Zemanlandia al Colosseo, l’ultimo sorriso a Torino e a Gascoigne

C’erano ancora Gascoigne e i suoi problemi di alcolismo. C’era un difensore, Alessandro Nesta, che sarebbe diventato imperatore. E c’era pure Marco Di Vaio. La storia curiosa di uno svizzero che ora allena il Chelsea, un croato scorbutico dai piedi quasi di gesso, un tagliagole argentino in difesa.
C’era la Juventus di Vialli e Ravanelli, i primi – forse – a capire chi sarebbe diventato Alessandro Del Piero, quello che poi con la società Agnelli ha rotto definitivamente. Chissà da lassù che avrà pensato Gianni, quando il suo pittore preferito ha tagliato i rapporti con Torino ed è andato a fare il Pinturicchio altrove.
Quella Juventus vinse lo scudetto a mani basse e divenne la fonte originale e piena di peccato di quei nuovi veleni della Serie A che ancora il campionato italiano si porta appresso, martoriato da calciopoli, calcioscommesse, scandalo passaporti falsi ed altri numerosi eccetera. Dietro, la Lazio di Zdenek Zeman che ancora poteva fumare in panchina e che si conquistò un bottino di 63 punti ottenuto segnando 69 gol, subendone 34, varie scatole di maalox, flebo di caffè Borghetti per digerire le beffe, tanta pazienza, una fede incrollabile.
Zemanlandia funzionava anche nella città del Colosseo e la stagione 1994-95 fu quella dove le giostre davano le vertigini. Magari vomitavi e ti sentivi un po’ come dentro la canzone di Vasco Rossi “Stupendo” oppure – meglio – ti chiedevi “Cosa succede in città”. Pazienza se c’era qualcosa che non andava perchè era ancora il tempo delle utopie, del bel gioco che avrebbe portato solo risultati e trofei, della coerenza come un dogma, delle urla al “piccolo” Nesta, chè la difesa andava tenuta più alta, praticamente a centrocampo, anche se vincevi 2 a 0. Non esisteva ancora il totem del calcio pulito, quello sarebbe venuto qualche anno dopo.
“Il 4-3-3? Non esiste giocatore che non lo può fare” diceva Zeman sapendo che a metà degli anni Novanta ogni Capodanno si festeggiava in modo più eccitato perchè dal Duemila si pretendeva l’impossibile, altro che l’atleta universale da calcio spettacolo.
“E’ geometria, il modo migliore per coprire gli spazi” istruiva il tecnico boemo e inoltre – come riportato su www.zeman.org “i movimenti difensivi del 4-3-3 consistono nel pressare la palla e nel coprire gli spazi. I difensori sono quattro, schierati seguendo il profilo di una mezzaluna, ma i due esterni sono molto più inclini alla fase offensiva che a quella difensiva. Dei centrocampisti, il centrale è il fulcro di tutta la manovra, mentre i due laterali macinano chilometri per tamponare il gioco avversario, ma soprattutto per creare superiorità numerica sulle fasce, collaborando con il terzino e con l’attaccante. I giocatori del tridente offensivo devono essere veloci e tecnici (…) non esiste un unico finalizzatore, il quale dipende dalla situazione che si viene a creare sul campo, senza per questo dimenticarsi di tornare a coprire a centrocampo quando la sfera è in mano all’avversario”. Semplice no? Spettacolare si diceva invece quando il rispetto del culto dei gradoni faceva impazzire Cravero nei ritiri estivi che poi assieme a Bacci, Signori, Casiraghi e Boksic, si distraeva da quel maledetto campo giocando a briscola.
Gascoigne spese tutti quei mesi a cercare di dimagrire e rispondeva piccato a chi gli domandava lumi sul miracolo dei suoi 72 chili di peso: “Vi chiedete come ho fatto a dimagrire tanto? Se conosceste i metodi di Zeman, la durezza dei suoi allenamenti, non vi chiedereste una cosa del genere”. D’altronde, per il mister: “Gascoigne è un atleta come tutti gli altri”, uno degli infiniti giocatori in grado di adattarsi al 4-3-3, lui, Gazza, che male si era calato pure nella vita.
L’ultima giornata di campionato a Roma col Brescia, arrivò un risultato mogio, mogio per gli standard stagionali: un 1 a 0 che però valse il secondo posto. Dalla Curva era tutta la partita che veniva intonato il coro “volemo er secondo posto” sulle note di “guantanamera”, è sì che in quell’anno esplose la moda dei balli latino americani.
Tutti si ricordano il 7 a 1 al Foggia o l’8 a 2 alla Fiorentina, ma quell’anno, alla 30esima giornata che cadde il 7 maggio ’95, Zeman battè la Juventus a Torino per 3 a 0, con le reti di Di Matteo, Boksic e Venturin. Per la squadra di Lippi fu la classica giornata di porta stregata, perchè Marchegiani pareva Cudicini e il pallone non passava mai. E’ questa l’unica volta in cui Zeman sconfisse la Juventus a Torino e, prima della partita, esiste una foto dove prima di sedersi in panchina, il mister cerca di non ridere a ciò che gli dice di fianco un Gascoigne improbabile sia nel vestiario che come calciatore. Ci sta che anche quella sia stata l’unica e ultima volta in cui Zeman ha riso.

Inzaghi in panchina, l’ultimo Pirlo e la generazione perduta

Nella sua prima partita ufficiale da allenatore degli Allievi, il Milan di Filippo Inzaghi vince per 5 a 1 contro il Bologna. La retorica dietro il calcio d’angolo, impone di dire che questa squadra presa in mano dopo una decisione sofferta, somigli al suo allenatore. Come se non bastasse, le dichiarazioni a fine gara hanno addolcito ulteriormente la mancata metamorfosi da giocatore a tecnico: “Mi spiace solo dover fare delle scelte – ha detto Inzaghi – oggi ho fatto entrare tutta la panchina, ma ho pensato anche ai cinque ragazzi che ho mandato in tribuna. Con me troveranno spazio tutti, perché è giusto così”. Detto da chi di spazi se ne intende, soprattutto se sono stretti, se permettono al massimo un giro di 180 gradi, se sono contaminati, se sono quasi bui, rappresenta una certezza per quei ragazzi che la partita se la sono vista in tribuna con la tuta ufficiale.
Secondo un mister di nome e di fatto, Alex Ferguson, Inzaghi dovrebbe essere nato in fuorigioco. Su quell’equilibrio precario, spesso come una linea d’inchiostro di una stilografica, l’ex attaccante ci ha costruito una carriera, una fenomenologia, ha rinverdito i fasti della punta italiana classica non eccelsa fisicamente, ma sempre davanti alla porta con un tempismo disumano, quasi d’automa.
Al momento non c’è un erede d’Inzaghi, non esiste un attaccante che abbia esattamente quelle caratteristiche e chissà per quanti anni va aspettato, se mai ne nascerà un altro. Non eravamo pronti a vederlo in panchina come allenatore. Non eravamo pronti a vedere Nesta e Di Vaio giocare in Canada, non eravamo pronti a Del Piero farsi tesserare in Australia. E’ troppo lontana, è un qualcosa di calcisticamente asettico rispetto alla febbre italiana, a confronto di un calciomercato sempre più povero, ad un Fulham che si fa preferire a Fiorentina o Juventus. Calciatori prodotti dai nostri vivai e nati negli anni Settanta, vissuti come poster attaccati in camera per noi bambini o adolescenti negli anni Novanta, gli stessi che da adulti hanno addosso l’etichetta di “generazione perduta”, un buco nero nel quale sono cadute le aspettative di lavoro o di lavoro equamente remunerato, sognando da grandi di diventare come Inzaghi o Del Piero. La generazione perduta che metteva da parte i soldi per l’abbonamento allo stadio si chiede ora se ne valga la pena se un nuovo Nesta o il prossimo Totti non ci sono. Quando anche Pirlo si farà allungare la barba da brigatista anni Settanta, lui che è nato nel ’79, avremo pure nostalgia di chi la carriera l’ha costruita da geometra ma dentro un campo da calcio, perchè se c’è una cosa che gli anni Duemila hanno insegnato, è stata la teoria che la fantasia sia un concetto sopravvalutato. Eppure Inzaghi, Nesta, Totti, Del Piero, Pirlo, sono stati grandi ognuno a modo suo, sfruttando la dote migliore che la Natura gli aveva donato. A noi, generazione perduta, il talento non basta.