10 motivi per cui ho amato Zeman

Zeman sigaretta

Prima di diventare il paladino del calcio pulito, di farsi ostaggio volontario e capro espiatorio del fallimento stagionale di una squadra, prima di essere l’uomo solo contro il sistema e, infine, prima di mettere i panni del santone capace di trasformare la cenere dei risultati scadenti nelle bollicine di una bottiglia ceka di birra Pilsner, Zdenek Zeman è stato l’allenatore che più di chiunque altro ha saputo avvicinare le persone all’amore per il calcio.

Lo “zemanesimo” è uno stile di vita che abbracci nell’infanzia e lo consolidi nell’adolescenza, quando alla concretezza preferisci il “carpe diem” di un gol di Rambaudi o Kolyvanov  e non importa come sia “finita e cosa importa se ho la gola bruciata o no, ciò che conta è che sia stata come una splendida giornata”. 

Sì, la dottrina va molto d’accordo con il vecchio Vasco Rossi. Tifare per una squadra di Zeman significa avere il maalox in tasca, correre il rischio di aver bisogno di “cento gocce di Valium” e, dopo essere stato novanta minuti su un ottovolante sai che è stato “Stupendo” e che ti “viene il vomito”. L’uomo del derby di Roma che è una partita come le altre, ne perse quattro su quattro in una stagione, due di campionato e due di coppa Italia, tanto che nella capitale pareva di sentir cantare “Cosa succede, cosa succede in città” ma anche “Gli spari sopra”.

Lo zemanesimo è un bolla di vetro che si rompe quando stacchi il biglietto dei trent’anni, ti arrendi ad un’esistenza che per essere vissuta ha bisogno del compromesso, di smussare gli spigoli della coerenza e della testardaggine, quando gli eventi ti costringono a rimettere in gioco i principi che prima ti sembravano irremovibili. I risultati concreti diventano la priorità, il come li hai ottenuti un accessorio talvolta inutile come i tacchetti che una volta si facevano girare uno per uno sotto la suola delle scarpe da calcio che – accidenti! – quanto costavano. Inizi a preferire una vittoria con un autogol al novantesimo ad uno spettacolare 4 a 3, ma l’esser stati seguaci dello zemanesimo rimane addosso come uno stigma.

Rinnegata la dottrina, rimangono a fuoco i motivi per cui ho amato Zeman e sono dieci:

 

1) Non avrai altro modulo all’infuori del quattro-tre-tre.

 

2) Zeman comunista. Anzi no. 

 

3) “A Zdenek Zeman non dovrebbe essere assegnato il premio Prisco perché «è un mezzo rom».  Parole del sindaco di Chieti, Umberto Di Primio espresse durante una trasmissione sportiva dell’emittente abruzzese Rete8. La replica del tecnico boemo: «Io rom? Non capisco se è un’offesa nei miei confronti o del popolo rom». (19 marzo 2012).

 

4) La Lazio 1994-95.  Marchegiani, Negro, Favalli (o Nesta), Di Matteo, Cravero, Chamot, Rambaudi (o Casiraghi), Fuser, Boksic, Winter, Signori. Non è esistita Zemanlandia che abbia ottenuto un risultato migliore: seconda in campionato a pari merito con il Parma; 63 punti, 69 gol fatti e 34 subiti. Negli anni a venire, un piazzamento simile, sarebbe valso la Champions.

 

5) «Ho apprezzato la preparazione con cui siamo arrivati in zona gol, si è faticato e abbiamo costruito tutte le occasioni a un metro dalla porta. Però sul 5 0 ci siamo distratti, è umano ma non dovrebbe capitare». (Dichiarazioni di Zeman post Lazio-Fiorentina 8-2, giocata il 5 marzo del 1995, riportate dal Corriere della Sera).

 

6) «Io non l’ ho mai scoperta, la mafia. Nel senso che non ho una definizione della mafia. Prima dovrei sapere qual è la definizione, poi potrei rispondere. Che cosa intendiamo per mafia? La Cupola, Totò Riina, Michele Greco? Sono cose che si sentono, che si leggono… Ma io penso che se uno non tocca con mano non può giudicare». Cos’ è la mafia? Un’associazione a delinquere con scopi di…? Alla provocazione Zeman replica con insistenza: «Ripeto: è normale che uno rifiuti tutte le cose violente, ma non me la sento di dare un giudizio sulla mafia. Le stragi di Capaci e via D’Amelio? Ma questa è mafia? Allora, se questa è mafia, cancello tutto e dico che la mafia è una cosa bruttissima, gravissima e così via. Ma io non sono convinto che quella sia mafia». (dicembre ’94, intervista rilasciata al settimanale “Sette” del Corriere della Sera).

 

7) Roma Caput Provincia. «Se un giorno segni due gol diventi Pele’. Al contrario, se non vinci per un mese, diventi il più scarso del mondo. E strano che, con tanti anni di storia alle spalle, Roma abbia questa mentalità»

 

8) Gascoigne e il rientro post infortunio nella primavera del ’95. «Vi chiedete come ho fatto a dimagrire tanto? Se conosceste i metodi di Zeman, la durezza dei suoi allenamenti, non vi chiedereste una cosa del genere». 

“L’ inglese infatti quasi certamente sarà in campo domenica prossima contro la Reggiana ad un anno di distanza dal grave infortunio alla gamba destra. Zeman non lo ha detto apertamente, ma lo ha lasciato intendere. «Sicuramente non giochera’ in porta, perche’ abbiamo già un buon portiere» (aprile ’95).

 

9) Marco Cassetti, uno dei difensori più sottovalutati dal calcio italiano, ora svincolato. A Lecce, stagione 2004-05, Zeman lo sposta contro il suo volere da esterno a terzino. Il giocatore piega la testa, fa la migliore stagione della sua vita, raggiunge la Nazionale. L’anno dopo verrà tesserato dalla Roma.

 

10) Oberdan Biagioni, ex centrocampista del Foggia, nel campionato 1992-93, 24 presenze e 5 gol.

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La corrente anti-Maradona degli anni ’90

Maradona 90

Oggi ce l’ha con il Fisco italiano al quale deve una serpentina a tutto campo di milioni di euro. Ieri, con il colonialismo, gli arbitri, l’Inghilterra e gli Usa, la Fifa, Joao Havelange. Maradona spacca da sempre i sentimenti di addetti ai lavori e appassionati di calcio ed è inevitabile se da personaggio pubblico non ha mai fatto mistero delle sue idee politiche, sociali e calcistiche. Sentimentalmente il numero 10 non lascia zone di compromesso grigie e non le colorerà mai. L’amore per Maradona non ha segreti, la corrente dell’antimaradonismo invece qualche buco nero lo presenta e inizia negli anni Novanta, conseguente – letteralmente – ad un colpo di mano. Ai Mondiali messicani dell”86 con la patata bollente politica e diplomatica tra Inghilterra e Argentina per le isole Malvinas, Diego riscatta simbolicamente il suo popolo sconfiggendo da solo i britannici e con lo storico gol di mano che beffa il portiere inglese Peter Shilton ma soprattutto l’arbitro tunisino, Ali Bennaceur: un’azione troppo veloce da poter – o voler – vedere e sanzionare. Poco importa se la seconda rete di Diego, quella che diventerà il gol del secolo, legittimerà la vittoria dell’Albiceleste: per tutti gli anni a venire si parlerà del primo irregolare centro. Come se non bastassero le polemiche fisiologiche di un post gara di questo tipo, Maradona mette i toni e il clima sui carboni roventi: “Il primo gol? L’ho segnato un po’ con la testa di Maradona e un po’ con la mano di Dio”. Il Mondiale in Messico si chiuderà allo stadio Atzeca con la vittoria dell’Argentina per 3 a 2 contro la Germania Ovest. Nessuna delle due compagini immaginerà che quattro anni più tardi si ritroveranno in finale ai danni dell’Italia, paese nel quale Maradona si consacra uno dei miglior giocatori che abbiano mai arroventato un campo di calcio, riscattando stavolta Napoli, per una volta non più conosciuta solo per il leitmotiv italiano “camorra-pizza-mandolino”.
Gli eventi attorno a Diego prendono a girare vorticosamente. Il fantasista si fa ben presto strumento di propaganda non solo sportiva ma anche politica e sociale. Intanto, in occasione dei sorteggi per i gironi di Italia ’90, Maradona spara la prima cartuccia contro l’allora presidente della Fifa Havelange, reo di “favorire l’Italia e sfavorire l’Argentina”. Il giocatore non farà mai mistero di questa sorta di corrente che, a suo parere, vuol portare a tutti i costi la Nazionale di Azeglio Vicini a raggiungere la finale e vincerla (magari contro la Germania). A competizione iniziata, l’Argentina allunga la sua coda di antipatie e odio quando nella seconda gara del girone contro l’ultima Urss della storia, un fallo di mano di Maradona non verrà sanzionato dall’arbitro con il rigore, anticipando così il declino della squadra di Lobanovskyj . Non è passato nemmeno un anno dalla caduta del Muro, ma Diego rende più amare le lacrime dei nostalgici dell’ormai ex potenza calcistica. Il sentimento anti Albiceleste si acuisce per poi rivoltarsi come un calzino nella semifinale del San Paolo tra Italia e Argentina. Maradona, approfittando di quella che ormai è casa sua, rompe le reni a quella che per lui è solo ruffianeria dell’Italia nel raccogliere la spinta della città partenopea funzionale a raggiungere le finali: “Solo adesso che ne hanno bisogno gli italiani si ricordano dei napoletani”, dirà il numero 10. Una granata che spaccherà il San Paolo a metà. Caniggia, invece, si occuperà di bucare la porta difesa da Zenga e riportare sull’1 a 1 il risultato della gara. Rigori nefasti per gli azzurri che lasciano accedere alla finale l’Argentina. Maradona inizia a sentire le pressioni e si porta sulle spalle strette il peso di una sorta di colpa da scontare, anzi due: la mano de Dios e l’aver stracciato il sogno italiano di vincere la Coppa in casa propria. Nella finale dell’Olimpico il clima è pro Germania e Diego non nasconde sotto i fischi il suo rabbioso “Hijos de putas, hijios de puta”. Generoso e discutibile il rigore concesso alla Germania e trasformato da Brehme, decisivo ai fini della vittoria tedesca. L’arbitro dell’incontro è messicano Edgardo Codesal, figlio d’arte – poiché il padre uruguaiano Josè Maria è stato anch’egli un direttore di gara – genero di Javier Arriaga membro arbitrale della Fifa. Nemmeno a qualche anno di distanza dalla finale di Roma, Maradona le manda a dire: “Quando li eliminanno dai mondiali, gli italiani dovettero ingoiare il più grande rospo della loro storia. Questo perchè Matarrese, un altro mafioso, da presidente della federazione italiana aveva già concordato la finale tra Italia e Germania. Fu allora che successe quello che successe: accusarono di doping prima me e dopo anche Caniggia, però dopo nessun altro. Nel calcio italiano, a parte Maradona e Caniggia, nessuno ha mai preso nemmeno un’aspirina”.
Sempre a suo dire, fu il doping lo strumento col quale la Fifa lo punì e tagliò dai campi di calcio. La partecipazione a Usa ’94, Maradona la racconta come un complotto, motivato anche dal fatto che in un clima glaciale col quale gli americani accolsero la competizione, serviva un personaggio potente come lui per scaldare l’atmosfera. La tesi complottistica fu poi confermata da Caniggia nel 2009: “Quattro mesi prima dei mondiali, gli organizzatori chiamarono Diego e gli dissero che avevano bisogno di lui. Diego era perplesso perchè il tempo a disposizione era troppo poco e non voleva fare una figuraccia davanti agli occhi del mondo, allora gli fecero capire che avrebbe potuto aiutarsi in qualunque modo, contando poi sul fatto non lo avrebbero controllato”. Dopo la vittoria per 4 a 0, Maradona risultò positivo all’efedrina, sostanza notoriamente usata per dimagrire, ma non fu squalificato prima della gara immediatamente successiva con la Nigeria, bensì con quella contro la Bulgaria, la cui partecipazione avrebbe permesso a Maradona di raggiungere il record di presenze alle competizioni mondiali. E’ qui che inizia il declino della carriera del giocatore e forse anche quella dell’uomo. La corrente antimaradoniana non si è mai spenta ma va a corrente alternata, al contrario di quella d’amore incondizionato. Colui che si è sempre eretto a difesa delle classi più deboli, subì un ribaltone della sua immagine, scomodando la feroce critica di Indro Montanelli su Il Giornale: “La gente comune, costretta a fare i salti mortali per poter mangiare, non sopporta i Maradona, non sopporta i modi dei nuovi ricchi, le loro feste miliardarie, il loro circo ambulante, i loro capricci da padroni del mondo che devono ancora scrollarsi di dosso la polvere dei quartieri dove fino a poco fa soffrivano la fame”.

Marlboro, soffitti viola, la porta e Bonimba al volo

bonisegna

“Ho visto Altobelli, Rummenigge, Ronaldo, Vieri, Eto’o e Milito ma sbiadiscono nel ricordo del grande Bobo Bonimba”. E’ un commento su youtube, caricato assieme ad un video con una breve raccolta dei gol migliori di Roberto Boninsegna. Ognuno porta nel cuore una prima punta, a spregio di quello che ha sempre sostenuto Pep Guardiola quando il Barcellona iniziò a fare sfracelli con il suo gioco nuovo, sfiancante nei nervi e vincente: “Non abbiamo un centravanti, perché il nostro centravanti è lo spazio”. Una concezione asettica, che scava un vuoto di romanticismo in quello che è forse uno dei ruoli più sentimentali nel gioco del pallone. Boninsegna è l’attaccante che passò la palla a Rivera per il gol del 4 a 3 contro la Germania e – come se non bastasse un pezzo di storia costruito dentro il monumentale “Atzeca” – è diventato icona della nostalgia del calcio ancora in bianconero, nel film “Radiofreccia” – “credo nelle rovesciate di Bonimba” – vero atto di fede.
Nel 2000 Roberto Vecchioni ha dedicato alla punta un omaggio che profuma di sigarette e di chiuso, ma anche di spazi aperti, frusciare del vento, nuvole di malinconia.

Lui si volta e fa appena in tempo a vedere il pacchetto di Marlboro che sta arrivando, forse non lo vede neppure, non sa nemmeno cosa sia, né l’imbecille che glielo ha tirato addosso, però lo sente, e in un angolo primordiale della mente intuisce la sfida: si avvita, alza il piede sinistro, colpisce di collo pieno e impatta lo specchio della Rosina che è la più grande cuoca con le più grandi tette di tutta la provincia di Mantova.Dal tavolo d’angolo, quello che guarda fiume, ponte e strada, caccio un urlo da stadio, gli amici cominciano una ola. Il locale è piccolo, basso, ma all’improvviso, a un segnale, ci prendiamo tutti per mano e quella stanza non ha più pareti ma alberi, alberi infiniti, e il soffitto viola non è, ma poco ci manca, non esiste più; al posto suo c’è il cielo, quello di San Siro, di così tanti anni fa che sembra ieri e in aria i trucioli coprivano le pozzanghere e un pallone simile ad un pacchetto di Marlboro sta planando là dove Bobo ha già la gamba a mezz’aria, perchè o si tira subito o mai, e un attimo dopo non è uno specchio ma una rete a subire l’offesa o la conquista o il gesto d’amore, chiamatelo come volete.
Boninsegna. Ci sono stati, ci sono giocatori belli, innamorati di sé come città di mare aperte al segno di colline degradanti: veroniche infinite ne accompagnano la presenza; stop aerei lenti e circolari come l’andare e il venire dell’onda. Ci sono giocatori imprendibili, elittici, come città di fiume: serpeggianti al pari delle anse improvvise e fini al palleggio; abili nel far sparire e comparire un coniglio rotondo da sotto un ponte, da una riva o da un’altra. Ci sono giocatori come montagne toste, chè al paese lassù ci vai tu a piedi; ed altri di ghiaccio o neve sottile, trine e merletti, miracoli di calli imprevedibili, piccole Venezie sghimbesce e fascinanti. E poi c’è il giocatore. Non c’è bellezza nel suo gesto, né armonia, né musica: non lo sfaccio da biliardo che divina i centimetri o la finta aurea che prevede e precede la figura di merda dello stopper: sta di fatto che lo stopper la faceva comunque. Geometria, balistica, calcolo anticipato gli erano del tutto sconosciuti; non di danza possedeva il passo, né larghi ritmi elegiaci suggerivano le corse, gli scatti, ma un miracolo d’istinti, la sublimazione del pressappoco, un’elementarità elevata ad arte, e rabbia da buono, bontà da canaglia, dove ogni giocata era metafora della vita e far la prima cosa che viene in mente o che passa per il cuore è assomigliare al primo uomo, al primo sport, alla prima volta perchè tutti son capaci bene o male di ragionarci su, uno solo aveva il coraggio di precedere il pensiero: Roberto Boninsegna.
L’ho visto tentarci da destra e da sinistra, di testa in tuffo e di tuffo in testa, d’anca e di caviglia, in rovesciata e girata, di punta, di sfriso, di petto, soffiando sulla palla, pregando da terra che entrasse, bestemmiando altri dei che i suoi li lasciava stare: l’ho visto segnare con le mutande a pezzi e col numero rovesciato sulla schiena, coi denti nella spalla dello stopper e con lo stopper sui denti, da sotto il fango, in cielo, perfino a testa in giù: di certo credo non mirava mai, non gliene fregava un fico di angolini, effetti, foglie morte: dove prendo, prendo e ci prendeva sempre.
E’ ovvio che esagero. Aveva classe. Non si segnano tutti quei gol se non se ne ha. Non si fanno cinquanta metri di campo con un’orda di tedeschi alle spalle, per dare a Rivera la palla di quel famoso 4-3 se non si è più che grandi. Ma la sua grandezza era niente in confronto all’istinto, alla faccia tosta, alla spavalderia; aveva un patto col destino, stava simpatico al destino.
Il soffitto è tornato viola, gli alberi sono spariti. Il cielo poi non si vede neanche all’aperto. Bobo ha infilato il cappotto, abbraccia una dolcissima moglie. Ho nostalgia di lui, come delle osterie fuori porta di Guccini e delle pastrugnate sui sedili posteriori.
Ci sono cose che sai dove sono e sempre lì le vorresti. Ci son cose che trovi a occhi chiusi come la pelle di una ragazza o le lacrime di un addio. Bobo è di questo genere. Esce di spalle salutando e non deve nemmeno guardare. Anche lui sa, ha sempre saputo dov’è la porta.

Dalla raccolta “Io&lui”, allegata al Guerin Sportivo numero 52 (dicembre 2000)

Il calciomercato nullo, gli anni Ottanta e Samuel Beckett

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Compraci un campione. Non era una richiesta, nemmeno un’esigenza. Era una preghiera, stamani, la scritta spray a Formello, colore rosso, l’urgenza cromatica per eccellenza ma anche del segnale di pericolo dell’ennesima sessione di calciomercato, dove il gong suona spesso come una campana a morto per le illusioni fin qui cucite sulle aspettative. Un vestito bellissimo, che tira un po’ al collo ma sta bene. Certo: non è il tuo e allora si strappa al primo ostacolo dove s’impiglia la stoffa o rimane macchiato dopo qualche goccia di pioggia lieve e settembrina.
Oggi, invece, era una giornata di sole pieno, a momenti un po’ coperto, tanto che al tramonto, pure i cirri sembravano prendere in giro i tuoi desideri, perchè vedevi le nuvolette rosa e ti veniva pure da chiederti se il karma ce l’aveva con te e se magari ti si palesava sullo schermo dello smartphone mentre aggiornavi quella maledetta applicazione con le ultime notizie di calciomercato.
Non mi vergogno di aver creduto al trasferimento di Yilmaz, di averlo caricato di sentimenti nemmeno troppo velati, di ricordi e di nostalgia dei momenti che avrebbe potuto farci vivere ma non bruceranno mai. Ci ho visto Vieri negli occhi, nelle esultanze, nella stazza, nella potenza, nella corsa, forse ce l’ho visto anche nei modi: il colpo a sorpresa, io che quella sera – come tanti – ero all’Olimpico a vedere la presentazione della Lazio. Lo speaker annunciò l’acquisto dell’attaccante dell’Atletico Madrid e sì: ci fu una sorta di contentezza ma allora era una Lazio alta, fiera e tutti avrebbero voluto venire a giocare a Roma. Tifarla aveva una sfaccettatura snob che brillava di luce propria, talvolta scottava, però i “campioni” te li aspettavi come diritto divino che arrivassero, in fondo “Undici anni de’ B” sembravano niente se nello stesso morso di tempo la tua squadra vince più trofei che in tutta la sua storia. Pareva possibile tutto, al contrario della preghiera di questa mattina a Formello. Poteva essere possibile qualunque cosa un po’ come alla fine degli anni ’80 quando la Lazio stava a pezzi ma l’Italia rimaneva incollata alle sue di illusioni che ci facevamo andar bene tutto in nome di un benessere dalle potenzialità infinite e ci permettevamo pure di provare nostalgia per il decennio precedente bolla di niente, con Raf a Sanremo che cantava una disperazione di plastica: “E i sentimenti che senti tu se ne andranno come spray”.
Chissà se la dirigenza ha battuto ciglio davanti a quella preghiera, chissà se ha pensato al day after, quelle ventiquattrore di isterismo dopo il gong, di pianti asciutti, della paura di trovarsi un altro hobby che la domenica o il sabato faccia meno male. Poi però, senza Lazio, come fai a resistere? E allora sta bene l’entrata in scena di una chiosa di Samuel Beckett: “Non posso continuare, devo continuare”. Continuerò. E’ l’epilogo dei “Testi per Nulla”, lo scrittore è morto nel 1989, pochi mesi prima dei Novanta quando “undici anni de’ B” facevano ancora male.

L’altra faccia dell’amore per il pallone

Ira calcio

Phil Woosnam, è stato un ex giocatore e allenatore gallese, che alle nostre latitudini è passato alla storia per una sola “ignorante” citazione:

“Le regole del calcio sono davvero semplici: se si muove, dagli un calcio; se invece non si muove, prendilo a calci finché non lo fa”

Andando al di là dello spot della Tim – Il calcio è di chi lo ama – del perbenismo e dell’etica sportiva, c’è stata di recente una conversazione con un amico che mi ha fatto riflettere sul rovescio della medaglia della passione per il pallone, a campionati ormai prossimi alla partenza:

“(…) Io, visto che sono sportivo, spero si faccia male Tizio. Così, per sicurezza”

“No, ma che ti frega?! Lunga tibia a Tizio”

“No. Il gol che ci ha fatto l’anno scorso, lo deve pagare. Io non dimentico”

“Ok, ok, ma alla fine che ti cambia?”

“Guarda che è l’odio che muove il calcio. Il non fair play. Questo è, sennò il pallone muore”.

Ti amo da morire

rosaria-aprea

Occhi allungati, viso dolce, ciglia lunghe. Rosaria Aprea vive in provincia di Caserta ed è bella. Una bellezza oggettiva di quelle che ti soffermi a studiarne la femminilità fatta appena donna, dentro i suoi 20 anni. Di lei si trovano molte immagini con la corona di “miss”, l’espressione di un palco sotto ai piedi, qualche sfilata, la voglia di una puntatina in tv, come le altre, quelle già affermate, le coetanee che magari non hanno già un figlio di un anno, non stanno con un fidanzato che toglie l’anima con le botte. Quella è rimasta ma l’ultima volta, qualche giorno fa, le è stata sottratta la milza, operata, dopo che lui le aveva fatto perdere prima la coscienza a forza di calci nello stomaco. Il motivo? Gelosia, forse. Sta di fatto che il fidanzato è accusato di tentato omicidio.
Rosaria col dolore fisico, inizia a raccontare ai quotidiani che no, stavolta non lo può perdonare perchè mica è la prima che la prende a pugni, è l’ennesima, ma mai era arrivato a tanto, tipo lasciarla mezza agonizzante sulle piastrelle gelate. Poi, col malessere esteriore che passa, dice di essere tornata lucida e di capire che lui non può stare in gattabuia, che le si stringe il cuore, quello che ora, senza milza, farà scorrere sangue con meno globuli rossi, meno ossigeno dentro, la concezione di normalità e anormalità rivoltate come un guanto. Di ferro.
Potrebbe avere il fidanzato più dolce del mondo, Rosaria, perchè è bella, la vita già succhiata forte, i lividi, gli insulti sprecati e senza senso. Accanto a sè potrebbe avere un uomo che la ama ma non lo vuole perchè vuoi mettere far crollare quel castello di carte di mondo normale, accettato a fatica ma che è diventato così routine che ci sta anche che il fidanzato ti spezzi le cartilagini quando s’incazza?
E ci si chiede cosa spinge una donna a sopportare questo, a mettere insieme i semi se poi arriva un uomo che ti prende a calci i cuori e le carte franano tutte.
Il meccanismo è perverso quanto semplice e si innesca alla prima ferita verbale, prima ancora che fisica, spesso sono combinate. Lo spirito di sopravvivenza indica che il corpo e la testa si devono difendere dagli attacchi, che se una persona fa del male, si deve reagire e non sopportare. Un calcio alle gambe da chi ostenta amore e scatta il perdono, sa che non si fa perchè convenzionalmente e moralmente scorretto, ma si fa perchè si ama. Un paravento e la vergogna addosso per non essersi comportate come lo spirito di conservazione vorrebbe. Poi lui si fa perdonare e allora “scusa amore” per gli ematomi, il setto nasale che sanguina, quella botta al gomito. Il giro ricomincia: lui mena, lei perdona con la vergogna di quella che, se presa a botte, non reagisce. Il cerchio perverso si completa con la creazione nella mente femminile di un mondo parallelo, l’unico luogo legittimo dove amore è anche quello che fa male, che ferisce, che avvelena e poi diventa miele e balsamo per le ferite. Si forma una dipendenza, per entrambe le parti. Relazioni così possono andare avanti per anni, passare sotto silenzio, finire in omicidio. In certi casi, la coppia si lascia. Lui senza redenzione, lei incapace di amare perchè i sentimenti non sono solo spontanei, seguono una maturazione e una presa di coscienza solo grazie all’esperienza positiva e non dominata dal terrore. Le donne che amano troppo, sono quelle che non hanno mai amato. Il prossimo partner è quello che per primo sperimenterà quanto sarà difficile avere a che fare con la vittima di una relazione malata. Ed è lì che serve il vero amore incondizionato, quello che – temporaneamente o permanentemente – è unilaterale.