Pallone D’Oro, 5 motivi per cui se lo meritava Müller

I pronostici lo vogliono ancora in mano a Ronaldo. L’ipotesi affascinante in quelle di Neuer. Il “calcolo delle improbabilità” stretto a  Messi. A meno di clamorose sorprese, il Pallone D’Oro lo vincerà per il secondo anno consecutivo l’attaccante del Real Madrid, forte anche della “Décima” Champions merengue.

 

Al di là dei meriti obiettivi di Ronaldo e sui quali c’è poco di opinabile, un margine di discussione è lecito mantenerlo e quindi non sarebbe stata blasfemia il Balon D’Or a Thomas Müller. Per 5 motivi:

 

 

1 – Trofei vinti nel 2014. Con il Bayern Monaco ha vinto la Bundesliga e la Coppa di Germania. In quest’ultima si è laureato capocannoniere con otto gol. Con la Germania è diventato campione del mondo, ha vinto il Pallone D’Argento del Torneo, la Scarpa D’Argento, ha ottenuto un posto nell’All Star Team. Il Ct Low lo sa benissimo: ai fini della vittoria finale è stato determinante. Nell’esordio con Portogallo fa tripletta, in quella col Ghana rimane all’asciutto, nella successiva con gli Usa è il match winner. Nella vittoria tennistica col Brasile è lui a sbloccare lo 0 a 0 prima del diluvio.

 

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2 – Ruolo senza etichette. Ala destra, trequartista e seconda punta. Se di Neuer è stato detto che è il prototipo del portiere moderno ma comunque portiere, è invece difficile mettere un’etichetta a Müller. Alto un metro e 86, gambe magre e veloce, se si chiede proprio a lui il ruolo che ricopre in campo, risponde: “raumdeuter”, una sorta di investigatore degli spazi, un ricercatore degli stessi. E ha ragione, miglior modo di definirlo non c’è. “Devi saper adattarti in campo e trovare la tua nicchia per ritagliarti il ruolo che andrai a ricoprire anche fuori dal campo – risponde Thomas – Ho sempre saputo che con un difensore alto un metro e 90 e di 90 chili di peso non avrei avuto alcuna possibilità nel duello, la soluzione è quindi quello di evitarlo, trovarmi uno spazio e il tempo giusto”. Müller è quello che compare all’improvviso in pezzetti di campo che non avevi considerato, che mette la zampata facile nei tempi e nei modi in cui non avresti immaginato per poi dire “Ah ma questo lo segnavo anch’io”. Sì, probabile, ma prima l’ha messa dentro lui, anche perchè ha un’altra abitudine. Quando si trova solo davanti al portiere lo fissa negli occhi e con la punta del piede mette la palla all’angolo opposto della porta.

 

3 – Il ragazzo della porta accanto. È una star ma fa finta di non saperlo. Non è uomo da spot di rasoi, profumi e creme antirughe. E infatti pubblicizza il latte insieme ad un altro attaccante storico tedesco: l’omonimo Gerd:

 

 

Non gli importa niente dei tatuaggi, della fama, della popolarità e ci tiene ad essere naturale. Non di rado è capitato che dicesse ad un giornalista “Mi hai fatto una domanda di merda”. Dopo la vittoria per 7 a 1 con il Brasile, trovò il modo di ammutolire i giornalisti anche in quell’occasione: “Dopo la nostra difficile partita contro l’Algeria ci avete criticato. Adesso, invece, ci state lodando in Cielo”. Ecco, forse più che essere il ragazzo della porta accanto è quello che la porta te la sbatte in faccia. Spesso.

 

4 – Ha fatto arrabbiare Gasparri. E Maradona. Vero, non che ci voglia molto a sollevare la polemica con il senatore del Pdl. Müller ci è riuscito con la finta caduta durante la battuta di un calcio di punizione contro l’Algeria:

 

 

 

 

Maradona, invece, lo innervosì nel 2010, nella conferenza stampa prima di un’amichevole tra Argentina e la Germania. “Non è normale che io stia qui in conferenza stampa con un raccattapalle” disse il Pibe de oro. Müller non fece una piega ma si adoperò nella sua vendetta nel Mondiale sudafricano, ai quarti, quando segnò uno dei quattro gol con cui i tedeschi stesero l’Albiceleste.

 

5 – Matto come un cavallo. Ha sposato l’amica d’infanzia Lisa, appassionata di equitazione e che fa gare di dressage: “Vedere mia moglie in sella – dice – è più snervante che stare in campo”. L’amore per i cavalli lo condivide anche il giocatore che ha una tenuta di grandi proporzioni. Müller sostiene che è divertente allevare i cavalli per la disciplina del dressage (“Interessante pensare a quale puledra si possa adattare meglio allo stallone”) e durante l’estate, post Brasile 2014, ha ricevuto molte visite: “Vengono persone che si congratulano per la Coppa tutto il tempo – fa sapere il tedesco con un po’ di imbarazzo – D’altronde è bello perchè a luglio abbiamo fatto felici un paio di persone”. Facciamo anche 80 milioni.

 

Otto motivi (poco seri) per cui ricorderemo Brasile 2014


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1 – Orario subdolo. Nella scena iniziale del film “Così è la vita”, il carcerato Aldo dice dal basso del suo letto a castello al compagno di cella, sdraiato sopra un materasso sfondato: “Meno male che domani esci: avrò dormito un’ora in due anni”. Ecco, la stessa cosa è capitata a noi per i Mondiali: tipo che dal 13 giugno, mancano almeno 50 ore di sonno. La partita delle 22 o quella di mezzanotte sono state le più deleterie: alla fin fine non ti addormentavi tardissimo, ma quelle ore perse notte per notte andavano accumulandosi, facendoti arrivare come uno straccio al rush finale.

2 – Le braccia conserte. Cuadrado è stato il peggiore in assoluto. Nella ripetizione della presentazione dei giocatori, lui spiccava perchè piegando le braccia s’infilava le mani sotto le ascelle. Tutti gli altri, invece, se la sono cavata più o meno bene. Ormai è una posa virale. Potrebbe scapparci mentre parli con chiunque.
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3 – Martins Indi. Ho controllato la foto su Wikipedia: non pare lui. A meno che a questi Mondiali non si sia presentato già “memato”. Di fatto ad ogni partita dell’Olanda c’era una sua espressione indimenticabile.
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4 – La pazza Germania. Non li capiamo. Memori di Oddo sbronzo davanti a tutte le telecamere del globo, quelle esultanze teutoniche compassate fanno quasi saltare i nervi. Eppure dentro la squadra la follia impera(va). Neuer ha fatto di tutto e di più, anche il libero alla Beckenbauer per intenderci, e in finale l’uscita omicida contro Higuain ha ricordato quella di Harald Schumacher nell’82 contro Battiston (in realtà, a me ha ricordato il ginocchio alto di Sebastiano Rossi al Milan…). La Germania, dopo oltre trentanni, ha finalmente un portiere folle. E un attaccante che trolla gli avversari: la finta caduta di Muller in uno schema su punizione contro l’Algeria, non ha bisogno di essere commentata. La punta del Bayern è clamorosa: riesce nelle cose impossibili e sbaglia l’improbabile davanti alla porta.
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5 – Falli e feriti. Qualche intervento è stato di una violenza commovente: dal morso di Suarez, alle tacchettate sui menischi, i gomiti sugli zigomi, le entrate a gambe tese per fare male senza pudore. Tibia e perone per Onazi, sangue dalla testa per Feghouli. Prendendo a prestito il concetto di un amico, a questo Mondiale si è “marcato di più per coprire di meno”. Si è segnato tanto (il Brasile ha contribuito moltissimo: al passivo, ovvio) ma di spettacolo se n’è visto davvero poco. Inevitabile che sia stata la competizione dei portieri: cattivi, furbi, bravi e bravissimi; bastardi, in lacrime (Julio Cesar), sorprendenti e allucinati (Casillas).

6 – Bambini in lacrime. Il prossimo mestiere di tecnico della regia tv, sarà quello di inquadrare solo belle fighe. Ci sarà proprio una figura preposta solo per questo, ne sono sicura. Eppure, a rimanere impresse, saranno le lacrime dei bambini. Ci siamo passati anche noi col primo Mondiale di cui abbiamo coscienza, una sorta di formazione che l’esistenza te la condiziona, perchè è in questo contesto che, per la prima volta, si sperimenta il dolore gratis di una sconfitta e l’ansia, altrettanto gratis per una vittoria. Entrambe, materialmente, non ti danno niente. E’ questo uno dei baratti più paradossali della vita, il calcio è il primo maestro ad insegnartelo.

7 – L’inutilità dei Ct argentini. Di che pasta fosse fatto Sabella s’era capito quando Lavezzi gli spruzzò l’acqua dalla borraccia, mentre era a bordocampo, così, per cazzeggio, anche se gli stava dando indicazioni in campo. Carisma a tonnellate, insomma. Lo stesso Lavezzi è stato ancora il testimone della mossa assurda del Ct nella finale: sostituito per far posto ad Aguero, quando l’ex Napoli era la classica spina al fianco dei tedeschi. Sabella ha 59 anni ma ne dimostra più di Cesare Maldini, si è reso protagonista di finti svenimenti a gol clamorosamente sbagliati. Contro l’Olanda, si tappava gli occhi con le mani quando i giocatori battevano i rigori decisivi. Spiace dirlo, ma è da Menotti che l’Argentina non ha un Ct meritevole di farsi ricordare.

8 – Cristo si è fermato al 2006. Un anno che è riuscito nel miracolo di rimpiazzare il 1982. Se prima eravamo figli di Bearzot, ora siamo tutte vedove di Grosso e Del Piero. Sky ha fatto rimandi continui all’Italia iridata di otto anni fa, tutto ciò che risale a quell’estate fa morire di nostalgia e pare debba essere preso da esempio ma non si sa su quali basi, visto che il calcio italiano pare essersi fermato lì e lì aver iniziato la fase medievale. Pensare che nel 2006 Tavecchio era già seduto sulla poltrona, idem Macalli. Il fatto è che eravamo felici. Ed avevamo ragione.

L’Altro Brasile 3. Tra i grattacieli di San Paolo, il terrore dei tassisti, la classe media tartassata, contanti no-grazie

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In Brasile può capitare di sorvolare anche una foresta dove non ci sono alberi: è quella formata dai grattacieli di San Paolo. Ci atterri dentro, se vieni da Rio de Janeiro, dopo averla osservata per una ventina di minuti. Mentre la curiosità vira in diffidenza. Cespugli di grattacieli alternati a spianate di fabbriche e di favelas. A perdita d’occhio.
La città, da sola, ha un raggio di 100 chilometri, la conurbazione conta oltre 30 milioni di persone: la più grande dell’emisfero australe e la terza del pianeta. Una roba pazzesca solo a pensarci. Assolutamente alienante a starci dentro. Eppure ci vivono, eccome. Anzi, c’è chi ci prospera addirittura: ricchezza vera, spessa. Milionari che si spostano da un grattacielo all’altro del business con l’elicottero per evitare di perdere tempo e, magari anche, di mischiarsi nel traffico infinito che rumina sotto di loro. Tranquilli: in garage custodiscono di sicuro l’ultimo modello di Panamera o di Ferrari, ma la usano solo per andare a Santos, la spiaggia di lusso dei “paulistas”. Là dove stava in ritiro la Costa Rica, i cui giocatori fanno la doccia nello spogliatoio nei quali si cambiava Pelè. Hanno conservato la sua panchetta e il suo armadietto intatti, perché qui a San Paolo sono ancora più fanatici del passato calcistico di quanto già lo siano nel resto del Brasile. C’è un museo Nazionale. C’è lo stadio del Palmeiras, con la sede e gli omaggi ai club che ne hanno contribuito a costruirne la storia: tra le bandiere delle società più importanti del mondo ha un posto d’onore quella della Pro Vercelli.
Lo stadio nuovo, l’Arena Corinthians delle sfide mondiali, non ha invece niente di nuovo ed è stata costruita, tra mille difficoltà, lontano da tutto. Per arrivarci impieghi più che ad arrivare da Rio in aereo: un’ora e mezza di pullman (se il traffico non fa scherzi) o 50 minuti di metropolitana. Che ti sorprende per la sua modernità, da fare invidia a quella di Monaco, ed efficenza: quando ti immergi nel fiume di gente che la frequenta, ti rendi conto del perché lo sciopero dei dipendenti, nei primi giorni del Mondiale, abbia paralizzato la città. E capisci, qui e non sulle spiagge di Rio, che non è affatto strano il sorpasso del Brasile nei nostri confronti nella produzione manifatturiera: questo posto è un’enorme, smisurata azienda.
Del resto, tutte le proteste nascono qui a San Paolo, il posto dove ci sono più cultura, università, lavoro e contraddizioni dell’intero Sud America. Hanno la metropolitana moderna, ma anche favelas enormi alle periferie. Negozi sfavillanti e ospedali (privati, eh!) modernissimi; ma il sagrato della cattedrale, nel centro storico, è punteggiato da tossici strafatti e sorvegliato dalla polizia in assetto di guerra. E hanno la più grande classe media: quella che sta in bilico, che tutte le mattine guarda con ansia le oscillazioni dei cambi e l’inflazione, che deve fare i conti per mandare i figli a scuola, pagare i trasporti, mantenere l’assicurazione sulla salute: affidarsi alla sanità pubblica è una scommessa, più che un’opportunità. Ah, il pos! La macchinetta che tanto sta facendo discutere in Italia, qui ce l’hanno tutti, ma proprio tutti: dal negozio di griffe nel centro commerciale all’ultimo dei tassisti, dal ristorante di lusso al chioschetto in mezzo alla strada. Perché è più comodo, perché il fisco è più tranquillo (a proposito: provate a parlare con un brasiliano della “classe media” di tasse, fisco e corruzione”: l’Italia vi sembrerà un paradiso), ma anche perché siete più tranquilli voi.
A San Paolo non è proprio il caso di girare con parecchio contante nel portafogli: la carta di credito e pochi real da consegnare nel caso in cui vi puntino addosso una pistola o un coltello durante una rapina. Succede spesso, spessissimo, al punto che quasi tutti i tassisti non “prendono” più passeggeri in strada, ma solo quelli indicati dagli alberghi o che escono dagli aeroporti. Un posto maledettamente complicato, San Paolo, che attira e respinge. Pieno di gallerie d’arte, dove puoi trovare qualsiasi oggetto del consumismo moderno, ma in cui la vita sociale è resa quasi impossibile dalle distanze. E che, forse, è davvero la rappresentazione più concreta del maledetto, orrendo, futuro che si sta disegnando il mondo.
Torniamo un attimo al Palmeiras, uno dei club più antichi del Brasile. Fino a poco tempo fa si chiamava “Palestra Italia”: ovviamente perché l’avevano fondato gli immigrati italiani. Pare che a San Paolo la metà degli abitanti abbia almeno un antenato italiano. Immigrati di antica generazione, non come i connazionali, altrettanto numerosi, che in questi ultimi anni hanno preso d’assalto Fortaleza, su al Nord, a due passi dall’Equatore. Attratti dalle bellissime spiagge, dalla voglia di cambiare vita, dal turismo che si trasforma in lavoro, ma anche da qualche altra inconfessabile opportunità: Fortaleza è una delle porte principali da cui entra in Europa la droga che arriva dalla Colombia. Ed è anche la prossima tappa del mio Mondiale, per raccontare un’altra sfida della sorprendente Colombia, stavolta addirittura contro i padroni di casa del Brasile. Da lì, poi, i balzi a Salvador, a Belo Horizonte e, infine, a Rio de Janeiro. In discesa nel Brasile e nel Mondiale. Verso il posto in cui tutto è cominciato e in cui tutto andrà a finire.

Articolo del giornalista Stefano Salandin (@SalandinS) inviato in Brasile per Tuttosport, pubblicato su “La Selce”

L’altro Brasile 2 – Il Mondiale delle nuove barriere, il Maracanà come il Miejski di Cracovia

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I confini qui esistono eccome: non li vedi, ma ci sono. Prendete, ovviamente non per caso, Rio de Janeiro. Non serve un antropologo per spiegarvi quale sia la differenza tra un carioca di “morro” e uno di “asfalto”: tutti vi risponderebbero subito che il primo è quello che cammina sui sentieri rossicci delle favelas isolate sulle colline (i morro), il secondo invece si muove in basso, nei quartieri della città per bene, dove ci sono le strade (l’asfalto) e i servizi. E poi basta aggiungere un piccolo dettaglio, ma affatto insignificante, per completare il quadro: nelle prime può capitare di trovarci un bianco che ci vive, nei secondi non ci scovate un abitante di colore manco per sbaglio. Li frequentano, casomai, dopo una certa ora: perché loro di notte scendono dalle colline, illuminate come incongrui presepi, e camminano a piedi nudi sull’asfalto dei ricchi. Arrivano tardi – quando le partite sono finite e la gente è stanca di bere, di cantare, andare e a troie e giocare a pallone sulla spiaggia – per cominciare il loro sporco lavoro: dopo averle svuotate, riempiono di lattine enormi sacchi neri e se li trascinano dietro per andare poi a vendere a pochi centesimi quel prezioso bottino.
E’ per quello – che vi credevate? – che le spiagge di Rio sono sempre pulite: merito di questi “scarabei stercorari” che si nutrono dei rifiuti dei ricchi. E’ ampiamente probabile che anche Thor Heyerdahl, oggi, dovrebbe rivedere una delle sue più celebri convinzioni: «I confini esistono solo nella mente delle persone». E invece esistono eccome. Non a delimitare le foreste e i mari che solcava lui a bordo del Kon-Tiki, bensì i quartieri delle grandi città del mondo che cominciavano a nascere a fine anni 40, quando Heyerdal le ignorava. Spiagge rigorosamente libere e piene di campetti, a Rio, ma confini sociali rigorosi. Addirittura feroci: ogni palazzo “dell’asfalto” è protetto da inferiate e vigilato da custodi (loro di colore, sì). Fino a qualche anno fa una zona franca che tendeva ad annullare le differenze c’era: lo stadio. Il Maracanà era il luogo dove popolo e ricchi si mischiavano. Vabbè: i poveri stavano sotto, nelle tribune senza posti a sedere dove entravi al prezzo politico di pochi real. Era il posto della mitica torcida che cantava e ballava per tutta la partita come dentro a un sambodrono. Sparito tutto, insieme alla magia del Maracanà: uno stadio come tutti gli altri, adesso, standardizzato dai progetti della Fifa. L’anno scorso, quando lo inaugurammo per la
Confederation’s Cup, Daniele De Rossi mi guardò deluso e disse: “Da dentro
sembra di stare in quello di Cracovia…”. Fateci caso, quando gioca il Brasile e inquadrano le tribune tappezzate di maglie gialle: il 99 per cento di coloro che le indossa è un bianco, perché quelli di colore non potranno mai permettersi di comprare il biglietto.
Nelle favelas non gliene frega niente dei soldi che hanno speso per la Coppa: non li avrebbero mai visti comunque. Loro sono incazzati perché gli tolgono la passione del calcio di strada: lo sostituiscono con quello degli stadi-cattedrale in cui non potranno mai accedere mentre in quelli “veri” e cadenti – struggente quello del Vasco Da Gama in architettura liberty e rivestito di azuleios – dove potrebbero andare loro, c’è poca gente e tanta violenza.
Basta anche con la coinvolgente abitudine di guardare le partite in posti improvvisati negli slarghi tra i vicoli: vietato tutto per non infastidire gli sponsor.
Se ti va, ti puoi intruppare negli enormi fan fest ufficiali sulle spiagge, prima di sciamare nei locali e nelle zone del sesso, dove le ragazze aspettano accanto a pozzanghere che sanno di piscio e a venditori ambulanti di caipirinha.
I più scatenati e numerosi sono ti tifosi sudamericani: cileni, messicani e colombiani in libera, rumorosissima e sfrenata uscita. Poi, per fortuna, puoi trovare anche un americano dell’Ohio che gioca – male – a pallone sulla spiaggia di Copacabana. Felice solo per questo e, almeno uno, perfettamente sobrio.
Comunque tranquilli: non gliene frega nulla, ai brasiliani che hanno alzato a dismisura i prezzi di ristoranti e hotel, che l’Italia sia stata eliminata. Tanto, di tifosi azzurri se n’erano visti davvero pochi e, in più, il fatto di non avere tra i piedi l’Italia in qualche partita a eliminazione diretta, a loro fa sempre piacere. Gentili, ma furbetti, ‘sti brasiliani. Per dire: l’anno scorso, nel periodo della Confederation’s Cup, stavano costruendo una superstrada che avrebbe dovuto già essere terminata allora. Ebbene, non l’hanno finita neppure adesso e sperano di farcela per le Olimpiadi, tra due anni. Una cosa, però, è stata completata: la barriera che impedisce di vedere la favela – una delle più grandi e disagiate – attorno alla superstrada che dall’aeroporto internazionale conduce in città. Meglio non turbare troppo, e subito, i tifosi-turisti. Ma ovviamente non basta nascondere o “pacificare” per cancellare un destino.
Da quei posti lì resti marchiato, sei diverso, rischi di perderti anche se riesci a lasciare la favela per entrare nello stadio dalla porta principale: sul prato, da campione.
C’è un proverbio brasiliano che spiega tutto: “puoi togliere un uomo dalla favela, ma non puoi togliere la favela da dentro quell’uomo”. Perché i confini esistono. Eccome.

Articolo del giornalista Stefano Salandin (@SalandinS) inviato in Brasile per Tuttosport, pubblicato su “La Selce”

L’altro Brasile 1 – Viaggio disperato a Manaus, dove il calcio non c’entra niente

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Non credeteci quando vi raccontano che il Brasile è la terra del calcio.
Non tutto, almeno. Di sicuro non Manaus, prigioniera del suo mare verde, lontana da tutto e da tutti eppure crocevia di razze, culture, contraddizioni.
Là, nel cuore verde della foresta amazzonica, il pallone è un’invenzione calata dall’alto in mezzo al nulla proprio come lo fu il Teatro dell’Opera: una copia kitsch della Scala edificata a fine ‘800.
Con la differenza, non da poco, che il Teatro Amazonas era un progetto
nato dalla passione di un sogno (fare di Manaus la Parigi dei tropici) e, infatti, esiste ancora oggi. L’Arena Amazonas, invece, è un tempio alla vanità di Josè Melo, potente governatore della Regione, e sparirà dopo i mondiali portandosi via tutto il fiume di soldi che ha ingoiato: 700
milioni di dollari invece dei preventivati 240. Per quattro partite. In tutto. Perché qui, del calcio, importa davvero poco e non lo puoi giocare nemmeno a volerlo: troppo caldo, troppo umido – sembra di stare a Prarolo in certe giornate di luglio quando si scioglie l’asfalto, solo che a Manaus è sempre così e quando non è inverno, come ora, è pure peggio – e troppo distante per pensare di farci arrivare delle squadre vere. “Abbiamo un ospedale nuovo chiuso da cinque anni perché non hanno i soldi per i medici, ma quelli per lo stadio li hanno trovati” ringhia il tassista e
maledice la corruzione dei politici. Che prospera ovunque (abbiamo poco da
insegnare, noi…), ma che in Amazzonia, ancor più che nel resto del Brasile, ha dimensioni enormi. In fondo, però, non è strano. Perché qui è tutto smisurato: gli alberi della foresta e i pesci del Rio Negro, i culi delle donne e le favelas ai bordi della città.
I nuovi predicatori evangelici stanno in chiese anch’esse enormi che sembrano supermercati e
offrono bibbie nelle televendite: promettono la gioia nel regno dei cieli, loro, e hanno più successo dei missionari tradizionali che cercano faticosamente di migliorare un poco (basta arrivare a più di due castagne per pranzo…) la misera condizione della vita su questa terra.
Tu credi di sapere tutto di Manaus solo perché l’hai letta in centinaia di libri, l’hai intravista in metri di film, l’hai intuita in migliaia di fumetti. Ma quando sorvoli per ore l’impenetrabile mare verde della foresta solcato da fiumi placidamente immensi e sfregiato, di tanto in tanto, da avventurose piste d’atterraggio in terra battuta ecco, allora ti rendi conto che non sai nulla di quello che ti aspetta. Nei mercati brulicanti di vita, al mercato del pesce in stile liberty, davanti al porto sul Rio
Negro si alternano facce con gli zigomi da indio e i biondi dagli occhi azzurri, a ricordarti che tedeschi e inglesi hanno razziato agli indio anche i cromosomi. Non li amano, a Manaus, gli inglesi. Ma non perché Hodgson si era subito lamentato del sorteggio. Ma va: manca sanno chi è,
Hodgson. Il fatto è che i sudditi di Sua Maestà hanno portato avanti bene il loro “sporco lavoro” da colonialisti: hanno sfruttato gli indios per estrarre il caucciù – dura, a inizio ‘900, la vita dei “ciringueiros” – sempre a mollo nell’acqua delle paludi del Rio Negro per tagliare la corteccia alla pianta della gomma – vi ricorda per caso qualcuno delle nostre parti? – si sono tolti le voglie con le figlie più belle del tribù e poi hanno portato i semi delle piante in India, decretando l’inesorabile
decadenza economica di Manaus. E’ per quello che i brasiliani d’Amazzonia hanno tifato per noi. Abbiamo Pirlo e Balotelli e poi siamo più simpatici: razziamo, ma con il sorriso. Anche qui siamo arrivati dopo che gli altri avevano devastato e stuprato: pesci pilota della colonizzazione, stiamo
dietro alle grandi navi a raccoglierne gli avanzi. Affabili iene. Dovevate sentirli, gli imprenditori connazionali calati a Manaus mentre, al concerto di gala organizzato dal Governatore nel Teatro Amazonas,sussurravano uno con l’altro: “Tranquillo: ne ho trovate quattro giovani e fresche. L’età? Ma che ti frega, qui, dell’età di quelle!”. E poi via, leggiadri e compresi, pronti a cantare l’inno con la mano sul cuore quando inizia la partita. Si sopravvive a tutto anche a Manaus. Il pericolo non
sono le zanzare o l’umidità (figurarsi, per chi arriva da Vercelli…) e nemmeno i bacherozzi o le strade buie del centro con i bar affollati da guappi: basta non fare gli idioti. Ciò a cui non puoi sfuggire, piuttosto, sono i tassisti che portano le auto come fossero piroghe in balia delle rapide del Rio Blanco: un operatore di Mediaset ha ricavato parecchie ammaccature a bordo di uno che ha cappottato in mezzo alla strada. E così il centro stampa, costruito in mezzo alla pista del sambodromo, è il solito rassicurante “non luogo” (uguale in Germania come in Sud Africa) dove puoi parlare di calcio come niente fosse. E dove ti può capitare che un giovane collega israeliano ti dica, una volta saputo che lavori a Torino, che “Se non tifi per il Torino o per la Juventus, allora non puoi che tifare per la Pro Vercelli”. Giuro. Anche a Manaus: incredibile.
L’Italia ha vinto bene e si vola via (un viaggio) da Manaus e dalle sue malinconie. Il mio Mondiale continua a Salvador di Bahia tra i flop di Ronaldo, i gol di Mueller e l’attesa per Pogba. Ma soprattutto tra i mariti fantasma di Dona Flor che camminano, nudi, sui saliscendi acciottolati del Pelourinho.

Articolo del giornalista Stefano Salandin (@SalandinS) inviato in Brasile per Tuttosport, pubblicato su “La Selce”

Vigilia Mondiali, l’impatto economico negativo sul Brasile

Vigilia di Coppa del Mondo. Mancano meno di ventiquattro ore ma già un’infografica stilata dallo Studio Euler Hermes, società del gruppo Allianz, illustra l’impatto economico sulla Nazione, conseguenza dell’organizzazione dell’evento.

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Questi i punti di maggior interesse:

  • La crescita aggiuntiva del PIL sarà del +0,2%. Nei due anni successivi la crescita addizionale sarà dello 0,1% per anno.
  • Limitata la crescita dei livelli di occupazione nel lungo periodo.
  • Inflazione in decisa crescita: nel periodo 2009-2016 i livelli dei prezzi al consumo cresceranno del 2,5%. Inversione del trend atteso a partire dal 2020.
  • Le insolvenze aziendali continuano a crescere anche nel 2014 (+9%) a causa del rallentamento dell’economia.
  • Nessuna bolla immobiliare è prevista nei prossimi anni.

“Sebbene i nostri studi sui mega eventi evidenzino effetti positivi nel breve termine sull’economia reale, spesso i risultati a lungo termine mostrano un trend poco significativo o addirittura negativo – e in particolare l’economia del Brasile ne è la conferma: non solo il Paese non è stato in grado di raccogliere a pieno i benefici economici dei Mondiali di calcio ma deve affrontare anche livelli elevati di inflazione che hanno un impatto negativo sulla vita quotidiana dei brasiliani” – ha dichiarato Ludovic Subran, Chief Economist di Euler Hermes.

L’occupazione – Anche l’impatto sulla creazione di nuovi posti di lavoro può essere considerato limitato nel lungo periodo. Nel periodo 2009-2014 saranno creati circa 700.000 nuovi posti di lavoro che, se paragonati alla forza lavoro del paese, pari a oltre 100 milioni, sembrerebbe un numero modesto. Inoltre, la maggior parte degli impieghi lavorativi creati nella fase di progettazione scompariranno, così come avrà vita breve anche l’indotto legato al turismo.

Le imprese – Sul fronte delle imprese, l’indice delle insolvenze aziendali nel Paese è atteso in crescita del 9% nel 2014 come conseguenza del rallentamento dell’economia. Pe le aziende i principali problemi sono rappresentati dalla debole domanda interna, fortemente influenzata dalle pressioni inflazionistiche, e dall’inasprimento della politica monetaria.

Nessuna bolla immobiliare all’orizzonte – Secondo le nostre valutazioni non si prevede l’esplosione di una bolla immobiliare per il paese visto il limitato impatto dell’ammontare dei crediti necessari per la realizzazione delle opere infrastrutturali (solo l’8% del PIL). Inoltre anche l’ammontare dei fondi pubblici destinati per l’organizzazione dei due mega eventi ha un incidenza minima sul deficit di bilancio dello Stato che crescerà solamente dell’1% nel periodo 2009-2016.

Attesa una forte pressione sui prezzi al consumo – Le pressioni inflazionistiche sono cominciate a partire dal 2009, al momento dell’assegnazione del Mondiale, e nel periodo 2009-2013 la crescita addizionale è stata pari al 1,2% (0,4% solo nel 2013). I livelli inflazionistici raggiungeranno il picco tra agosto e settembre e in media possiamo valutare intorno allo 0,5% il peso generato dai Mondiali di calcio sui livelli di inflazione del paese. Se includiamo anche i prossimi Giochi Olimpici, la crescita addizionale dell’inflazione sarà pari a 2,5% nel periodo 2009-2016 e l’inversione del trend di crescita è atteso non prima del 2020.

Il prossimo futuro e le elezioni presidenziali di ottobre – I mega eventi in programmazione stanno mostrando un Paese basato su un modello economico debole. Le infrastrutture ancora non all’altezza, i deboli investimenti per spingere verso l’alto la competitività delle imprese, i problemi inflazionistici con conseguente impatto sulla domanda interna, la bassa attrattività dei capitali esteri e le differenti forme di protezionismo, sono solo alcuni dei problemi da risolvere nel prossimo futuro.
“Poiché il malcontento del Paese continua a sollevarsi in risposta all’incremento dell’inflazione, non sarebbe una sorpresa vedere gli eventi sportivi giocare un ruolo chiave nell’agenda politica che sarà segnata dalle prossime elezioni presidenziali in ottobre. Alla fine le grandi riforme strutturali potrebbero risultare il vero mega evento dell’economia brasiliana” – ha concluso Subran.
Dunque le prossime elezioni rappresentano un’ottima opportunità per attuare politiche economiche di sostegno alla crescita del Paese.

Comunicato stampa Euler Hermes

Manaus allagata, rischio flop per gli hotel, i 20mila km degli Azzurri

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Gli stadi non sono terminati, così come i collegamenti ad aeroporti e stazioni. A pochi giorni dalla partita inaugurale, il Mondiale vede calare a picco la sua popolarità e proprio tra i suoi cittadini. Si giustifica male, infatti, la spesa di oltre 11 miliardi di dollari, un quarto dei quali strappati all’erario pubblico, distratti dalla loro destinazione d’uso per i servizi sociali e l’istruzione. “Tutto è ancora un grande cantiere all’aperto e sicuramente le tv non mostreranno il vero caos nel quale viviamo né le difficoltà che i turisti affronteranno in Brasile. Una vera vergogna nazionale”. A parlare è Renato Sebastiani, tifosissimo dell’Italia, insegnante d’italiano in una scuola di lingue straniere, nato a Milano nel 1963, emigrato in Brasile nel ’68.
Una voce, la sua, molto dura e che spiega, dal suo personale punto di vista, come l’attuale situazione sia peggiore di quanto fosse possibile immaginare solo qualche mese fa.

I ritardi e la criticità di Manaus – “I lavori sono tutti in ritardo – spiega Sebastiani – sia quelli degli stadi che quelli relativi alle infrastrutture delle città ospitanti il Mondiale e così le vie di trasporto. Dovrebbero essere tutte priorità ma verranno risolte, al solito, nello stile brasiliano: all’ultimo minuto. Si stima che solo il 30% delle migliorie previste nei lavori di questo Mondiale vedranno un epilogo. Negli aeroporti alcuni nuovi settori, ad esempio a San Paolo, furono inaugurati ma da incompleti e non in condizioni operative. Sempre a San Paolo, la linea ad alta velocità – grande promessa del Governo – che collega in poche ore la città a Rio de Janeiro, non verrà completata in tempo, nemmeno per le Olimpiadi del 2016. La situazione più preoccupante riguarda tuttavia lo stadio di Manaus. Con le recenti alluvioni e le piene del Rio Negro, la città ha subito danni importanti e delle conseguenze ne soffriranno gli stessi turisti oltre alla popolazione locale. E’ infatti molto forte il rischio di un blackout nel rifornimento di elettricità e questo per deficit strutturali e scarsi investimenti governativi”.

La “normalità” dei decessi per morte violenta – “Recentemente – racconta l’insegnante – c’è stata ancora una vittima nei cantieri, un operaio allo stadio Pantanal, a Cuiabá. Tuttavia, quello che più ci intristisce, è la banalizzazione degli incidenti e della violenza che regna forte in Brasile. Accade anche in altri contesti. Ad esempio, ogni anno, il traffico stradale fa più vittime dei morti contati in un’intera guerra del Vietnam. Nessun accaduto di questo tipo rimane nella memoria perché ce ne sono tanti a sostituirli, quotidianamente. Il Brasile è un paese violentissimo, uno degli Stati al mondo che annovera il maggior numero di decessi per cause non naturali: omicidi, incidenti stradali o nei cantieri per mancanza di sicurezza”.

Tensioni sociali e pugni di ferro- “Molto probabilmente ci saranno nuovi sit in sia all’inizio che durante i Mondiali, spesso presso gli stadi. La tensione è spasmodica e il Governo ha già decretato una legge che gli permette di usare la forza per combattere qualsiasi manifestazione ritenuto – ad esclusiva loro discrezione – violenta o non giustificata. Il concetto di “non giustificata” in un momento come questo, è il fattore più preoccupante ma non il solo. Siamo stati informati che i giorni nei quali giocherà la Seleção, sono stati decretati festivi. E’ inconsueto: non abbiamo mai avuto, finora, una giornata interamente libera dal lavoro nelle scuole o in altre attività quotidiane. E’ la prima volta, questo ci inquieta”.

L’avidità degli hotel, la beffa per i piccoli commercianti – Le quattro stagioni, i viaggi infiniti degli Azzurri – “Il Brasile è il quinto paese più grande al mondo e non si può descrivere una sola stagione o clima. Il Mondiale verrà giocato in dodici città disperse in tutto il territorio. Nella zona torrida, l’equatoriale, ci sono Natal, Fortaleza e Manaus; e un po’ più al sud, Recife e Salvador, dove la temperatura sfiora facilmente i 35-40 gradi sotto un sole cocente. Manaus e la capitale Brasilia vivono gli estremi dell’umidità: Manaus arriva al 90% con piogge forti e costanti. La capitale, durante i mesi di giugno e luglio, può registrare una siccità desertica. Cuiabá è una città conosciuta come “la porta dell’inferno” per il suo caldo terrificante. Nella regione sud-ovest, abbiamo Belo Horizonte, São Paulo e Rio de Janeiro, quest’ultima sempre soffocante. Già al sud, Porto Alegre e Curitiba, i termometri si mantengono, in inverno, tra i 5 e i 20 gradi, a volte anche meno. Non bastassero caldo e umidità, uno dei più grossi problemi da affrontare sarà la stanchezza per gli spostamenti. Tra tutte le nazionali in ballo per il titolo mondiale sarà proprio l’Italia – così come gli Usa – a dover viaggiare di più durante la fase a gironi. Complessivamente saranno 19.500 i chilometri tra voli e spostamenti in pullman per gli azzurri, contro gli 8.600 del Brasile e i soli 2.300 chilometri per il Belgio. Se poi l’Italia supera il turno, allora ce ne saranno tanti altri da fare. Ecco perché tutti ribadiscono l’importanza di un allenamento da superman per i giocatori italiani: hanno ragione!”.

Euforia nella torcida – “C’è grande fiducia nelle prestazioni della Nazionale brasiliana, nonostante una grande parte della popolazione sia consapevole che la conquista del titolo mondiale, in una situazione politica ed economica come quella attuale, intorpidirà le menti meno acculturati, il vero obiettivo di raccolta consensi di questo Governo, alle prossime elezioni. La più grande preoccupazione dei loro esisti, sta proprio nel problema che tutto rimanga esattamente come adesso. Uguale, sia in politica che nell’aspetto economico”.

Articolo pubblicato su Fantagazzetta.com

Doping ai Mondiali, quando l’Italia rifiutò l’offerta

maradona usa 94

Fu un complotto. Così Diego Armando Maradona interpretò la sua positività al doping durante Usa ’94, in quello che rimane l’unico caso ufficiale nel massimo torneo organizzato dalla Fifa. La partita incriminata fu quella con la Grecia a Boston, nella quale l’Argentina schiacciò con un 4 a 0 la Grecia. La punta segnò la terza rete e l’esultanza feroce davanti alla telecamera, altro non fu che l’imitazione dell’Urlo di Munch, una scena televisiva che ora fa tranquillamente a gara, in popolarità, al dipinto del pittore norvegese.
Diego fu trovato positivo all’efedrina, sostanza solitamente usata nelle cure dimagranti. L’ex Napoli, infatti, era stato pregato dai vertici federali del calcio internazionale di non rinunciare a quel Mondiale che nella terra a stelle e strisce rischiava di essere un flop. “Quattro mesi prima dei mondiali – confermò in un’intervista nel 2009 Claudio Caniggia – gli organizzatori chiamarono Diego e gli dissero che avevano bisogno di lui. Diego era perplesso perchè il tempo a disposizione era troppo poco e non voleva fare una figuraccia davanti agli occhi del mondo, allora gli fecero capire che avrebbe potuto aiutarsi in qualunque modo, contando poi sul fatto che non lo avrebbero controllato”. Così, però, non fu e la pillola per il numero dieci fu amarissima perchè la squalifica non arrivò nella gara successiva con la Nigeria, bensì in quella contro la Bulgaria, la cui partecipazione avrebbe permesso a Maradona di raggiungere il record di presenze alle competizioni mondiali.
In Brasile, come ad Usa ’94, la condizione atletica torna ad essere una priorità, ribadita più volte anche dallo stesso Ct azzurro Prandelli. L’anno scorso, alla Confederations Cup giocata nella nazione verdeoro, si è avuto un assaggio delle condizioni climatiche delle zone interessate alle gare e un giocatore di Tahiti fu trovato positivo all’antidoping nel match contro l’Uruguay, che prese a pallonate, otto i gol all’attivo, la Cenerentola – eufemismo – del torneo. Promessi, come di rito, i soliti controlli di ferro, Maradona potrebbe comunque rimanere l’unico caso di positività ufficiale ma il doping, nel calcio, è ancora tabù nonostante la pratica sia alquanto datata.
Nei Mondiali svizzeri del 1954, la Germania vinse il titolo contro la favoritissima Ungheria di Pushkas, Hidegkuti e Kocsis. Cinque giorni più tardi, cinque giocatori tedeschi si ammalarono di ittero. “Non ho proprio idea di cosa possa essere successo” – raccontò Ottmar Walter quel giorno in campo – Io non venni colpito. Si pensò a cibo avariato”. I sospetti che furono usate sostanze illegali, passarono in cavalleria anche se nello spogliatoio tedesco giravano siringhe e non è detto che servissero per iniettare vitamine.
Il doping nel calcio è ancora oggi tabù, inimmaginabile fosse un problema negli anni ’50. Nell’aprile del 1959, però, nella vecchia rivista “Calcio e Ciclismo illustrato”, l’ex Ct azzurro bi-campione mondiale Vittorio Pozzo, scrisse di suo pugno un articolo dal titolo “Droghe e foot-ball”, nel quale si spiegava come sostanze sospette furono offerte alla Nazionale addirittura negli anni Trenta. “Nel 1938, nel corso della preparazione per il campionato del Mondo – scrisse Pozzo – fui avvicinato per iscritto e di persona, in Italia prima e in Francia poi, da un amico che aveva combattuto nella guerra del 1915-18, colla Legione Garibaldina nelle Argonne, indi nell’Esercito Nostro, poi in quello francese. Era un coraggioso che io misi bellamente alla porta perchè mi proponeva l’uso, per i giocatori Azzurri, di droghe speciali secondo lui efficacissime”.
“Dice qualcuno – chiuse il Ct – che il fine giustifica i mezzi, e che per ottenere una prestazione di carattere eccezionale (…) vale bene la pena di ricorrere a mezzi artificiali o ad espedienti anormali anche nelle conseguenze. Ci si scusi, ma per noi la cosa sa di imbroglio, quasi di truffa”.

Articolo pubblicato su Fantagazzetta.com

Brasile 2014: le proteste, la violenza, peggio Rossi di Ghiggia e le tifose… brutte

violenza brasile 14

La Terra delle contraddizioni, delle periferie abbandonate da Gesù e delle spiagge divine attaccate alle città, dove il “progesso” è a tutti i costi ma di “ordem”, al momento, non ce n’è; più oro che verde, rimasto sotto tonnellate di cemento. Il Brasile feroce nella sua violenza e allo stesso tempo ammaliante, dove Paolo Rossi fa più paura di Ghiggia e il Maracanazo è come se non fosse mai esistito: un dolore troppo lontano ormai per non essere leggenda. Viaggio nella sede dei Mondiali di calcio con Renato Sebastiani, nato a Milano nel 1963, emigrato in Brasile nel ’68. “Abito a San Paolo – racconta – Faccio l’insegnante di italiano in una scuola di lingue”.
Renato era giusto maggiorenne quando Paolo Rossi segnò una tripletta al Brasile meraviglia ai Mondiali di Spagna.

Italia-Brasile 3 a 2, che ricordi hai e come se l’è passata un italiano nella Terra di Zico e Socrates?

«Tifo Italia da sempre. Sono passati 32 anni da quel giorno e avevo tanti carissimi amici brasiliani con cui guardavo le partite ma non gli Azzurri. Le gare dell’Italia le vedevo da solo rinchiuso in camera a soffrire come un disgraziato per la mancanza dei gol di Rossi. La vita scorreva normalmente, non esultavo quando segnavano i “canarinhos” e nessuno se ne accorgeva, dopo ogni gara, finiva in festa. Tutto è cambiato da bianco a nero il 5 luglio, quando mi trovai davanti allo schermo a guardare Italia-Brasile, affiancato da una ventina di amici con la maglia gialla ed io con una discreta maglietta bianca. Una tensione che si tagliava con il coltello durante i novanta minuti, ma urlavo come un pazzo ogni volta che segnava Rossi. Qualche cazzotto dagli amici l’ho preso sicuramente, ma nel calore della partita la gioia era talmente forte che mi sentivo dentro allo stadio e non mi importava di niente. Al fischio finale la cosa non finì proprio male perché eravamo tra amici, diversamente l’esperienza sarebbe stata un’altra e non rappresenterebbe un bel ricordo. Qualche amico non l’ho sentito per un paio di giorni ma poi ci siamo incontrati ancora per vedere la semifinale e poi la finale. Mai avuto così tanti amici polacchi o tedeschi in vita mia… »

Tornando al 2014, a giugno il Brasile ospiterà i Mondiali. La percezione è quella di un Paese lacerato dal conflitto tra la gioia per la voglia di calcio e il duro malcontento di chi non ne vuole sapere di questo evento…

«Percezione precisissima. Esiste una gran voglia di ospitare i mondiali di calcio, valida per quella gran parte di popolazione che purtroppo è la meno istruita e che non si preoccupa per l’attuale situazione di corruzione pubblica del governo, sicuramente la più grande e sfacciata sin dalla scoperta del Brasile! Poi c’è la paura generale di un’altra parte dei cittadini, quelli che lavorano e producono la ricchezza dello Stato con il loro sudore e che non vengono ogni mese aiutati da soluzioni elettorali per guadagnarsi dei voti, che mostrano un chiaro ritratto di una dittatura velata dei governi populisti. Sono stati spesi miliardi di dollari in modo per niente chiaro nella costruzione di tutti e dodici gli stadi e di tante altre strutture richieste dalla Fifa per il trasporto pubblico, le migliorie negli aeroporti delle città partecipanti e tante altre cose… Perché tanti stadi e tante costruzioni? La risposta appare abbastanza ovvia… Il paese vive una crisi senza precedenti, di mancanza di sicurezza ovunque – nelle vie, dentro casa e nei condomini, nei centri commerciali, nei ristoranti e negozi – una crescente ed allarmante violenza sociale, una scarsissima qualità della pubblica istruzione e della sanità. Gran parte degli investimenti nei settori che ho citato vengono sistematicamente ridotti o abusivamente tagliati per favorire la costruzione degli impianti per il Mondiale. E una bella fetta di questi investimenti finirà chissà dove…»

Parlando di calcio in senso stretto, ai brasiliani sfiora l’idea che possano perdere questo Mondiale? Quanto può essere da incubo una finale Brasile-Argentina?

«Durante la prima fase di preparazione ai Mondiali, quando la nazionale aveva come Ct il Signor Mano Menezes, un personaggio abbastanza vincente con la squadra del Corinthians ma che purtroppo non fece un gran lavoro con la “Seleção”, tutta la nazione era molto diffidente e quindi non si aspettava molto. Il tecnico, la rosa dei calciatori e anche la Federazione (CBF) venivano sistematicamente massacrati dalla stampa e dai tifosi. Poi, tutto è cambiato, con il ritorno in panchina del Signor Luiz Felipe Scolari, all’epoca allenatore del Palmeiras. L’attuale Ct è tornato dopo alcune manovre politiche non molto chiare partite dalla CBF per riaverlo in panchina, una trattativa che lasciò l’ex club di Scolari completamente senza guida durante la fase più importante del campionato nazionale. Il risultato fu la vergognosa retrocessione della squadra detentrice di più titoli nazionali.
Dopo la conquista della Confederations Cup, è tuttavia difficile credere che ci sia un solo tifoso brasiliano che possa immaginare una sconfitta ai Mondiali. Sono consapevoli della forza di molte squadre come la Germania, la Spagna, l’Olanda, l’Italia e l’Argentina, ma risiede nei cuori dei brasiliani un’intoccabile arroganza nel sottovalutare gli avversari. La cronaca sportiva ha sempre creato una mito sulle spalle del Brasile che stimola tale presunzione e prepotenza nei cittadini. Arroganza nata negli anni ’50. Nei mondiali casalinghi di allora, nessuno ci avrebbe scommesso una lira bucata nel “Maracanazo”. Negli anni successivi nacque la così detta “sindrome del cane randagio” – così la chiamano in Brasile – perché non si credevano più in grado di conquistare titoli importanti e anche nei Mondiali svolti in Svizzera nel 1954, il Brasile tornò a casa dopo una deludente presentazione.
Si spera in una finale contro Germania, Spagna o Argentina (L’Italia è esclusa, anche se abbastanza temuta). Oggi non pensano proprio ad una sconfitta e lo scenario psicologico della tifoseria è un po’ simile al 1982»

L’Uruguay del ’50 è ancora un incubo?

«E’ ancora vivo nella memoria dei più anziani la sciagura del Marcanazo, ma molto più come una leggenda che come rivalità attiva e viva contro l’Uruguay. La Celeste olimpica è abbastanza indigesta ancora oggi ma per altri risultati in altri tornei più recenti e sono sempre stati un sasso nelle scarpe dei brasiliani. La rivalità contro l’Argentina, questa sì è molto più forte, una differenza abissale paragonata a quella uruguaiana»

Sempre a proposito di sciagure, chi è più detestato tra Ghiggia e Paolo Rossi?

«Sicuramente il grandissimo Pablito, ancora oggi ricordato come il “Carrasco do Sarriá” (il boia del Sarriá). Ghiggia è visto come un male del passato e suscita tenerezza nella sua fragile figura fisica. Paolo Rossi è stato protagonista qui in Brasile di una pubblicità molto simpatica di una carta di credito, nella quale cercano di ravvivare la rivalità tra le nazionali italiana e brasiliana, ma che alla fine è chiaro che tutto deve finire dentro al rettangolo di gioco»

Su Paolo Rossi è chiara, ma che idea hanno i brasiliani della Nazionale italiana? E degli italiani?

«In generale gli italiani sono visti come giocatori che hanno talento ma non si avvicinano assolutamente alle caratteristiche naturali dei calciatori brasiliani. Gli italiani sono quelli più applicati tecnicamente e che fino a qualche anno fa appartenevano ad una scuola di calcio molto, anzi, troppo difensiva. L’espressione “catenaccio” da queste parti è (era) sinonimo di calcio italiano per definizione pura e semplice. Oggi molto meno e lo stile di gioco alla Prandelli gli ha fatto aprire un po’ più gli occhi e a temerci un pochettino di più. Se il Brasile è quello che gioca a calcio con l’eleganza di uno schermista, la nazionale italiana è lo scugnizzo che, improvviso, con una stilettata, ti condanna a morte»

Esiste per i brasiliani un altro Dio all’infuori di Pelè? Quali sono stati i giocatori degni di avvicinarsi a ‘O Rei?

«Pelé sarà sempre il Re del calcio, un Re unico e impareggiabile. Nell’ 82 si parlava molto di Zico e Socrates, poi di Romario, poi di Ronaldo, Ronaldinho gaúcho, ecc.. Oggi si parla molto di Neymar, un grande talento che come Pelé è diventato famoso molto giovane nel Santos, ma è ancora una promessa del calcio, lontano dai gol che fece Pelé ad inizio carriera. Dobbiamo aspettare ancora un po’ di tempo per capire ma credo che Pelé sia stato e sarà per molto tempo il più grande ed il più completo calciatore nonostante tutti gli sforzi degli argentini di affermare la superiorità di Maradona. Secondo me uno sproposito»

Fuori dalle Nazionali, vai allo stadio? Segui qualche squadra brasiliana?

«Il calcio brasiliano è una grande confusione e la violenza degli ultras, anche da queste parti, è molto presente. Non ci vado mai allo stadio quando c’è un derby, perché le risse purtroppo fanno parte dello spettacolo. Sono tifoso del Palmeiras, che è la squadra della colonia degli emigrati italiani in San Paolo, fondata nel 1914 e che prima della II Guerra si chiamava “Palestra Italia”. Per motivi bellici, tutte le società che avevano nei loro nomi Italia, Germania o Giappone, hanno avuto i loro patrimoni sequestrati dallo Stato brasiliano e per questo motivo il club passò a chiamarsi “Sociedade esportiva Palmeiras” (da “palme”, in riferimento alle grosse palme nei giardini interni della società ancora oggi presenti)»

Infine, una curiosità che interessa a livello planetario: come descriveresti la tifosa della Nazionale brasiliana che si vede bella e scatenata sugli spalti?

«Pensare ad una tifosa brasiliana bella e affascinante come suggerisce l’immaginario maschile, secondo me è un errore. Negli stadi sia in Brasile che in Olanda o in Ucraina o anche in Danimarca o in Svezia, troverete sempre delle donne bellissime sugli spalti, perché vengono ricercate dalle telecamere in una trasmissione di qualsiasi sport, perchè attirano l’attenzione degli spettatori quando una partita si fa un po’ noiosa. Non si è mai vista una tifosa brasiliana, per di più bella, che sia diventata il sex symbol di un campionato. Se prendiamo come esempio la Riquelme, tifosa del Paraguay negli ultimi mondiali del  2010 in Sudafrica, quella si esibiva con delle scollature esagerate e anche secondo me abbastanza volgari perché definiscono le donne come un oggetto da usare e gettare appena consumate. Questo non si vede in Brasile. Nella cerimonia recente della Fifa per il sorteggio dei gironi, era presente la modella brasiliana Fernanda Lima, che è indubbiamente una bellissima donna ma che non rappresenta la tipica donna brasiliana. Le brasiliane sono in gran parte non molto belle e per gli standard europei poco raffinate. In genere si dimostrano più “disponibili” delle europee. Come in qualsiasi altra parte del mondo, le belle donne sono dappertutto ma mediamente non sono modelle o delle bellezze straordinarie, anzi. Quelli che hanno prenotato biglietti e alberghi per i mondiali 2014 mi daranno poi ragione».

Renato, di padre abruzzese de L’Aquila e di fede milanista, è felicemente sposato con una donna di origine italiana, del Lazio, di nome Kelly: “Il nostro sogno nel cassetto è di poter vedere un giorno, l’Italia fuori da questa grande crisi per fare finalmente rientro, dentro una vita tranquilla. E’ difficile, lo so, ma ci penso ogni santo giorno”.

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NB: un grazie di cuore a Renato Sebastiani per la sua immensa disponibilità, nel rispondere alla mie numerose curiosità tramite mail. Ho tagliato e corretto solo in parte le risposte di Renato, questo talvolta a discapito della scorrevolezza ma è stata una decisione consapevole e che non toglie valore alla sostanza di quanto raccontato