi crede ancora che il calcio sia condizionato solo ed esclusivamente dai procuratori: a comandare sono ancora i “bambini”.