Calcioscommesse. Sono innocente ergo patteggio. Il caso Locatelli. La scelta di Conte e Bonucci

Si può essere costretti a patteggiare una pena di due anni anche per un presunto illecito, commesso in una partita di fine campionato, non quotata dalle agenzie di scommesse.
E’ quello che è successo a Tomas Locatelli, ex giocatore di Milan, Bologna e Siena, tirato in ballo dall’allora compagno di squadra Carlo Gervasoni, per un Ancona-Mantova del 30 maggio del 2010 terminata con il punteggio di 2 a 2.
Il giocatore, che al momento è proprietario e gestisce un centro sportivo ad Arezzo, ha sempre proclamato la sua estraneità ai fatti prima e innocenza poi, quando il procuratore Stefano Palazzi lo ha sanzionato con due anni di squalifica. In parole povere, si tratta della stessa “pena” inflitta ad un giocatore coinvolto nello scandalo delle scommesse come Cristiano Doni.
“Sono stato accusato di un presunto illecito sportivo e col mio avvocato sono arrivato all’istanza di patteggiamento per chiudere questa storia e per far capire che io col calcioscommesse non c’entro niente – dirà poi Locatelli in conferenza stampa, presso lo stadio Comunale di Arezzo – Tv e stampa nazionali prendono in giro noi giocatori che siamo stati coinvolti e personalmente è una cosa che fa male, vista la mia carriera e i diciassette anni di serie A, dove credo di aver dato tanto al calcio e di aver fatto veramente qualcosa di buono. Invece sono stato trattato peggio di chi per anni ha fatto sì che il calcio venisse odiato da tutti”. 
Patteggiare per dimostrare che si è innocenti è di uno stridore sostanziale che suona di unghie che grattano specchi. Eppure davanti ad una giustizia sportiva italiana sommaria quanto un colpo d’ascia rapido e molto doloroso, si rivela l’unico mezzo per evitare la morte e rimanere a subire una pena amputata di qualche mese. Locatelli è stato uno di quei giocatori sanzionati che più di altri si è esposto nel denunciare i meccanismi obsoleti di giustizia sportiva con cui ha avuto a che fare: “Provare la mia estraneità ai fatti era impossibile – ha dichiarato l’ex senese – anche perché in Procura erano stati chiari: o tiravo fuori altri nomi e circostanze, oppure mi stangavano. Ma io non ho nomi né circostanze da dichiarare. Per questo ho patteggiato” . Altro elemento non di poco conto, il fatto che la giustizia sportiva non permette il confronto tra accusato e accusatore: tutte circostanze per le quali provare la propria innocenza diventa praticamente impossibile e l’unica strada percorribile è, paradossalmente, quella del patteggiamento. E questa è la decisone che stanno scegliendo anche il tecnico Antonio Conte (tre mesi) e il difensore Leonardo Bonucci: il primo accusato di omessa denuncia, il secondo di tentato illecito, alla stregua di Locatelli.
Non si hanno i mezzi per stare a sindacare l’innocenza o meno di Locatelli, Conte o Bonucci (e tutti gli altri) ma il problema da sollevare è un altro: può fare “pulizia” un sistema così obsoleto e sommario che condanna per presunto illecito ma soprattutto non ammette il confronto fra chi punta il dito e chi è accusato?