Partite truccate, 20 cose da sapere sul mondo criminale del calcioscommesse

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Qualcuno truccò la partita del secolo. Tanto per cambiare, la versione italiana del titolo del libro di Brett Forrest non c’entra nulla con l’originale – “The big fix” – testo nel quale il reporter americano di Espn The Magazine ha indagato sul mondo criminale delle scommesse e delle partite truccate. Quello che all’inizio era un reportage si è poi trasformato in un volume dove il giornalista segue passo passo le indagini dell’agente dell’Interpol, poi inserito all’interno della Fifa, Chris Eaton, e si avvale delle confessioni di Wilson Perumal, testimone chiave dello scandalo del calcioscommesse mondiale, quello che portò all’inchiesta “Last Bet” nel 2011.

In “The bix fix” Forrest presenta i numeri di un affare tanto sporco, quanto da vertigini, che non investe solo i paesi asiatici ma tutti i continenti e non solo i campionati di categorie minori. Di seguito alcune curiosità e cifre.

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1 – Non solo pallone, ma il calcio incide sul 70% circa del mercato internazionale delle scommesse sportive. L’Interpol dichiara che ogni anno si spende in calcioscommesse oltre un miliardo di dollari.

2 – Le indagini della polizia hanno coinvolto più di sessanta paesi, cioè un terzo del pianeta: il gioco più popolare del mondo, il calcio, è anche il più corrotto.

3 – A Hong Kong la popolazione locale destina al gioco d’azzardo una cifra il doppio e mezzo superiore a quella spesa dai britannici. “L’Asia non è il centro dell’Universo, è l’Universo”, dice Forrest.

4 – A Singapore i bookmakers accettano scommesse anche sulle partite dei tornei aziendali.

5 – Negli anni ’90 Rajendran Kurasamy era il re delle partite truccate, nell’epoca pre web. Entrava nel torneo della “Malaysia Cup” come il presidente fondatore, cosa che in realtà, decidendo i vincitori e chi scendeva in campo. Si avvaleva di cellulari pesanti di prima fabbricazione. Al torneo si arrivava anche a puntate di 100mila dollari.

6 – Come e quanto ha influito l’avvento di internet sul match fixing? Basta la testimonianza di un allibratore inglese anonimo, dell’azienda Ladbrokes: “Nel 1995 se il centrocampista del Manchester United si rompeva una gamba, lo venivano a sapere cinque persone in tutto: la moglie, il padre, il coach, il preparatore e io. Ora se un giocatore insignificante di un club sconosciuto ha un minino infortunio ci puntano sopra 10 milioni di dollari a Macao”.

7 – Secondo Chris Eaton i bookmaker asiatici hanno un giro di affari di due miliardi di dollari la settimana. Se questo giro fosse paragonabile ad un’azienda, sarebbe grande la Coca Cola “ma non produce niente: solo carta”, dice l’agente dell’Interpol

8 – Metodologia per truccare una partita e corrompere i giocatori. Secondo Perumal pagare centrocampisti e attaccanti era perdere denaro: i giocatori andavano pagati per perdere, non per segnare e nemmeno per vincere. Ci sono poi tutta una serie di attività collaterali per farsi un giocatore di fiducia: costruirci una falsa amicizia, soffiarlo alla concorrenza pagandolo di più, servirsi di donne per incastrare gli avversari, farlo crescere e poi farlo trasferire in un club sotto il proprio controllo. Secondo un altro coinvolto nell’indagine, Danny Jay Prakesh, i calciatori più facili da corrompere sono quelli africani e centroamericani, anche se giocano in Europa.

9 – L’arbitro più fedele di Perumal, Ibrahim Chaibou, ai tempi della pubblicazione del libro non ancora sanzionato, pare abbia raccolto 500mila dollari nel corso del loro rapporto: “E ora vive felice in Niger con le sue quattro mogli” sostiene Wilson. Non a caso il direttore di gara è passato alla storia come l’arbitro più corrotto di tutti i tempi.

10 – Nell’ultimo decennio la polizia turca ha arrestato quasi cento calciatori mentre la Federazione (la TFF) ha escluso il Fenerbahche dalla Champions, insospettita dalle 18 vittorie nelle ultime 19 partite che le hanno permesso di vincere il titolo nazionale.

11 – La federcalcio dello Zimbawe ha escluso 80 giocatori per sospetto coinvolgimento di partite truccate.

12 – Lu Jun, il primo arbitro cinese a dirigere una partita dei Mondiali, è stato in carcere cinque anni e mezzo per aver preso tangenti, pari ad un totale di 128mila euro. Non a caso era soprannominato “fischietto d’oro”.

13 – In Corea del Sud, 57 persone sono accusate di match fixing e piuttosto che affrontare la pubblica onta, due giocatori si sono suicidati.

14 – La polizia tedesca è entrata in possesso di intercettazioni telefoniche di malavitosi croati che combinavano partite in Canada.

15 – La Cambogia ha manipolato due partite contro il Laos, valevoli per le qualificazioni ai Mondiali del 2014.

16 – La Macedonia è talmente corrotta che sono pochi i bookmakers che accettano scommesse sulle gare del campionato nazionale.

17 – Il primo ministro del Belize ha disposto un’indagine per match fixing contro il capo dell’associazione di calcio nazionale.

18 – Il 3 novembre del 1997 il West Ham pareggiò col Crystal Palace al 65′ e d’improvviso le luci si spensero. Accadde anche in Wimbledon-Arsenal il mese seguente. Una banda sino malese aveva pagato i tecnici perché staccassero l’illuminazione quando il match aveva raggiunto il risultato desiderato.

19 – Il 4 febbraio del 2013 a L’Aia, in Olanda, il direttore dell’Europol, Rob Wainwright spiegò in conferenza stampa i risultati dell’operazione VETO, un’indagine durata diciotto mesi sul match fixing in Europa. Furono scoperte 400 partite truccate in 15 Paesi, coinvolti 425 tra giocatori, arbitri, dirigenti e criminali. Segnalò inoltre attività sospette in Africa, Asia, Centro e Sud America, Germania, Turchia e Svizzera.

20 – Nell’arresto che ha fatto partire le indagini, Wilson Perumal spiegò alla polizia finlandese che l’organizzazione era strutturata come una società. Al vertice il capo, un singaporiano che decide quali partite truccare, quanto pagare per le tangenti, dove inviare corrieri e agenti e dove piazzare le scommesse che avvengono principalmente in Cina. Sotto il capo ci sono sei azionisti provenienti da Bulgaria, Slovenia (2), Croazia, Ungheria e Singapore. Le vincite sono trasferite a Singapore dalla Cina tramite agenti. Gli azionisti ricevono percentuali sulle vincite anche se non sono direttamente coinvolti. 

Nel libro di Forrest il dito rimane puntato anche sulla Fifa, la quale non ha mai fatto davvero abbastanza per il match fixing, ponendo l’accento sulla sua ambiguità. “La Fifa è registrata in Svizzera come ente benefico ma con il suo utile di un miliardo di dollari, i contratti televisivi e di sponsorizzazione, non agisce come una normale organizzazione no-profit. Non si comporta nemmeno come un’azienda moderna con controlli e bilanci. Si trova invece in una sorta di limbo e per alcuni funzionari va bene così, visto che l’ambiguità agevola i profitti”. 

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Champions, statistiche e curiosità su Real-Juve, l’infografica

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Tutti i numeri di Real e Juventus che si affrontano stasera nel ritorno della semifinale di Champions.
Interessante il numero delle finali giocate e perse delle due compagini, il fatto che stasera saranno in campo tre giocatori che nell’edizione del 2008, vinta dal Manchester United, erano compagni di squadra. E poi c’è Ancelotti che insegue un record: quello di primo tecnico della storia a vincere quattro volte la competizione.
 Semifinale Champions League, Juventus e Real Madrid le statistiche, i numeri e curiosita
Immagine gentilmente concessa da: Gazzabet.it

Obilic FK, la vendetta di Arkan contro la Stella Rossa

Obilic supporter

Sono passati quindici anni dall’assassinio di Zeljko Raznatovic, per il mondo Arkan, “signore” del conflitto jugoslavo negli anni Novanta. Il comandante di uno degli eserciti paramilitari più sanguinari della guerra nei Balcani ha ancora il suo ritratto intatto a Belgrado, nello stadio dell’Obilic FK.

É paradossale ma nonostante i tre lustri dal suo omicidio, la presenza di Arkan è palpabile in ogni strada della capitale serba. “C’è un numero di persone convinte che sia ancora vivo da qualche parte, in giro per il mondo – scrive il reporter americano Christopher Stewart – in attesa di fare la sua rentrée, di prendersi la sua vendetta. Come mi disse una sera in un night locale un tifoso della Stella Rossa sui vent’anni: «Cazzo, Arkan è Dio»”. E poco importa se gran parte degli ultras biancorossi abbiano dato la vita per lui, reclutati e indottrinati a morire nel conflitto, in nome di un patriottismo feroce, senza tornare più se stessi.

Arkan a fine conflitto, invece, tornò. La leggenda di quello che aveva fatto in guerra aveva impregnato pure i calcinacci e i muri disintegrati della Serbia fantasma post bellica. Raznatovic era anche più ricco e forse stanco di essere solo il signore della guerra. Appassionato di calcio qual era decise di ripulire una parte del bottino di guerra nel calcio. Il primo due di picche lo prese proprio dalla sempre amata Stella Rossa. Era il 1996, l’allora presidente del club più famoso di Belgrado rifiutò l’offerta di Arkan. La tigre scelse allora di acquistare l’Obilic, l’altra squadra della capitale, e nel giro di un paio di anni non solo la portò nella massima serie ma gli fece conquistare il primo e unico titolo nazionale della sua storia. La scelta di puntare su un club originariamente così modesto era dettata da suggestioni al limite tra storia e leggenda nonchè megalomania. Obilic FK come Milos Obilic, colui che combattè nella battaglia contro il Kosovo, nella quale il popolo serbo perse contro i turchi e restò senza patria per 500 anni. Arkan, tra l’altro, si sentiva il messia, il nuovo Obilic, capace di riscattare il popolo serbo e il conflitto appena terminato ne era la prova.

(Arkan con una sorta di premio fair play consegnato al suo Obilic. Fonte sito ufficiale)

Come presidente Raznatovic non soffocò la sua natura bellica e gestì la squadra come fosse un esercito paramilitare. Scelse le divise gialle per i giocatori, gialle come le tigri, poi tappezzò il nuovo stadio “Miloš Obilić” di sue foto e dell’elenco dei suoi uomini morti in guerra. Raznatovic costruì il nuovo impianto in vetro e acciaio spendendo molti milioni di dollari e lì ubicò il suo ufficio di presidente, con vista sul campo.

“Si muoveva nel calcio come in guerra”, si sente dire ancora da queste parti su Arkan ed effettivamente di aneddoti violenti e incredibili ce ne sono da ricordare tanti riguardo la sua gestione. Le minacce ai giocatori avversari, tipo lo spaccare le rotule nel caso avessero segnato, era una prassi. Così quelle agli allenatori delle squadre che dovevano perdere contro l’Obilic. Pare che un tecnico che si rifiutò di cedere un suo giocatore ad Arkan fu ucciso e il calciatore chiuso in un portabagagli di un suv, trasportato poi di forza nella sua nuova squadra.

Neppure segnare all’Obilic era divertente perchè lo stadio brulicava di uomini vestiti in nero e poco raccomandabili nelle zone nevralgiche dello stadio. Arbitrare l’incontro era possibile solo dopo aver ascoltato i suggerimenti dei dirigenti tigrati pro Obilic intimati al malcapitato direttore di gara. E c’è anche un altro aneddoto incredibile sui metodi di Arkan: pare che negli spogliatoi degli avversari venisse immesso del gas sedativo attraverso le condutture dell’aria condizionata. Vero o meno, quella volta che la Stella Rossa giocò al “Milos”, i giocatori si vestirono con le loro divise da gioco in pullman e tra il primo e secondo tempo rimasero in campo.

Non era più un gioco, Raznatovic e quel campionato falsato misero in crisi gran parte dei giocatori serbi. Perica Ognjenovic confessò sconsolato ad una testata locale: “Questo non è calcio, questa è guerra” e lui, come tanti altri, pensava di continuare la carriera fuori dai confini nazionali.

Anche i tifosi dell’Obilic adottarono i metodi del loro massimo dirigente. Armati facevano irruzione negli spogliatoi dei propri giocatori e di quelli avversari, con minacce di morte e di aggressione fisica. È successo spesso che qualche giocatore, magari punta di diamante della rosa, divenne indisponibile senza motivazione prima del match oppure che qualcuno non scendesse in campo nei secondi tempi. Un tesserato disse chiaramente di essere stato rinchiuso in un garage dagli uomini di Arkan, forse perchè la sua prestazione fu sotto tono quel giorno.

Sì perchè se la vita era dura per gli avversari, anche per i giocatori dell’Obilic sottoposti a disciplina militare, il calcio aveva perso molto del suo lato sportivo. Non si poteva bere prima delle partite, pena la fustigazione. Arkan non accettava alcol e droghe nemmeno nelle sue tigri durante i conflitti: le sanzioni erano così dure che si rischiava di venire percossi a morte.

Perdere era inamissibile e punito. Ad esempio, al ritorno a Belgrado dopo una sconfitta, il pullman si fermò all’improvviso in mezzo alla strada. Arkan ordinò ai suoi di scendere e ripartì lasciandoli tornare a piedi a casa: la capitale serba distava almeno trenta chilometri.

La disciplina bellica funzionò almeno dal punto di vista dei risultati: l’Obilic, vincendo il campionato, riuscì nell’impresa storica di qualificarsi alla Champions.

Successivamente, fu la vedova di Arkan ad assumere la presidenza dell’Obilic, la popstar Ceca Raznatovic, tuttora massimo dirigente. Di lei, personaggio ambiguo da sempre, si dice che abbia ereditato anche alcune attività illecite di Arkan, non limitandosi solo alla squadra di calcio.

(La presidente dell’Obilic, vestita di celeste, Ceca Raznatovic, vedova di Arkan, a Belgrado, nel turno preliminare di Champions dove l’Obilic si confrontò con il Bayern Monaco e perse 4 a 0 – Getty Images)

Il sito ufficiale – www.fcobilic.co.rs – non viene aggiornato dal 2002. Questo lo staff tecnico e la squadra che vinse il campionato nella stagione 1997-98: Dragan Šarac, Darko Nović, Živojin Juškić and Aco Vasiljević; Saša Mrkić, Saša Kovačević, Saša Viciknez, Ivan Litera, Zoran Ranković, Nenad Grozdić, Saša Zorić, Marjan Živković e Goran Serafimović.

Dalla Roma alla Samp: generatore semi-automatico delle presentazioni alla stampa di Cassano

Cassano

“Cassano è una delle mie tante scommesse perse. Uno del suo talento avrebbe dovuto rompere il mondo, non le scatole”

Roberto Beccantini – Guerin Sportivo

Sette maglie in poco più di quindici anni. E che maglie: partendo da Bari, Cassano ha indossato quelle della Roma, del Real Madrid, della Sampdoria, del Milan, dell’Inter e infine del Parma. Rapporti tutti nati inizialmente sulla scia dell’entusiasmo, buoni propositi da Capodanno e poi la consunzione lenta, l’epilogo in strappi irricucibili. Da mesi senza squadra, ha lanciato oggi segnali d’amore ad un ex: il club blucerchiato. Se da Genova gli apriranno ancora la strada, una cosa è già prevista: la dichiarazione che rilascerà nell’ennesima prima conferenza. Quindi ecco un “Cassano blob” di tutte le sue presentazioni alla stampa ad ogni cambio maglia, di promesse fatte e mantenute per metà se non un terzo. E in fondo se le è cantate anche da solo: “Nella mia carriera ho fatto più danni della grandine, se avessi avuto la testa avrei giocato da solo sulla luna”. Voto 10 alla consapevolezza maturata.

Roma 2001 – «Andrò a giocare nella squadra campione d’ Italia, fra tanti fuoriclasse. Quello che era soltanto un bel sogno è diventato realtà. Non vedo l’ ora che inizi il prossimo campionato, per dimostrare tutto il mio valore. Sapete, credo che sarà più facile esprimermi fra tanti campionissimi. Con loro, la palla ti arriva anche… sull’ orecchio. A Roma, si potrà scoprire un altro Cassano. Ben diverso, dal calciatore che si è visto a Bari negli ultimi tempi. La panchina? Non può essere un problema, quando gioca gente di quel calibro. Sensi è un uomo unico. É stato sufficiente parlargli un’oretta, per capire che tratta i suoi calciatori come figli. (Capello ndr) Avrà un uomo a sua disposizione, non un ragazzino. Già, non lo deluderò. So che lui è un duro, pretende sempre il massimo impegno, in ogni momento. Ebbene, sono pronto ad affrontare l’esame più severo, ma senza dubbio anche il più suggestivo della mia vita».

Real Madrid 2006 – «Voglio far tacere tutti coloro che in questi anni mi hanno massacrato. Sono venuto a Madrid per voltare pagina, per crescere, per maturare. Dell’esperienza romana preferisco non parlare. Da oggi per me conta solo il Real. Ho realizzato un sogno. Sono andato via dalla Capitale perché era ora di cambiare aria. A Roma mi sono trovato bene all’inizio, il periodo migliore è stato il triennio vissuto con Capello, quello peggiore gli ultimi diciotto mesi. Nei primi anni mi sono sentito molto amato dalla gente, poi il rapporto è cambiato. Io ho commesso i miei errori, ma qualcuno ha sbagliato più del sottoscritto, eppure le colpe erano sempre le mie. Mi hanno dato del mercenario: ma io per venire a Madrid ho rinunciato a molti soldi. Giocare nel Real è il primo mattone. I prossimi traguardi sono il Mondiale e il Pallone d’ oro. Dicevano che nessuna squadra mi voleva, che le voci di mercato sul mio conto erano un bluff. Invece eccomi qui, al Real. É stata la mia prima scelta dal primo giorno. Volevo questa squadra da almeno sei mesi. Come si comporterà ora chi affermava certe cose?»

Sampdoria 2007 – «Tengo a precisare – come ho già detto questa mattina al presidente – che ho avuto tante e tante richieste, da club dove avrei guadagnato più soldi ma questo mi interessava poco.  Sin dal primo giorno quando ho saputo dal mio procuratore che c’era la Samp, ho detto subito sì. É una società seria, me ne hanno parlato tutti bene. Hanno un progetto importante e grande fiducia nel sottoscritto. Nei momenti di difficoltà anche quando avevo delle problematiche e nessuno si esprimeva positivamente su di me, il Direttore Marotta ha sempre parlato bene. É la città giusta, accolto in maniera straordinaria. Ho bisogno di affetto, se lo sento riesco a dare il 110%. Voglio tornare ad essere un calciatore importante, quello che sono stato fino a un anno, un anno e mezzo fa. Adesso di me si dicono solo le cose negative”.

(Qui la rottura e il litigio con l’ex patron Garrone).

Milan 2011 – «Mi sento più forte con lei accanto (dice a Galliani in conferenza stampa ndr). Di Milano non mi piace solo il traffico. Impiegare un’ ora per arrivare dal centro a Milanello è dura, ma lo faccio per mia moglie che vuole vivere lì. Non ci capisco nulla, prenderò tante multe, spero che Galliani mi dia l’ecopass. Penso e sono sicuro che il Milan sarà la mia ultima squadra. É il top, la più titolata al mondo, più in alto di così c’è solo il cielo. E sono sicuro anche che qui non fallirò. Ho fatto tanti guai, ora sto per diventare padre, è una grandissima responsabilità e so che non tradirò chi ha creduto in me. Il Milan mi può dare tutto, io posso portare la qualità e la disponibilità per raggiungere un unico risultato: vincere. (Gattuso ndr) Mi ha ricordato che qui ho tutto per fare bene perché è tutto perfetto. Se dovessi sbagliare, sarei da rinchiudere in manicomio, ma so che andrà tutto nel modo giusto».

Inter 2012 –  «Voglio ringraziare Moratti, che mi ha abbracciato con affetto l’altro giorno, ma anche Marco (Branca) e Piero (Ausilio), perché quando le cose non vanno bene tutti lo sottolineano, invece quando vanno bene – visto il grande mercato fatto – non lo dice nessuno, perché non sono buoni a leccare… Sono felice, è molto importante per me che abbiano fiducia nell’uomo Antonio. Quella mia frase sul manicomio e il Milan? Dissi “Se sbaglio sono da manicomio”: se sbaglio io, ma io non ho sbagliato. A farlo è stato qualcuno sopra l’ allenatore. Prometteva prometteva, tanto fumo e niente arrosto, per questo sono dovuto andare via. Se era Galliani? Lo dite voi… Io poco riconoscente? Ringrazio la gente del Milan, i tifosi che quando ho avuto il problema al cuore mi sono stati vicini, i compagni, poi Berlusconi che mi ha messo a disposizione un impero e Barbara Berlusconi che è stata carina con me. Poi il dottor Tavana che mi ha salvato la vita e Tassotti. Ma non altri. Quella persona non la ringrazio, tanto fumo e poco arrosto: quando si fanno troppe chiacchiere non si fa mai niente. Tifo Inter da quando sono piccolo e l’ho scelta perché mi hanno voluto tutti all’unanimità, anche i compagni, compresi Sneijder e il capitano Zanetti. E poi, sono venuto qui per togliermi lo sfizio Nagatomo: Yuto era un mio pallino da sempre…»

Parma 2013 – “Il direttore che mi chiamava a qualsiasi ora. Lo sentivo più di mia moglie. Sono convinto di fare delle grandi cose, mi toglierò grandi soddisfazione. É l’anno del Mondiale e sarò ancora più stimolato. Spero sia la mia ultima piazza, voglio finire alla grande. Parma non è una piazza tranquilla, qui non si fanno le vacanze. Ci sono stati grandissimi giocatori. Tutti dobbiamo dare il massimo e lo dirò anche ai miei compagni. Ringrazio tutta l’Inter ma non ringrazio Mazzarri, prima che firmasse mi ha detto che ero un titolare fisso, dopo che ha firmato mi ha mandato via. Sono andato via dall’Inter perché non rientravo nei suoi piani. Tutti devono essere consapevoli di avere Antonio, altrimenti vado. La gente mi deve voler bene dal primo giorno come a Parma”.

Fonti:

La Repubblica

Youtube

Gazzetta dello Sport

It.ibtimes.com

Corriere della Sera

Calciopoli, quando l’ex arbitro Bertini disse: “La Cassazione mi darà ragione”

paolo bertini

Ultimo round. Ieri in Cassazione si è scritto il capitolo finale di “Calciopoli”. Qui le sentenza.

Il 29 dicembre scorso, quando tutto sembrava dovesse terminare a gennaio, l’ex arbitro Paolo Bertini di Arezzo, mi rilasciò questa intervista in esclusiva per “Fantagazzetta”.

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Poco più di un mese fa ha terminato il corso per l’abilitazione da direttore sportivo. L’ex arbitro Paolo Bertini ha voglia di rientrare nel calcio, stavolta con un incarico diverso. “É il mio mondo – spiega in esclusiva a Fantagazzetta – una grande passione che ho avuto modo di mettere in pratica ottenendo grandi soddisfazioni. Adesso vorrei che queste fossero replicabili ma dando il mio contributo professionale in tutt’altro ruolo”. 

Sono passati sette anni da quando ha chiuso la carriera di arbitro: “In questo lasso di tempo mi sono occupato del mio lavoro di promotore finanziario – fa sapere l’ex direttore di gara – ho tralasciato calcio e ambiente arbitrale”.

Tuttavia la sua battaglia contro le sentenze di “Calciopoli” non è ancora terminata: il 17 dicembre 2013 è arrivata in Appello la condanna a dieci mesi. Quanta delusione?

“Tanta. In primis per la valutazione data alle prove eclatanti e lo si capisce dalla motivazione della sentenza che dimostra il modo in cui sono state interpretate. E poi mi sono sentito preso in giro: essere accusato di associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva vale una pena di dieci mesi? Questo significa che è stata imboccata la strada della non colpevolezza o comunque colpevolezza lieve rispetto alle pene che comporta questo tipo di reato. In ultima istanza io entravo nel processo penale con cinque capi di imputazione – uno per associazione a delinquere e gli altri cinque per episodi di frode sportiva – e con le stesse prove, interpretate con gli stessi strumenti, da cinque sono stato assolto e da una condannato. Ecco perchè la delusione è molta”. 

Una curiosità: come mai non è mai ricorso alla prescrizione? 

“Dopo sei anni di gogna mediatica e processuale io non mi accontento della prescrizione, la quale è arrivata per i miei reati nell’aprile del 2012. Pretendo l’assoluzione. Il 22 gennaio prossimo, in Cassazione, mi aspetto una sentenza diversa”. 

Tornando ad un anno fa circa, nella sentenza di secondo grado, il tribunale di Napoli l’ha condannata in quanto le ha attribuito all’epoca dei fatti il possesso di una sim con la quale intratteneva contatti con Moggi. Tuttavia non è stato dimostrato che questa sia stata comprata e dunque consegnata dall’ex dg della Juventus. Come si spiega la sua colpevolezza su queste basi?

“Il processo si regge tutto su questo, sulla consegna di questa scheda ma c’è prova piena e contraria che io questa sim non la potevo detenere. Tra le due schede, quella attribuita a Moggi e quella attribuita a me, ci furono contatti costanti durante tutta la stagione e quindi non solo prima e dopo le partite nelle quali sono finito sotto accusa. Contatti in essere anche quando io non arbitravo oppure arbitravo partite nelle quali la Juventus non era interessata e anche quando dirigevo le gare che andavano ad interessare il Milan, quell’anno la diretta concorrente dei bianconeri nella vittoria del campionato. Quella stagione io ho arbitrato sei volte il Milan e i rossoneri, con quattro vittorie e due pareggi, hanno ottenuto più punti della Juventus da me diretta tre volte, match nei quali i torinesi hanno raccolto cinque punti. Da qui l’illogicità nell’additarmi arbitro pro Juventus o pro Moggi. L’altra cosa illogica è stata quella di attribuire alla scheda la finalità di aprire un canale per il raggiungimento di risultati positivi in campo. Questa scheda è in funzione anche durante Atalanta-Milan che io arbitrai lo stesso giorno della tanto polemizzata Roma-Juventus. A Bergamo si giocò alle 18 mentre nella capitale alle 20:45. In quella giornata furono tanti i contatti telefonici tra le due sim e il Milan vinse al 94′ per 2 a 1, quando io avevo assegnato solo tre minuti di recupero ma ne concessi un altro causa un infortunio. Lì la dirigenza juventina fu molto polemica nei miei confronti”. 

C’è poi un’altra anomalia che riguarda la sim. La scheda le è stata attribuita il 14 gennaio 2005 quindi dopo la partita Milan-Juventus del 18 dicembre 2004 per la quale lei è stato condannato. Conferma?

“Sì. Su queste schede c’è un alone di mistero che fa impressione, a partire dai presupposti con i quali sono state attribuite. Dalla testimonianza di colui che ha venduto le stesse ad un emissario di Moggi, emerge che il secondo blocco della quale fa parte la sim a me attribuita, è in funzione dall’ottobre del 2004. Anche questa è una palese anomalia. Possono sembrare tutti argomenti paradossali ma questa è stata Calciopoli”.

Sim ed intercettazioni. Che reazione ha avuto in quella tra Facchetti e il designatore Bergamo, a proposito di Inter-Cagliari, quando il presidente dell’Inter disse che sarebbe dovuta arrivare la quinta vittoria, visto che fino ad allora il suo score “arbitrale” con i nerazzurri era di quattro vittorie, quattro pareggi e quattro sconfitte?

“Non ci rimasi nè bene nè male. Calciopoli fu questo: l’apertura di canali colloquiali tra dirigenti arbitrali e dirigenti di società. Il tutto regolato ed autorizzato  dal presidente Federale e dalle norme vigenti. Poi che il contenuto delle conversazioni fosse troppo amicale e oltre il lecito non sta a me a dirlo, ci sono le sentenze sportive e penali a parlare. Tutte – ripeto tutte – le società di calcio ricorrevano a questi canali. Certo non sta a me giudicare quanto detto all’epoca dal mio designatore, anche se per me furono parole inopportune. Il paradosso è che Calciopoli ha preso in esame solo le intercettazioni di alcune società, una in particolare, escludendo le altre, in modo talvolta sospetto. Tutto il sistema funzionava a quella maniera, non è che c’erano dei canali di comunicazione privilegiati. Se il processo avesse esaminato in toto tutte le telefonate, forse avremmo avuto un’interpretazione diversa di Calciopoli, con il coinvolgimento di tutti i club. Alcune intercettazioni del Milan non sono state prese in considerazione forse perchè più scomode rispetto a quelle analizzate. L’Inter è invece “scomparsa” da Calciopoli. Se avessero fatto lo stesso tipo di ricerca esteso a tutte le società, le avrebbero coinvolte tutte a processo”. 

Tornando ad oggi, invece, cosa è cambiato maggiormente nel calcio italiano in questi sette anni nei quali è rimasto lontano, soprattutto a livello arbitrale?

“L’attuale livello arbitrale è in linea con quello tecnico del campionato. Prima del 2006 i campionati erano difficili e combattutti dalle cosiddette “sette sorelle”, per noi arbitri c’era più pressione perchè molte di più erano le gare clou rispetto ad oggi con la diminuzione della competitività”. 

Di sicuro il clima non è meno velenoso che negli anni di “Calciopoli”…

“No, ma il processo che ne è conseguito non aveva certo lo scopo di stemperare. All’epoca si era volutamente creato il sistema che ha poi portato a “Calciopoli”: la volontà di creare i canali tra designatori arbitrali e dirigenti societari. La Federazione incentivava questi canali”. 

Tra meno di un mese l’arbitro aretino vedrà calare il sipario sull’intera vicenda, con la sentenza della Cassazione: “Mi aspetto giustizia, così come è accaduto nel processo sportivo. Ci spero ed è questa la motivazione per la quale ho rinunciato alla prescrizione: per rispetto di me stesso e della verità”. 

Pallone D’Oro, 5 motivi per cui se lo meritava Müller

I pronostici lo vogliono ancora in mano a Ronaldo. L’ipotesi affascinante in quelle di Neuer. Il “calcolo delle improbabilità” stretto a  Messi. A meno di clamorose sorprese, il Pallone D’Oro lo vincerà per il secondo anno consecutivo l’attaccante del Real Madrid, forte anche della “Décima” Champions merengue.

 

Al di là dei meriti obiettivi di Ronaldo e sui quali c’è poco di opinabile, un margine di discussione è lecito mantenerlo e quindi non sarebbe stata blasfemia il Balon D’Or a Thomas Müller. Per 5 motivi:

 

 

1 – Trofei vinti nel 2014. Con il Bayern Monaco ha vinto la Bundesliga e la Coppa di Germania. In quest’ultima si è laureato capocannoniere con otto gol. Con la Germania è diventato campione del mondo, ha vinto il Pallone D’Argento del Torneo, la Scarpa D’Argento, ha ottenuto un posto nell’All Star Team. Il Ct Low lo sa benissimo: ai fini della vittoria finale è stato determinante. Nell’esordio con Portogallo fa tripletta, in quella col Ghana rimane all’asciutto, nella successiva con gli Usa è il match winner. Nella vittoria tennistica col Brasile è lui a sbloccare lo 0 a 0 prima del diluvio.

 

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2 – Ruolo senza etichette. Ala destra, trequartista e seconda punta. Se di Neuer è stato detto che è il prototipo del portiere moderno ma comunque portiere, è invece difficile mettere un’etichetta a Müller. Alto un metro e 86, gambe magre e veloce, se si chiede proprio a lui il ruolo che ricopre in campo, risponde: “raumdeuter”, una sorta di investigatore degli spazi, un ricercatore degli stessi. E ha ragione, miglior modo di definirlo non c’è. “Devi saper adattarti in campo e trovare la tua nicchia per ritagliarti il ruolo che andrai a ricoprire anche fuori dal campo – risponde Thomas – Ho sempre saputo che con un difensore alto un metro e 90 e di 90 chili di peso non avrei avuto alcuna possibilità nel duello, la soluzione è quindi quello di evitarlo, trovarmi uno spazio e il tempo giusto”. Müller è quello che compare all’improvviso in pezzetti di campo che non avevi considerato, che mette la zampata facile nei tempi e nei modi in cui non avresti immaginato per poi dire “Ah ma questo lo segnavo anch’io”. Sì, probabile, ma prima l’ha messa dentro lui, anche perchè ha un’altra abitudine. Quando si trova solo davanti al portiere lo fissa negli occhi e con la punta del piede mette la palla all’angolo opposto della porta.

 

3 – Il ragazzo della porta accanto. È una star ma fa finta di non saperlo. Non è uomo da spot di rasoi, profumi e creme antirughe. E infatti pubblicizza il latte insieme ad un altro attaccante storico tedesco: l’omonimo Gerd:

 

 

Non gli importa niente dei tatuaggi, della fama, della popolarità e ci tiene ad essere naturale. Non di rado è capitato che dicesse ad un giornalista “Mi hai fatto una domanda di merda”. Dopo la vittoria per 7 a 1 con il Brasile, trovò il modo di ammutolire i giornalisti anche in quell’occasione: “Dopo la nostra difficile partita contro l’Algeria ci avete criticato. Adesso, invece, ci state lodando in Cielo”. Ecco, forse più che essere il ragazzo della porta accanto è quello che la porta te la sbatte in faccia. Spesso.

 

4 – Ha fatto arrabbiare Gasparri. E Maradona. Vero, non che ci voglia molto a sollevare la polemica con il senatore del Pdl. Müller ci è riuscito con la finta caduta durante la battuta di un calcio di punizione contro l’Algeria:

 

 

 

 

Maradona, invece, lo innervosì nel 2010, nella conferenza stampa prima di un’amichevole tra Argentina e la Germania. “Non è normale che io stia qui in conferenza stampa con un raccattapalle” disse il Pibe de oro. Müller non fece una piega ma si adoperò nella sua vendetta nel Mondiale sudafricano, ai quarti, quando segnò uno dei quattro gol con cui i tedeschi stesero l’Albiceleste.

 

5 – Matto come un cavallo. Ha sposato l’amica d’infanzia Lisa, appassionata di equitazione e che fa gare di dressage: “Vedere mia moglie in sella – dice – è più snervante che stare in campo”. L’amore per i cavalli lo condivide anche il giocatore che ha una tenuta di grandi proporzioni. Müller sostiene che è divertente allevare i cavalli per la disciplina del dressage (“Interessante pensare a quale puledra si possa adattare meglio allo stallone”) e durante l’estate, post Brasile 2014, ha ricevuto molte visite: “Vengono persone che si congratulano per la Coppa tutto il tempo – fa sapere il tedesco con un po’ di imbarazzo – D’altronde è bello perchè a luglio abbiamo fatto felici un paio di persone”. Facciamo anche 80 milioni.

 

Pirlo, sarai la fine della mia adolescenza

andreapirlo

Quando il tuo giocatore preferito inizia ad avere meno anni di te, è lì che finisce la tua adolescenza (calcistica). Quella dei trentenni d’oggi o poco più come me, sta arrivando al capolinea. Sì, perchè facendo due calcoli Andrea Pirlo è un ’79 e davanti ha forse due o tre anni di carriera. Non di più.

Adesso è ancora facile. L’età la posso ancora scandire con

“Ehi quanti gol di Pirlo mi dai? Dimmi che ne dimostro di meno”. 

Chissà se tra qualche anno qualcuno canterà “Da quando Pirlo non gioca più” alla stregua di un Senna o di un Baggio. Sicuramente non è detto che non sarà più domenica. Magari non sarà più  sabato o martedì oppure un mercoledì. Potrebbero non essere più le 15, ma le 20:45 o le 18. Insomma: dipende dalla vendita dei diritti televisivi e dalle Coppe europee.

Ricorderò quando chiedevo a babbo di dirmi come giocava Rummenige e lui doveva mettersi seduto a raccontarmelo. Nessuno, da in piedi, mi chiederà cosa combinava Pirlo in campo, perchè se lo sarà già visto in un video su youtube, convinto che basterà, senza narrazione, senza neppure una didascalia. La finta consapevolezza di sapere quanto basta, la curiosità sepolta di non voler capire di più. In fondo, a cosa serve andare in overdose di sensazioni?

Talento e regolatezza recita lo stereotipo. Pensa Pirlo, non hai ancora smesso di giocare e già vieni considerato lo stampo unico di un playmaker che non vedrò più, hai già abbastanza vedove che piangono la mancanza di eredi. Non lo è Verratti, lo sa pure lo stesso Verratti di non poter essere te. Al contrario della caccia selvaggia ai nuovi Maradona, durata trent’anni, quella che ti riguarda si è fermata dopo pochi anni o forse non è mai iniziata. Non serve, perchè sto aspettando un altro Messia che non sia affatto come te, tu rimarrai nella storia del calcio italiano chiuso dentro un compartimento stagno. Anzi: sarebbe preferibile che non nascesse uno come te. Come farei poi a non dimenticarti?

La barba da hipster, la voce bassa, qualche lacrima sporadica se perdi almeno una finale europea in modo umiliante, una biografia che svela quello che nessuno ha mai pensato tu fossi: un buono senza malizia, un sensibile alle pressioni che si nasconde dietro un viso di ghiaccio.

In realtà, come giocatore, sei tutto dentro quel lancio a Grosso nella semifinale Mondiale con la Germania, la punta di un compasso che si conficca nel terreno e che di spalle riesce a girare un pallone in avanti, in un punto scoperto del campo, un invito ad aprire le porte della memoria nazional popolare ad un terzino normale che quella notte diventa un colpo di fulmine per una Nazione intera.

Sono passati più di nove anni e di estati come quella non le ho più vissute, in compenso è dicembre e i maglioni di lana tengono troppo caldo e poi piove, piove sempre sulla mia generazione.

“Ehi, quanti gol di Pirlo di dai?”. Quando chiuderai la carriera terminerà anche la mia di adolescenza e sarà lì che dimostrerò tutti i tuoi gol.