Donne in Curva: chi sono, perchè lo fanno e Cupido su Massaro

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Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorata degli uomini: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé.
No, non è la citazione violentata di “Febbre a 90” di Nick Hornby, è quello che succede ad una donna quando si appassiona al pallone. La genesi della passione si discosta da quella maschile per un semplice fatto: è quasi sempre un uomo  a trasmettere la febbre ad una donna, che sia il padre o lo zio, il migliore amico o la comitiva maschile.
Chi sono le donne che frequentano lo stadio? Se lo è chiesto Beatrice Dorigo che per la casa editrice digitale indipendente “Zandegù”, ha pubblicato un breve ebook “Tipe da Stadio”,  che altro non è che un viaggio di voci, dal Piemonte alla Sicilia, di donne tifose militanti. L’autrice parte dai suoi stessi preconcetti di disinteressata allo stadio e al calcio e conclude la sua opera con lo scioglimento dei nodi dei suoi pregiudizi.

Sara tifa Milan e non fa più caso ad una sorta di “disagio” che arriva di prima mattina: “A volte quando entro al bar per fare colazione e prendo come prima cosa la “Gazzetta”, vedo il barista e gli avventori maschi che mi guardano come se avessero visto qualcosa di strano”. In questo clima, la stessa Sara vuole sfatare il mito che ci si avvicini al calcio per il giocatore belloccio: “Dopo i quindici anni – dice – è improbabile che sia così”. Eppure, la cotta per il giocatore è inevitabile, lei ce l’aveva per Daniele Massaro, contemplato per anni nel poster sulla parete di camera. Da adolescente era convinta che lo avrebbe sposato e alla base di questa speranza non c’era tanto l’attrazione fisica quanto l’ammirazione per l’uomo Massaro in mezzo al campo.

Spesso la scelta della squadra per la quale tifare è un sorta di rilancio della propria identità e funziona così anche per le donne. “Il calcio non è solo uno sport, è stata l’unica forma di riscatto  che abbiamo avuto – dice Deborah a proposito di Napoli e del Napoli – Uno che l’ha capito molto bene, pur non essendo napoletano, è stato Maradona ed è per questo che per noi sarà sempre un Dio”.

Entrando allo stadio, la Curva è il primo settore dove di solito si approccia la partita dal vivo poi, come mamme, ci si sposta in tribuna col figlio piccolo. Chiara è juventina da sempre ma viveva in Sardegna. Col trasferimento a Torino e il bimbo di tre anni per mano, riesce a recuperare tutte le partite che non si è vista da ragazza.

Proprio nel settore più caldo dello stadio si applica una delle più importanti regole non scritte: “La ragazza disinformata in Curva viene subito zittita ma non è una questione legata al sesso” dice Deborah, mentre le riunioni sì: a quelle è giusto partecipino solo gli uomini. Quanto al comportamento negli spalti non c’è via di mezzo o sessismo d’applicare: o si è disinteressate e quasi apatiche o si passa ad essere delle attaccabrighe ma soprattutto, una delle intervistate dalla Dorigo ammette: “Io devo sentirmi libera di poter porconare quando necessario”. 

Sono molti i momenti importanti nella vita in una donna: un figlio, un matrimonio ma tutte le interpellate tengono a specificare che non c’è nulla di emotivamente simile a quello che può dare una partita di calcio, carico di adrenalina compreso.

Se negli uomini il calcio è nel DNA, donne tifose si diventa ma in loro vi è un’innata propensione all’attività di coordinazione e gestione. Ecco perchè le si possono trovare a dirigere i club. Una è Martina, il cui obiettivo è far andare più gente possibile allo stadio e in questo ha provato a proporre qualcosa di concreto alla sua Juventus: la rateizzazione del costo complessivo dell’abbonamento, per chi non può permettersi di pagarlo subito in toto. Purtroppo la richiesta è stata respinta ma l’obiettivo rimane solido.

Dando uno sguardo oltre confine, il termometro della passione femminile non è bollente allo stesso modo in tutta Europa. Un’indagine dell’Indesit di tre anni fa si occupò di un campione di 20mila tifose di Italia, Francia, Inghilterra, Russia e Turchia.

Le turche si prendono il primato di appassionate con il 62% di loro che si afferma sostenitrice di una squadra, seguite dalle inglesi (30%) e dalle italiane con (25%). Nel nostro paese solo un milione circa di donne è solito andare allo stadio e in molti casi sono spinte dalla passione sportiva del partner.

In sintesi, come sostiene Annalisa Gabriele nel suo “Tifo singolare femminile”: “Dietro tutto questo c’è sempre un uomo. Per molte di noi si tratta di un padre assente per lavoro tutta la settimana, uno di quelli che ha benedetto l’invenzione del vhs. Il sabato e la domenica sprofondava nella poltrona preferita (…) riempiendo casa degli echi di Tutto il calcio minuto per minuto. Per avere il suo affetto non ci restava che accoccolarci vicino a lui sperando in una carezza mentre Ciotti con voce roca ci introduceva ai misteri della zona e Ameri ci induceva a pensare che lo stadio fosse un luogo pieno di mistero”.

Otto motivi (poco seri) per cui ricorderemo Brasile 2014


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1 – Orario subdolo. Nella scena iniziale del film “Così è la vita”, il carcerato Aldo dice dal basso del suo letto a castello al compagno di cella, sdraiato sopra un materasso sfondato: “Meno male che domani esci: avrò dormito un’ora in due anni”. Ecco, la stessa cosa è capitata a noi per i Mondiali: tipo che dal 13 giugno, mancano almeno 50 ore di sonno. La partita delle 22 o quella di mezzanotte sono state le più deleterie: alla fin fine non ti addormentavi tardissimo, ma quelle ore perse notte per notte andavano accumulandosi, facendoti arrivare come uno straccio al rush finale.

2 – Le braccia conserte. Cuadrado è stato il peggiore in assoluto. Nella ripetizione della presentazione dei giocatori, lui spiccava perchè piegando le braccia s’infilava le mani sotto le ascelle. Tutti gli altri, invece, se la sono cavata più o meno bene. Ormai è una posa virale. Potrebbe scapparci mentre parli con chiunque.
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3 – Martins Indi. Ho controllato la foto su Wikipedia: non pare lui. A meno che a questi Mondiali non si sia presentato già “memato”. Di fatto ad ogni partita dell’Olanda c’era una sua espressione indimenticabile.
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4 – La pazza Germania. Non li capiamo. Memori di Oddo sbronzo davanti a tutte le telecamere del globo, quelle esultanze teutoniche compassate fanno quasi saltare i nervi. Eppure dentro la squadra la follia impera(va). Neuer ha fatto di tutto e di più, anche il libero alla Beckenbauer per intenderci, e in finale l’uscita omicida contro Higuain ha ricordato quella di Harald Schumacher nell’82 contro Battiston (in realtà, a me ha ricordato il ginocchio alto di Sebastiano Rossi al Milan…). La Germania, dopo oltre trentanni, ha finalmente un portiere folle. E un attaccante che trolla gli avversari: la finta caduta di Muller in uno schema su punizione contro l’Algeria, non ha bisogno di essere commentata. La punta del Bayern è clamorosa: riesce nelle cose impossibili e sbaglia l’improbabile davanti alla porta.
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5 – Falli e feriti. Qualche intervento è stato di una violenza commovente: dal morso di Suarez, alle tacchettate sui menischi, i gomiti sugli zigomi, le entrate a gambe tese per fare male senza pudore. Tibia e perone per Onazi, sangue dalla testa per Feghouli. Prendendo a prestito il concetto di un amico, a questo Mondiale si è “marcato di più per coprire di meno”. Si è segnato tanto (il Brasile ha contribuito moltissimo: al passivo, ovvio) ma di spettacolo se n’è visto davvero poco. Inevitabile che sia stata la competizione dei portieri: cattivi, furbi, bravi e bravissimi; bastardi, in lacrime (Julio Cesar), sorprendenti e allucinati (Casillas).

6 – Bambini in lacrime. Il prossimo mestiere di tecnico della regia tv, sarà quello di inquadrare solo belle fighe. Ci sarà proprio una figura preposta solo per questo, ne sono sicura. Eppure, a rimanere impresse, saranno le lacrime dei bambini. Ci siamo passati anche noi col primo Mondiale di cui abbiamo coscienza, una sorta di formazione che l’esistenza te la condiziona, perchè è in questo contesto che, per la prima volta, si sperimenta il dolore gratis di una sconfitta e l’ansia, altrettanto gratis per una vittoria. Entrambe, materialmente, non ti danno niente. E’ questo uno dei baratti più paradossali della vita, il calcio è il primo maestro ad insegnartelo.

7 – L’inutilità dei Ct argentini. Di che pasta fosse fatto Sabella s’era capito quando Lavezzi gli spruzzò l’acqua dalla borraccia, mentre era a bordocampo, così, per cazzeggio, anche se gli stava dando indicazioni in campo. Carisma a tonnellate, insomma. Lo stesso Lavezzi è stato ancora il testimone della mossa assurda del Ct nella finale: sostituito per far posto ad Aguero, quando l’ex Napoli era la classica spina al fianco dei tedeschi. Sabella ha 59 anni ma ne dimostra più di Cesare Maldini, si è reso protagonista di finti svenimenti a gol clamorosamente sbagliati. Contro l’Olanda, si tappava gli occhi con le mani quando i giocatori battevano i rigori decisivi. Spiace dirlo, ma è da Menotti che l’Argentina non ha un Ct meritevole di farsi ricordare.

8 – Cristo si è fermato al 2006. Un anno che è riuscito nel miracolo di rimpiazzare il 1982. Se prima eravamo figli di Bearzot, ora siamo tutte vedove di Grosso e Del Piero. Sky ha fatto rimandi continui all’Italia iridata di otto anni fa, tutto ciò che risale a quell’estate fa morire di nostalgia e pare debba essere preso da esempio ma non si sa su quali basi, visto che il calcio italiano pare essersi fermato lì e lì aver iniziato la fase medievale. Pensare che nel 2006 Tavecchio era già seduto sulla poltrona, idem Macalli. Il fatto è che eravamo felici. Ed avevamo ragione.

Costa Rica, dal calcio pura vida al derby armato

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Abbiamo fatto tutto quello che era possibile fare. Oggi non potevamo vincere questa partita. Così è la vita.
Occhiali squadrati – sempre gli stessi – e poggiati sul naso, l’atteggiamento pseudo filosofico di chi la beffa l’ha incassata dopo averci creduto. Tanto. Eppure il Ct della Costa Rica a Italia ’90, Bora Milutinovic, rispose così, nel post gara degli ottavi di Italia ’90, dopo la sconfitta per 4 a 1 contro la Cecoslovacchia. Non era mai andata così avanti la Nazionale centroamericana, rappresentante di un Paese nel quale il calcio è una passione dalla presenza pesante ma non così invasiva da penetrare nella società in modo totalitario.
La Costa Rica è quel paradiso che gli amici descrivono in modo standardizzato, non rendendo affatto l’idea di come il principio pari ad una shari’a, quello di “pura vida”, si sia cucito col fil di ferro alla cultura locale e sia arrivato poi al calcio.
Popolo di surfisti e di turisti che girano con lo zainetto a rincorrere il low cost, i costaricani o “ticos”, sono solari, rilassati e rispettano in maniera materna la natura, in un rovesciamento di ruoli tra uomo e Terra. Il principio della pura vita ha fatto sì che, mentre gli Stati confinanti si distruggevano in guerre civili, la Costa Rica scelse di non organizzarsi neppure un esercito professionista.
Dopo l’exploit di Italia ’90, i ticos ricomparvero sul palcoscenico mondiale nel 2002 rompendo il principio di pura vida con un gioco spavaldo. Nell’ultima partita del girone, non si arresero facilmente al Brasile presto pentacampeao, anzi: li misero per buona parte della gara alle strette, andando contro la natura – la stessa catena alimentare – che vuole il pesce grande mangiarsi il piccolo. Il calcio vibrante scosse quello “pacifista” Da lì, non è stata più la stessa cosa e la Costa Rica, quando va male, è catenaccio o materasso. Oppure stende 3 a 1 l’Uruguay.
I soldi che fluiscono nel calcio locale, sono fenomeno recente e coincidono con il boom immobiliare degli anni ’80, con la decisione del governo di proteggere vaste aree naturali. Un piano che produsse un’offerta ecoturistica tale da attirare moltissimi imprenditori e turisti. Il tutto andava a braccetto con la Nazionale di Milutinovic che accedeva ai Mondiali italiani e superava il girone. La ricchezza si è concentrata nella Valle Centrale, dove si trovano le due città più grandi della Nazione, nonchè quelle con le maggiori squadre di calcio: San Josè e Alajuela. La prima, il cui club è il Saprissa, decise di mettere fine al tifo dimesso e poco caldo dei suoi sostenitori e per aizzare gli animi si avvalsero di un gruppo di fanatici cileni dell’Universidad Catolica. Così nacque la Ultra, l’atteggiamento rissoso e i cori a tavolino. L’Alajuelense però, non rimase a guardare e formò la corazzata Doce. Il derby nacque spontaneo e sempre più feroce con il sorgere delle bande legate ai gruppi ultras e la sensazione dei giovani tifosi di rimanere attori marginali rispetto al ruolo di una minoranza costaricana che beneficiava di questo sviluppo economico. La situazione divenne tale che i disordini si concentrarono anche in occasione delle partite della Nazionale. Saprissa e Alajuelense decisero di mettere un freno a la Ultra e la Doce, con un’efficacia dubbia. “Avevo l’abbonamento stagionale per me e per la mia famiglia – racconta Matias nel libro “Guida alla Coppa del Mondo” – ma l’ho dato via. Adesso quando vai allo stadio, c’è un settore intero occupato dagli ultras, alcuni vanno perfino allo stadio armati”. Contro natura, contro il calcio pura vida.

Articolo pubblicato su Fantagazzetta

Inghilterra-Italia, tigri vs tori

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L’Inghilterra? Un gatto che quando attacca si fa tigre. L’Italia? Una squadra di tori. Così la pensa l’inglese Desmond Morris, il più famoso zoologo ed etologo del mondo, che nel 1981 scrisse un libro rivoluzionario. In “The Soccer Tribe” infatti, si analizza il comportamento sportivo alla stregua di quello tribale. Nell’intervista raccolta da Gabriella Greison su “Sportweek”, Morris ammette che non ha mai ceduto alle richieste di ripubblicazione del testo, perchè scriverebbe esattamente le stesse cose. “Io sono attratto in generale dal gioco del calcio – spiega alla giornalista – Mi piacciono la semplicità e il fatto che mai sia cambiato: solo il calcio crea tutta questa dipendenza. Ci riporta al periodo in cui in piccole tribù andavamo alla ricerca di cibo. Oggi ci sono i supermarket, il nostro obiettivo non è più il cibo bensì il gol, la rete rappresenta simbolicamente il nostro traguardo esistenziale. E se la squadra che gioca è la Nazionale, allora il significato per noi è ancora più eccitante”.
Passando alla sfida Italia-Inghilterra, l’etologo definisce i nostri avversari, una squadra di giovani che ha bisogno di dimostrare, ai compagni di maggiore esperienza, di essere all’altezza del compito. Gli uomini di Hodgson hanno un atteggiamento felino in campo: in difesa si muovono un po’ come i gatti quando si avvicina loro la preda, mentre in attacco si trasformano in tigri rapide e affamate.
La squadra di Prandelli è invece composta da tori, col suo fare prepotente in campo, teso a spaventare chi ha di fronte.
Morris non è molto tenero, invece, quando parla del tifo italiano: “L’ultras da voi vive ancora la prima fase istintiva, animalesca, che non viene dominata da nessuno”, riporta l’articolo di Greison. In altre parole, “andare allo stadio è come andare a caccia”. E a guardare lo spettacolo messo in scena, c’è il resto delle persone, più o meno disinteressate, che vi rivolgono l’occhio come fossero allo zoo o a teatro.

Papà, ho visto Maradona. E mi sono innamorato del Lecce

Il 1985 è l’anno della tragedia dell’Heysel, del primo incontro tra Ronald Regan e Michail Gorbacev, dei terremoti devastanti in Messico e in Cile. E’ l’anno del grande freddo in Italia mentre la Groenlandia esce dalla Comunità Europea. Viene lanciato il singolo “We are the World”, scritto da Michael Jackson e Lionel Ritchie, in Giappone esce “Super Mario Bros”.
Poi trovo questa foto, Napoli-Lecce

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e uso whatsapp per inviarla ad un contatto lontano. Ne esce fuori l’aneddoto da stadio che non dimenticherai mai:

“Io quel giorno ero alla Est
Attaccato alla mano di mio padre
Mi portò a vedere Diego
Ma io mi innamorai di quella maglia
Barbas e Pasculli èh… Mica bau bau micio micio”

“Non ha importanza dove si è nati, quando come e dove si sono avuti i primi approcci con il calcio, per diventare un appassionato, un tifoso. Il tifo è una malattia giovanile che dura tutta la vita. Io abitavo a Bologna. Soffrivo allora per questa squadra del cuore, soffro atrocemente anche adesso, sempre”

Pier Paolo Pasolini

Brasile 2014: le proteste, la violenza, peggio Rossi di Ghiggia e le tifose… brutte

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La Terra delle contraddizioni, delle periferie abbandonate da Gesù e delle spiagge divine attaccate alle città, dove il “progesso” è a tutti i costi ma di “ordem”, al momento, non ce n’è; più oro che verde, rimasto sotto tonnellate di cemento. Il Brasile feroce nella sua violenza e allo stesso tempo ammaliante, dove Paolo Rossi fa più paura di Ghiggia e il Maracanazo è come se non fosse mai esistito: un dolore troppo lontano ormai per non essere leggenda. Viaggio nella sede dei Mondiali di calcio con Renato Sebastiani, nato a Milano nel 1963, emigrato in Brasile nel ’68. “Abito a San Paolo – racconta – Faccio l’insegnante di italiano in una scuola di lingue”.
Renato era giusto maggiorenne quando Paolo Rossi segnò una tripletta al Brasile meraviglia ai Mondiali di Spagna.

Italia-Brasile 3 a 2, che ricordi hai e come se l’è passata un italiano nella Terra di Zico e Socrates?

«Tifo Italia da sempre. Sono passati 32 anni da quel giorno e avevo tanti carissimi amici brasiliani con cui guardavo le partite ma non gli Azzurri. Le gare dell’Italia le vedevo da solo rinchiuso in camera a soffrire come un disgraziato per la mancanza dei gol di Rossi. La vita scorreva normalmente, non esultavo quando segnavano i “canarinhos” e nessuno se ne accorgeva, dopo ogni gara, finiva in festa. Tutto è cambiato da bianco a nero il 5 luglio, quando mi trovai davanti allo schermo a guardare Italia-Brasile, affiancato da una ventina di amici con la maglia gialla ed io con una discreta maglietta bianca. Una tensione che si tagliava con il coltello durante i novanta minuti, ma urlavo come un pazzo ogni volta che segnava Rossi. Qualche cazzotto dagli amici l’ho preso sicuramente, ma nel calore della partita la gioia era talmente forte che mi sentivo dentro allo stadio e non mi importava di niente. Al fischio finale la cosa non finì proprio male perché eravamo tra amici, diversamente l’esperienza sarebbe stata un’altra e non rappresenterebbe un bel ricordo. Qualche amico non l’ho sentito per un paio di giorni ma poi ci siamo incontrati ancora per vedere la semifinale e poi la finale. Mai avuto così tanti amici polacchi o tedeschi in vita mia… »

Tornando al 2014, a giugno il Brasile ospiterà i Mondiali. La percezione è quella di un Paese lacerato dal conflitto tra la gioia per la voglia di calcio e il duro malcontento di chi non ne vuole sapere di questo evento…

«Percezione precisissima. Esiste una gran voglia di ospitare i mondiali di calcio, valida per quella gran parte di popolazione che purtroppo è la meno istruita e che non si preoccupa per l’attuale situazione di corruzione pubblica del governo, sicuramente la più grande e sfacciata sin dalla scoperta del Brasile! Poi c’è la paura generale di un’altra parte dei cittadini, quelli che lavorano e producono la ricchezza dello Stato con il loro sudore e che non vengono ogni mese aiutati da soluzioni elettorali per guadagnarsi dei voti, che mostrano un chiaro ritratto di una dittatura velata dei governi populisti. Sono stati spesi miliardi di dollari in modo per niente chiaro nella costruzione di tutti e dodici gli stadi e di tante altre strutture richieste dalla Fifa per il trasporto pubblico, le migliorie negli aeroporti delle città partecipanti e tante altre cose… Perché tanti stadi e tante costruzioni? La risposta appare abbastanza ovvia… Il paese vive una crisi senza precedenti, di mancanza di sicurezza ovunque – nelle vie, dentro casa e nei condomini, nei centri commerciali, nei ristoranti e negozi – una crescente ed allarmante violenza sociale, una scarsissima qualità della pubblica istruzione e della sanità. Gran parte degli investimenti nei settori che ho citato vengono sistematicamente ridotti o abusivamente tagliati per favorire la costruzione degli impianti per il Mondiale. E una bella fetta di questi investimenti finirà chissà dove…»

Parlando di calcio in senso stretto, ai brasiliani sfiora l’idea che possano perdere questo Mondiale? Quanto può essere da incubo una finale Brasile-Argentina?

«Durante la prima fase di preparazione ai Mondiali, quando la nazionale aveva come Ct il Signor Mano Menezes, un personaggio abbastanza vincente con la squadra del Corinthians ma che purtroppo non fece un gran lavoro con la “Seleção”, tutta la nazione era molto diffidente e quindi non si aspettava molto. Il tecnico, la rosa dei calciatori e anche la Federazione (CBF) venivano sistematicamente massacrati dalla stampa e dai tifosi. Poi, tutto è cambiato, con il ritorno in panchina del Signor Luiz Felipe Scolari, all’epoca allenatore del Palmeiras. L’attuale Ct è tornato dopo alcune manovre politiche non molto chiare partite dalla CBF per riaverlo in panchina, una trattativa che lasciò l’ex club di Scolari completamente senza guida durante la fase più importante del campionato nazionale. Il risultato fu la vergognosa retrocessione della squadra detentrice di più titoli nazionali.
Dopo la conquista della Confederations Cup, è tuttavia difficile credere che ci sia un solo tifoso brasiliano che possa immaginare una sconfitta ai Mondiali. Sono consapevoli della forza di molte squadre come la Germania, la Spagna, l’Olanda, l’Italia e l’Argentina, ma risiede nei cuori dei brasiliani un’intoccabile arroganza nel sottovalutare gli avversari. La cronaca sportiva ha sempre creato una mito sulle spalle del Brasile che stimola tale presunzione e prepotenza nei cittadini. Arroganza nata negli anni ’50. Nei mondiali casalinghi di allora, nessuno ci avrebbe scommesso una lira bucata nel “Maracanazo”. Negli anni successivi nacque la così detta “sindrome del cane randagio” – così la chiamano in Brasile – perché non si credevano più in grado di conquistare titoli importanti e anche nei Mondiali svolti in Svizzera nel 1954, il Brasile tornò a casa dopo una deludente presentazione.
Si spera in una finale contro Germania, Spagna o Argentina (L’Italia è esclusa, anche se abbastanza temuta). Oggi non pensano proprio ad una sconfitta e lo scenario psicologico della tifoseria è un po’ simile al 1982»

L’Uruguay del ’50 è ancora un incubo?

«E’ ancora vivo nella memoria dei più anziani la sciagura del Marcanazo, ma molto più come una leggenda che come rivalità attiva e viva contro l’Uruguay. La Celeste olimpica è abbastanza indigesta ancora oggi ma per altri risultati in altri tornei più recenti e sono sempre stati un sasso nelle scarpe dei brasiliani. La rivalità contro l’Argentina, questa sì è molto più forte, una differenza abissale paragonata a quella uruguaiana»

Sempre a proposito di sciagure, chi è più detestato tra Ghiggia e Paolo Rossi?

«Sicuramente il grandissimo Pablito, ancora oggi ricordato come il “Carrasco do Sarriá” (il boia del Sarriá). Ghiggia è visto come un male del passato e suscita tenerezza nella sua fragile figura fisica. Paolo Rossi è stato protagonista qui in Brasile di una pubblicità molto simpatica di una carta di credito, nella quale cercano di ravvivare la rivalità tra le nazionali italiana e brasiliana, ma che alla fine è chiaro che tutto deve finire dentro al rettangolo di gioco»

Su Paolo Rossi è chiara, ma che idea hanno i brasiliani della Nazionale italiana? E degli italiani?

«In generale gli italiani sono visti come giocatori che hanno talento ma non si avvicinano assolutamente alle caratteristiche naturali dei calciatori brasiliani. Gli italiani sono quelli più applicati tecnicamente e che fino a qualche anno fa appartenevano ad una scuola di calcio molto, anzi, troppo difensiva. L’espressione “catenaccio” da queste parti è (era) sinonimo di calcio italiano per definizione pura e semplice. Oggi molto meno e lo stile di gioco alla Prandelli gli ha fatto aprire un po’ più gli occhi e a temerci un pochettino di più. Se il Brasile è quello che gioca a calcio con l’eleganza di uno schermista, la nazionale italiana è lo scugnizzo che, improvviso, con una stilettata, ti condanna a morte»

Esiste per i brasiliani un altro Dio all’infuori di Pelè? Quali sono stati i giocatori degni di avvicinarsi a ‘O Rei?

«Pelé sarà sempre il Re del calcio, un Re unico e impareggiabile. Nell’ 82 si parlava molto di Zico e Socrates, poi di Romario, poi di Ronaldo, Ronaldinho gaúcho, ecc.. Oggi si parla molto di Neymar, un grande talento che come Pelé è diventato famoso molto giovane nel Santos, ma è ancora una promessa del calcio, lontano dai gol che fece Pelé ad inizio carriera. Dobbiamo aspettare ancora un po’ di tempo per capire ma credo che Pelé sia stato e sarà per molto tempo il più grande ed il più completo calciatore nonostante tutti gli sforzi degli argentini di affermare la superiorità di Maradona. Secondo me uno sproposito»

Fuori dalle Nazionali, vai allo stadio? Segui qualche squadra brasiliana?

«Il calcio brasiliano è una grande confusione e la violenza degli ultras, anche da queste parti, è molto presente. Non ci vado mai allo stadio quando c’è un derby, perché le risse purtroppo fanno parte dello spettacolo. Sono tifoso del Palmeiras, che è la squadra della colonia degli emigrati italiani in San Paolo, fondata nel 1914 e che prima della II Guerra si chiamava “Palestra Italia”. Per motivi bellici, tutte le società che avevano nei loro nomi Italia, Germania o Giappone, hanno avuto i loro patrimoni sequestrati dallo Stato brasiliano e per questo motivo il club passò a chiamarsi “Sociedade esportiva Palmeiras” (da “palme”, in riferimento alle grosse palme nei giardini interni della società ancora oggi presenti)»

Infine, una curiosità che interessa a livello planetario: come descriveresti la tifosa della Nazionale brasiliana che si vede bella e scatenata sugli spalti?

«Pensare ad una tifosa brasiliana bella e affascinante come suggerisce l’immaginario maschile, secondo me è un errore. Negli stadi sia in Brasile che in Olanda o in Ucraina o anche in Danimarca o in Svezia, troverete sempre delle donne bellissime sugli spalti, perché vengono ricercate dalle telecamere in una trasmissione di qualsiasi sport, perchè attirano l’attenzione degli spettatori quando una partita si fa un po’ noiosa. Non si è mai vista una tifosa brasiliana, per di più bella, che sia diventata il sex symbol di un campionato. Se prendiamo come esempio la Riquelme, tifosa del Paraguay negli ultimi mondiali del  2010 in Sudafrica, quella si esibiva con delle scollature esagerate e anche secondo me abbastanza volgari perché definiscono le donne come un oggetto da usare e gettare appena consumate. Questo non si vede in Brasile. Nella cerimonia recente della Fifa per il sorteggio dei gironi, era presente la modella brasiliana Fernanda Lima, che è indubbiamente una bellissima donna ma che non rappresenta la tipica donna brasiliana. Le brasiliane sono in gran parte non molto belle e per gli standard europei poco raffinate. In genere si dimostrano più “disponibili” delle europee. Come in qualsiasi altra parte del mondo, le belle donne sono dappertutto ma mediamente non sono modelle o delle bellezze straordinarie, anzi. Quelli che hanno prenotato biglietti e alberghi per i mondiali 2014 mi daranno poi ragione».

Renato, di padre abruzzese de L’Aquila e di fede milanista, è felicemente sposato con una donna di origine italiana, del Lazio, di nome Kelly: “Il nostro sogno nel cassetto è di poter vedere un giorno, l’Italia fuori da questa grande crisi per fare finalmente rientro, dentro una vita tranquilla. E’ difficile, lo so, ma ci penso ogni santo giorno”.

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NB: un grazie di cuore a Renato Sebastiani per la sua immensa disponibilità, nel rispondere alla mie numerose curiosità tramite mail. Ho tagliato e corretto solo in parte le risposte di Renato, questo talvolta a discapito della scorrevolezza ma è stata una decisione consapevole e che non toglie valore alla sostanza di quanto raccontato

Il comunista Sinisa Mihajlovic

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“Sinisa, se tutti i serbi fossero come te, ci sarebbero meno problemi su questa terra”. Slobodan Milosevic adorava Mihajlovic, tanto da custodire in un cassetto una maglia del difensore, ai tempi dell’amata Stella Rossa. Adem Ljajic , invece, si porta dentro l’anima un parere sicuramente opposto a quello dell’ex presidente, vista la querelle su quell’inno che lui proprio non vuol cantare perchè, effettivamente, non gli appartiene. Il romanista, nativo di Novi Pazar, fa parte del popolo di etnia bosniaca che si è convertito all’Islam durante l’occupazione ottomana. Il 12 maggio 2012, prima dell’amichevole con la Spagna, le labbra serrate di  Ljajic non piacquero per niente a Mihajlovic e non lo mandò a dire, escludendolo dal giro della nazionale perchè “quando s’indossa questa maglia ci sono dei principi da rispettare”. Quelli dell’orgoglio nazionalista. Arkan e Miha
Eccezion fatta per un piede sinistro che mette tutti d’accordo, il Ct della Serbia spacca da sempre tifosi e addetti ai lavori: il giudizio favorevole su Milosevic, il rapporto con Arkan (“gli amici non li rinnego, né tradisco”) e lo striscione all’Olimpico da lui “suggerito”, la rabbia per un inno non cantato. Non solo, quando l’aria nella ex Jugoslavia si era fatta particolarmente cruenta, Mihajlovic – nel dicembre del ’91 – dichiarò di non voler proseguire la disputa del campionato: “I nostri tifosi sono al fronte… Il mio popolo perisce e versa il suo sangue e io come faccio a giocare. Mi sono persino trovato a pensare che è sconveniente continuare a giocare e magari a fare festa in mezzo a tante vittime”.
Nazionalista nei nervi oltre che nella testa, non ha mai fatto mistero delle sue idee politiche e durante la guerra diceva spesso e volentieri: “Tra noi siamo tutti serbi” anche se nativo di una nazione, l’ex Jugoslavia, abitata da sempre da molteplici etnie. E lo sa bene lo stesso tecnico, nativo di Vukovar, terra nella quale i serbi erano in minoranza.
Accusato di essere fascista, Mihajlovic ha risposto sempre di essere, al limite, nazionalista ma soprattutto un nostalgico del regime. Altro che camicia nera: “Ho vissuto con Tito, sono più comunista di tanti”. All’allenatore piaceva molto quella vita da bambino e da ragazzo dentro una quiete forzata: “Slavi, cattolici, ortodossi, musulmani: solo il generale è riuscito a tenere tutti insieme – dichiarò al Corriere di Bologna qualche anno fa – Ero piccolo quando c’era lui, ma una cosa ricordo: del blocco dei paesi dell’Est la Jugoslavia era il migliore. I miei erano gente umile, operai, ma non ci mancava niente. Andavano a fare spese a Trieste delle volte. Con Tito esistevano valori, famiglia, un’idea di patria e popolo. Quando è morto la gente è andata per mesi sulla sua tomba. Con lui la Jugoslavia era il paese più bello del mondo”.
Se Mihajlovic ha nostalgia del Muro, da giocatore l’ha sempre nascosta piuttosto bene, quando ogni suo calcio piazzato non s’infrangeva mai sulle barriere, anche perchè le avrebbe fatte a pezzi così come coloro che con un piccone sgretolavano un’ideologia scomparsa a Berlino e in tutta Europa. Il Ct si sente comunista anche per l’odio da guerra fredda verso gli Usa: “Non sopporto gli americani. In Jugoslavia hanno lasciato solo morte e distruzione. Hanno bombardato il mio Paese, ci hanno ridotti a nulla. Dopo la Seconda Guerra Mondiale avevano aiutato a ricostruire l’Europa, a noi invece non è arrivato niente: prima hanno devastato e poi ci hanno abbandonati. Bambini e animali per anni sono nati con malformazioni genetiche, tutto per le bombe e l’uranio che ci hanno buttato addosso”.
La nostalgia di Tito si estende anche alle funzioni pedagogiche del regime: “Oggi educare un bambino è un’impresa impossibile. Sotto Tito t’insegnavano a studiare, per migliorarti, magari per diventare un medico, un dottore e guadagnare bene per vivere bene, com’era giusto. Oggi lo sapete quanto prende un primario in Serbia? 300 euro al mese e non arriva a sfamare i suoi figli. I bimbi vedono che soldi, donne, benessere li hanno solo i mafiosi: è chiaro che il punto di riferimento diventa quello”.
Sta per tornare in Italia, Mihajlovic. La Federazione serba è molto pessimista sul fatto che possa continuare ad essere Ct e nei giorni scorsi Sinisa ha fatto gli occhi dolci a Roma e Genova: tutto per tornare nella nostra nazione, perchè dopo l’esperienza a Firenze, questa potrebbe essere l’ultima chiamata nel nostro campionato.
Ovunque è stato e quando aveva Eriksson come allenatore, si è sempre definito “Il responsabile delle palle inattive”, colui che incarna il concetto letterale di punizione, andando oltre il campo da calcio. Dovrà tornare in Serie A con attributi attivi stavolta e non dovrebbe essere difficile: in fondo, per Mihajlovic, è sempre guerra.

“Ha usato e abusato del suo ruolo sportivo per esaltare le sue opinioni e poiché i suoi idoli erano Arkan e le tigri serbiste e le loro imprese criminali, mi sembra difficile che ideali simili non influiscano sul modo di considerare l’agonismo sportivo e la formazione dei campioni a lui affidati”
(Adriano Sofri)

Gabriele Sandri ucciso da “questa persona”

tribunale di Arezzo

Tribunale di Arezzo, 16 gennaio 2009. Udienza preliminare

Il silenzio compatto dei tifosi laziali viene rotto da due amici di Gabriele, i quali non fanno mai il nome di “Spaccarotella”. Quando parlano dell’agente, lo nominano semplicemente “questa persona”. Le prime opinioni vertono su un processo per rissa, la mattina dell’uccisione, che nonostante sia stato archiviato, riemerge ancora sui media e suona come un’accusa infamante: “Il processo è stato archiviato e ciò significa che non ci sono elementi a procedere. La notizia che ancora i giornalisti riportano è il processo a un poliziotto che è intervenuto per sedare una rissa, ma con l’archiviazione del processo, significa che la rissa non c’è stata. Il processo adesso è sulla persona che ha ucciso Gabriele Sandri, non su chi è intervenuto per sedare una rissa, la rissa non è esistita nel momento in cui viene chiuso il procedimento”.
“Non pretendo di dire la verità perchè non sono nelle condizioni di poterlo fare” continua il giovane “Qui è stato fatto un discrimine eccessivo, perchè c’è una persona che sta godendo di un privilegio che non è mai stato concesso a nessun cittadino. Questa persona non sta godendo della custodia cautelare e con il rito abbreviato ha diritto ad un terzo di sconto della pena, si presume, allora, abbia da scontare 14 anni di carcere. Questa persona aspetterà il processo nel momento in cui ancora bisogna scegliere quale strada processuale prendere, immagino che prima che si definisca il tutto ci vorranno almeno dieci anni e questa persona, tra dieci anni e, scusatemi se mi permetto, potrebbe anche già essere morta e sepolta, perchè questa persona non si conosce, non si sa chi è e, moralmente, poverino, è caduto in un comportamento deleterio, dandosi la zappa sui piedi, non presentandosi ancora al processo, per quale motivo poi? Per “assalto mediatico”? Mi sembra una scusa puerile”.
“Apro una parentesi: il processo Raciti. E’ stata imputata una persona su motivazioni che non reggono, sulla base del fatto che presumibilmente poteva essere presente nella curva dei tifosi del Catania, può darsi che lui era invece lì solo per vedersi una partita, ma in Italia si ragiona così: muore un poliziotto e allora bisogna far vedere che la giustizia emergenziale funziona, che lo Stato sa subito rispondere, anche a costo d’intervenire, prendendo come colpevole, uno tra il “gruppo”. In questo modo si rovina la vita di una persona, ma questo nessuno lo dice. In questo caso, una vita che dovrebbe essere rovinata, per ciò che è stato compiuto, non si procede. Perchè? Volete dirmi che allora c’è la giustizia dei “figli e dei figliocci”? Però ancora nessuno lo scrive e invece tante cose andrebbero dette perchè viviamo in una democrazia, in uno stato di diritto e mi spaventa, perchè lo stato si comporta come uno stato autoritario e giustifica il comportamento di un suo funzionario in nome della ragione di stato. Qui non si sta proteggendo la collettività, perchè una persona che ha ucciso sta a piede libero e potrebbe reiterare il fatto. Chi me lo dice che questo folle e pazzo non rifà quello che ha fatto in una fattispecie criminosa dove una persona scappa? E poi dice che non può più “guardarsi fuori”? Ma secondo me si guarda fuori, sente le notizie, però intanto non la si conosce, perchè anche qui è stata adottata una tutela dai suoi superiori di non farlo parlare in pubblico ma solo attraverso i media. Noi invece qua ci stiamo”. 

La corrente anti-Maradona degli anni ’90

Maradona 90

Oggi ce l’ha con il Fisco italiano al quale deve una serpentina a tutto campo di milioni di euro. Ieri, con il colonialismo, gli arbitri, l’Inghilterra e gli Usa, la Fifa, Joao Havelange. Maradona spacca da sempre i sentimenti di addetti ai lavori e appassionati di calcio ed è inevitabile se da personaggio pubblico non ha mai fatto mistero delle sue idee politiche, sociali e calcistiche. Sentimentalmente il numero 10 non lascia zone di compromesso grigie e non le colorerà mai. L’amore per Maradona non ha segreti, la corrente dell’antimaradonismo invece qualche buco nero lo presenta e inizia negli anni Novanta, conseguente – letteralmente – ad un colpo di mano. Ai Mondiali messicani dell”86 con la patata bollente politica e diplomatica tra Inghilterra e Argentina per le isole Malvinas, Diego riscatta simbolicamente il suo popolo sconfiggendo da solo i britannici e con lo storico gol di mano che beffa il portiere inglese Peter Shilton ma soprattutto l’arbitro tunisino, Ali Bennaceur: un’azione troppo veloce da poter – o voler – vedere e sanzionare. Poco importa se la seconda rete di Diego, quella che diventerà il gol del secolo, legittimerà la vittoria dell’Albiceleste: per tutti gli anni a venire si parlerà del primo irregolare centro. Come se non bastassero le polemiche fisiologiche di un post gara di questo tipo, Maradona mette i toni e il clima sui carboni roventi: “Il primo gol? L’ho segnato un po’ con la testa di Maradona e un po’ con la mano di Dio”. Il Mondiale in Messico si chiuderà allo stadio Atzeca con la vittoria dell’Argentina per 3 a 2 contro la Germania Ovest. Nessuna delle due compagini immaginerà che quattro anni più tardi si ritroveranno in finale ai danni dell’Italia, paese nel quale Maradona si consacra uno dei miglior giocatori che abbiano mai arroventato un campo di calcio, riscattando stavolta Napoli, per una volta non più conosciuta solo per il leitmotiv italiano “camorra-pizza-mandolino”.
Gli eventi attorno a Diego prendono a girare vorticosamente. Il fantasista si fa ben presto strumento di propaganda non solo sportiva ma anche politica e sociale. Intanto, in occasione dei sorteggi per i gironi di Italia ’90, Maradona spara la prima cartuccia contro l’allora presidente della Fifa Havelange, reo di “favorire l’Italia e sfavorire l’Argentina”. Il giocatore non farà mai mistero di questa sorta di corrente che, a suo parere, vuol portare a tutti i costi la Nazionale di Azeglio Vicini a raggiungere la finale e vincerla (magari contro la Germania). A competizione iniziata, l’Argentina allunga la sua coda di antipatie e odio quando nella seconda gara del girone contro l’ultima Urss della storia, un fallo di mano di Maradona non verrà sanzionato dall’arbitro con il rigore, anticipando così il declino della squadra di Lobanovskyj . Non è passato nemmeno un anno dalla caduta del Muro, ma Diego rende più amare le lacrime dei nostalgici dell’ormai ex potenza calcistica. Il sentimento anti Albiceleste si acuisce per poi rivoltarsi come un calzino nella semifinale del San Paolo tra Italia e Argentina. Maradona, approfittando di quella che ormai è casa sua, rompe le reni a quella che per lui è solo ruffianeria dell’Italia nel raccogliere la spinta della città partenopea funzionale a raggiungere le finali: “Solo adesso che ne hanno bisogno gli italiani si ricordano dei napoletani”, dirà il numero 10. Una granata che spaccherà il San Paolo a metà. Caniggia, invece, si occuperà di bucare la porta difesa da Zenga e riportare sull’1 a 1 il risultato della gara. Rigori nefasti per gli azzurri che lasciano accedere alla finale l’Argentina. Maradona inizia a sentire le pressioni e si porta sulle spalle strette il peso di una sorta di colpa da scontare, anzi due: la mano de Dios e l’aver stracciato il sogno italiano di vincere la Coppa in casa propria. Nella finale dell’Olimpico il clima è pro Germania e Diego non nasconde sotto i fischi il suo rabbioso “Hijos de putas, hijios de puta”. Generoso e discutibile il rigore concesso alla Germania e trasformato da Brehme, decisivo ai fini della vittoria tedesca. L’arbitro dell’incontro è messicano Edgardo Codesal, figlio d’arte – poiché il padre uruguaiano Josè Maria è stato anch’egli un direttore di gara – genero di Javier Arriaga membro arbitrale della Fifa. Nemmeno a qualche anno di distanza dalla finale di Roma, Maradona le manda a dire: “Quando li eliminanno dai mondiali, gli italiani dovettero ingoiare il più grande rospo della loro storia. Questo perchè Matarrese, un altro mafioso, da presidente della federazione italiana aveva già concordato la finale tra Italia e Germania. Fu allora che successe quello che successe: accusarono di doping prima me e dopo anche Caniggia, però dopo nessun altro. Nel calcio italiano, a parte Maradona e Caniggia, nessuno ha mai preso nemmeno un’aspirina”.
Sempre a suo dire, fu il doping lo strumento col quale la Fifa lo punì e tagliò dai campi di calcio. La partecipazione a Usa ’94, Maradona la racconta come un complotto, motivato anche dal fatto che in un clima glaciale col quale gli americani accolsero la competizione, serviva un personaggio potente come lui per scaldare l’atmosfera. La tesi complottistica fu poi confermata da Caniggia nel 2009: “Quattro mesi prima dei mondiali, gli organizzatori chiamarono Diego e gli dissero che avevano bisogno di lui. Diego era perplesso perchè il tempo a disposizione era troppo poco e non voleva fare una figuraccia davanti agli occhi del mondo, allora gli fecero capire che avrebbe potuto aiutarsi in qualunque modo, contando poi sul fatto non lo avrebbero controllato”. Dopo la vittoria per 4 a 0, Maradona risultò positivo all’efedrina, sostanza notoriamente usata per dimagrire, ma non fu squalificato prima della gara immediatamente successiva con la Nigeria, bensì con quella contro la Bulgaria, la cui partecipazione avrebbe permesso a Maradona di raggiungere il record di presenze alle competizioni mondiali. E’ qui che inizia il declino della carriera del giocatore e forse anche quella dell’uomo. La corrente antimaradoniana non si è mai spenta ma va a corrente alternata, al contrario di quella d’amore incondizionato. Colui che si è sempre eretto a difesa delle classi più deboli, subì un ribaltone della sua immagine, scomodando la feroce critica di Indro Montanelli su Il Giornale: “La gente comune, costretta a fare i salti mortali per poter mangiare, non sopporta i Maradona, non sopporta i modi dei nuovi ricchi, le loro feste miliardarie, il loro circo ambulante, i loro capricci da padroni del mondo che devono ancora scrollarsi di dosso la polvere dei quartieri dove fino a poco fa soffrivano la fame”.

Marlboro, soffitti viola, la porta e Bonimba al volo

bonisegna

“Ho visto Altobelli, Rummenigge, Ronaldo, Vieri, Eto’o e Milito ma sbiadiscono nel ricordo del grande Bobo Bonimba”. E’ un commento su youtube, caricato assieme ad un video con una breve raccolta dei gol migliori di Roberto Boninsegna. Ognuno porta nel cuore una prima punta, a spregio di quello che ha sempre sostenuto Pep Guardiola quando il Barcellona iniziò a fare sfracelli con il suo gioco nuovo, sfiancante nei nervi e vincente: “Non abbiamo un centravanti, perché il nostro centravanti è lo spazio”. Una concezione asettica, che scava un vuoto di romanticismo in quello che è forse uno dei ruoli più sentimentali nel gioco del pallone. Boninsegna è l’attaccante che passò la palla a Rivera per il gol del 4 a 3 contro la Germania e – come se non bastasse un pezzo di storia costruito dentro il monumentale “Atzeca” – è diventato icona della nostalgia del calcio ancora in bianconero, nel film “Radiofreccia” – “credo nelle rovesciate di Bonimba” – vero atto di fede.
Nel 2000 Roberto Vecchioni ha dedicato alla punta un omaggio che profuma di sigarette e di chiuso, ma anche di spazi aperti, frusciare del vento, nuvole di malinconia.

Lui si volta e fa appena in tempo a vedere il pacchetto di Marlboro che sta arrivando, forse non lo vede neppure, non sa nemmeno cosa sia, né l’imbecille che glielo ha tirato addosso, però lo sente, e in un angolo primordiale della mente intuisce la sfida: si avvita, alza il piede sinistro, colpisce di collo pieno e impatta lo specchio della Rosina che è la più grande cuoca con le più grandi tette di tutta la provincia di Mantova.Dal tavolo d’angolo, quello che guarda fiume, ponte e strada, caccio un urlo da stadio, gli amici cominciano una ola. Il locale è piccolo, basso, ma all’improvviso, a un segnale, ci prendiamo tutti per mano e quella stanza non ha più pareti ma alberi, alberi infiniti, e il soffitto viola non è, ma poco ci manca, non esiste più; al posto suo c’è il cielo, quello di San Siro, di così tanti anni fa che sembra ieri e in aria i trucioli coprivano le pozzanghere e un pallone simile ad un pacchetto di Marlboro sta planando là dove Bobo ha già la gamba a mezz’aria, perchè o si tira subito o mai, e un attimo dopo non è uno specchio ma una rete a subire l’offesa o la conquista o il gesto d’amore, chiamatelo come volete.
Boninsegna. Ci sono stati, ci sono giocatori belli, innamorati di sé come città di mare aperte al segno di colline degradanti: veroniche infinite ne accompagnano la presenza; stop aerei lenti e circolari come l’andare e il venire dell’onda. Ci sono giocatori imprendibili, elittici, come città di fiume: serpeggianti al pari delle anse improvvise e fini al palleggio; abili nel far sparire e comparire un coniglio rotondo da sotto un ponte, da una riva o da un’altra. Ci sono giocatori come montagne toste, chè al paese lassù ci vai tu a piedi; ed altri di ghiaccio o neve sottile, trine e merletti, miracoli di calli imprevedibili, piccole Venezie sghimbesce e fascinanti. E poi c’è il giocatore. Non c’è bellezza nel suo gesto, né armonia, né musica: non lo sfaccio da biliardo che divina i centimetri o la finta aurea che prevede e precede la figura di merda dello stopper: sta di fatto che lo stopper la faceva comunque. Geometria, balistica, calcolo anticipato gli erano del tutto sconosciuti; non di danza possedeva il passo, né larghi ritmi elegiaci suggerivano le corse, gli scatti, ma un miracolo d’istinti, la sublimazione del pressappoco, un’elementarità elevata ad arte, e rabbia da buono, bontà da canaglia, dove ogni giocata era metafora della vita e far la prima cosa che viene in mente o che passa per il cuore è assomigliare al primo uomo, al primo sport, alla prima volta perchè tutti son capaci bene o male di ragionarci su, uno solo aveva il coraggio di precedere il pensiero: Roberto Boninsegna.
L’ho visto tentarci da destra e da sinistra, di testa in tuffo e di tuffo in testa, d’anca e di caviglia, in rovesciata e girata, di punta, di sfriso, di petto, soffiando sulla palla, pregando da terra che entrasse, bestemmiando altri dei che i suoi li lasciava stare: l’ho visto segnare con le mutande a pezzi e col numero rovesciato sulla schiena, coi denti nella spalla dello stopper e con lo stopper sui denti, da sotto il fango, in cielo, perfino a testa in giù: di certo credo non mirava mai, non gliene fregava un fico di angolini, effetti, foglie morte: dove prendo, prendo e ci prendeva sempre.
E’ ovvio che esagero. Aveva classe. Non si segnano tutti quei gol se non se ne ha. Non si fanno cinquanta metri di campo con un’orda di tedeschi alle spalle, per dare a Rivera la palla di quel famoso 4-3 se non si è più che grandi. Ma la sua grandezza era niente in confronto all’istinto, alla faccia tosta, alla spavalderia; aveva un patto col destino, stava simpatico al destino.
Il soffitto è tornato viola, gli alberi sono spariti. Il cielo poi non si vede neanche all’aperto. Bobo ha infilato il cappotto, abbraccia una dolcissima moglie. Ho nostalgia di lui, come delle osterie fuori porta di Guccini e delle pastrugnate sui sedili posteriori.
Ci sono cose che sai dove sono e sempre lì le vorresti. Ci son cose che trovi a occhi chiusi come la pelle di una ragazza o le lacrime di un addio. Bobo è di questo genere. Esce di spalle salutando e non deve nemmeno guardare. Anche lui sa, ha sempre saputo dov’è la porta.

Dalla raccolta “Io&lui”, allegata al Guerin Sportivo numero 52 (dicembre 2000)