Dalla Roma alla Samp: generatore semi-automatico delle presentazioni alla stampa di Cassano

Cassano

“Cassano è una delle mie tante scommesse perse. Uno del suo talento avrebbe dovuto rompere il mondo, non le scatole”

Roberto Beccantini – Guerin Sportivo

Sette maglie in poco più di quindici anni. E che maglie: partendo da Bari, Cassano ha indossato quelle della Roma, del Real Madrid, della Sampdoria, del Milan, dell’Inter e infine del Parma. Rapporti tutti nati inizialmente sulla scia dell’entusiasmo, buoni propositi da Capodanno e poi la consunzione lenta, l’epilogo in strappi irricucibili. Da mesi senza squadra, ha lanciato oggi segnali d’amore ad un ex: il club blucerchiato. Se da Genova gli apriranno ancora la strada, una cosa è già prevista: la dichiarazione che rilascerà nell’ennesima prima conferenza. Quindi ecco un “Cassano blob” di tutte le sue presentazioni alla stampa ad ogni cambio maglia, di promesse fatte e mantenute per metà se non un terzo. E in fondo se le è cantate anche da solo: “Nella mia carriera ho fatto più danni della grandine, se avessi avuto la testa avrei giocato da solo sulla luna”. Voto 10 alla consapevolezza maturata.

Roma 2001 – «Andrò a giocare nella squadra campione d’ Italia, fra tanti fuoriclasse. Quello che era soltanto un bel sogno è diventato realtà. Non vedo l’ ora che inizi il prossimo campionato, per dimostrare tutto il mio valore. Sapete, credo che sarà più facile esprimermi fra tanti campionissimi. Con loro, la palla ti arriva anche… sull’ orecchio. A Roma, si potrà scoprire un altro Cassano. Ben diverso, dal calciatore che si è visto a Bari negli ultimi tempi. La panchina? Non può essere un problema, quando gioca gente di quel calibro. Sensi è un uomo unico. É stato sufficiente parlargli un’oretta, per capire che tratta i suoi calciatori come figli. (Capello ndr) Avrà un uomo a sua disposizione, non un ragazzino. Già, non lo deluderò. So che lui è un duro, pretende sempre il massimo impegno, in ogni momento. Ebbene, sono pronto ad affrontare l’esame più severo, ma senza dubbio anche il più suggestivo della mia vita».

Real Madrid 2006 – «Voglio far tacere tutti coloro che in questi anni mi hanno massacrato. Sono venuto a Madrid per voltare pagina, per crescere, per maturare. Dell’esperienza romana preferisco non parlare. Da oggi per me conta solo il Real. Ho realizzato un sogno. Sono andato via dalla Capitale perché era ora di cambiare aria. A Roma mi sono trovato bene all’inizio, il periodo migliore è stato il triennio vissuto con Capello, quello peggiore gli ultimi diciotto mesi. Nei primi anni mi sono sentito molto amato dalla gente, poi il rapporto è cambiato. Io ho commesso i miei errori, ma qualcuno ha sbagliato più del sottoscritto, eppure le colpe erano sempre le mie. Mi hanno dato del mercenario: ma io per venire a Madrid ho rinunciato a molti soldi. Giocare nel Real è il primo mattone. I prossimi traguardi sono il Mondiale e il Pallone d’ oro. Dicevano che nessuna squadra mi voleva, che le voci di mercato sul mio conto erano un bluff. Invece eccomi qui, al Real. É stata la mia prima scelta dal primo giorno. Volevo questa squadra da almeno sei mesi. Come si comporterà ora chi affermava certe cose?»

Sampdoria 2007 – «Tengo a precisare – come ho già detto questa mattina al presidente – che ho avuto tante e tante richieste, da club dove avrei guadagnato più soldi ma questo mi interessava poco.  Sin dal primo giorno quando ho saputo dal mio procuratore che c’era la Samp, ho detto subito sì. É una società seria, me ne hanno parlato tutti bene. Hanno un progetto importante e grande fiducia nel sottoscritto. Nei momenti di difficoltà anche quando avevo delle problematiche e nessuno si esprimeva positivamente su di me, il Direttore Marotta ha sempre parlato bene. É la città giusta, accolto in maniera straordinaria. Ho bisogno di affetto, se lo sento riesco a dare il 110%. Voglio tornare ad essere un calciatore importante, quello che sono stato fino a un anno, un anno e mezzo fa. Adesso di me si dicono solo le cose negative”.

(Qui la rottura e il litigio con l’ex patron Garrone).

Milan 2011 – «Mi sento più forte con lei accanto (dice a Galliani in conferenza stampa ndr). Di Milano non mi piace solo il traffico. Impiegare un’ ora per arrivare dal centro a Milanello è dura, ma lo faccio per mia moglie che vuole vivere lì. Non ci capisco nulla, prenderò tante multe, spero che Galliani mi dia l’ecopass. Penso e sono sicuro che il Milan sarà la mia ultima squadra. É il top, la più titolata al mondo, più in alto di così c’è solo il cielo. E sono sicuro anche che qui non fallirò. Ho fatto tanti guai, ora sto per diventare padre, è una grandissima responsabilità e so che non tradirò chi ha creduto in me. Il Milan mi può dare tutto, io posso portare la qualità e la disponibilità per raggiungere un unico risultato: vincere. (Gattuso ndr) Mi ha ricordato che qui ho tutto per fare bene perché è tutto perfetto. Se dovessi sbagliare, sarei da rinchiudere in manicomio, ma so che andrà tutto nel modo giusto».

Inter 2012 –  «Voglio ringraziare Moratti, che mi ha abbracciato con affetto l’altro giorno, ma anche Marco (Branca) e Piero (Ausilio), perché quando le cose non vanno bene tutti lo sottolineano, invece quando vanno bene – visto il grande mercato fatto – non lo dice nessuno, perché non sono buoni a leccare… Sono felice, è molto importante per me che abbiano fiducia nell’uomo Antonio. Quella mia frase sul manicomio e il Milan? Dissi “Se sbaglio sono da manicomio”: se sbaglio io, ma io non ho sbagliato. A farlo è stato qualcuno sopra l’ allenatore. Prometteva prometteva, tanto fumo e niente arrosto, per questo sono dovuto andare via. Se era Galliani? Lo dite voi… Io poco riconoscente? Ringrazio la gente del Milan, i tifosi che quando ho avuto il problema al cuore mi sono stati vicini, i compagni, poi Berlusconi che mi ha messo a disposizione un impero e Barbara Berlusconi che è stata carina con me. Poi il dottor Tavana che mi ha salvato la vita e Tassotti. Ma non altri. Quella persona non la ringrazio, tanto fumo e poco arrosto: quando si fanno troppe chiacchiere non si fa mai niente. Tifo Inter da quando sono piccolo e l’ho scelta perché mi hanno voluto tutti all’unanimità, anche i compagni, compresi Sneijder e il capitano Zanetti. E poi, sono venuto qui per togliermi lo sfizio Nagatomo: Yuto era un mio pallino da sempre…»

Parma 2013 – “Il direttore che mi chiamava a qualsiasi ora. Lo sentivo più di mia moglie. Sono convinto di fare delle grandi cose, mi toglierò grandi soddisfazione. É l’anno del Mondiale e sarò ancora più stimolato. Spero sia la mia ultima piazza, voglio finire alla grande. Parma non è una piazza tranquilla, qui non si fanno le vacanze. Ci sono stati grandissimi giocatori. Tutti dobbiamo dare il massimo e lo dirò anche ai miei compagni. Ringrazio tutta l’Inter ma non ringrazio Mazzarri, prima che firmasse mi ha detto che ero un titolare fisso, dopo che ha firmato mi ha mandato via. Sono andato via dall’Inter perché non rientravo nei suoi piani. Tutti devono essere consapevoli di avere Antonio, altrimenti vado. La gente mi deve voler bene dal primo giorno come a Parma”.

Fonti:

La Repubblica

Youtube

Gazzetta dello Sport

It.ibtimes.com

Corriere della Sera

Donne in Curva: chi sono, perchè lo fanno e Cupido su Massaro

Tifo donna FENERBAHCE

Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorata degli uomini: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé.
No, non è la citazione violentata di “Febbre a 90” di Nick Hornby, è quello che succede ad una donna quando si appassiona al pallone. La genesi della passione si discosta da quella maschile per un semplice fatto: è quasi sempre un uomo  a trasmettere la febbre ad una donna, che sia il padre o lo zio, il migliore amico o la comitiva maschile.
Chi sono le donne che frequentano lo stadio? Se lo è chiesto Beatrice Dorigo che per la casa editrice digitale indipendente “Zandegù”, ha pubblicato un breve ebook “Tipe da Stadio”,  che altro non è che un viaggio di voci, dal Piemonte alla Sicilia, di donne tifose militanti. L’autrice parte dai suoi stessi preconcetti di disinteressata allo stadio e al calcio e conclude la sua opera con lo scioglimento dei nodi dei suoi pregiudizi.

Sara tifa Milan e non fa più caso ad una sorta di “disagio” che arriva di prima mattina: “A volte quando entro al bar per fare colazione e prendo come prima cosa la “Gazzetta”, vedo il barista e gli avventori maschi che mi guardano come se avessero visto qualcosa di strano”. In questo clima, la stessa Sara vuole sfatare il mito che ci si avvicini al calcio per il giocatore belloccio: “Dopo i quindici anni – dice – è improbabile che sia così”. Eppure, la cotta per il giocatore è inevitabile, lei ce l’aveva per Daniele Massaro, contemplato per anni nel poster sulla parete di camera. Da adolescente era convinta che lo avrebbe sposato e alla base di questa speranza non c’era tanto l’attrazione fisica quanto l’ammirazione per l’uomo Massaro in mezzo al campo.

Spesso la scelta della squadra per la quale tifare è un sorta di rilancio della propria identità e funziona così anche per le donne. “Il calcio non è solo uno sport, è stata l’unica forma di riscatto  che abbiamo avuto – dice Deborah a proposito di Napoli e del Napoli – Uno che l’ha capito molto bene, pur non essendo napoletano, è stato Maradona ed è per questo che per noi sarà sempre un Dio”.

Entrando allo stadio, la Curva è il primo settore dove di solito si approccia la partita dal vivo poi, come mamme, ci si sposta in tribuna col figlio piccolo. Chiara è juventina da sempre ma viveva in Sardegna. Col trasferimento a Torino e il bimbo di tre anni per mano, riesce a recuperare tutte le partite che non si è vista da ragazza.

Proprio nel settore più caldo dello stadio si applica una delle più importanti regole non scritte: “La ragazza disinformata in Curva viene subito zittita ma non è una questione legata al sesso” dice Deborah, mentre le riunioni sì: a quelle è giusto partecipino solo gli uomini. Quanto al comportamento negli spalti non c’è via di mezzo o sessismo d’applicare: o si è disinteressate e quasi apatiche o si passa ad essere delle attaccabrighe ma soprattutto, una delle intervistate dalla Dorigo ammette: “Io devo sentirmi libera di poter porconare quando necessario”. 

Sono molti i momenti importanti nella vita in una donna: un figlio, un matrimonio ma tutte le interpellate tengono a specificare che non c’è nulla di emotivamente simile a quello che può dare una partita di calcio, carico di adrenalina compreso.

Se negli uomini il calcio è nel DNA, donne tifose si diventa ma in loro vi è un’innata propensione all’attività di coordinazione e gestione. Ecco perchè le si possono trovare a dirigere i club. Una è Martina, il cui obiettivo è far andare più gente possibile allo stadio e in questo ha provato a proporre qualcosa di concreto alla sua Juventus: la rateizzazione del costo complessivo dell’abbonamento, per chi non può permettersi di pagarlo subito in toto. Purtroppo la richiesta è stata respinta ma l’obiettivo rimane solido.

Dando uno sguardo oltre confine, il termometro della passione femminile non è bollente allo stesso modo in tutta Europa. Un’indagine dell’Indesit di tre anni fa si occupò di un campione di 20mila tifose di Italia, Francia, Inghilterra, Russia e Turchia.

Le turche si prendono il primato di appassionate con il 62% di loro che si afferma sostenitrice di una squadra, seguite dalle inglesi (30%) e dalle italiane con (25%). Nel nostro paese solo un milione circa di donne è solito andare allo stadio e in molti casi sono spinte dalla passione sportiva del partner.

In sintesi, come sostiene Annalisa Gabriele nel suo “Tifo singolare femminile”: “Dietro tutto questo c’è sempre un uomo. Per molte di noi si tratta di un padre assente per lavoro tutta la settimana, uno di quelli che ha benedetto l’invenzione del vhs. Il sabato e la domenica sprofondava nella poltrona preferita (…) riempiendo casa degli echi di Tutto il calcio minuto per minuto. Per avere il suo affetto non ci restava che accoccolarci vicino a lui sperando in una carezza mentre Ciotti con voce roca ci introduceva ai misteri della zona e Ameri ci induceva a pensare che lo stadio fosse un luogo pieno di mistero”.

Monisha Kaltenborn Narang, la first lady della F1

Monisha-Sauber

Da bambina sognava di fare l’astronauta, ma i piedi di Monisha Kaltenborn Narang sono rimasti ben saldi a terra, sopra l’asfalto delle piste di Formula Uno. E’ l’ottobre del 2012 quando la scuderia svizzera della Sauber la nomina team manager e Chief executive officer (Ceo), assegnandole un incarico che spacca ogni pregiudizio alzato sino allora dal Circus automobilistico perchè mai, prima di allora, una donna era arrivata a ricoprire una carica di vertice come la sua. Monisha la si vede concentrata al muretto dei box con una tuta di rappresentanza bianca, tratti somatici orientali e dolci, che contrastano con un ruolo testosteronico al quale lei ha dato un’altra natura, meno feroce e più sensibile, e non a caso è stata subito soprannominata dai colleghi la “first lady della Formula Uno”. Il padre-padrone del Circus, Bernie Eccelestone, non ha accolto con entusiasmo l’entrata prepotente ai vertici di Monisha, visto che in passato si era lasciato andare a dichiarazioni a dir poco maschiliste: «Il ruolo delle donne è quello di stare in cucina, vestite di bianco come tutti gli altri elettrodomestici». Parole come queste, non causano alcuna reazione in Kaltenborn che ritiene che il sessimo in Formula Uno sia solo di facciata e che mai si è sentita discriminata.
Nata in India il 10 maggio del 1971 a Dehradun, la famiglia Narang si trasferisce a Vienna, quando Monisha ha solo otto anni. L’inserimento nelle scuole è molto duro e il tedesco ostico per lei che fino ad allora ha parlato il dialetto hindustani e l’inglese, ma con determinazione la sua formazione è stata eccellente: una laurea in Legge a Vienna e un master in diritto economico internazionale a Londra, nel 1996. Terminati gli studi, Monisha lavora come consulente legale inizilamente a Stoccarda dove conosce quello che diventerà suo marito, Jens Kaltenborn; poi torna in Austria e infine al servizio di Fritz Kaiser, nel 1998, capo di una potente società di gestione patrimoniale. L’incontro con l’imprenditore comproprietario della Sauber, determinerà la svolta professionale di Monisha alla quale vengono conferiti, all’interno della scuderia, incarichi manageriali fino a presiedere l’ufficio legale nel 2000. Non si ferma l’ascesa dell’avvocatessa che entra nel consiglio di amministrazione della Sauber durante la gestione Bmw. Nel 2010 però, colui che ha fondato l’omonimo team riprende le redini della squadra fino al 2012, anno nel quale Monisha diventa detentrice di un terzo del pacchetto azionario della scuderia e qualche mese più tardi, viene nominata team manager, raccogliendo in eredità il ruolo di Peter Sauber che abbandona, stavolta definitivamente, la gestione diretta della squadra.
Nonostante l’acquisizione della cittadinanza austriaca, Monisha è legatissima alle sue origini indiane, tanto da regalarsi un matrimonio da favola con Jens, ai piedi dell’Himalaya. Madre di due figli, vive a Küsnacht in Svizzera, sulle rive del lago di Zurigo ma il lavoro la porta per lunghe giornate lontana dagli affetti, ai quali rimane legata attraverso Skype. «Organizzare casa, lavoro e famiglia è una vera sfida – ha dichiarato tempo fa al sito “Zig Wheels” – Credo sia importante coinvolgere sempre i figli nella mia attività. A casa, mio marito e le tate sanno sopperire bene alla mia assenza e sono felice che i miei bambini siano orgogliosi del lavoro che fa la loro mamma». In famiglia, la team manager continua a parlare hindi anche se limitatamente ad alcune parole. E’ comunque molto forte l’impronta natale: «Le mie origini indiane mi aiutano anche nel lavoro – ha confessato recentemente – In un ambiente così competitivo come quello della Formula Uno riesco ad essere serena, a scrollarmi di dosso le esperienze negative e concentrarmi solo sul presente», una grande pace interiore, appannaggio della cultura orientale. Pensare che la sua prima passione è stata il rally, prima ancora del tennis, dello yoga e della cucina, i suo hobby preferiti. La sua ascesa rapida in questo duro mondo professionale non le ha creato alcun disagio: «Faccio parte di questo ambiente da così tanto tempo da non sentirmi diversa. Guardo il tutto dal punto di vista di una donna che deve vestire dei panni che hanno indossato un numero di professioniste molto ristretto». Monisha è membro della commissione “Women&Motorsport”: «Con il ruolo che ho – ha spiegato al “Sole24ore” – promuovo la causa di un maggior lavoro per le donne, possibilmente nel mondo degli sport a motore».

La scheda

Nome: Monisha
Cognome da nubile: Narang
Nata a: Dehradun (India)
Il: 10 maggio del 1971
Nazionalità: austriaca
Vive a: Küsnacht (Svizzera)
Famiglia: sposata con Jen Kaltenborn, un figlio nato nel 2002 e una figlia nata nel 2005
Hobby e passioni: rally, tennis, yoga, cucina e opera
Sito: http://www.sauberf1team.com/en/team/management/monisha-kaltenborn/

Essere Francisco Maturana. Dalla finale perfetta col Milan alla battaglia al narcotraffico

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Tokyo, 17 dicembre 1989, finale di Coppa Intercontinentale. In campo Milan e Nacional di Medellin, danno vita alla partita tatticamente perfetta, con moduli speculari, “catenaccio moderno”, un finto atteggiamento offensivista. Una gara che se Kasparov fosse appassionato di calcio quanto di scacchi, se la sarebbe registrata in vhs e rivista più volte. Togli una “c” al gioco con i cavalieri e le torri e ti ritrovi Sacchi, l’allenatore del momento sulla panchina rossonera. Il problema è che quei “cafeteros” più che coltivatori di caffè hanno la capacità di narcotizzare qualunque folata offensiva degli avversari. Una partita così non la può che decidere un giocatore che come dirà il suo allenatore poi “Aveva uno score di due gol in sette anni di serie A”. Tuttavia, al 119′ di una partita senza reti, sarà il portatore sano e operaio di questa grama media statistica a regalare la seconda Coppa Intercontinentale al Milan. Van Basten si procura una punizione dal limite. Quel calcio piazzato avrebbe potuto calciarlo Gullit di forza oppure pennellarlo lo stesso centravanti olandese e invece ci va il più scaltro a dare il calcio ad effetto, colui che vede per primo la falla nell’imprecisa barriera eretta da un confuso Higuita, unico ingranaggio imperfetto nella scacchiera del Nacional. Mentre Galliani rischia lo strappo muscolare ad una gamba esultando e scattando dalla panchina, seduto di fianco a Sacchi, c’è il mister dei colombiani sconfitti che serra le labbra sottili e si chiede come sia possibile che quel giocatore che si chiama Alberigo, abbia strappato per un lampo di confusione l’estro che al Sudamerica viene naturale e calcificato addosso a mò di stereotipo. Francisco Maturana ha cambiato il calcio con le sue idee, quelle più indipendenti dall’umore solare ma lunatico della fantasia dei singoli, proponendo un gioco sì attento ma più offensivo, fatto di passaggi in orizzontale e gran possesso palla, il tutto senza dimenticarsi di affidarsi alla creatività. Un paio d’anni prima della partita perfetta, la Federeazione colombiana gli affida la panchina per ridare linfa ad una nazionale depressa. Il neo Ct si punta sul blocco Nacional e conquista i Mondiali con una Colombia assente dalla competizione da ben 28 anni. A Italia ’90 i cafeteros raggiungono gli ottavi, stupendo con il loro gioco a “zona dinamica” mostrato dentro un girone granitico, perchè composto da Germania, Jugoslavia ed Emirati Arabi Uniti. Se Rincon permette il miracolo, Higuita tradisce: ai quarti accederà il Camerun, con un gol di Milla, complice l’errore del portiere. Quando l’attaccante entra veloce in area, l’estremo difensore rimane sulla linea dell’area piccola quasi statico e facendosi trafiggere. Mentre il Leone d’Africa esulta di anche davanti alla bandierina del corner, Maturana ha già la testa alla prossima Coppa America, quella del ’93, la stessa che vedrà la Colombia classificarsi terza, perdendo in semifinale con l’Argentina, vincitrice di quell’edizione. Con la qualificazione a Usa ’94, stavolta la Nazionale deve allargare le spalle per sopportare pressioni e aspettative più forti ma l’avventura americana si rivelerà fallimentare con l’uscita di scena dopo tre gare e il dramma dell’omicidio di Escobar. Pensare che nelle settimane precedenti a quell’autogol, il Ct desiderava che la sua Nazionale così tanto attesa in campo, potesse approfittare della ribalta mondiale per unire un Paese devastato dalle guerre interne e dal narcotraffico. L’uccisione del giocatore registra il fallimento del calcio come arma di distrazione di massa, visto che quella che colpì il difensore del Nacional arrivò dritta al suo obiettivo. Non è mai stato chiarito il movente, forse l’autogol contro gli Stati Uniti comportò per qualcuno una grossa perdita di denaro nel giro del calcioscommesse. Maturana viene allontanato dalla panchina ma tornerà Ct nel 2001 e nello stesso anno, in casa, vincerà la prima Coppa America nella storia per la Colombia, in un’edizione snobbata dalle grandi per motivi di ordine pubblico.
Girerà ancora il mondo Maturana, diventando uno degli allenatori sudamericani più influenti della storia. Tutto questo perchè il tecnico è sempre sfuggito al clichè del giocatore poco acculturato. Alla fine della sua carriera da calciatore si laurea in odontoiatria e il disprezzo per le condizioni in cui il narcotraffico condiziona la vita della sua Nazione, cerca di metterlo in pratica entrando in politica ad inizio degli anni ’90. “Il nostro calcio e la nostra società hanno bisogno di più cultura”, è uno degli slogan con i quali riesce a distinguersi, anche se nell’ottobre del ’99, all’epoca Ct del Perù, se ne uscirà fuori con una dichiarazione all’olandese, di grande apertura in un calcio piatto, facendo piuttosto scalpore: “Birra e donne non influiscono negativamente sui giocatori. L’una e l’altra cosa dipendono dalle personalità di ciascun giocatore. C’è chi può avere rapporti sessuali poco prima della partita e ritenere che gli faccia bene e chi ritiene, invece, che faccia mancare le forze. Lo stesso vale per la birra”.

Centri commerciali e fuorigioco: scene da un matrimonio (forse)

matrimoni

Il più importante fattore di seduzione che il calcio esercita nei confronti degli uomini di cultura è rappresentato dalla sua dimensione collettiva, che rende le sue vicende infinitamente più romantiche e drammatiche di quelle riguardanti sport durissimi come la boxe o il ciclismo. (…) La semplicità. Quella delle regole, innanzitutto, comprensibili, a chiunque, nonostante l’oggettiva difficoltà insita nello spiegare ad una donna cosa sia il fuorigioco. D’altronde, noi maschi, non siamo geneticamente programmati per passare più di quindici minuti in un centro commerciale e quindi dobbiamo accettare l’altra faccia della medaglia.
Ci sono matrimoni andati in frantumi proprio in seguito ad estenuanti discussioni sulla posizione di un centravanti “al momento in cui parte il pallone”, ma d’altra parte, vale anche il contrario: se lei capisce la regola del fuorigioco in un tempo ragionevole, sposala e stai sicuro che non te ne pentirai (avvertenza per le donne: se il vostro lui supera senza andare in escandescenze il quarto d’ora di shopping, non è ancora il caso di ordinare i fiori d’arancio, perchè prima o poi potrebbe disertare la vostra festa di compleanno per un ottavo di finale di Champions League. Anzi, è decisamente probabile che prima o poi lo faccia).

“Social football – Non è mai stato solo un gioco”, Lorenzo Zacchetti (2012)

Lettere d’amore in fuorigioco. Gramellini e il prototipo della donna tifosa

Era il 1997, il Guerin Sportivo diretto da Italo Cucci, costava 4500 lire. Massimo Gramellini  curava una rubrica nella quale rispondeva a lettere di tifosi, dove il calcio si mescolava, con troppi nodi inestricabili, alla sfera privata, tra liti e incomprensioni con gli amici, i parenti, le fidanzate, i capi al lavoro. Al centro di tutto, la squadra e una passione patologica per il pallone. Ho ritrovato questa lettera che si può leggere per intero, compresa la risposta del giornalista, ingrandendo la fotografia

lettere d'amore in F

L’autrice è una 14enne di Fiesole che si firma “Giuditta”, quasi nessuno sa che all’epoca – visto che parliamo di sedici anni fa – di adolescenti come lei ce n’erano già molte, mosche bianche che iniziavano ad essere numerose. Dentro c’è tutta l’insicurezza di essere una ragazza, odiarsi per questo ed amare il calcio; la paura e le prese in giro dall’altro sesso, la voglia di essere come le altre coetanee che del pallone se ne fregavano, ma ormai è troppo tardi perchè non se ne può fare a meno. “Maschiaccio” era l’etichetta scontata che veniva affibbiata perchè quello si diventava: un limbo dove se eri tifosa al pari di un uomo, andavi a scontrarti con un rossetto che non potevi mettere e dei tacchi sui quali non avresti mai imparato a camminare. Sono passati anni, certi stereotipi durano ancora, forse con ragione e legittimità, altri no. A Gramellini,  va il merito di aver definito – riportato sotto – il prototipo della donna tifosa di oggi, non necessariamente accessoriata da caratteri maschili, stampati ad inchiostro sulla tabella della differenza di genere:

(…) Gianni Brera diceva che il calcio è per gli uomini perchè la porta della propria squadra rappresenta il sesso della fidanzata-moglie-madre-sorella da difendere contro le insidie altrui, mentre la porta degli avversari è il sesso della donna che s’intende conquistare: per questo, il tifoso reagisce ad un gol dei propri beniamini con un rilassamento dei muscoli paragonabile a quello di un atto sessuale. Brera aveva ragione su tutto, tranne che nel ritenere che un simile atteggiamento appartenesse in esclusiva ai maschi. Perchè mai una donna non potrebbe provare simile emozione? E se la prova è forse meno donna per questo? Non è invece una donna più completa ed evoluta? Sarebbe come a dire che un maschio che sa cucinare le lasagne al forno o passa un’ora davanti alle vetrine sia una checca.

Uno stralcio di risposta del quale Freud sarebbe orgoglioso e nel quale è impossibile slegare il calcio al sesso: in fondo è come se fossimo ancora fermi agli inizi del ‘900, quando la libido era (è?) la spinta a qualsiasi dinamica della vita. E anche ad un pallone che rotola.

Ti amo da morire

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Occhi allungati, viso dolce, ciglia lunghe. Rosaria Aprea vive in provincia di Caserta ed è bella. Una bellezza oggettiva di quelle che ti soffermi a studiarne la femminilità fatta appena donna, dentro i suoi 20 anni. Di lei si trovano molte immagini con la corona di “miss”, l’espressione di un palco sotto ai piedi, qualche sfilata, la voglia di una puntatina in tv, come le altre, quelle già affermate, le coetanee che magari non hanno già un figlio di un anno, non stanno con un fidanzato che toglie l’anima con le botte. Quella è rimasta ma l’ultima volta, qualche giorno fa, le è stata sottratta la milza, operata, dopo che lui le aveva fatto perdere prima la coscienza a forza di calci nello stomaco. Il motivo? Gelosia, forse. Sta di fatto che il fidanzato è accusato di tentato omicidio.
Rosaria col dolore fisico, inizia a raccontare ai quotidiani che no, stavolta non lo può perdonare perchè mica è la prima che la prende a pugni, è l’ennesima, ma mai era arrivato a tanto, tipo lasciarla mezza agonizzante sulle piastrelle gelate. Poi, col malessere esteriore che passa, dice di essere tornata lucida e di capire che lui non può stare in gattabuia, che le si stringe il cuore, quello che ora, senza milza, farà scorrere sangue con meno globuli rossi, meno ossigeno dentro, la concezione di normalità e anormalità rivoltate come un guanto. Di ferro.
Potrebbe avere il fidanzato più dolce del mondo, Rosaria, perchè è bella, la vita già succhiata forte, i lividi, gli insulti sprecati e senza senso. Accanto a sè potrebbe avere un uomo che la ama ma non lo vuole perchè vuoi mettere far crollare quel castello di carte di mondo normale, accettato a fatica ma che è diventato così routine che ci sta anche che il fidanzato ti spezzi le cartilagini quando s’incazza?
E ci si chiede cosa spinge una donna a sopportare questo, a mettere insieme i semi se poi arriva un uomo che ti prende a calci i cuori e le carte franano tutte.
Il meccanismo è perverso quanto semplice e si innesca alla prima ferita verbale, prima ancora che fisica, spesso sono combinate. Lo spirito di sopravvivenza indica che il corpo e la testa si devono difendere dagli attacchi, che se una persona fa del male, si deve reagire e non sopportare. Un calcio alle gambe da chi ostenta amore e scatta il perdono, sa che non si fa perchè convenzionalmente e moralmente scorretto, ma si fa perchè si ama. Un paravento e la vergogna addosso per non essersi comportate come lo spirito di conservazione vorrebbe. Poi lui si fa perdonare e allora “scusa amore” per gli ematomi, il setto nasale che sanguina, quella botta al gomito. Il giro ricomincia: lui mena, lei perdona con la vergogna di quella che, se presa a botte, non reagisce. Il cerchio perverso si completa con la creazione nella mente femminile di un mondo parallelo, l’unico luogo legittimo dove amore è anche quello che fa male, che ferisce, che avvelena e poi diventa miele e balsamo per le ferite. Si forma una dipendenza, per entrambe le parti. Relazioni così possono andare avanti per anni, passare sotto silenzio, finire in omicidio. In certi casi, la coppia si lascia. Lui senza redenzione, lei incapace di amare perchè i sentimenti non sono solo spontanei, seguono una maturazione e una presa di coscienza solo grazie all’esperienza positiva e non dominata dal terrore. Le donne che amano troppo, sono quelle che non hanno mai amato. Il prossimo partner è quello che per primo sperimenterà quanto sarà difficile avere a che fare con la vittima di una relazione malata. Ed è lì che serve il vero amore incondizionato, quello che – temporaneamente o permanentemente – è unilaterale.