Il calciomercato nullo, gli anni Ottanta e Samuel Beckett

scrittamuro

Compraci un campione. Non era una richiesta, nemmeno un’esigenza. Era una preghiera, stamani, la scritta spray a Formello, colore rosso, l’urgenza cromatica per eccellenza ma anche del segnale di pericolo dell’ennesima sessione di calciomercato, dove il gong suona spesso come una campana a morto per le illusioni fin qui cucite sulle aspettative. Un vestito bellissimo, che tira un po’ al collo ma sta bene. Certo: non è il tuo e allora si strappa al primo ostacolo dove s’impiglia la stoffa o rimane macchiato dopo qualche goccia di pioggia lieve e settembrina.
Oggi, invece, era una giornata di sole pieno, a momenti un po’ coperto, tanto che al tramonto, pure i cirri sembravano prendere in giro i tuoi desideri, perchè vedevi le nuvolette rosa e ti veniva pure da chiederti se il karma ce l’aveva con te e se magari ti si palesava sullo schermo dello smartphone mentre aggiornavi quella maledetta applicazione con le ultime notizie di calciomercato.
Non mi vergogno di aver creduto al trasferimento di Yilmaz, di averlo caricato di sentimenti nemmeno troppo velati, di ricordi e di nostalgia dei momenti che avrebbe potuto farci vivere ma non bruceranno mai. Ci ho visto Vieri negli occhi, nelle esultanze, nella stazza, nella potenza, nella corsa, forse ce l’ho visto anche nei modi: il colpo a sorpresa, io che quella sera – come tanti – ero all’Olimpico a vedere la presentazione della Lazio. Lo speaker annunciò l’acquisto dell’attaccante dell’Atletico Madrid e sì: ci fu una sorta di contentezza ma allora era una Lazio alta, fiera e tutti avrebbero voluto venire a giocare a Roma. Tifarla aveva una sfaccettatura snob che brillava di luce propria, talvolta scottava, però i “campioni” te li aspettavi come diritto divino che arrivassero, in fondo “Undici anni de’ B” sembravano niente se nello stesso morso di tempo la tua squadra vince più trofei che in tutta la sua storia. Pareva possibile tutto, al contrario della preghiera di questa mattina a Formello. Poteva essere possibile qualunque cosa un po’ come alla fine degli anni ’80 quando la Lazio stava a pezzi ma l’Italia rimaneva incollata alle sue di illusioni che ci facevamo andar bene tutto in nome di un benessere dalle potenzialità infinite e ci permettevamo pure di provare nostalgia per il decennio precedente bolla di niente, con Raf a Sanremo che cantava una disperazione di plastica: “E i sentimenti che senti tu se ne andranno come spray”.
Chissà se la dirigenza ha battuto ciglio davanti a quella preghiera, chissà se ha pensato al day after, quelle ventiquattrore di isterismo dopo il gong, di pianti asciutti, della paura di trovarsi un altro hobby che la domenica o il sabato faccia meno male. Poi però, senza Lazio, come fai a resistere? E allora sta bene l’entrata in scena di una chiosa di Samuel Beckett: “Non posso continuare, devo continuare”. Continuerò. E’ l’epilogo dei “Testi per Nulla”, lo scrittore è morto nel 1989, pochi mesi prima dei Novanta quando “undici anni de’ B” facevano ancora male.

Quando è Cassano a dare lezioni a Cristiano Ronaldo

Fa due gol al Granada e riesce lo stesso a far infuriare Mourinho (sai che novità…). Cristiano Ronaldo, si presenta poi nel post gara con una maschera di sofferenza, vera manna per le telecamere. Il portoghese realizza una doppietta, non esulta e nell’aria c’è già odore di “caso” con una spruzzatina di aria fritta. “Non ho esultato perché sono triste – ha dichiarato l’attaccante – Il club sa perché. E’ una questione professionale, vediamo quanto durerà”.
S’è scatenato il putiferio di voci, indiscrezioni, telefoni bollenti, le parole di quelli che “io lo conosco, io so”. E allora: Ronaldo è geloso del premio a Iniesta, non regge più il confronto con Messi, non va d’accordo con i compagni di squadra, non gli bastano 33mila euro al giorno, è un adolescente con i capelli gelatinati, è un bambino che non sa stare alle regole.
Alimentare il “caso” è sempre bello, anche perchè nell’apparenza blanca delle merengue, qualche tinta giallo-mistero ridà fiato a Mourinho, al calciomercato triste, a Kakà che il Milan non si poteva permettere.
E’ difficile quando stai in Paradiso e non ti manca niente, far sapere al tuo Dio che lo vuoi lasciare. Non per soldi, perchè paradossalmente diventa difficile farsi etichettare ancora come mercenario se guadagni già 12 milioni all’anno e te ne vuoi andare per guadagnarne altrove 18. E allora si mette in ballo la tristezza, la frustrazione, il malumore, in certi casi si parla addirittura di depressione. Molto più semplicemente, i giornali e il web potrebbero titolare il “caso” semplicemente con “mancanza di stimoli” ma sai poi che felicità a chiudere la questione con l’ipotesi più intelligente ma così fredda e così esauriente?
Ronaldo non è triste, non è depresso, non ha niente. Vuole solo lasciare il Real per andare altrove, non necessariamente per guadagnare quanto già intasca. Per farlo serve di montare la panna, il giallo, la malinconia, la costruzione di un rimpianto se non si realizza un sogno.
Antonio Cassano su questo metodo ci messo in piedi gli ultimi anni della sua carriera. Le “cassanate” non sono altro che scorciatoie per lasciare il club di appartenenza e accasarsi altrove. Solo per ricordare le ultime stagioni, il barese lo ha fatto alla Sampdoria insultando il presidente per andare a Milano, ha ripetuto la sua teatrale insoddisfazione per trasferirsi all’Inter (facendo stavolta un piacere vero a Galliani&co.).
In altre parole, il metodo Cassano ha fatto scuola e dato lezioni anche a Cristiano Ronaldo.
Dedicato a chi crede ancora che il calcio sia condizionato solo ed esclusivamente dai procuratori: a comandare sono ancora i “bambini”.

Il calciomercato triste: Destro e la nostalgia d’Inzaghi

Mattia Destro è un ragazzo nato ad Ascoli nel 1991. Di mestiere fa l’attaccante e come un po’ i suoi coetanei ha quel capello più rasato da un lato ma un viso pulito. E’ veloce, ha i numeri, li aveva fin da ragazzo nell’Inter, ha dimostrato di saperci fare in questa stagione con il Siena.
Tutto il calciomercato italiano è finora stato tenuto in piedi e col fiato sospeso (ma di chi?) da Destro.
Con tutto il rispetto per il giocatore e l’entourage intermediario e portavoce di richieste di ingaggio un po’ esose – così ci hanno dipinto la telenovela tra Genoa, Roma, Siena e Juventus – il fatto che i nostri giornali, tv e web si siano riempiti la bocca di Destro, segnala la decadenza del calcio italiano. A cuscinetto di questa storia, il fatto che adesso i club si siano improvvisamente ravveduti e diventati virtuosi, perchè scelgono i giovani. Peccato che la linea verde sia dettata da società “al verde” e che la decisione di crederci non è altro che un chinare la testa agli eventi, alle casse esangui; una soluzione quasi di scarto.
A completare il tutto, l’età della punta: 21 anni compiuti a marzo scorso, per cui si può imboccare i calciofili italiani che davvero il nostro pallone ha deciso di puntare sui giovani.
La verità è che in altre condizioni Destro avrebbe giocato un altro anno o due in una squadra come il Siena dalle ambizioni di salvezza; se aveva delle rose dentro il suo talento sarebbero fiorite e maturate e dopo di che era lecito scatenare una telenovela per accaparrarselo. Questo non denota il non credere alla crescita dei talenti, serve semplicemente a non bruciarli se non sono ancora fenomeni.
Destro – e non è colpa sua – rappresenta la mediocrità del nostro calciomercato. Basta leggere anche solo su Wikipedia la sua straordinaria carriera giovanile all’Inter: due scudetti nei Giovanissimi e negli Allievi, la conquista del Torneo Viareggio nel 2008, uomo di punta – nel senso letterale – della Primavera e miglior attaccante del campionato 2009-2010 con un bottino di 18 gol.
Mourinho, al tempo, non lo considerò mai e mai lo fece esordire in Serie A. Davide Santon sì, Destro no, perchè in squadra aveva attaccanti come Eto’ e un Milito in forma strepitosa, nonché Pandev. L’ex giocatore del Siena quindi andava mandato in prestito ma non perso, soprattutto se lo scambio col Genoa consisteva nel tesseramento di Ranocchia, un difensore, una promessa eterna e per la quale il tifoso e i club hanno un’insolita e grandissima pazienza.
La stessa che non abbiamo mai avuto per Filippo Inzaghi, attaccante di altra caratura, altra età, altre caratteristiche, altra generazione, altro campionato italiano. Lui che di gol era capace di segnarne talmente tanti, solo perchè guidato dall’istinto, senza la “pesantezza” delle punte iper muscolari di oggi.
Il nostro calciomercato è triste, se una frecciata di nostalgia e rammarico ci colpisce nel giorno in cui Inzaghi sceglie una panchina, noi che avremmo accettato continuasse a giocare ancora. Anche a 39 anni.