Otto motivi (poco seri) per cui ricorderemo Brasile 2014


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1 – Orario subdolo. Nella scena iniziale del film “Così è la vita”, il carcerato Aldo dice dal basso del suo letto a castello al compagno di cella, sdraiato sopra un materasso sfondato: “Meno male che domani esci: avrò dormito un’ora in due anni”. Ecco, la stessa cosa è capitata a noi per i Mondiali: tipo che dal 13 giugno, mancano almeno 50 ore di sonno. La partita delle 22 o quella di mezzanotte sono state le più deleterie: alla fin fine non ti addormentavi tardissimo, ma quelle ore perse notte per notte andavano accumulandosi, facendoti arrivare come uno straccio al rush finale.

2 – Le braccia conserte. Cuadrado è stato il peggiore in assoluto. Nella ripetizione della presentazione dei giocatori, lui spiccava perchè piegando le braccia s’infilava le mani sotto le ascelle. Tutti gli altri, invece, se la sono cavata più o meno bene. Ormai è una posa virale. Potrebbe scapparci mentre parli con chiunque.
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3 – Martins Indi. Ho controllato la foto su Wikipedia: non pare lui. A meno che a questi Mondiali non si sia presentato già “memato”. Di fatto ad ogni partita dell’Olanda c’era una sua espressione indimenticabile.
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4 – La pazza Germania. Non li capiamo. Memori di Oddo sbronzo davanti a tutte le telecamere del globo, quelle esultanze teutoniche compassate fanno quasi saltare i nervi. Eppure dentro la squadra la follia impera(va). Neuer ha fatto di tutto e di più, anche il libero alla Beckenbauer per intenderci, e in finale l’uscita omicida contro Higuain ha ricordato quella di Harald Schumacher nell’82 contro Battiston (in realtà, a me ha ricordato il ginocchio alto di Sebastiano Rossi al Milan…). La Germania, dopo oltre trentanni, ha finalmente un portiere folle. E un attaccante che trolla gli avversari: la finta caduta di Muller in uno schema su punizione contro l’Algeria, non ha bisogno di essere commentata. La punta del Bayern è clamorosa: riesce nelle cose impossibili e sbaglia l’improbabile davanti alla porta.
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5 – Falli e feriti. Qualche intervento è stato di una violenza commovente: dal morso di Suarez, alle tacchettate sui menischi, i gomiti sugli zigomi, le entrate a gambe tese per fare male senza pudore. Tibia e perone per Onazi, sangue dalla testa per Feghouli. Prendendo a prestito il concetto di un amico, a questo Mondiale si è “marcato di più per coprire di meno”. Si è segnato tanto (il Brasile ha contribuito moltissimo: al passivo, ovvio) ma di spettacolo se n’è visto davvero poco. Inevitabile che sia stata la competizione dei portieri: cattivi, furbi, bravi e bravissimi; bastardi, in lacrime (Julio Cesar), sorprendenti e allucinati (Casillas).

6 – Bambini in lacrime. Il prossimo mestiere di tecnico della regia tv, sarà quello di inquadrare solo belle fighe. Ci sarà proprio una figura preposta solo per questo, ne sono sicura. Eppure, a rimanere impresse, saranno le lacrime dei bambini. Ci siamo passati anche noi col primo Mondiale di cui abbiamo coscienza, una sorta di formazione che l’esistenza te la condiziona, perchè è in questo contesto che, per la prima volta, si sperimenta il dolore gratis di una sconfitta e l’ansia, altrettanto gratis per una vittoria. Entrambe, materialmente, non ti danno niente. E’ questo uno dei baratti più paradossali della vita, il calcio è il primo maestro ad insegnartelo.

7 – L’inutilità dei Ct argentini. Di che pasta fosse fatto Sabella s’era capito quando Lavezzi gli spruzzò l’acqua dalla borraccia, mentre era a bordocampo, così, per cazzeggio, anche se gli stava dando indicazioni in campo. Carisma a tonnellate, insomma. Lo stesso Lavezzi è stato ancora il testimone della mossa assurda del Ct nella finale: sostituito per far posto ad Aguero, quando l’ex Napoli era la classica spina al fianco dei tedeschi. Sabella ha 59 anni ma ne dimostra più di Cesare Maldini, si è reso protagonista di finti svenimenti a gol clamorosamente sbagliati. Contro l’Olanda, si tappava gli occhi con le mani quando i giocatori battevano i rigori decisivi. Spiace dirlo, ma è da Menotti che l’Argentina non ha un Ct meritevole di farsi ricordare.

8 – Cristo si è fermato al 2006. Un anno che è riuscito nel miracolo di rimpiazzare il 1982. Se prima eravamo figli di Bearzot, ora siamo tutte vedove di Grosso e Del Piero. Sky ha fatto rimandi continui all’Italia iridata di otto anni fa, tutto ciò che risale a quell’estate fa morire di nostalgia e pare debba essere preso da esempio ma non si sa su quali basi, visto che il calcio italiano pare essersi fermato lì e lì aver iniziato la fase medievale. Pensare che nel 2006 Tavecchio era già seduto sulla poltrona, idem Macalli. Il fatto è che eravamo felici. Ed avevamo ragione.

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Passarella non è Dio

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Ci sono due modi di sentire la solitudine: sentirsi soli al mondo o avvertire la solitudine del mondo. Chissà che ora imponeva l’orologio al tempo, in questo inferno di cemento buio e meno armato di coloro che venivano a strattonarti nel mezzo della notte. Guardie militari, anche se di ladri non ce n’era nemmeno l’ombra.
Amata, quando l’insonnia del terrore non la faceva dormire in quel letto dal materasso basso e con una coperta incredibilmente morbida, ripensava a quella frase di Emil Cioran e toccava con la mano quel tessuto che non riusciva ad essere piacevole perchè niente dentro l’Esma lo era e serviva.
Amata aveva 21 anni, i genitori di Bari, gli occhi azzurri che ormai tendevano al grigio di quei gradoni, tre, che stavano sotto una finestra murata. Era passato qualche giorno, sicuramente almeno una settimana da quando l’avevano rinchiusa. Sì che si parlava di ragazzi che sparivano ma è come la solitudine che raccontava Cioran: non pensi mai possa toccare proprio a te. In fondo era solo una studentessa di filosofia che però non aveva mai fatto parte di nessun movimento studentesco, piuttosto se ne stava lì, china sui libri, studiava. E basta. Avrebbe insegnato ma questo non significava in alcun modo che sentisse la necessità di rivoluzionare il mondo. Gli esseri umani sono tutti uguali o meglio: si nasce tutti allo stesso livello, è poi la società a creare disuguaglianza. Questi pensieri accademici l’avevano assillata nei primi giorni della sua prigionia. Di persone che sparivano non si parlava mai, però in famiglia o all’Università, tutti avevano iniziato a tenere un comportamento più sobrio, meno urla e più bisbigli, tra i quali la disperazione di chi ti consigliava di omologarti alla massa, non stringere amicizie con chi amava stare sopra le righe, controllare di non intrattenersi troppo con chi faceva parte dei movimenti studenteschi, ma quali? Erano almeno tre anni che la vita universitaria si era fatta piatta e non si manifestava più. Non che Amata sentisse la voglia di marciare contro qualcosa ma nemmeno marcire qui dentro pareva un destino credibile. Per fortuna, incappucciata come sempre, non l’avevano legata ed era già qualcosa l’accontentarsi. Prendere un pezzo di pane quando non mangi da due giorni. Nascita e catena sono sinonimi. Vedere la luce, vedere delle manette… Riecco Cioran e allora si disse che quando sarebbe uscita di lì, non avrebbe mai più aperto quei testi che si era comprata da sola, extra piano di studi e praticamente di contrabbando. I militari l’avevano fermata mentre andava in biblioteca e sbattuta dentro una Falcon, le avevano fatto tante domande alle quali sapeva rispondere solo mugolando di paura, ogni volta che le bruciavano le braccia con i mozziconi di sigaretta.
Dentro l’Esma, la scuola che formava gli ufficiali della Marina, aveva sentito le urla dei torturati, trattamento che lei, per il momento, non aveva subito e questo aumentava il terrore perchè all’interno di quelle mura non veniva seguita alcuna prassi, ogni persona era vittima di un destino proprio. Erano incubi da sveglia e allora Amata cercava di darsi coraggio dicendosi che sarebbe passato tutto alla prima luce dell’alba, una qualsiasi bastava, che mica era vero che per arrivarci era necessaria la nottata, qui le tenebre ammantavano anche l’aria che respiravi. Ecco perchè erano bugie, ne era cosciente, come quelle che le diceva il suo ragazzo, Fabian, quando voleva andare a vedere il River Plate in quello stadio che era a pochi passi da quelle mura. “Impossibile” – si era ripetuta – Qui dentro il dolore è troppo feroce e ingiusto per non poter friggere sotto la pelle di chi sta fuori a vivere normalmente”. Amata si immaginava che le persone sentissero come pungersi le braccia o le mani, in una sorta di allergia al non voler sapere. “Come fate a non sentire? – avrebbe urlato ai ragazzi del piano di sopra che frequentavano l’Esma – Come è possibile che fuori, all’entrata di quel cancello di ferro, non si capisce che qui dentro la vita si è fermata?”. Quel parallelismo tra prigionia e quotidianità che ancora si poteva ascoltare scorrere immutata, era la maggior fonte di annebbiamento mentale per qualsiasi torturato perchè tutto quello che lui stesso viveva pareva irreale davanti all’esistenza che si riproduceva ordinaria. Gente che andava al lavoro, a studiare, al “Monumental” per le partite dei Mondiali.
In casa di Amata si tifava River e il Boca era il nemico, quello cattivo e da disprezzare alla pari del leader Videla o del Capo della Marina Massera, perchè prepotente, smanioso, arrogante. Quando chiedeva a suo padre Vitantonio perchè si diventa pazzi per una squadra di calcio, si sentiva rispondere che era inevitabile visto che il River aveva gli stessi colori, bianco e rosso, del Bari, città natale dei suoi genitori. Lei sapeva che era una spiegazione superficiale, tirata in ballo per chiudere in fretta il discorso. C’era poi il fidanzato, le litigate per lo stadio e lui che si arrendeva: “Ma Amata… – rispondeva strisciando lente le “a” in un sussurro – Passarella è Dio”. Lui, Fabian, era invece un bugiardo. Se il capitano dell’Argentina fosse stato davvero il Padreterno, perchè non faceva niente ora che i Mondiali erano quasi finiti? Dentro l’Esma c’erano le urla sì, ma anche quelle di gioia ad ogni gol dello “spagnolo” Kempes, il traditore che lavorava nel Valencia; le imprecazioni per quella squadra che non giocava benissimo, ma che doveva vincere per forza perchè l’Argentina era grande, pulita, disciplinata, ricca. Amata non s’intendeva di calcio ma negli ultimi giorni aveva imparato molte cose: come si muoveva in campo un centravanti, le risa di scherno all’ambiguo Menotti, i commenti su un italiano dal nome banale, Paolo Rossi, un olandese che non aveva voluto partecipare alla competizione come forma di protesta al regime e, infine, che se finivi in questo seminterrato, non tornavi a casa mai più.
Oggi era un giorno speciale, da incappucciata e affamata: quello della finale Argentina-Olanda, Amata lo aveva sentito dire e dentro riecheggiava, in maniera miracolosa e insolita, una radio vicina quanto bastava per carpire qualcosa. L’aria era elettrica, sopra al “Monumental” pareva si fossero fermati tutti i tuoni e i lampi del mondo. Il radiocronista parlava di ottantamila persone dentro lo stadio, la tensione arrivava fin lì, al gradone di cemento. Amata continuò a sudare e rimase in ascolto: un modo per sentire, anche se non con le orecchie, suo padre e il fidanzato Fabian: chissà se tifare River o Argentina in una finale mondiale era un po’ la stessa cosa. La radio pareva avere vita propria mentre raccontava di un Ardiles che non avrebbe dovuto essere della partita ma giocava come un indemoniato in mezzo al campo. “Se Passarella era Dio – si chiese Amata – come poteva avere in squadra un impossessato da Satana?”. Forse il capitano prepotente dell’Argentina, così arrogante che tutti chiamavano proprio “caudillo”, non lo era quando il radiocronista impazzì alla gomitata rifilata ad un olandese. Le vennero in mente le urla dei torturati. L’eccitazione per la violenza aveva banalizzato il male, allora era vero che fuori le persone libere non provavano niente, che i torturati avrebbero potuto anche gridare e nessuno avrebbe sentito pizzicare la pelle, l’allergia al dolore sordo di chi spariva e mangiava le botte dei militari al posto del pane. Un urlo metallico: l’Argentina in vantaggio al 37′, con il gol di Kempes, Amata sentì un boato impensabile ad ascoltare fino ad allora le urla del “Monumental”, che immaginava come un grande bocca che sputava adrenalina, rabbia e atroce normalità. Di lì a poco finì il primo tempo e Amata sentì una fiamma alla gola: “E se vincesse l’Olanda?”. No: suo padre e Daniel non avrebbero potuto essere felici. Quando iniziò la ripresa, giunse le mani a pregare che l’Argentina non perdesse e quando udì le strilla di terrore al gol degli avversari, le uscì una goccia di sale dagli occhi. Poi avvertì con il pianto che si mescolava al sudore, un calcio allo stomaco che le fece spalancare gli occhi. Si era immedesimata in un tifoso al “Monumental”e avvertiva il tempo essersi sospeso, lo stadio sopraelevato, il radiocronista sempre più lontano come se avesse una pezza di stoffa infilata a forza tra i denti. Il portiere Fillol, in uscita, non fermò la conclusione di Rensenbrink: palo. Poteva un pallone che colpiva il metallo fermare anche lo spazio? Ci aveva pensato Dio forse o magari Passarella. Quello che Amata avvertì poi, fu come un risucchio della paura che aveva traboccato dal quel vaso e le lancette dell’orologio andare avanti più veloci dei secondi che avrebbero dovuto tamponare il ritmo ordinario della solita giornata, dove chi è scomparso finisce i propri giorni all’Esma mentre le persone libere danno le ultime leccate ad un gelato. I supplementari e ancora la banalizzazione del dolore, con la voce alla radio eccitata mentre parlava di un’Olanda distrutta nel morale e nel fisico. Amata avrebbe voluto tifare gli avversari, ma non poteva e sorrise alle reti di Kempes e Bertoni, al 3 a 1 allo stadio del River che sostituiva al rosso il celeste del cielo, quello di una giornata impazzita nel suo essere rovente e nel suo aver rispettato la volontà divina di un’Argentina campione del mondo. Con le mani si abbracciò lo stomaco che ora gridava come la bocca del “Monumental”. Poi lo strattonamento, i calci sugli stinchi e l’ordine di alzarsi. Amata sentì l’urina bagnarle il fondoschiena e le gambe. Fu spintonata fino a quella che doveva essere una sorta di uscita, un calcio nelle reni e una mano le sollevò il cappuccio. “Seguiteci, andiamo a festeggiare” ordinò un militare. All’Esma pareva tutto gratis: la violenza così come una libertà condizionata senza motivazioni, eppure la vittoria di un Mondiale bastava.
Era come bere due litri di vino da astemia. Amata festeggiò, mangiò assieme ad altri torturati, con l’alcol nelle vene, rise a crepapelle, intonò cori da tifosa, lei che fino alla prigionia sapeva a malapena cos’era uno stadio. Ad un certo punto si chinò che avrebbe voluto vomitare. C’era il senso di colpa per chi era rimasto prigioniero e lei stava banalizzando il tutto come il radiocronista, con il Dio dell’Argentina che aveva fatto saltare i denti a Neeskens. C’era la voglia di chiedere aiuto a chi aveva attorno, perchè tanto si capiva al volo chi era ancora un uomo libero. Rinunciò, sapendo che nessuno l’avrebbe creduta: era una scomparsa come tante, dentro quella che tutti pensavano essere solo una scuola. Le venne da vomitare, andò in bagno. Si appese al lavandino e si alzò su a fatica. Accanto a lei una ragazza, bionda, le labbra rosse, colma di vino in corpo. Si era appena sistemata le labbra con il colore del fuoco, la guardò, rise e le passò una cosa sulla mano e poi scappò. In bagno non c’era nessuno, Amata strinse il pugno, negli occhi grigi come i gradoni nel seminterrato, si sentì più persona che mai e non più un fantasma incapace di lasciare impronte. Aprì la mano, quella ragazza le aveva passato un rossetto, lo allungò, fitte di lucidità utili per lasciare scritto sulla superficie un dolore muto sullo specchio: “Massera assassino”. Poi si ricordò, come in un colpo di singhiozzo, tutto quello che aveva capito dentro l’Esma e prima di svenire si ricordò di appuntare un amore sprecato: “Fabian, Passarella non è Dio”.

Brasile 2014: le proteste, la violenza, peggio Rossi di Ghiggia e le tifose… brutte

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La Terra delle contraddizioni, delle periferie abbandonate da Gesù e delle spiagge divine attaccate alle città, dove il “progesso” è a tutti i costi ma di “ordem”, al momento, non ce n’è; più oro che verde, rimasto sotto tonnellate di cemento. Il Brasile feroce nella sua violenza e allo stesso tempo ammaliante, dove Paolo Rossi fa più paura di Ghiggia e il Maracanazo è come se non fosse mai esistito: un dolore troppo lontano ormai per non essere leggenda. Viaggio nella sede dei Mondiali di calcio con Renato Sebastiani, nato a Milano nel 1963, emigrato in Brasile nel ’68. “Abito a San Paolo – racconta – Faccio l’insegnante di italiano in una scuola di lingue”.
Renato era giusto maggiorenne quando Paolo Rossi segnò una tripletta al Brasile meraviglia ai Mondiali di Spagna.

Italia-Brasile 3 a 2, che ricordi hai e come se l’è passata un italiano nella Terra di Zico e Socrates?

«Tifo Italia da sempre. Sono passati 32 anni da quel giorno e avevo tanti carissimi amici brasiliani con cui guardavo le partite ma non gli Azzurri. Le gare dell’Italia le vedevo da solo rinchiuso in camera a soffrire come un disgraziato per la mancanza dei gol di Rossi. La vita scorreva normalmente, non esultavo quando segnavano i “canarinhos” e nessuno se ne accorgeva, dopo ogni gara, finiva in festa. Tutto è cambiato da bianco a nero il 5 luglio, quando mi trovai davanti allo schermo a guardare Italia-Brasile, affiancato da una ventina di amici con la maglia gialla ed io con una discreta maglietta bianca. Una tensione che si tagliava con il coltello durante i novanta minuti, ma urlavo come un pazzo ogni volta che segnava Rossi. Qualche cazzotto dagli amici l’ho preso sicuramente, ma nel calore della partita la gioia era talmente forte che mi sentivo dentro allo stadio e non mi importava di niente. Al fischio finale la cosa non finì proprio male perché eravamo tra amici, diversamente l’esperienza sarebbe stata un’altra e non rappresenterebbe un bel ricordo. Qualche amico non l’ho sentito per un paio di giorni ma poi ci siamo incontrati ancora per vedere la semifinale e poi la finale. Mai avuto così tanti amici polacchi o tedeschi in vita mia… »

Tornando al 2014, a giugno il Brasile ospiterà i Mondiali. La percezione è quella di un Paese lacerato dal conflitto tra la gioia per la voglia di calcio e il duro malcontento di chi non ne vuole sapere di questo evento…

«Percezione precisissima. Esiste una gran voglia di ospitare i mondiali di calcio, valida per quella gran parte di popolazione che purtroppo è la meno istruita e che non si preoccupa per l’attuale situazione di corruzione pubblica del governo, sicuramente la più grande e sfacciata sin dalla scoperta del Brasile! Poi c’è la paura generale di un’altra parte dei cittadini, quelli che lavorano e producono la ricchezza dello Stato con il loro sudore e che non vengono ogni mese aiutati da soluzioni elettorali per guadagnarsi dei voti, che mostrano un chiaro ritratto di una dittatura velata dei governi populisti. Sono stati spesi miliardi di dollari in modo per niente chiaro nella costruzione di tutti e dodici gli stadi e di tante altre strutture richieste dalla Fifa per il trasporto pubblico, le migliorie negli aeroporti delle città partecipanti e tante altre cose… Perché tanti stadi e tante costruzioni? La risposta appare abbastanza ovvia… Il paese vive una crisi senza precedenti, di mancanza di sicurezza ovunque – nelle vie, dentro casa e nei condomini, nei centri commerciali, nei ristoranti e negozi – una crescente ed allarmante violenza sociale, una scarsissima qualità della pubblica istruzione e della sanità. Gran parte degli investimenti nei settori che ho citato vengono sistematicamente ridotti o abusivamente tagliati per favorire la costruzione degli impianti per il Mondiale. E una bella fetta di questi investimenti finirà chissà dove…»

Parlando di calcio in senso stretto, ai brasiliani sfiora l’idea che possano perdere questo Mondiale? Quanto può essere da incubo una finale Brasile-Argentina?

«Durante la prima fase di preparazione ai Mondiali, quando la nazionale aveva come Ct il Signor Mano Menezes, un personaggio abbastanza vincente con la squadra del Corinthians ma che purtroppo non fece un gran lavoro con la “Seleção”, tutta la nazione era molto diffidente e quindi non si aspettava molto. Il tecnico, la rosa dei calciatori e anche la Federazione (CBF) venivano sistematicamente massacrati dalla stampa e dai tifosi. Poi, tutto è cambiato, con il ritorno in panchina del Signor Luiz Felipe Scolari, all’epoca allenatore del Palmeiras. L’attuale Ct è tornato dopo alcune manovre politiche non molto chiare partite dalla CBF per riaverlo in panchina, una trattativa che lasciò l’ex club di Scolari completamente senza guida durante la fase più importante del campionato nazionale. Il risultato fu la vergognosa retrocessione della squadra detentrice di più titoli nazionali.
Dopo la conquista della Confederations Cup, è tuttavia difficile credere che ci sia un solo tifoso brasiliano che possa immaginare una sconfitta ai Mondiali. Sono consapevoli della forza di molte squadre come la Germania, la Spagna, l’Olanda, l’Italia e l’Argentina, ma risiede nei cuori dei brasiliani un’intoccabile arroganza nel sottovalutare gli avversari. La cronaca sportiva ha sempre creato una mito sulle spalle del Brasile che stimola tale presunzione e prepotenza nei cittadini. Arroganza nata negli anni ’50. Nei mondiali casalinghi di allora, nessuno ci avrebbe scommesso una lira bucata nel “Maracanazo”. Negli anni successivi nacque la così detta “sindrome del cane randagio” – così la chiamano in Brasile – perché non si credevano più in grado di conquistare titoli importanti e anche nei Mondiali svolti in Svizzera nel 1954, il Brasile tornò a casa dopo una deludente presentazione.
Si spera in una finale contro Germania, Spagna o Argentina (L’Italia è esclusa, anche se abbastanza temuta). Oggi non pensano proprio ad una sconfitta e lo scenario psicologico della tifoseria è un po’ simile al 1982»

L’Uruguay del ’50 è ancora un incubo?

«E’ ancora vivo nella memoria dei più anziani la sciagura del Marcanazo, ma molto più come una leggenda che come rivalità attiva e viva contro l’Uruguay. La Celeste olimpica è abbastanza indigesta ancora oggi ma per altri risultati in altri tornei più recenti e sono sempre stati un sasso nelle scarpe dei brasiliani. La rivalità contro l’Argentina, questa sì è molto più forte, una differenza abissale paragonata a quella uruguaiana»

Sempre a proposito di sciagure, chi è più detestato tra Ghiggia e Paolo Rossi?

«Sicuramente il grandissimo Pablito, ancora oggi ricordato come il “Carrasco do Sarriá” (il boia del Sarriá). Ghiggia è visto come un male del passato e suscita tenerezza nella sua fragile figura fisica. Paolo Rossi è stato protagonista qui in Brasile di una pubblicità molto simpatica di una carta di credito, nella quale cercano di ravvivare la rivalità tra le nazionali italiana e brasiliana, ma che alla fine è chiaro che tutto deve finire dentro al rettangolo di gioco»

Su Paolo Rossi è chiara, ma che idea hanno i brasiliani della Nazionale italiana? E degli italiani?

«In generale gli italiani sono visti come giocatori che hanno talento ma non si avvicinano assolutamente alle caratteristiche naturali dei calciatori brasiliani. Gli italiani sono quelli più applicati tecnicamente e che fino a qualche anno fa appartenevano ad una scuola di calcio molto, anzi, troppo difensiva. L’espressione “catenaccio” da queste parti è (era) sinonimo di calcio italiano per definizione pura e semplice. Oggi molto meno e lo stile di gioco alla Prandelli gli ha fatto aprire un po’ più gli occhi e a temerci un pochettino di più. Se il Brasile è quello che gioca a calcio con l’eleganza di uno schermista, la nazionale italiana è lo scugnizzo che, improvviso, con una stilettata, ti condanna a morte»

Esiste per i brasiliani un altro Dio all’infuori di Pelè? Quali sono stati i giocatori degni di avvicinarsi a ‘O Rei?

«Pelé sarà sempre il Re del calcio, un Re unico e impareggiabile. Nell’ 82 si parlava molto di Zico e Socrates, poi di Romario, poi di Ronaldo, Ronaldinho gaúcho, ecc.. Oggi si parla molto di Neymar, un grande talento che come Pelé è diventato famoso molto giovane nel Santos, ma è ancora una promessa del calcio, lontano dai gol che fece Pelé ad inizio carriera. Dobbiamo aspettare ancora un po’ di tempo per capire ma credo che Pelé sia stato e sarà per molto tempo il più grande ed il più completo calciatore nonostante tutti gli sforzi degli argentini di affermare la superiorità di Maradona. Secondo me uno sproposito»

Fuori dalle Nazionali, vai allo stadio? Segui qualche squadra brasiliana?

«Il calcio brasiliano è una grande confusione e la violenza degli ultras, anche da queste parti, è molto presente. Non ci vado mai allo stadio quando c’è un derby, perché le risse purtroppo fanno parte dello spettacolo. Sono tifoso del Palmeiras, che è la squadra della colonia degli emigrati italiani in San Paolo, fondata nel 1914 e che prima della II Guerra si chiamava “Palestra Italia”. Per motivi bellici, tutte le società che avevano nei loro nomi Italia, Germania o Giappone, hanno avuto i loro patrimoni sequestrati dallo Stato brasiliano e per questo motivo il club passò a chiamarsi “Sociedade esportiva Palmeiras” (da “palme”, in riferimento alle grosse palme nei giardini interni della società ancora oggi presenti)»

Infine, una curiosità che interessa a livello planetario: come descriveresti la tifosa della Nazionale brasiliana che si vede bella e scatenata sugli spalti?

«Pensare ad una tifosa brasiliana bella e affascinante come suggerisce l’immaginario maschile, secondo me è un errore. Negli stadi sia in Brasile che in Olanda o in Ucraina o anche in Danimarca o in Svezia, troverete sempre delle donne bellissime sugli spalti, perché vengono ricercate dalle telecamere in una trasmissione di qualsiasi sport, perchè attirano l’attenzione degli spettatori quando una partita si fa un po’ noiosa. Non si è mai vista una tifosa brasiliana, per di più bella, che sia diventata il sex symbol di un campionato. Se prendiamo come esempio la Riquelme, tifosa del Paraguay negli ultimi mondiali del  2010 in Sudafrica, quella si esibiva con delle scollature esagerate e anche secondo me abbastanza volgari perché definiscono le donne come un oggetto da usare e gettare appena consumate. Questo non si vede in Brasile. Nella cerimonia recente della Fifa per il sorteggio dei gironi, era presente la modella brasiliana Fernanda Lima, che è indubbiamente una bellissima donna ma che non rappresenta la tipica donna brasiliana. Le brasiliane sono in gran parte non molto belle e per gli standard europei poco raffinate. In genere si dimostrano più “disponibili” delle europee. Come in qualsiasi altra parte del mondo, le belle donne sono dappertutto ma mediamente non sono modelle o delle bellezze straordinarie, anzi. Quelli che hanno prenotato biglietti e alberghi per i mondiali 2014 mi daranno poi ragione».

Renato, di padre abruzzese de L’Aquila e di fede milanista, è felicemente sposato con una donna di origine italiana, del Lazio, di nome Kelly: “Il nostro sogno nel cassetto è di poter vedere un giorno, l’Italia fuori da questa grande crisi per fare finalmente rientro, dentro una vita tranquilla. E’ difficile, lo so, ma ci penso ogni santo giorno”.

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NB: un grazie di cuore a Renato Sebastiani per la sua immensa disponibilità, nel rispondere alla mie numerose curiosità tramite mail. Ho tagliato e corretto solo in parte le risposte di Renato, questo talvolta a discapito della scorrevolezza ma è stata una decisione consapevole e che non toglie valore alla sostanza di quanto raccontato

La corrente anti-Maradona degli anni ’90

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Oggi ce l’ha con il Fisco italiano al quale deve una serpentina a tutto campo di milioni di euro. Ieri, con il colonialismo, gli arbitri, l’Inghilterra e gli Usa, la Fifa, Joao Havelange. Maradona spacca da sempre i sentimenti di addetti ai lavori e appassionati di calcio ed è inevitabile se da personaggio pubblico non ha mai fatto mistero delle sue idee politiche, sociali e calcistiche. Sentimentalmente il numero 10 non lascia zone di compromesso grigie e non le colorerà mai. L’amore per Maradona non ha segreti, la corrente dell’antimaradonismo invece qualche buco nero lo presenta e inizia negli anni Novanta, conseguente – letteralmente – ad un colpo di mano. Ai Mondiali messicani dell”86 con la patata bollente politica e diplomatica tra Inghilterra e Argentina per le isole Malvinas, Diego riscatta simbolicamente il suo popolo sconfiggendo da solo i britannici e con lo storico gol di mano che beffa il portiere inglese Peter Shilton ma soprattutto l’arbitro tunisino, Ali Bennaceur: un’azione troppo veloce da poter – o voler – vedere e sanzionare. Poco importa se la seconda rete di Diego, quella che diventerà il gol del secolo, legittimerà la vittoria dell’Albiceleste: per tutti gli anni a venire si parlerà del primo irregolare centro. Come se non bastassero le polemiche fisiologiche di un post gara di questo tipo, Maradona mette i toni e il clima sui carboni roventi: “Il primo gol? L’ho segnato un po’ con la testa di Maradona e un po’ con la mano di Dio”. Il Mondiale in Messico si chiuderà allo stadio Atzeca con la vittoria dell’Argentina per 3 a 2 contro la Germania Ovest. Nessuna delle due compagini immaginerà che quattro anni più tardi si ritroveranno in finale ai danni dell’Italia, paese nel quale Maradona si consacra uno dei miglior giocatori che abbiano mai arroventato un campo di calcio, riscattando stavolta Napoli, per una volta non più conosciuta solo per il leitmotiv italiano “camorra-pizza-mandolino”.
Gli eventi attorno a Diego prendono a girare vorticosamente. Il fantasista si fa ben presto strumento di propaganda non solo sportiva ma anche politica e sociale. Intanto, in occasione dei sorteggi per i gironi di Italia ’90, Maradona spara la prima cartuccia contro l’allora presidente della Fifa Havelange, reo di “favorire l’Italia e sfavorire l’Argentina”. Il giocatore non farà mai mistero di questa sorta di corrente che, a suo parere, vuol portare a tutti i costi la Nazionale di Azeglio Vicini a raggiungere la finale e vincerla (magari contro la Germania). A competizione iniziata, l’Argentina allunga la sua coda di antipatie e odio quando nella seconda gara del girone contro l’ultima Urss della storia, un fallo di mano di Maradona non verrà sanzionato dall’arbitro con il rigore, anticipando così il declino della squadra di Lobanovskyj . Non è passato nemmeno un anno dalla caduta del Muro, ma Diego rende più amare le lacrime dei nostalgici dell’ormai ex potenza calcistica. Il sentimento anti Albiceleste si acuisce per poi rivoltarsi come un calzino nella semifinale del San Paolo tra Italia e Argentina. Maradona, approfittando di quella che ormai è casa sua, rompe le reni a quella che per lui è solo ruffianeria dell’Italia nel raccogliere la spinta della città partenopea funzionale a raggiungere le finali: “Solo adesso che ne hanno bisogno gli italiani si ricordano dei napoletani”, dirà il numero 10. Una granata che spaccherà il San Paolo a metà. Caniggia, invece, si occuperà di bucare la porta difesa da Zenga e riportare sull’1 a 1 il risultato della gara. Rigori nefasti per gli azzurri che lasciano accedere alla finale l’Argentina. Maradona inizia a sentire le pressioni e si porta sulle spalle strette il peso di una sorta di colpa da scontare, anzi due: la mano de Dios e l’aver stracciato il sogno italiano di vincere la Coppa in casa propria. Nella finale dell’Olimpico il clima è pro Germania e Diego non nasconde sotto i fischi il suo rabbioso “Hijos de putas, hijios de puta”. Generoso e discutibile il rigore concesso alla Germania e trasformato da Brehme, decisivo ai fini della vittoria tedesca. L’arbitro dell’incontro è messicano Edgardo Codesal, figlio d’arte – poiché il padre uruguaiano Josè Maria è stato anch’egli un direttore di gara – genero di Javier Arriaga membro arbitrale della Fifa. Nemmeno a qualche anno di distanza dalla finale di Roma, Maradona le manda a dire: “Quando li eliminanno dai mondiali, gli italiani dovettero ingoiare il più grande rospo della loro storia. Questo perchè Matarrese, un altro mafioso, da presidente della federazione italiana aveva già concordato la finale tra Italia e Germania. Fu allora che successe quello che successe: accusarono di doping prima me e dopo anche Caniggia, però dopo nessun altro. Nel calcio italiano, a parte Maradona e Caniggia, nessuno ha mai preso nemmeno un’aspirina”.
Sempre a suo dire, fu il doping lo strumento col quale la Fifa lo punì e tagliò dai campi di calcio. La partecipazione a Usa ’94, Maradona la racconta come un complotto, motivato anche dal fatto che in un clima glaciale col quale gli americani accolsero la competizione, serviva un personaggio potente come lui per scaldare l’atmosfera. La tesi complottistica fu poi confermata da Caniggia nel 2009: “Quattro mesi prima dei mondiali, gli organizzatori chiamarono Diego e gli dissero che avevano bisogno di lui. Diego era perplesso perchè il tempo a disposizione era troppo poco e non voleva fare una figuraccia davanti agli occhi del mondo, allora gli fecero capire che avrebbe potuto aiutarsi in qualunque modo, contando poi sul fatto non lo avrebbero controllato”. Dopo la vittoria per 4 a 0, Maradona risultò positivo all’efedrina, sostanza notoriamente usata per dimagrire, ma non fu squalificato prima della gara immediatamente successiva con la Nigeria, bensì con quella contro la Bulgaria, la cui partecipazione avrebbe permesso a Maradona di raggiungere il record di presenze alle competizioni mondiali. E’ qui che inizia il declino della carriera del giocatore e forse anche quella dell’uomo. La corrente antimaradoniana non si è mai spenta ma va a corrente alternata, al contrario di quella d’amore incondizionato. Colui che si è sempre eretto a difesa delle classi più deboli, subì un ribaltone della sua immagine, scomodando la feroce critica di Indro Montanelli su Il Giornale: “La gente comune, costretta a fare i salti mortali per poter mangiare, non sopporta i Maradona, non sopporta i modi dei nuovi ricchi, le loro feste miliardarie, il loro circo ambulante, i loro capricci da padroni del mondo che devono ancora scrollarsi di dosso la polvere dei quartieri dove fino a poco fa soffrivano la fame”.