“Il calcio arte imperfetta, ma Maradona è stato il miglior pittore surrealista”. Parole e pennellate con Pupazzaro

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L’appassionato di pallone può essere un pragmatico o un esteta. Tuttavia non è facile ammettere che il nirvana dell’occhio lo si raggiunge quando queste due caratteristiche si uniscono. Negli ultimi anni si parla molto del valore culturale del calcio e per fortuna non si ferma solo alla maggiore fioritura narrativa e di saggistica. Molti sono coloro che si cimentano nelle illustrazioni, nel farne un arte visiva. “Pupazzaro” ha iniziato col dare una veste militare o monarchica ai giocatori, per poi arrivare a far indossare la maglia dell’Argentina ad un serissimo Borge e la divisa della Polonia a Chopin. L’arte è trasversale, il calcio lo stesso.

Innanzitutto, ti chiedo di presentarti, di dirci qualcosa su l’artista che si cela dietro lo pseudonimo di Pupazzaro

“Mi chiamo Fabrizio Birimbelli, sono nato a Roma 46 anni fa. Sono un informatico prestato alla grafica”.

Il tuo lavoro creativo è molto originale. Ce ne sono moltissimi di  account social con illustrazioni sul calcio e i calciatori. Mettere insieme arte/personaggi storici/Nazionali/squadre di calcio è però insolito. Come ti è venuta l’idea?

“Tutto è iniziato per scherzo circa 4 anni fa. Ho fatto il ritratto ad un mio amico in abiti da generale napoleonico. Lo ha appeso a casa e qualcuno gli ha chiesto se quello fosse un suo antenato. Lì ho capito che l’idea poteva funzionare. Successivamente ho iniziato a ritrarre i calciatori della Roma, della quale sono tifoso, e sono stati pubblicati sul sito ufficiale. Di lì a poco sono stato a Trigoria a consegnare il ritratto a Tony Rudiger e a Francesco Totti. Il resto è venuto da sè ritraendo calciatori di tutto il mondo. Ne ho fatti circa un centinaio. La scorsa estate poi ho avuto l’onore di presentare una mia personale al museo dell’Accademia di Belle Arti di San Pietroburgo. Insomma, da casa di un mio amico arrivare ad uno dei più antichi musei di Russia … è stato un bel viaggio! Poi quest’anno ho iniziato un progetto in qualche modo inverso: personaggi e artisti storici nei panni di calciatori. Van Gogh, Frida, Leonardo con le maglie delle rispettive nazionali. Con tanto di tatuaggi e pose da star del football”.

Tu scrivi: “il calcio è arte”. Che arte è il calcio? E perchè?

“Maradona è stato un pittore surrealista, Crujiff un poeta futurista, Pirlo ha fatto geometrie degne di un Haiku giapponese, Pelé era una sinfonia. Il calcio è lo sport più amato al mondo. Emoziona persone di diversa cultura, età, credo. Universalmente. Solo l’arte riesce a essere così trasversale”.

In che modo il calcio può arrivare ad essere un arte perfetta? Cosa gli manca?
“Non lo so. Il calcio è forse la meno perfetta delle arti. Troppe contraddizioni, troppi soldi. Dovremmo tornare al calcio delle origini. O fino agli anni 30 o 40 quando i calciatori erano sì degli idoli, ma molto più umani”.

Come trovi ispirazione? Pittura, letteratura, musica… Sono tutte cose che rientrano nei tuoi hobby o studi? O gli dedichi appositamente del tempo?

“Mi interesso a tutto quello che posso. Per questa ultima serie mi documento su poeti di alcune nazioni che conosco meno, per provare a tirare fuori qualche dettaglio che sia riconoscibile, qualche curiosità”.

Oltre alla Roma, hai squadre/Nazionali – magari straniere – per le quali hai simpatia?

“Seguo il calcio inglese ma senza una particolare simpatia. Per quanto riguarda le nazionali invece senza ombra di dubbio il Camerun, dai tempi di Milla, per poi passare a Mboma e Eto’o”.

Qual’è secondo te il vero artista del calcio e perchè? Quali caratteristiche deve avere?

“Secondo me il vero artista, un po’ dissoluto e autodistruttivo – come tutti i grandi sono di solito – è Diego Armando Maradona. Puoi odiarlo o amarlo ma non esiste nessuno che ne è rimasto indifferente. E’ stato e resta ancora un’icona assoluta di questo sport. Il gol contro l’Inghilterra resta un capolavoro al pari del “David” o “Guernica”. Irripetibile.
Un altro è stato George Best, “l’arte per l’arte” dicevano dell'”Art Nouveaux”, così lui: il dribbling per il gusto del dribbling”.

C’è’ una creazione che vorresti già aver disegnato, ma sei frenato  dal concretizzarla? Quale invece, tra quelle disegnate, ti ha soddisfatto di più nel produrla e ha trovato tanto apprezzamento?

“Non disegno/dipingo mai come vorrei: è sempre una questione di superare i propri limiti quindi ti direi che quello che voglio riuscire a realizzare è la creazione prossima.
Tra quello che ho fatto sono particolarmente legato alla serie che ho chiamato “Football Propaganda”, nello stile dei poster sovietici degli anni ’60 e ’70. Amo quel tipo di grafiche e penso che funzionino perfettamente con i calciatori”.

Hai in cantiere nuove idee che, magari, potrebbero discostarsi, dal tuo percorso attuale?

“Sì, sto cercando di realizzare un libro illustrato per bambini. Rimando sempre, ma prima o poi riuscirò a realizzarlo. Spero almeno”.

twitter/instagram @pupazzaro
Facebook Pupazzaro’s Art
Vendita stampe: http://www.redbubble.com/people/pupazzaro

Il pacifista Mihajlovic

Bologna FC, conferenza stampa di Sinisa Mihajlovic

“Il 15 gennaio del 2000, alle 17:05, Arkan viene ammazzato nella hall dell’Hotel Intercontinental di Belgrado (…). Lo uccide il poliziotto Dobroslav Gravic. (…) Arkan non serviva più e sapeva troppo. Mihajlovic gli dedica, assieme a Savicevic, un necrologio sui giornali. (…) «Il necrologio lo rifarei perchè Arkan era un mio amico vero e un eroe per il popolo serbo. E io gli amici non li tradisco. Conosco tanta gente, anche mafiosi, ma io non sono così. Se nazionalista vuol dire patriota, amare la mia terra e la mia nazione, beh, io lo sono. Per il mio paese ho fatto molte cose. Una sola non ho mai fatto al contrario di alcuni calciatori croati: mandare soldi per comprare le armi». (…) Mihajlovic, col piglio vitalista da uojmo che non ha peli sulla lingua e che lo accredita presso i suoi, trascina dalle curve al campo quel concetto di appartenenza fino all’iperbole tribale. E non gli basta aggiungere la pezza a colori per la quale sarebbe “contro tutte le guerre”. Facile enunciazione, si è mai sentito qualcuno dirsi a favore delle guerre?” – L’Ultimo rigore di Faruk (Gigi Riva – Sellerio).

Mir мир. O meglio: pace. La vita di Sinisa Mihajlovic è stata un fotogramma spesso tagliato, al quale sono stati innestati numerosi cambi di rotta. L’ultimo ieri, dove è diventato un paziente, malato di leucemia. La retorica del lottatore e del guerriero si è purtroppo sprecata, innaffiando qualunque altro tipo di considerazione. Non da meno è stata la metafora di una punizione da far centrare in rete. Tutto ingiusto, soprattutto stucchevole. Qualunque significato si possa attribuire a quel calcio da fermo, resta una sanzione su un campo di calcio (e non di battaglia). Questa “punizione” non si augura a nessuno di batterla, qualunque sia l’errore commesso.

Se è stato provato scientificamente quanto possa integrare la terapia un atteggiamento mentale positivo e attivo, nulla supera la fortuna o lungimiranza della prevenzione. E il “guerrafondaio” Mihajlovic lo ha ribadito in modo molto preciso, mettendoci pure molta enfasi: «Purtroppo, o per fortuna, abbiamo fatto alcuni esami e abbiamo scoperto delle anomalie che non c’erano 4 mesi fa – ha detto in conferenza stampa – Ho la leucemia in una fase avanzata, aggressiva. (…) Forse qualcuno pensava che potessi essere l’ultimo ad ammalarmi e fino a fine maggio era tutto normale, stavo bene. Siccome mio papà è morto di cancro faccio spesso esami specifici e grazie a questi ho scoperto di essere malato. Nessuno di noi deve pensare di essere indistruttibile, bisogna fare prevenzione e stare attenti alla salute». Un messaggio molto importante nonchè centrale per superare una patologia, altro che guerre e lottatori liberi. Non a caso è razionale così, anche provare ottimismo per il mister del Bologna, un’aspettativa pacifica.

Quanto al colpo basso del “Corriere dello Sport” che ha anticipato la notizia in questa era di bulimia della caccia allo scoop con le armi pesanti (la violazione di un rapporto amichevole o almeno di rispetto tra le parti), anche il giornalismo si metta l’anima in pace. Da appassionati di calcio e quindi della vita, nessuna anteprima clamorosa può sostituire un uomo che decide di mettersi trasparente, come le sue lacrime, davanti alle telecamere: sono ammalato, ho dovuto mentire, ho pianto per giorni e ancora lo sto facendo mentre io vi sto raccontando le cose in faccia.

Che il nuovo pacifista Mihajlovic li perdoni. O forse è meglio di no.

 

Ps. Le fonti delle dichiarazioni sono da attribuirsi al sito TMW.
L’ispirazione di questo post è merito di un amico ed ex collega Massimo: un vero modello di uomo e di comportamento davanti alle difficoltà. Grazie.

Il sarrismo non è mai esistito

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Sarri comandante, tabagista, proletario, ossessionato. La tuta, gli appunti troppo lunghi, la battuta schietta ma spigolosa, la cadenza toscana.
Etichette, tratti caricati e spesso caricaturali, l’ideale utopico e personalizzato dell’uomo, prima ancora dell’allenatore. La rabbia dei tifosi napoletani, i primi ad aver costruito uno dei più grandi inganni idealisti degli ultimi anni. Il generale che prima di una grande battaglia si tira su fino al collo una zip di un tessuto acetato e muove i suoi uomini contro il potere del Nord incravattato di seta e perfetto aristocratico, non si è mai materializzato.
Il sarrismo non esiste e non è mai esistito e questo ben prima della firma con la Juventus.
La fede in un gioco estremamente propositivo, le doti di organizzatore, di valutazione tecnica del giocatore a disposizione, e tattica dell’avversario, non hanno mai fatto nascere una nuova dottrina. No, non siamo di fronte a nessuna rivoluzione, ma ad un’idea di gioco già vista che si trascina da un campo all’altro, da un club ad un altro, ma non produce nessuna novità in campo dogmatico.
Se, in base alla definizione dell’Enciclopedia Treccani, la dottrina è una “Serie organica di principi che costituiscono la base di una scienza, di una filosofia, di una religione, ecc.” oppure un “Complesso di cognizioni apprese con lo studio e coordinate organicamente fra loro”, in Italia siamo fermi a Sacchi e più recentemente a Zeman.
Il costrutto su Sarri condottiero e portatore di una nuova scienza non si basa sull’allenatore, ma solo sull’idea dell’uomo che si sono creati appassionati e tifosi. In realtà, in pochi possono dire di poter conoscerne la personalità e i tratti distintivi. In fondo, è facile fare del mister juventino una sorta di stendardo di lealtà, ma questo si alimenta di significati che ognuno dà all’uomo che fuma troppo, che fa battute sui gay come a tutti è capitato di fare, che vive di solo pallone, che minaccia querele per appartenenza geografica e familiare.

Sarri, che per primo non sa cosa sia il sarrismo, ha scelto la Juventus ricordandosi da dove è partito (Stia, provincia di Arezzo, 2990 abitanti) e i risultati che ha ottenuto. Una nuova storia professionale da scrivere, fregandosene della tuta, del numero delle sigarette da tagliare, del numero di battute concesse in conferenza stampa, della lima per smussare opinioni che restano, con il loro guscio vuoto, solo opinioni.
Occorre tornare a concentrarsi sull’allenatore che dopo Croce può allenare Cristiano Ronaldo, che è pronto a dare idee e organizzazione al nuovo capitale umano e per questo disposto ad allargare gli orizzonti di quanto ha già espresso e misurato in campo.
Sarri, nato quadrato ed ex dirigente di banca, armonizzerà la sua immagine con il brand sportivo che produce il più alto fatturato d’Italia. Sa di essere stato scelto con l’intenzione della società torinese di allontanarsi dal cinismo del risultato, di trovare un’estetica che non venga banalmente chiamata “bel gioco”, altrimenti tenderà ancora ad essere personalizzata e bacchettata dagli opinionisti in tv e sui giornali, come una modalità di giocare ambiziosa, perchè “è affascinante segnare tanti gol ma è inaccettabile incassarne anche tanti”. Forse è partendo da questo assunto vecchio come Herrera e la nostalgia degli anni Ottanta e Novanta, quando l’Italia dominava nelle coppe europee, che va costruita la rivoluzione. Se con la tuta o la giacca, con una nuova dottrina o il recupero della new age, poco importa.

Io credo che a questo mondo esistano solo due grandi Chiesa

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Un incrocio tra Gigi Riva e Paolo Rossi.
Sono parole di Fabio Capello, ma potrebbero essere quelle di chiunque altro, perchè tutti abbiamo questa perversione di fare paragoni, di essere bravi a cogliere i tratti distintivi e rivederli in un atleta. Nemmeno fossero cani o lupi che abbaiano alla luna o al pallone.
Nessuno è uguale a qualcun altro, nemmeno Enrico Chiesa era un ibrido di due attaccanti di decenni diversi, di un gioco diverso. Tuttavia la nostra perversione non si ferma qui e ricade tutta nelle spalle dei figli.
Su Federico pesa un strada di aspettative che si biforca in due preghiere:
“Ti prego, fa che diventi più forte del padre, sennò è inutile guardarlo dall’alto e riporre delle aspettative”;
“Ti prego fa che non diventi più forte del padre perchè altrimenti che senso ha la mia nostalgia per gli anni ’90, essere convinti dell’unicità di un giocatore impossibile da rivedere”.

Io credo che a questo mondo esista solo un grande Chiesa, che passa dalla Cremonese di Tentoni e arriva fino alla Sampdoria del sacro Mancini; passando dalla Nazionale eterna seconda, attraverso il Parma e il posto lasciato vuoto da Batistuta alla Fiorentina, arriva nella periferia di Figline Valdarno che va avanti nonostante Dio si dimentichi spesso dei suoi infortuni.

Enrico era cattivo e introverso e le poche parole che aveva da dire, le pronunciava a denti stretti. Federico parla un bel po’ di più, è fiorentino puro ed è furbo, polemico, con una grinta che entra nell’antistadio dell’arroganza. E si permette pure di dire, all’inizio: “Questi sono i gol di mio padre”. E sì è così. Ha ragione.
Siamo stati infatti tutti feticisti del tiro di Enrico Chiesa, ambidestro, ambizioso, ambivalente perchè assassino ma esteticamente impeccabile. Più bello o più efficace? In fondo era ancora un periodo nel quale il calcio italiano poteva permettersi certe disquisizioni da salotto, non ancora sofferente.
Non sono tuttavia la forza e l’effetto, il punto di maggior fascino della stoccata di piede di Chiesa è il tempismo. Vedere il pallone e tirare. Farlo in corsa e di corsa, di getto, d’istinto, di follia, di necessità, di prepotenza, di una fame che si è persa per lasciare il posto ad una nuova, quella di Federico, maggiormente muscolare, quasi nervosa, a scatto, dal lampo alla lampo per mettersi in mostra: mi chiamo Chiesa, faccio il calciatore anche io e lo voglio fare meglio.

Già sale l’odio, del promesso sposo alla Juventus, dell’antipatico da 70 milioni di euro, del giovane che già viene sciacquato di fischi. Federico per mezza Italia è insopportabile. Sperare che sia come o più forte del padre è fuori discussione. L’isteria nel tifo non la si calcia e scalcia “alla Chiesa”, uno stile che non è un’etichetta e nemmeno un marchio di fabbrica: è innata, è intrinseca nelle ossa e nella testa, è ereditaria.
Per questo, io credo che a questo mondo esistano solo due grandi Chiesa.

I cinquantottini

Alla fine è stato un bene che tu lunedì sera non sia andata allo stadio…

Beh mamma, i biglietti se li sono mangiati in pochi giorni. Poi sì: col famoso senno del poi, è andata meglio così. È una disfatta però. Una disfatta.

Ah ma, fammi capire: quindi per te, è la prima volta nella vita che vedrai un Mondiale senza Italia.

Guarda mamma che è la prima volta anche per te! Sei nata nel ’57, non credo tu abbia grandi ricordi

Oh Madonnina, allora sì è un dramma.

—-

Non supereremo mai questa fase: la prima generazione “iper mass mediatizzata” che vive il fallimento di una mancata partecipazione ad un Mondiale. Non esiste nessuno che può raccontare, meglio di noi, cosa stava facendo il 13 novembre quando scegliemmo di buttarla sui cross tesi in area, davanti ad una Svezia che andava in crisi le rare volte che azzeccavamo tre passaggi di fila a terra, nel momento in cui il lancio lungo della difesa in area, non lo facevamo diventare un laccio al collo, che poi ci sarebbe tornato utile per un suicidio lungo tutti i 45 minuti del secondo tempo.

Abbiamo a disposizione tutte le immagini che volete per raccontare quell’agonia di assedio in area.

Le lacrime. Voi non potete capire quanto il tasso di umidità verso le 23 si sia alzato qua a Milano. Ora che abito vicino al “Meazza”, lunedì sera non mi sono affacciata sul balcone, ho avuto paura che il cielo fosse più pesante del mattone dentro lo stomaco, del cappio – ormai presenza amica e compagna – alla gola. Hanno pianto tutti, di frustrazione, di occasione della vita persa, di certezza mancata. Il Mondiale è rimasto l’unico punto fermo delle nostre esistenze d’estate, la stagione per eccellenza dove non torni mai te stesso quando a settembre ricomincia tutto e non importa quale età tu abbia. Ci siamo fatti andare bene la precarietà del lavoro, delle relazioni interpersonali, del Governo, ma quella della Nazionale, mancata ballerina equilibrista per partecipare alla competizione sportiva più importante che ci sia, no. Non viviamo in una società liquida ma in liquidazione, siamo in una fase chimica successiva, lo stadio gassoso. Un liquido lo possiamo raccogliere in un bicchiere, meglio se alcolico, ma una sostanza aerea no. Ci sono un’infinità di cose importanti diventate particelle di niente, per questo abbiamo l’olfatto sensibile, per questo sentiamo prima di chiunque altro il marcio. Eppure abbiamo bisogno di illuderci con la speranza puttana, quella sì, liquida, spogliarla per sentirci meno nudi quando l’ennesimo credo crolla. Serve fede, ma chi ce l’ha mai avuta fiducia in noi? Noi “studiati”, a sputare dignità per 500 euro al mese, con le generazioni precedenti che ci vogliono tutti in fila per raggiungere il contratto a tempo indeterminato e il posto fisso. Ma quando mai? Saremo degli illusi ma non dei fessi, anche se a volte dobbiamo ammettere che ci facciamo pena. È solo un momento di debolezza, l’ennesimo, per concederci un po’ di tenerezza dentro la quotidiana trincea.

Per questo ci permettiamo di farci spaccare il cuore quando Buffon piange, con tutti i suoi limiti di uomo ma non di portiere, quando De Rossi sale sul pullman della Svezia per chiedere scusa per l’inno fischiato. Eh sì perché siamo bravi a distrarci: il problema di lunedì, quello grave, ci sembra improvvisamente il mancato rispetto di una Nazione. Un surplus di dolore alla disfatta, un’altra occasione persa, un’altra macchia sulla coscienza, come non fossero bastate le ecchimosi delle gomitate di Toivonen e Berg. No, noi ne vogliamo di più, perché ci servono per capire quanto possiamo resistere contro vento, metterci una medaglia morale a quello che siamo in grado di sopportare, compreso il primo Mondiale perso.

Guy Acolatse, il primo giocatore di colore in Bundesliga

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Nero come la notte, veloce come un antilope e dotato di un calcio pari ad un colpo di fucile progettato per uccidere elefanti. Luglio 1963. La “Bild” descrisse così Guy Acolatse al St Pauli, primo giocatore di colore ad essere tesserato in Germania. “La squadra di Ambrugo – spiegò il centrocampista – era alla ricerca di un numero dieci e il tecnico Otto Westphal mi ha chiesto se ero interessato a venire in Germania e io dissi di sì”. L’Allenatore tedesco era stato Ct del Togo, paese di provenienza di Guy, nel quale nacque il 28 aprile del 1942 (pare).
Acolatse aveva esordito in Nazionale a 17 anni ma disarmante era la sua ingenuità di fronte alla moltitudine di tifosi che lo ricevette ad Amburgo:
“Si sta giocando una partita?” chiese stupito davanti a così tante persone.
“No – rispose Westphal – Stanno aspettando te”.

In effetti la curiosità era tantissima in Germania. Le stesse testate nazionali prima parlarono di Acolatse come di un colpo pubblicitario per il St Pauli, ma la vera attrazione in quegli anni Sessanta dove anche in Europa arrivò il grido “I have a dream” di Martin Luter King, era proprio il colore della pelle di Guy. “Nero come la moka, tanto da fermare un cuore”, scrisse ancora la Bild e non solo: riguardo gli anni di carriera in Germania, si crearono tutta una serie di leggende metropolitane, tipo il fatto che c’era chi gli si avvicinava grattandogli le braccia con le unghie, incredulo che quello fosse davvero il colore naturale della pelle. “I tedeschi mi guardavano come fossi un’attrazione – diceva lui disturbato – non avevano mai visto un uomo di colore in tutta la loro vita”.

Acolatse non era un campione e non lo diventerà mai, anche perché nel ’63 il St Pauli militava in un campionato regionale. Tuttavia nella prima di campionato, fece un’ottima impressione a tifosi, giornali e addetti ai lavori. “Tecnica squisita, tocco sublime, altruismo sotto porta”, giudicò una rivista locale. La “Bild” – ancora – non si risparmiò e scrisse più o meno così, in una traduzione non letterale: “Il nero del Togo delizia 7000 spettatori”.

Il centrocampista circoscrive il suo momento più bello a quando affrontò il Bayern Monaco in un’amichevole. Acolatse definisce “indimenticabile” l’essersi confrontato con Franz Beckenbauer, all’esordio in prima squadra. Il primo campionato con il St Pauli si chiuse con una rete, mentre il secondo con cinque. Seppur il contributo del nazionale di Togo fu importante, il club lo scaricò e lui si si trasferì al Barmbek-Uhlenhorst. Tornerà ad Amburgo dopo tre anni come giocatore e inizierà ad allenare le giovanili nel ’73. Poi la decisione di trasferirsi a Parigi, città nella quale vive tuttora.

Nonostante qualche difficoltà di ambientamento in un paese che lo guardava con curiosità morbosa,  Acolatse è felice di quell’esperienza: “Ero l’unica persona di colore nei campionati tedeschi e l’unico togolese.  Quando giravo per Amburgo guardavano tutti me, unico ragazzo di colore. Ma non mi dispiaceva”. Anche perché di quella pelle color ebano, il giocatore se ne è in qualche modo avvantaggiato: “Se mi tocchi ti mordo, il negro morde!” dicevo. Nonostante fossero più grandi, avevamo comunque tutti paura di me”. Non sono mancati neppure gli episodi di razzismo, nei locali come in partita: “Qui non puoi sederti” oppure “Guy se segni contro di noi ti arrivano le banane, scimmietta!”, urlavano a volte dagli spalti. Acolatse però non se n’è mai fatto un problema: “Guadagnavo molto rispetto ad un operaio tedesco – ricorda – Avevo un bell’appartamento e una macchina, la prima è stata un Fiat, poi ho comprato l’auto dei miei sogni: una  Volkswagen 1600”. A dirla tutta, l’ex centrocampista ora fa fatica a comprendere le proteste dei calciatori di oggi: “Oggi si sentono insultati e fanno tutti gli offesi – ha dichiarato qualche anno fa – ma se non vinci è normale che il pubblico si arrabbi. Alla fine giochi per loro”.


Fonti:

Bundesligafanatic.com

Kaiser Magazine

Ndr.de

La Reggina rock di Mozart&co, il greatest hits di 9 stagioni di A

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Trent’anni di calcio professionistico affondati in un giorno, con la mancata possibilità d’iscriversi al prossimo campionato di Lega Pro e il fallimento societario. La Reggina, che ha alle spalle nove stagioni di Serie A – sette delle quali consecutive – ha lasciato un segno importante nel nostro massimo campionato e non lo ha fatto solo con il temperamento del suo patron Lillo Foti, ma anche e soprattutto con i giocatori che hanno vestito la sua maglia, gli allenatori che l’anno guidata.
La storia la fanno gli uomini, meglio i “senatori”, spesso le scelte non sense, la classe “per caso”, gli eventi che ti cadono tra capo e collo. La Reggina rock sfodera questo greatest hits.

Esordio in A al Delle Alpi, Juventus fermata 1 a 1

Undici iniziale in campo: Orlandoni, Giacchetta, Cirillo, Stovini, Bernini, Brevi, Baronio, Pralija, Morabito, Kallon, Possanzini.

Pareva un esordio su velluto amaranto, quello dei bianconeri in questa stagione 1999-00. Quando al 31′ Inzaghi segna l’1 a 0, la Juventus pensa di trovarsi davanti una discesa senza più salite. Avrà ragione solo per un tempo. Ad inizio ripresa, dopo soli due minuti, il corner battuto da Baronio è perfetto per il colpo di testa vincente di Kallon. Poi, da un piazzato di Oliseh, Stovini devia male e sul palo,  il pallone percorre la linea fino alla presa guantata di Orlandoni. É l’unico vero brivido sulla schiena della difesa calabrese, organizzata bene con una Juventus che non passa più.

La vittoria in rimonta contro l’Inter, lo sfogo storico di Lippi

Primo ottobre del 2000, la vittima della Reggina è l’Inter. 2 a 1 il risultato finale. I marcatori: Recoba al 10′, poi la riscossa dei padroni di casa con le reti di Possanzini al 45′ del primo tempo e di Marazzina al 49′. Il tecnico dei nerazzurri, Lippi, è furioso a fine partita: “Abbiamo giocato con leziosità, come dei ragazzi viziati che vanno in campo  e si aspettano la vittoria per grazia ricevuta. Tutto questo non è giusto né per chi ci paga né per chi ci viene a vedere. Fossi il presidente manderei via per prima cosa l’allenatore, prenderei i giocatori, li attaccherei al muro e li prenderei tutti a calci in culo. Non esiste giocare in questa maniera. Ecco, solo questo avevo da dire”. 

Il gol del portiere Taibi

É il 1° aprile del 2001, ma non è uno scherzo, quando il portiere Massimo Taibi segna in Reggina-Udinese 1 a 1, con un superbo colpo di testa:

“Portiere e goleador, Taibi salva la Reggina” titola La Repubblica. Alberto aveva portato in vantaggio i friulani al 77′. L’estremo difensore aggiusta il risultato all’88’.

Lo spareggio salvezza contro l’Atalanta, stagione 2002-03

Il primo confronto per rimanere in A, non si mette benissimo per la Reggina che all’andata al “Granillo” riesce solo in un 0 a 0 contro l’Atalanta. Il ritorno si gioca il 2 giugno invece del 1°, rinvio causato da un forte acquazzone a Bergamo. Pare tutto finito col gol dei nerazzurri di Natali al 18′, ma Cozza e Bonazzoli riescono nell’impresa di portare alla vittoria la squadra di Reggio e a farla restare in A. Il rientro degli amaranto in Calabria è salutato da 25mila persone, numeri da caroselli da vittoria Mondiale. “Il resto è solo festa dal colore amaranto – si legge su la Repubblica – con i tifosi reggini rimasti a Bergamo ad osannare “Lillo, Lillo” (il presidente Foti), prima di ripartire dopo un’avventura di trentasei ore da raccontare: andata di notte in treno, poi la grandinata, nottata in palestra, altra notte in treno. “Capite ora? Un sacrificio vero, e questo vuol dire che il Sud ha voglia di calcio, questi tifosi sono la nostra forza” ha gridato Lillo Foti. “Ora lavoreremo affinché il Sud non debba più soffrire così tanto”. 

L’amichevole col Real Madrid 

Il ventennale della presidenza Foti, si festeggia in grande. A Graz viene organizzata l’amichevole tra la Reggina e il Real Madrid di Fabio Capello. I calabresi non sfigurano davanti ad un avversario che si presenta senza tutte le sue stelle. L’incontro sarà deciso da un gol di Raul:

Piove forte e per tutta la durata della partita ma sugli spalti ci sono 10mila spettatori. Modesto e Leon sfiorano il gol e La Gazzetta scrive al proposito: “Alla fine l’1 a 1 sarebbe stato forse il risultato più giusto. Ma per la squadra calabrese la sconfitta di misura contro le stelle del Real Madrid rimane comunque un’impresa memorabile”.

La salvezza nonostante la penalizzazione di Calciopoli

Il campionato 2006-07 è l’annata più sorprendente della storia della Reggina guidata da Mazzarri. Partire da – 11 e salvarsi all’ultima giornata – vincendo contro il Milan –  è qualcosa che sfiora l’epica.

Vero è che quella domenica i rossoneri, quattro giorni prima avevano vinto la Champions, non hanno più nulla da chiedere alla stagione, ma la vittoria che porta la firma di Amoruso e Amerini val la pena di sfoderare la maglia “-11 dA non crederci”. Anche perché lo stesso Amoruso e Rolando Bianchi si riveleranno la coppia di attaccanti migliore della Serie A con, rispettivamente 17 e 18 gol a testa. Curioso il commento di un lettore all’articolo della Gazzetta che racconta la partita. “(…) La Reggina quest’anno si è salvata senza avere un solo campione in squadra, complimenti a mister Mazzarri”. Questa la rosa 2006-07, a dimostrazione di come la Serie A fosse ancora molto esigente e per rapportarla a quelle delle squadre di oggi in lotta per la salvezza.

Bonus track – La punizione di Pirlo

 

Obilic FK, la vendetta di Arkan contro la Stella Rossa

Obilic supporter

Sono passati quindici anni dall’assassinio di Zeljko Raznatovic, per il mondo Arkan, “signore” del conflitto jugoslavo negli anni Novanta. Il comandante di uno degli eserciti paramilitari più sanguinari della guerra nei Balcani ha ancora il suo ritratto intatto a Belgrado, nello stadio dell’Obilic FK.

É paradossale ma nonostante i tre lustri dal suo omicidio, la presenza di Arkan è palpabile in ogni strada della capitale serba. “C’è un numero di persone convinte che sia ancora vivo da qualche parte, in giro per il mondo – scrive il reporter americano Christopher Stewart – in attesa di fare la sua rentrée, di prendersi la sua vendetta. Come mi disse una sera in un night locale un tifoso della Stella Rossa sui vent’anni: «Cazzo, Arkan è Dio»”. E poco importa se gran parte degli ultras biancorossi abbiano dato la vita per lui, reclutati e indottrinati a morire nel conflitto, in nome di un patriottismo feroce, senza tornare più se stessi.

Arkan a fine conflitto, invece, tornò. La leggenda di quello che aveva fatto in guerra aveva impregnato pure i calcinacci e i muri disintegrati della Serbia fantasma post bellica. Raznatovic era anche più ricco e forse stanco di essere solo il signore della guerra. Appassionato di calcio qual era decise di ripulire una parte del bottino di guerra nel calcio. Il primo due di picche lo prese proprio dalla sempre amata Stella Rossa. Era il 1996, l’allora presidente del club più famoso di Belgrado rifiutò l’offerta di Arkan. La tigre scelse allora di acquistare l’Obilic, l’altra squadra della capitale, e nel giro di un paio di anni non solo la portò nella massima serie ma gli fece conquistare il primo e unico titolo nazionale della sua storia. La scelta di puntare su un club originariamente così modesto era dettata da suggestioni al limite tra storia e leggenda nonchè megalomania. Obilic FK come Milos Obilic, colui che combattè nella battaglia contro il Kosovo, nella quale il popolo serbo perse contro i turchi e restò senza patria per 500 anni. Arkan, tra l’altro, si sentiva il messia, il nuovo Obilic, capace di riscattare il popolo serbo e il conflitto appena terminato ne era la prova.

(Arkan con una sorta di premio fair play consegnato al suo Obilic. Fonte sito ufficiale)

Come presidente Raznatovic non soffocò la sua natura bellica e gestì la squadra come fosse un esercito paramilitare. Scelse le divise gialle per i giocatori, gialle come le tigri, poi tappezzò il nuovo stadio “Miloš Obilić” di sue foto e dell’elenco dei suoi uomini morti in guerra. Raznatovic costruì il nuovo impianto in vetro e acciaio spendendo molti milioni di dollari e lì ubicò il suo ufficio di presidente, con vista sul campo.

“Si muoveva nel calcio come in guerra”, si sente dire ancora da queste parti su Arkan ed effettivamente di aneddoti violenti e incredibili ce ne sono da ricordare tanti riguardo la sua gestione. Le minacce ai giocatori avversari, tipo lo spaccare le rotule nel caso avessero segnato, era una prassi. Così quelle agli allenatori delle squadre che dovevano perdere contro l’Obilic. Pare che un tecnico che si rifiutò di cedere un suo giocatore ad Arkan fu ucciso e il calciatore chiuso in un portabagagli di un suv, trasportato poi di forza nella sua nuova squadra.

Neppure segnare all’Obilic era divertente perchè lo stadio brulicava di uomini vestiti in nero e poco raccomandabili nelle zone nevralgiche dello stadio. Arbitrare l’incontro era possibile solo dopo aver ascoltato i suggerimenti dei dirigenti tigrati pro Obilic intimati al malcapitato direttore di gara. E c’è anche un altro aneddoto incredibile sui metodi di Arkan: pare che negli spogliatoi degli avversari venisse immesso del gas sedativo attraverso le condutture dell’aria condizionata. Vero o meno, quella volta che la Stella Rossa giocò al “Milos”, i giocatori si vestirono con le loro divise da gioco in pullman e tra il primo e secondo tempo rimasero in campo.

Non era più un gioco, Raznatovic e quel campionato falsato misero in crisi gran parte dei giocatori serbi. Perica Ognjenovic confessò sconsolato ad una testata locale: “Questo non è calcio, questa è guerra” e lui, come tanti altri, pensava di continuare la carriera fuori dai confini nazionali.

Anche i tifosi dell’Obilic adottarono i metodi del loro massimo dirigente. Armati facevano irruzione negli spogliatoi dei propri giocatori e di quelli avversari, con minacce di morte e di aggressione fisica. È successo spesso che qualche giocatore, magari punta di diamante della rosa, divenne indisponibile senza motivazione prima del match oppure che qualcuno non scendesse in campo nei secondi tempi. Un tesserato disse chiaramente di essere stato rinchiuso in un garage dagli uomini di Arkan, forse perchè la sua prestazione fu sotto tono quel giorno.

Sì perchè se la vita era dura per gli avversari, anche per i giocatori dell’Obilic sottoposti a disciplina militare, il calcio aveva perso molto del suo lato sportivo. Non si poteva bere prima delle partite, pena la fustigazione. Arkan non accettava alcol e droghe nemmeno nelle sue tigri durante i conflitti: le sanzioni erano così dure che si rischiava di venire percossi a morte.

Perdere era inamissibile e punito. Ad esempio, al ritorno a Belgrado dopo una sconfitta, il pullman si fermò all’improvviso in mezzo alla strada. Arkan ordinò ai suoi di scendere e ripartì lasciandoli tornare a piedi a casa: la capitale serba distava almeno trenta chilometri.

La disciplina bellica funzionò almeno dal punto di vista dei risultati: l’Obilic, vincendo il campionato, riuscì nell’impresa storica di qualificarsi alla Champions.

Successivamente, fu la vedova di Arkan ad assumere la presidenza dell’Obilic, la popstar Ceca Raznatovic, tuttora massimo dirigente. Di lei, personaggio ambiguo da sempre, si dice che abbia ereditato anche alcune attività illecite di Arkan, non limitandosi solo alla squadra di calcio.

(La presidente dell’Obilic, vestita di celeste, Ceca Raznatovic, vedova di Arkan, a Belgrado, nel turno preliminare di Champions dove l’Obilic si confrontò con il Bayern Monaco e perse 4 a 0 – Getty Images)

Il sito ufficiale – www.fcobilic.co.rs – non viene aggiornato dal 2002. Questo lo staff tecnico e la squadra che vinse il campionato nella stagione 1997-98: Dragan Šarac, Darko Nović, Živojin Juškić and Aco Vasiljević; Saša Mrkić, Saša Kovačević, Saša Viciknez, Ivan Litera, Zoran Ranković, Nenad Grozdić, Saša Zorić, Marjan Živković e Goran Serafimović.

10 motivi per cui ho amato Zeman

Zeman sigaretta

Prima di diventare il paladino del calcio pulito, di farsi ostaggio volontario e capro espiatorio del fallimento stagionale di una squadra, prima di essere l’uomo solo contro il sistema e, infine, prima di mettere i panni del santone capace di trasformare la cenere dei risultati scadenti nelle bollicine di una bottiglia ceka di birra Pilsner, Zdenek Zeman è stato l’allenatore che più di chiunque altro ha saputo avvicinare le persone all’amore per il calcio.

Lo “zemanesimo” è uno stile di vita che abbracci nell’infanzia e lo consolidi nell’adolescenza, quando alla concretezza preferisci il “carpe diem” di un gol di Rambaudi o Kolyvanov  e non importa come sia “finita e cosa importa se ho la gola bruciata o no, ciò che conta è che sia stata come una splendida giornata”. 

Sì, la dottrina va molto d’accordo con il vecchio Vasco Rossi. Tifare per una squadra di Zeman significa avere il maalox in tasca, correre il rischio di aver bisogno di “cento gocce di Valium” e, dopo essere stato novanta minuti su un ottovolante sai che è stato “Stupendo” e che ti “viene il vomito”. L’uomo del derby di Roma che è una partita come le altre, ne perse quattro su quattro in una stagione, due di campionato e due di coppa Italia, tanto che nella capitale pareva di sentir cantare “Cosa succede, cosa succede in città” ma anche “Gli spari sopra”.

Lo zemanesimo è un bolla di vetro che si rompe quando stacchi il biglietto dei trent’anni, ti arrendi ad un’esistenza che per essere vissuta ha bisogno del compromesso, di smussare gli spigoli della coerenza e della testardaggine, quando gli eventi ti costringono a rimettere in gioco i principi che prima ti sembravano irremovibili. I risultati concreti diventano la priorità, il come li hai ottenuti un accessorio talvolta inutile come i tacchetti che una volta si facevano girare uno per uno sotto la suola delle scarpe da calcio che – accidenti! – quanto costavano. Inizi a preferire una vittoria con un autogol al novantesimo ad uno spettacolare 4 a 3, ma l’esser stati seguaci dello zemanesimo rimane addosso come uno stigma.

Rinnegata la dottrina, rimangono a fuoco i motivi per cui ho amato Zeman e sono dieci:

 

1) Non avrai altro modulo all’infuori del quattro-tre-tre.

 

2) Zeman comunista. Anzi no. 

 

3) “A Zdenek Zeman non dovrebbe essere assegnato il premio Prisco perché «è un mezzo rom».  Parole del sindaco di Chieti, Umberto Di Primio espresse durante una trasmissione sportiva dell’emittente abruzzese Rete8. La replica del tecnico boemo: «Io rom? Non capisco se è un’offesa nei miei confronti o del popolo rom». (19 marzo 2012).

 

4) La Lazio 1994-95.  Marchegiani, Negro, Favalli (o Nesta), Di Matteo, Cravero, Chamot, Rambaudi (o Casiraghi), Fuser, Boksic, Winter, Signori. Non è esistita Zemanlandia che abbia ottenuto un risultato migliore: seconda in campionato a pari merito con il Parma; 63 punti, 69 gol fatti e 34 subiti. Negli anni a venire, un piazzamento simile, sarebbe valso la Champions.

 

5) «Ho apprezzato la preparazione con cui siamo arrivati in zona gol, si è faticato e abbiamo costruito tutte le occasioni a un metro dalla porta. Però sul 5 0 ci siamo distratti, è umano ma non dovrebbe capitare». (Dichiarazioni di Zeman post Lazio-Fiorentina 8-2, giocata il 5 marzo del 1995, riportate dal Corriere della Sera).

 

6) «Io non l’ ho mai scoperta, la mafia. Nel senso che non ho una definizione della mafia. Prima dovrei sapere qual è la definizione, poi potrei rispondere. Che cosa intendiamo per mafia? La Cupola, Totò Riina, Michele Greco? Sono cose che si sentono, che si leggono… Ma io penso che se uno non tocca con mano non può giudicare». Cos’ è la mafia? Un’associazione a delinquere con scopi di…? Alla provocazione Zeman replica con insistenza: «Ripeto: è normale che uno rifiuti tutte le cose violente, ma non me la sento di dare un giudizio sulla mafia. Le stragi di Capaci e via D’Amelio? Ma questa è mafia? Allora, se questa è mafia, cancello tutto e dico che la mafia è una cosa bruttissima, gravissima e così via. Ma io non sono convinto che quella sia mafia». (dicembre ’94, intervista rilasciata al settimanale “Sette” del Corriere della Sera).

 

7) Roma Caput Provincia. «Se un giorno segni due gol diventi Pele’. Al contrario, se non vinci per un mese, diventi il più scarso del mondo. E strano che, con tanti anni di storia alle spalle, Roma abbia questa mentalità»

 

8) Gascoigne e il rientro post infortunio nella primavera del ’95. «Vi chiedete come ho fatto a dimagrire tanto? Se conosceste i metodi di Zeman, la durezza dei suoi allenamenti, non vi chiedereste una cosa del genere». 

“L’ inglese infatti quasi certamente sarà in campo domenica prossima contro la Reggiana ad un anno di distanza dal grave infortunio alla gamba destra. Zeman non lo ha detto apertamente, ma lo ha lasciato intendere. «Sicuramente non giochera’ in porta, perche’ abbiamo già un buon portiere» (aprile ’95).

 

9) Marco Cassetti, uno dei difensori più sottovalutati dal calcio italiano, ora svincolato. A Lecce, stagione 2004-05, Zeman lo sposta contro il suo volere da esterno a terzino. Il giocatore piega la testa, fa la migliore stagione della sua vita, raggiunge la Nazionale. L’anno dopo verrà tesserato dalla Roma.

 

10) Oberdan Biagioni, ex centrocampista del Foggia, nel campionato 1992-93, 24 presenze e 5 gol.

Ciao Raùl, ti scrive una tifosa incazzata

Raùl

Ciao Raùl,

ti scrive una persona che non conoscerai mai ma è incazzatissima.

E così hai deciso di continuare, che andrai a vivere a New York, che giocherai nei Cosmos. Oh bene, non mi interessa sapere quanto ti hanno accordato d’ingaggio perchè ripeto: sono incazzatissima. Sono quattro lustri che vorrei vederti giocare in Serie A ma se nemmeno all’età di 37 anni scegli l’Italia, vuol dire che proprio non siamo stati capaci a conquistarti. Nemmeno alla soglia della pensione, nemmeno dentro questo calcio dove Cristiano Ronaldo, così diverso da te, è il calciatore perfetto di quest’epoca. Io sono quella che preferisce i Robben, gli Zidane prima o i Del Piero. Io sono quella che non ti cambierebbe mai con un portoghese, neanche se è il migliore al mondo.

Raùl sei temporalmente avulso dalla Spagna pre Usa ’94 e post Usa ’94.

Dicono che il movimento spagnolo sia cambiato in quel momento, dopo lo shock, dopo Italia-Spagna ai Mondiali, dopo quella sconfitta che pare sia stata peggiore della gomitata a sangue di Tassotti. Sì, lo so che tu non c’eri, ma per me è come ci fossi stato.

Tu ci sei sempre stato perchè segnavi. Non eri altissimo e col fisico da culturista, non facevi cento metri in meno di dieci secondi ma c’eri perchè la palla dentro la rete ce la buttavi, mentre nel mondo c’erano pure le risate registrate quando si parlava di attacco spagnolo. I tuoi compagni? Macchè quelli non c’erano mai perchè non segnavano, erano freddi e aridi davanti alla porta. Tu invece avevi gli occhi che si facevano fessure, il naso di un rapace ed eri cattivo dentro e vincente fuori.

Il Real è religione ma gli Dei ci sono da prima e tu ci sei sempre stato. Prima. Prima della Siemens, della Gazprom, prima dell’Adidas e per me rimarrai sempre il ragazzino non con le tre strisce sulle spalle ma quello con le zampette della Kelme e con lo sponsor Teka degli elettrodomestici tedeschi da cucina. Un collage che a pensarci adesso non c’entrava niente e fa quasi ridere come la capacità di segnare di Morientes.

Tu Raùl ci sei sempre stato, sopra la linea temporale e generazionale. E io sono incazzatissima perchè nemmeno stavolta ti è venuto in mente o hai pensato alla Serie A.

Me ne farò una ragione, ripiegherò la testa come fa il 7 che hai sempre portato sulla maglia, però la schiena come lui non la tendo, perchè ci sarai sempre, anche nei Cosmos, anche a New York.