Obilic FK, la vendetta di Arkan contro la Stella Rossa

Obilic supporter

Sono passati quindici anni dall’assassinio di Zeljko Raznatovic, per il mondo Arkan, “signore” del conflitto jugoslavo negli anni Novanta. Il comandante di uno degli eserciti paramilitari più sanguinari della guerra nei Balcani ha ancora il suo ritratto intatto a Belgrado, nello stadio dell’Obilic FK.

É paradossale ma nonostante i tre lustri dal suo omicidio, la presenza di Arkan è palpabile in ogni strada della capitale serba. “C’è un numero di persone convinte che sia ancora vivo da qualche parte, in giro per il mondo – scrive il reporter americano Christopher Stewart – in attesa di fare la sua rentrée, di prendersi la sua vendetta. Come mi disse una sera in un night locale un tifoso della Stella Rossa sui vent’anni: «Cazzo, Arkan è Dio»”. E poco importa se gran parte degli ultras biancorossi abbiano dato la vita per lui, reclutati e indottrinati a morire nel conflitto, in nome di un patriottismo feroce, senza tornare più se stessi.

Arkan a fine conflitto, invece, tornò. La leggenda di quello che aveva fatto in guerra aveva impregnato pure i calcinacci e i muri disintegrati della Serbia fantasma post bellica. Raznatovic era anche più ricco e forse stanco di essere solo il signore della guerra. Appassionato di calcio qual era decise di ripulire una parte del bottino di guerra nel calcio. Il primo due di picche lo prese proprio dalla sempre amata Stella Rossa. Era il 1996, l’allora presidente del club più famoso di Belgrado rifiutò l’offerta di Arkan. La tigre scelse allora di acquistare l’Obilic, l’altra squadra della capitale, e nel giro di un paio di anni non solo la portò nella massima serie ma gli fece conquistare il primo e unico titolo nazionale della sua storia. La scelta di puntare su un club originariamente così modesto era dettata da suggestioni al limite tra storia e leggenda nonchè megalomania. Obilic FK come Milos Obilic, colui che combattè nella battaglia contro il Kosovo, nella quale il popolo serbo perse contro i turchi e restò senza patria per 500 anni. Arkan, tra l’altro, si sentiva il messia, il nuovo Obilic, capace di riscattare il popolo serbo e il conflitto appena terminato ne era la prova.

(Arkan con una sorta di premio fair play consegnato al suo Obilic. Fonte sito ufficiale)

Come presidente Raznatovic non soffocò la sua natura bellica e gestì la squadra come fosse un esercito paramilitare. Scelse le divise gialle per i giocatori, gialle come le tigri, poi tappezzò il nuovo stadio “Miloš Obilić” di sue foto e dell’elenco dei suoi uomini morti in guerra. Raznatovic costruì il nuovo impianto in vetro e acciaio spendendo molti milioni di dollari e lì ubicò il suo ufficio di presidente, con vista sul campo.

“Si muoveva nel calcio come in guerra”, si sente dire ancora da queste parti su Arkan ed effettivamente di aneddoti violenti e incredibili ce ne sono da ricordare tanti riguardo la sua gestione. Le minacce ai giocatori avversari, tipo lo spaccare le rotule nel caso avessero segnato, era una prassi. Così quelle agli allenatori delle squadre che dovevano perdere contro l’Obilic. Pare che un tecnico che si rifiutò di cedere un suo giocatore ad Arkan fu ucciso e il calciatore chiuso in un portabagagli di un suv, trasportato poi di forza nella sua nuova squadra.

Neppure segnare all’Obilic era divertente perchè lo stadio brulicava di uomini vestiti in nero e poco raccomandabili nelle zone nevralgiche dello stadio. Arbitrare l’incontro era possibile solo dopo aver ascoltato i suggerimenti dei dirigenti tigrati pro Obilic intimati al malcapitato direttore di gara. E c’è anche un altro aneddoto incredibile sui metodi di Arkan: pare che negli spogliatoi degli avversari venisse immesso del gas sedativo attraverso le condutture dell’aria condizionata. Vero o meno, quella volta che la Stella Rossa giocò al “Milos”, i giocatori si vestirono con le loro divise da gioco in pullman e tra il primo e secondo tempo rimasero in campo.

Non era più un gioco, Raznatovic e quel campionato falsato misero in crisi gran parte dei giocatori serbi. Perica Ognjenovic confessò sconsolato ad una testata locale: “Questo non è calcio, questa è guerra” e lui, come tanti altri, pensava di continuare la carriera fuori dai confini nazionali.

Anche i tifosi dell’Obilic adottarono i metodi del loro massimo dirigente. Armati facevano irruzione negli spogliatoi dei propri giocatori e di quelli avversari, con minacce di morte e di aggressione fisica. È successo spesso che qualche giocatore, magari punta di diamante della rosa, divenne indisponibile senza motivazione prima del match oppure che qualcuno non scendesse in campo nei secondi tempi. Un tesserato disse chiaramente di essere stato rinchiuso in un garage dagli uomini di Arkan, forse perchè la sua prestazione fu sotto tono quel giorno.

Sì perchè se la vita era dura per gli avversari, anche per i giocatori dell’Obilic sottoposti a disciplina militare, il calcio aveva perso molto del suo lato sportivo. Non si poteva bere prima delle partite, pena la fustigazione. Arkan non accettava alcol e droghe nemmeno nelle sue tigri durante i conflitti: le sanzioni erano così dure che si rischiava di venire percossi a morte.

Perdere era inamissibile e punito. Ad esempio, al ritorno a Belgrado dopo una sconfitta, il pullman si fermò all’improvviso in mezzo alla strada. Arkan ordinò ai suoi di scendere e ripartì lasciandoli tornare a piedi a casa: la capitale serba distava almeno trenta chilometri.

La disciplina bellica funzionò almeno dal punto di vista dei risultati: l’Obilic, vincendo il campionato, riuscì nell’impresa storica di qualificarsi alla Champions.

Successivamente, fu la vedova di Arkan ad assumere la presidenza dell’Obilic, la popstar Ceca Raznatovic, tuttora massimo dirigente. Di lei, personaggio ambiguo da sempre, si dice che abbia ereditato anche alcune attività illecite di Arkan, non limitandosi solo alla squadra di calcio.

(La presidente dell’Obilic, vestita di celeste, Ceca Raznatovic, vedova di Arkan, a Belgrado, nel turno preliminare di Champions dove l’Obilic si confrontò con il Bayern Monaco e perse 4 a 0 – Getty Images)

Il sito ufficiale – www.fcobilic.co.rs – non viene aggiornato dal 2002. Questo lo staff tecnico e la squadra che vinse il campionato nella stagione 1997-98: Dragan Šarac, Darko Nović, Živojin Juškić and Aco Vasiljević; Saša Mrkić, Saša Kovačević, Saša Viciknez, Ivan Litera, Zoran Ranković, Nenad Grozdić, Saša Zorić, Marjan Živković e Goran Serafimović.

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Dalla Roma alla Samp: generatore semi-automatico delle presentazioni alla stampa di Cassano

Cassano

“Cassano è una delle mie tante scommesse perse. Uno del suo talento avrebbe dovuto rompere il mondo, non le scatole”

Roberto Beccantini – Guerin Sportivo

Sette maglie in poco più di quindici anni. E che maglie: partendo da Bari, Cassano ha indossato quelle della Roma, del Real Madrid, della Sampdoria, del Milan, dell’Inter e infine del Parma. Rapporti tutti nati inizialmente sulla scia dell’entusiasmo, buoni propositi da Capodanno e poi la consunzione lenta, l’epilogo in strappi irricucibili. Da mesi senza squadra, ha lanciato oggi segnali d’amore ad un ex: il club blucerchiato. Se da Genova gli apriranno ancora la strada, una cosa è già prevista: la dichiarazione che rilascerà nell’ennesima prima conferenza. Quindi ecco un “Cassano blob” di tutte le sue presentazioni alla stampa ad ogni cambio maglia, di promesse fatte e mantenute per metà se non un terzo. E in fondo se le è cantate anche da solo: “Nella mia carriera ho fatto più danni della grandine, se avessi avuto la testa avrei giocato da solo sulla luna”. Voto 10 alla consapevolezza maturata.

Roma 2001 – «Andrò a giocare nella squadra campione d’ Italia, fra tanti fuoriclasse. Quello che era soltanto un bel sogno è diventato realtà. Non vedo l’ ora che inizi il prossimo campionato, per dimostrare tutto il mio valore. Sapete, credo che sarà più facile esprimermi fra tanti campionissimi. Con loro, la palla ti arriva anche… sull’ orecchio. A Roma, si potrà scoprire un altro Cassano. Ben diverso, dal calciatore che si è visto a Bari negli ultimi tempi. La panchina? Non può essere un problema, quando gioca gente di quel calibro. Sensi è un uomo unico. É stato sufficiente parlargli un’oretta, per capire che tratta i suoi calciatori come figli. (Capello ndr) Avrà un uomo a sua disposizione, non un ragazzino. Già, non lo deluderò. So che lui è un duro, pretende sempre il massimo impegno, in ogni momento. Ebbene, sono pronto ad affrontare l’esame più severo, ma senza dubbio anche il più suggestivo della mia vita».

Real Madrid 2006 – «Voglio far tacere tutti coloro che in questi anni mi hanno massacrato. Sono venuto a Madrid per voltare pagina, per crescere, per maturare. Dell’esperienza romana preferisco non parlare. Da oggi per me conta solo il Real. Ho realizzato un sogno. Sono andato via dalla Capitale perché era ora di cambiare aria. A Roma mi sono trovato bene all’inizio, il periodo migliore è stato il triennio vissuto con Capello, quello peggiore gli ultimi diciotto mesi. Nei primi anni mi sono sentito molto amato dalla gente, poi il rapporto è cambiato. Io ho commesso i miei errori, ma qualcuno ha sbagliato più del sottoscritto, eppure le colpe erano sempre le mie. Mi hanno dato del mercenario: ma io per venire a Madrid ho rinunciato a molti soldi. Giocare nel Real è il primo mattone. I prossimi traguardi sono il Mondiale e il Pallone d’ oro. Dicevano che nessuna squadra mi voleva, che le voci di mercato sul mio conto erano un bluff. Invece eccomi qui, al Real. É stata la mia prima scelta dal primo giorno. Volevo questa squadra da almeno sei mesi. Come si comporterà ora chi affermava certe cose?»

Sampdoria 2007 – «Tengo a precisare – come ho già detto questa mattina al presidente – che ho avuto tante e tante richieste, da club dove avrei guadagnato più soldi ma questo mi interessava poco.  Sin dal primo giorno quando ho saputo dal mio procuratore che c’era la Samp, ho detto subito sì. É una società seria, me ne hanno parlato tutti bene. Hanno un progetto importante e grande fiducia nel sottoscritto. Nei momenti di difficoltà anche quando avevo delle problematiche e nessuno si esprimeva positivamente su di me, il Direttore Marotta ha sempre parlato bene. É la città giusta, accolto in maniera straordinaria. Ho bisogno di affetto, se lo sento riesco a dare il 110%. Voglio tornare ad essere un calciatore importante, quello che sono stato fino a un anno, un anno e mezzo fa. Adesso di me si dicono solo le cose negative”.

(Qui la rottura e il litigio con l’ex patron Garrone).

Milan 2011 – «Mi sento più forte con lei accanto (dice a Galliani in conferenza stampa ndr). Di Milano non mi piace solo il traffico. Impiegare un’ ora per arrivare dal centro a Milanello è dura, ma lo faccio per mia moglie che vuole vivere lì. Non ci capisco nulla, prenderò tante multe, spero che Galliani mi dia l’ecopass. Penso e sono sicuro che il Milan sarà la mia ultima squadra. É il top, la più titolata al mondo, più in alto di così c’è solo il cielo. E sono sicuro anche che qui non fallirò. Ho fatto tanti guai, ora sto per diventare padre, è una grandissima responsabilità e so che non tradirò chi ha creduto in me. Il Milan mi può dare tutto, io posso portare la qualità e la disponibilità per raggiungere un unico risultato: vincere. (Gattuso ndr) Mi ha ricordato che qui ho tutto per fare bene perché è tutto perfetto. Se dovessi sbagliare, sarei da rinchiudere in manicomio, ma so che andrà tutto nel modo giusto».

Inter 2012 –  «Voglio ringraziare Moratti, che mi ha abbracciato con affetto l’altro giorno, ma anche Marco (Branca) e Piero (Ausilio), perché quando le cose non vanno bene tutti lo sottolineano, invece quando vanno bene – visto il grande mercato fatto – non lo dice nessuno, perché non sono buoni a leccare… Sono felice, è molto importante per me che abbiano fiducia nell’uomo Antonio. Quella mia frase sul manicomio e il Milan? Dissi “Se sbaglio sono da manicomio”: se sbaglio io, ma io non ho sbagliato. A farlo è stato qualcuno sopra l’ allenatore. Prometteva prometteva, tanto fumo e niente arrosto, per questo sono dovuto andare via. Se era Galliani? Lo dite voi… Io poco riconoscente? Ringrazio la gente del Milan, i tifosi che quando ho avuto il problema al cuore mi sono stati vicini, i compagni, poi Berlusconi che mi ha messo a disposizione un impero e Barbara Berlusconi che è stata carina con me. Poi il dottor Tavana che mi ha salvato la vita e Tassotti. Ma non altri. Quella persona non la ringrazio, tanto fumo e poco arrosto: quando si fanno troppe chiacchiere non si fa mai niente. Tifo Inter da quando sono piccolo e l’ho scelta perché mi hanno voluto tutti all’unanimità, anche i compagni, compresi Sneijder e il capitano Zanetti. E poi, sono venuto qui per togliermi lo sfizio Nagatomo: Yuto era un mio pallino da sempre…»

Parma 2013 – “Il direttore che mi chiamava a qualsiasi ora. Lo sentivo più di mia moglie. Sono convinto di fare delle grandi cose, mi toglierò grandi soddisfazione. É l’anno del Mondiale e sarò ancora più stimolato. Spero sia la mia ultima piazza, voglio finire alla grande. Parma non è una piazza tranquilla, qui non si fanno le vacanze. Ci sono stati grandissimi giocatori. Tutti dobbiamo dare il massimo e lo dirò anche ai miei compagni. Ringrazio tutta l’Inter ma non ringrazio Mazzarri, prima che firmasse mi ha detto che ero un titolare fisso, dopo che ha firmato mi ha mandato via. Sono andato via dall’Inter perché non rientravo nei suoi piani. Tutti devono essere consapevoli di avere Antonio, altrimenti vado. La gente mi deve voler bene dal primo giorno come a Parma”.

Fonti:

La Repubblica

Youtube

Gazzetta dello Sport

It.ibtimes.com

Corriere della Sera

Calciopoli, quando l’ex arbitro Bertini disse: “La Cassazione mi darà ragione”

paolo bertini

Ultimo round. Ieri in Cassazione si è scritto il capitolo finale di “Calciopoli”. Qui le sentenza.

Il 29 dicembre scorso, quando tutto sembrava dovesse terminare a gennaio, l’ex arbitro Paolo Bertini di Arezzo, mi rilasciò questa intervista in esclusiva per “Fantagazzetta”.

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Poco più di un mese fa ha terminato il corso per l’abilitazione da direttore sportivo. L’ex arbitro Paolo Bertini ha voglia di rientrare nel calcio, stavolta con un incarico diverso. “É il mio mondo – spiega in esclusiva a Fantagazzetta – una grande passione che ho avuto modo di mettere in pratica ottenendo grandi soddisfazioni. Adesso vorrei che queste fossero replicabili ma dando il mio contributo professionale in tutt’altro ruolo”. 

Sono passati sette anni da quando ha chiuso la carriera di arbitro: “In questo lasso di tempo mi sono occupato del mio lavoro di promotore finanziario – fa sapere l’ex direttore di gara – ho tralasciato calcio e ambiente arbitrale”.

Tuttavia la sua battaglia contro le sentenze di “Calciopoli” non è ancora terminata: il 17 dicembre 2013 è arrivata in Appello la condanna a dieci mesi. Quanta delusione?

“Tanta. In primis per la valutazione data alle prove eclatanti e lo si capisce dalla motivazione della sentenza che dimostra il modo in cui sono state interpretate. E poi mi sono sentito preso in giro: essere accusato di associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva vale una pena di dieci mesi? Questo significa che è stata imboccata la strada della non colpevolezza o comunque colpevolezza lieve rispetto alle pene che comporta questo tipo di reato. In ultima istanza io entravo nel processo penale con cinque capi di imputazione – uno per associazione a delinquere e gli altri cinque per episodi di frode sportiva – e con le stesse prove, interpretate con gli stessi strumenti, da cinque sono stato assolto e da una condannato. Ecco perchè la delusione è molta”. 

Una curiosità: come mai non è mai ricorso alla prescrizione? 

“Dopo sei anni di gogna mediatica e processuale io non mi accontento della prescrizione, la quale è arrivata per i miei reati nell’aprile del 2012. Pretendo l’assoluzione. Il 22 gennaio prossimo, in Cassazione, mi aspetto una sentenza diversa”. 

Tornando ad un anno fa circa, nella sentenza di secondo grado, il tribunale di Napoli l’ha condannata in quanto le ha attribuito all’epoca dei fatti il possesso di una sim con la quale intratteneva contatti con Moggi. Tuttavia non è stato dimostrato che questa sia stata comprata e dunque consegnata dall’ex dg della Juventus. Come si spiega la sua colpevolezza su queste basi?

“Il processo si regge tutto su questo, sulla consegna di questa scheda ma c’è prova piena e contraria che io questa sim non la potevo detenere. Tra le due schede, quella attribuita a Moggi e quella attribuita a me, ci furono contatti costanti durante tutta la stagione e quindi non solo prima e dopo le partite nelle quali sono finito sotto accusa. Contatti in essere anche quando io non arbitravo oppure arbitravo partite nelle quali la Juventus non era interessata e anche quando dirigevo le gare che andavano ad interessare il Milan, quell’anno la diretta concorrente dei bianconeri nella vittoria del campionato. Quella stagione io ho arbitrato sei volte il Milan e i rossoneri, con quattro vittorie e due pareggi, hanno ottenuto più punti della Juventus da me diretta tre volte, match nei quali i torinesi hanno raccolto cinque punti. Da qui l’illogicità nell’additarmi arbitro pro Juventus o pro Moggi. L’altra cosa illogica è stata quella di attribuire alla scheda la finalità di aprire un canale per il raggiungimento di risultati positivi in campo. Questa scheda è in funzione anche durante Atalanta-Milan che io arbitrai lo stesso giorno della tanto polemizzata Roma-Juventus. A Bergamo si giocò alle 18 mentre nella capitale alle 20:45. In quella giornata furono tanti i contatti telefonici tra le due sim e il Milan vinse al 94′ per 2 a 1, quando io avevo assegnato solo tre minuti di recupero ma ne concessi un altro causa un infortunio. Lì la dirigenza juventina fu molto polemica nei miei confronti”. 

C’è poi un’altra anomalia che riguarda la sim. La scheda le è stata attribuita il 14 gennaio 2005 quindi dopo la partita Milan-Juventus del 18 dicembre 2004 per la quale lei è stato condannato. Conferma?

“Sì. Su queste schede c’è un alone di mistero che fa impressione, a partire dai presupposti con i quali sono state attribuite. Dalla testimonianza di colui che ha venduto le stesse ad un emissario di Moggi, emerge che il secondo blocco della quale fa parte la sim a me attribuita, è in funzione dall’ottobre del 2004. Anche questa è una palese anomalia. Possono sembrare tutti argomenti paradossali ma questa è stata Calciopoli”.

Sim ed intercettazioni. Che reazione ha avuto in quella tra Facchetti e il designatore Bergamo, a proposito di Inter-Cagliari, quando il presidente dell’Inter disse che sarebbe dovuta arrivare la quinta vittoria, visto che fino ad allora il suo score “arbitrale” con i nerazzurri era di quattro vittorie, quattro pareggi e quattro sconfitte?

“Non ci rimasi nè bene nè male. Calciopoli fu questo: l’apertura di canali colloquiali tra dirigenti arbitrali e dirigenti di società. Il tutto regolato ed autorizzato  dal presidente Federale e dalle norme vigenti. Poi che il contenuto delle conversazioni fosse troppo amicale e oltre il lecito non sta a me a dirlo, ci sono le sentenze sportive e penali a parlare. Tutte – ripeto tutte – le società di calcio ricorrevano a questi canali. Certo non sta a me giudicare quanto detto all’epoca dal mio designatore, anche se per me furono parole inopportune. Il paradosso è che Calciopoli ha preso in esame solo le intercettazioni di alcune società, una in particolare, escludendo le altre, in modo talvolta sospetto. Tutto il sistema funzionava a quella maniera, non è che c’erano dei canali di comunicazione privilegiati. Se il processo avesse esaminato in toto tutte le telefonate, forse avremmo avuto un’interpretazione diversa di Calciopoli, con il coinvolgimento di tutti i club. Alcune intercettazioni del Milan non sono state prese in considerazione forse perchè più scomode rispetto a quelle analizzate. L’Inter è invece “scomparsa” da Calciopoli. Se avessero fatto lo stesso tipo di ricerca esteso a tutte le società, le avrebbero coinvolte tutte a processo”. 

Tornando ad oggi, invece, cosa è cambiato maggiormente nel calcio italiano in questi sette anni nei quali è rimasto lontano, soprattutto a livello arbitrale?

“L’attuale livello arbitrale è in linea con quello tecnico del campionato. Prima del 2006 i campionati erano difficili e combattutti dalle cosiddette “sette sorelle”, per noi arbitri c’era più pressione perchè molte di più erano le gare clou rispetto ad oggi con la diminuzione della competitività”. 

Di sicuro il clima non è meno velenoso che negli anni di “Calciopoli”…

“No, ma il processo che ne è conseguito non aveva certo lo scopo di stemperare. All’epoca si era volutamente creato il sistema che ha poi portato a “Calciopoli”: la volontà di creare i canali tra designatori arbitrali e dirigenti societari. La Federazione incentivava questi canali”. 

Tra meno di un mese l’arbitro aretino vedrà calare il sipario sull’intera vicenda, con la sentenza della Cassazione: “Mi aspetto giustizia, così come è accaduto nel processo sportivo. Ci spero ed è questa la motivazione per la quale ho rinunciato alla prescrizione: per rispetto di me stesso e della verità”. 

Pallone D’Oro, 5 motivi per cui se lo meritava Müller

I pronostici lo vogliono ancora in mano a Ronaldo. L’ipotesi affascinante in quelle di Neuer. Il “calcolo delle improbabilità” stretto a  Messi. A meno di clamorose sorprese, il Pallone D’Oro lo vincerà per il secondo anno consecutivo l’attaccante del Real Madrid, forte anche della “Décima” Champions merengue.

 

Al di là dei meriti obiettivi di Ronaldo e sui quali c’è poco di opinabile, un margine di discussione è lecito mantenerlo e quindi non sarebbe stata blasfemia il Balon D’Or a Thomas Müller. Per 5 motivi:

 

 

1 – Trofei vinti nel 2014. Con il Bayern Monaco ha vinto la Bundesliga e la Coppa di Germania. In quest’ultima si è laureato capocannoniere con otto gol. Con la Germania è diventato campione del mondo, ha vinto il Pallone D’Argento del Torneo, la Scarpa D’Argento, ha ottenuto un posto nell’All Star Team. Il Ct Low lo sa benissimo: ai fini della vittoria finale è stato determinante. Nell’esordio con Portogallo fa tripletta, in quella col Ghana rimane all’asciutto, nella successiva con gli Usa è il match winner. Nella vittoria tennistica col Brasile è lui a sbloccare lo 0 a 0 prima del diluvio.

 

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2 – Ruolo senza etichette. Ala destra, trequartista e seconda punta. Se di Neuer è stato detto che è il prototipo del portiere moderno ma comunque portiere, è invece difficile mettere un’etichetta a Müller. Alto un metro e 86, gambe magre e veloce, se si chiede proprio a lui il ruolo che ricopre in campo, risponde: “raumdeuter”, una sorta di investigatore degli spazi, un ricercatore degli stessi. E ha ragione, miglior modo di definirlo non c’è. “Devi saper adattarti in campo e trovare la tua nicchia per ritagliarti il ruolo che andrai a ricoprire anche fuori dal campo – risponde Thomas – Ho sempre saputo che con un difensore alto un metro e 90 e di 90 chili di peso non avrei avuto alcuna possibilità nel duello, la soluzione è quindi quello di evitarlo, trovarmi uno spazio e il tempo giusto”. Müller è quello che compare all’improvviso in pezzetti di campo che non avevi considerato, che mette la zampata facile nei tempi e nei modi in cui non avresti immaginato per poi dire “Ah ma questo lo segnavo anch’io”. Sì, probabile, ma prima l’ha messa dentro lui, anche perchè ha un’altra abitudine. Quando si trova solo davanti al portiere lo fissa negli occhi e con la punta del piede mette la palla all’angolo opposto della porta.

 

3 – Il ragazzo della porta accanto. È una star ma fa finta di non saperlo. Non è uomo da spot di rasoi, profumi e creme antirughe. E infatti pubblicizza il latte insieme ad un altro attaccante storico tedesco: l’omonimo Gerd:

 

 

Non gli importa niente dei tatuaggi, della fama, della popolarità e ci tiene ad essere naturale. Non di rado è capitato che dicesse ad un giornalista “Mi hai fatto una domanda di merda”. Dopo la vittoria per 7 a 1 con il Brasile, trovò il modo di ammutolire i giornalisti anche in quell’occasione: “Dopo la nostra difficile partita contro l’Algeria ci avete criticato. Adesso, invece, ci state lodando in Cielo”. Ecco, forse più che essere il ragazzo della porta accanto è quello che la porta te la sbatte in faccia. Spesso.

 

4 – Ha fatto arrabbiare Gasparri. E Maradona. Vero, non che ci voglia molto a sollevare la polemica con il senatore del Pdl. Müller ci è riuscito con la finta caduta durante la battuta di un calcio di punizione contro l’Algeria:

 

 

 

 

Maradona, invece, lo innervosì nel 2010, nella conferenza stampa prima di un’amichevole tra Argentina e la Germania. “Non è normale che io stia qui in conferenza stampa con un raccattapalle” disse il Pibe de oro. Müller non fece una piega ma si adoperò nella sua vendetta nel Mondiale sudafricano, ai quarti, quando segnò uno dei quattro gol con cui i tedeschi stesero l’Albiceleste.

 

5 – Matto come un cavallo. Ha sposato l’amica d’infanzia Lisa, appassionata di equitazione e che fa gare di dressage: “Vedere mia moglie in sella – dice – è più snervante che stare in campo”. L’amore per i cavalli lo condivide anche il giocatore che ha una tenuta di grandi proporzioni. Müller sostiene che è divertente allevare i cavalli per la disciplina del dressage (“Interessante pensare a quale puledra si possa adattare meglio allo stallone”) e durante l’estate, post Brasile 2014, ha ricevuto molte visite: “Vengono persone che si congratulano per la Coppa tutto il tempo – fa sapere il tedesco con un po’ di imbarazzo – D’altronde è bello perchè a luglio abbiamo fatto felici un paio di persone”. Facciamo anche 80 milioni.

 

Pirlo, sarai la fine della mia adolescenza

andreapirlo

Quando il tuo giocatore preferito inizia ad avere meno anni di te, è lì che finisce la tua adolescenza (calcistica). Quella dei trentenni d’oggi o poco più come me, sta arrivando al capolinea. Sì, perchè facendo due calcoli Andrea Pirlo è un ’79 e davanti ha forse due o tre anni di carriera. Non di più.

Adesso è ancora facile. L’età la posso ancora scandire con

“Ehi quanti gol di Pirlo mi dai? Dimmi che ne dimostro di meno”. 

Chissà se tra qualche anno qualcuno canterà “Da quando Pirlo non gioca più” alla stregua di un Senna o di un Baggio. Sicuramente non è detto che non sarà più domenica. Magari non sarà più  sabato o martedì oppure un mercoledì. Potrebbero non essere più le 15, ma le 20:45 o le 18. Insomma: dipende dalla vendita dei diritti televisivi e dalle Coppe europee.

Ricorderò quando chiedevo a babbo di dirmi come giocava Rummenige e lui doveva mettersi seduto a raccontarmelo. Nessuno, da in piedi, mi chiederà cosa combinava Pirlo in campo, perchè se lo sarà già visto in un video su youtube, convinto che basterà, senza narrazione, senza neppure una didascalia. La finta consapevolezza di sapere quanto basta, la curiosità sepolta di non voler capire di più. In fondo, a cosa serve andare in overdose di sensazioni?

Talento e regolatezza recita lo stereotipo. Pensa Pirlo, non hai ancora smesso di giocare e già vieni considerato lo stampo unico di un playmaker che non vedrò più, hai già abbastanza vedove che piangono la mancanza di eredi. Non lo è Verratti, lo sa pure lo stesso Verratti di non poter essere te. Al contrario della caccia selvaggia ai nuovi Maradona, durata trent’anni, quella che ti riguarda si è fermata dopo pochi anni o forse non è mai iniziata. Non serve, perchè sto aspettando un altro Messia che non sia affatto come te, tu rimarrai nella storia del calcio italiano chiuso dentro un compartimento stagno. Anzi: sarebbe preferibile che non nascesse uno come te. Come farei poi a non dimenticarti?

La barba da hipster, la voce bassa, qualche lacrima sporadica se perdi almeno una finale europea in modo umiliante, una biografia che svela quello che nessuno ha mai pensato tu fossi: un buono senza malizia, un sensibile alle pressioni che si nasconde dietro un viso di ghiaccio.

In realtà, come giocatore, sei tutto dentro quel lancio a Grosso nella semifinale Mondiale con la Germania, la punta di un compasso che si conficca nel terreno e che di spalle riesce a girare un pallone in avanti, in un punto scoperto del campo, un invito ad aprire le porte della memoria nazional popolare ad un terzino normale che quella notte diventa un colpo di fulmine per una Nazione intera.

Sono passati più di nove anni e di estati come quella non le ho più vissute, in compenso è dicembre e i maglioni di lana tengono troppo caldo e poi piove, piove sempre sulla mia generazione.

“Ehi, quanti gol di Pirlo di dai?”. Quando chiuderai la carriera terminerà anche la mia di adolescenza e sarà lì che dimostrerò tutti i tuoi gol.

Balotelli “Prima di essere un uomo”

L’educazione. In un’intervista rilasciata a Jorge Valdano, Johan Cruijff sosteneva, già nel 2004, come nel calcio ci fossero molti allenatori e pochissimi insegnanti: “Quando guardi al passato te ne accorgi – disse all’ex giocatore del Real Madrid – Prima, in ogni paese, c’era un ragazzo che tecnicamente era più bravo degli altri (…) e siccome gli piaceva il calcio, quel ragazzo almeno un paio di volte a settimana allenava i bambini del paese. Era un sistema logico perchè non ci si poteva permettere di pagare qualcuno. Quel ragazzo, pur facendo il suo lavoro senza ritenersi un professionista, aveva trasmesso il calcio vero”.

L’educazione. Questa secondo l’olandese è ciò che è mancata finora a Mario Balotelli: “Non si comporta bene e dobbiamo chiederci perché – ha dichiarato Cruijff alla Gazzetta dello Sport, interpellato sul ritorno in Nazionale dell’attaccante – Per me, non è colpa del giocatore, ma della squadra che lo fa giocare. Il problema non è Mario, ma l’educazione che gli è stata data. Se fosse stato educato in un certo modo, oggi non si comporterebbe così”.

Non c’è al mondo alcun giocatore, attualmente, capace di spaccare l’intero mondo calcistico in due come fa Balotelli: da una parte ci sono tifosi e addetti ai lavori intolleranti a dargli l’ennesima chanche; dall’altra ci sono coloro che credono ancora al compimento del suo potenziale, forse ci crederanno finchè non terminerà la carriera.

Un comportamento dentro e fuori dal campo sempre discusso e discutibile, scarseggiano, invece e da sempre, le critiche alle qualità tecniche. In altri tempi, pure Ronaldo a fine carriera apriva un senso di rimpianto e incompiutezza: “Forse un giorno – scrive Enzo Palladini nella biografia non autorizzata del brasiliano – spiegherà almeno a se stesso perchè non ha voluto diventare il più grande di tutti. Paura del buio, ma forse anche della luce”. Magari succederà anche con Balotelli, col quale non è più colmabile la lacuna dell’educazione suggerita da Cruijff.

In un futuro migliore, Balotelli è, diventerà, una canzone di Daniele Silvestri:

“Va bene cominciamo

Che prima concludiamo

E prima posso andare via

Non è per contestare, ma

La storia di cui dovrei parlare

E raccontare

Già da molto non è più la mia

Dov’è che ci siamo già visti

Non ti inquadro

Eri anche tu coi sandinisti

O facevi teatro

Comunque procediamo

Lo so, ti sembro strano

Ma sono gli anni, il vino e la miopia

Che poi non è che beva molto

E qualche volto ancora lo ricordo

E non ingrasso

Non sono sordo

E ho ancora molta, molta fantasia

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Bisogna essere ottimisti

Fino in fondo

Perché potrebbe essere domani

La fine del mondo

Quante lacrime mi dai

Ne dimostro di meno

Non avevo pianto mai

Prima di essere un uomo

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Anticamente ricordo di avere pensato

Che il mondo potesse comprendersi tutto

In un solo momento

E vivevo contento di averlo compreso

Ultimamente, piuttosto

Considero tutta la vita un gelato, che viene leccato

Da tutte le lingue del mondo schifato, ma ancora goloso

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Bisogna essere ottimisti

Fino in fondo

Perché potrebbe essere domani

La fine del mondo

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Quante lacrime mi dai

Ne dimostro di meno

Non avevo pianto mai

Prima di essere un uomo

Va bene cominciamo

Che prima concludiamo

E prima posso andare via”.

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L’unica cosa che manca a Mancini

In panchina da quindici anni. Italia, Inghilterra, Turchia. Quattro Coppa Italia e due Supercoppa, quattro campionati italiani, una Premier, una Coppa d’Inghilterra, una Community Shield, una Coppa di Turchia. Eppure, Roberto Mancini, ogni volta che prende in mano una squadra deve sempre dimostrare di essere un allenatore di spessore.

 

Fosse una pura questione di palmares, sarebbe difficile opinare che non lo sia, ma il nodo è un altro e riguarda l’eredità che ha lasciato da giocatore: non c’è mai stato professionista italiano che abbia dimostrato una mentalità vincente come quella di Mancini. Nessuno. Una dote, questa, che l’ex Samp e Lazio non è mai riuscito, in egual misura, a portarsi nel suo ruolo di allenatore. Eppure su quella mentalità, il Mancio giocatore si è specchiato molte volte in carriera, molte più occasioni di quante non ne abbia ora bisogno nell’aggiustarsi un ex ciuffo ribelle e il completo costoso, raffinato ed elegante, da lisciare sul bordo del cappotto con la mano.

 

Mancini aveva una mentalità vincente anche a Bologna, da minorenne. Magari con una certa testa,  piena di talento vanitoso e spigoli di permalosità, ci nasci. È minorenne anche quando si trasferisce a Genova, tesserato dalla Sampdoria. Anno 1982, il mister scelto dal club blucerchiato è Renzo Ulivieri. Mancini ha chiuso la stagione in rossoblu con nove reti.

«Ecco l’uomo che ci farà gol» dice entusiasta il tecnico.

«Grazie mister ma guardi che a Bologna io ho fatto la punta per una serie di circostanze. Il mio vero ruolo è centravanti arretrato» risponde Mancini con gelo e con la consapevolezza della sua duttilità tattica.

«Certo che voi giovani avete sempre voglia di scherzare», liquida Ulivieri.

No: Mancini in carriera non ha mai scherzato, semmai cercato e preteso sempre, dai compagni, dalla società, dai tifosi, dall’allenatore stesso. Il numero 10 è in realtà il numero 1 e pazienza se per convenzione ce l’ha il portiere. Qui non c’è nulla di arbitrario da rispettare perchè Mancini ha rovesciato gerarchie sin da minorenne. Lui è il fulcro. Di tutto. Delle sconfitte come dei successi.

 

Il primo ad entrare con una chiave dentro la testa del fantasista è Vujadin Boskov, sulla panchina della Sampdoria per la prima volta nel 1986. Il potere dentro gli spogliatoi passa nelle mani dello stesso Mancini, in coppia con Vialli, a discapito dei senatori. Tuttavia è un potere che deve passare pure ai piedi, in campo: quello che Vujadin concede nella sua larga manica disciplinare, Vujadin lo vuol vedere compensato in campo: con gli assist e i dribbling di Mancini e il gol di Vialli. Lo scudetto del ’91, nasce dal rafforzamento di questa intesa, dovuta anche ai dolori di Italia ’90. In fondo se, come al Ct Vicini, ti “scoppiano” in mano due come Baggio e Schillaci, quando invece i protagonisti avrebbero dovuto essere i due giocatori della Samp, difficile farci qualcosa. Ancor più se la stra-favorita Italia da ogni vento, si ferma in semifinale e si mette al collo un bronzo che più che un terzo posto conquistato, ha il fiele in bocca di una Coppa persa. Tuttavia, i mattoni caratteriali dello scudetto vengono cementati già il 9 maggio del 1990, nel pre gara della finale di Coppa delle Coppe contro l’Anderlecht, a Goteborg. I leader dello spogliatoio si fanno una promessa: in caso di sconfitta ognuno diventerà libero di andarsene da Genova mentre in caso di vittoria il gruppo si compatterà per cercare di vincere a tutti i costi lo scudetto nella stagione successiva. Una squadra concreta, forte di animo e nel tasso tecnico, già alla nona giornata capisce che questo è il campionato buono. A Napoli la Samp sconfigge il Napoli per 3 a 1. Mancini segna uno dei gol più belli della sua carriera e durante l’esultanza corre da Boskov: “Mister siamo campioni” gli urla.

 

 

La risposta del tecnico serbo arriverà al numero dieci e allo spogliatoio, la settimana successiva quando nel derby Branco consegna la vittoria al Genoa: “Ragazzi, se non vince questo scudetto, ti dice mister siamo delle merde”. Non sarà semplice quell’anno conquistare il tricolore, sopratutto per un Inter che non molla. Solo vincendo alla 31esima giornata il confronto diretto, la Sampdoria si aggiudica il suo posto al sole nella storia del campionato italiano.

Solo nove anni più tardi, se lo prenderà di forza – col vento, col sole e con la pioggia – anche la Lazio.

 

 

Mancini si trasferisce a Roma nell’estate del ’97 ed Eriksson gli dà carta bianca anche nelle scelte tecniche. Il primo sacrificato dell’iniziale 4-3-3 è Nedved, perchè il numero 10 viene affiancato da due tra Casiraghi, Boksic e Signori. Tenere fuori il ceco è follia e allora si passa al 4-4-2 con Mancini titolare, Nedved esterno sinistro e di fianco un centravanti. Uno tra Casiraghi, Boksic e Signori è di troppo. A dicembre, l’attaccante bergamasco verrà ceduto alla Sampdoria ma: come dimenticare la rivoluzione tifosa di due anni prima, al grido di “Beppe non si tocca”, nemmeno con 25 miliardi? I laziali ce l’hanno ora con Mancini, responsabile della partenza dell’idolo di Curva. L’ex Samp affronta di petto la contestazione e senza mezzi termini critica una piazza priva di cultura sportiva e predica la priorità degli interessi di squadra a quelli dei singoli. A Roma certe dichiarazioni sono una rarità ed episodi isolati. Quell’anno la Lazio conquisterà due finali: una di Coppa Uefa, persa con l’Inter; e vincerà quella di Coppa Italia contro il Milan. Mancini aveva preso già le redini della squadra. Mancava una voce grossa in società.

 

E’ trionfo in Supercoppa a Torino contro la Juventus ma al giocatore c’è qualcosa che non torna e gli punge la lingua: il mercato. Cragnotti cede in un colpo Fuser, Jugovic e Casiraghi e, stimolato (forse) da Mancini, acquista Mihajlovic, Stankovic, Couto, Salas, Conceicao e De La Pena. Non solo: l’ultimo botto è l’arrivo di Vieri, che relega in panchina Mancini, almeno finchè il centravanti non si infortuna dopo poche settimane dall’inizio del campionato. Si fa male anche Boksic e per una squadra che già doveva fare a lungo a meno di Nesta, potrebbe essere il colpo di grazia. Eriksson punta ancora tutto su Mancini, schierandolo costantemente seconda punta. Risultati alterni fino alla campana del derby che fa tremare la panchina di Eriksson. Una doppietta di Mancini e una rete di Salas portano la Lazio sul 3 a 1 ma nell’ultimo quarto d’ora la Roma, seppur in inferiorità numerica, centra il pareggio con Di Francesco e Totti. La Lazio chiude la giornata decima in classifica e a 8 punti dalla Fiorentina capolista. Dentro lo spogliatoio biancoceleste, si consuma un diverbio di fuoco. “Un litigio fra persone intelligenti, è molto più utile che restare zitti” confermerà poi Mancini qualche tempo dopo, rincarando la dose con un episodio alla Sampdoria: “A Marassi c’è ancora un buco su una porta sfondata da Vialli con un pugno. I giovani devono capire che nel calcio ci vuole passione”, la stessa che la punta rimprovera ai compagni troppo egoisti. Da questo momento lo spogliatoio, è nelle sue mani. Seguiranno nove vittorie di fila, una Lazio al secondo posto e ad un punto dalla Fiorentina. Poi, con il rientro a gennaio di Vieri, altro cambio tattico, perchè Eriksson imposta un 4-4-2 e arretra Mancini a centrocampo, un ruolo più defilato e un rospo da ingoiare per chi ormai è il leader più luminoso della squadra. L’attaccante accetta e va ad affiancare Almeyda, con il compito – ovvio – di sviluppare l’azione. Con il rientro di tutti gli infortunati, la Lazio prende il volo ma lo scudetto, in un finale di stagione amarissimo e tanto polemizzato, andrà al Milan. C’è gloria però il 19 maggio del ’99: l’ultima Coppa delle Coppe della storia è laziale.

 

 

Vieri lascia Roma per l’Inter e Mancini non la prende bene e non glielo manda a dire: “Se fosse rimasto, avrebbe vinto il Pallone d’Oro – dice – In più si perderà anche lo scudetto”. Intanto arriva la supercoppa contro il Manchester, vinta con un gol di Salas servito dall’assist di Mancini. Il campionato ’99-00 è ormai storia, da raccontare ai nipoti ad oltranza, è l’anno del Giubileo laziale e dello scudetto vinto in maniera singolare, all’ultima giornata, confermato solo alle 18 passate e ufficializzato da Radio Rai.

 

Il ritiro verrà invece annunciato il 23 maggio, in conferenza stampa: “Smetto adesso – spiega Mancini – perchè preferisco farmi rimpiangere oggi, che sentirmi dire ‘era meglio se smettevi un anno fa’. Meglio chiudere da vincente e, con uno scudetto e una Coppa Italia appena conquistati, non potrebbe esserci momento migliore. Lo scudetto, già. Nulla accade per caso: ho concluso l’unico mio campionato di serie A senza un gol. Forse è stato il prezzo per raggiungere il titolo, me lo sentivo”. 

Anche il momento del ritiro, Mancini lo affronta con una mentalità vincente. Adesso, la stessa, va portata una volta per tutte in panchina.