Champions, statistiche e curiosità su Real-Juve, l’infografica

real madrid juventus
Tutti i numeri di Real e Juventus che si affrontano stasera nel ritorno della semifinale di Champions.
Interessante il numero delle finali giocate e perse delle due compagini, il fatto che stasera saranno in campo tre giocatori che nell’edizione del 2008, vinta dal Manchester United, erano compagni di squadra. E poi c’è Ancelotti che insegue un record: quello di primo tecnico della storia a vincere quattro volte la competizione.
 Semifinale Champions League, Juventus e Real Madrid le statistiche, i numeri e curiosita
Immagine gentilmente concessa da: Gazzabet.it

Otto motivi (poco seri) per cui ricorderemo Brasile 2014


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1 – Orario subdolo. Nella scena iniziale del film “Così è la vita”, il carcerato Aldo dice dal basso del suo letto a castello al compagno di cella, sdraiato sopra un materasso sfondato: “Meno male che domani esci: avrò dormito un’ora in due anni”. Ecco, la stessa cosa è capitata a noi per i Mondiali: tipo che dal 13 giugno, mancano almeno 50 ore di sonno. La partita delle 22 o quella di mezzanotte sono state le più deleterie: alla fin fine non ti addormentavi tardissimo, ma quelle ore perse notte per notte andavano accumulandosi, facendoti arrivare come uno straccio al rush finale.

2 – Le braccia conserte. Cuadrado è stato il peggiore in assoluto. Nella ripetizione della presentazione dei giocatori, lui spiccava perchè piegando le braccia s’infilava le mani sotto le ascelle. Tutti gli altri, invece, se la sono cavata più o meno bene. Ormai è una posa virale. Potrebbe scapparci mentre parli con chiunque.
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3 – Martins Indi. Ho controllato la foto su Wikipedia: non pare lui. A meno che a questi Mondiali non si sia presentato già “memato”. Di fatto ad ogni partita dell’Olanda c’era una sua espressione indimenticabile.
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4 – La pazza Germania. Non li capiamo. Memori di Oddo sbronzo davanti a tutte le telecamere del globo, quelle esultanze teutoniche compassate fanno quasi saltare i nervi. Eppure dentro la squadra la follia impera(va). Neuer ha fatto di tutto e di più, anche il libero alla Beckenbauer per intenderci, e in finale l’uscita omicida contro Higuain ha ricordato quella di Harald Schumacher nell’82 contro Battiston (in realtà, a me ha ricordato il ginocchio alto di Sebastiano Rossi al Milan…). La Germania, dopo oltre trentanni, ha finalmente un portiere folle. E un attaccante che trolla gli avversari: la finta caduta di Muller in uno schema su punizione contro l’Algeria, non ha bisogno di essere commentata. La punta del Bayern è clamorosa: riesce nelle cose impossibili e sbaglia l’improbabile davanti alla porta.
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5 – Falli e feriti. Qualche intervento è stato di una violenza commovente: dal morso di Suarez, alle tacchettate sui menischi, i gomiti sugli zigomi, le entrate a gambe tese per fare male senza pudore. Tibia e perone per Onazi, sangue dalla testa per Feghouli. Prendendo a prestito il concetto di un amico, a questo Mondiale si è “marcato di più per coprire di meno”. Si è segnato tanto (il Brasile ha contribuito moltissimo: al passivo, ovvio) ma di spettacolo se n’è visto davvero poco. Inevitabile che sia stata la competizione dei portieri: cattivi, furbi, bravi e bravissimi; bastardi, in lacrime (Julio Cesar), sorprendenti e allucinati (Casillas).

6 – Bambini in lacrime. Il prossimo mestiere di tecnico della regia tv, sarà quello di inquadrare solo belle fighe. Ci sarà proprio una figura preposta solo per questo, ne sono sicura. Eppure, a rimanere impresse, saranno le lacrime dei bambini. Ci siamo passati anche noi col primo Mondiale di cui abbiamo coscienza, una sorta di formazione che l’esistenza te la condiziona, perchè è in questo contesto che, per la prima volta, si sperimenta il dolore gratis di una sconfitta e l’ansia, altrettanto gratis per una vittoria. Entrambe, materialmente, non ti danno niente. E’ questo uno dei baratti più paradossali della vita, il calcio è il primo maestro ad insegnartelo.

7 – L’inutilità dei Ct argentini. Di che pasta fosse fatto Sabella s’era capito quando Lavezzi gli spruzzò l’acqua dalla borraccia, mentre era a bordocampo, così, per cazzeggio, anche se gli stava dando indicazioni in campo. Carisma a tonnellate, insomma. Lo stesso Lavezzi è stato ancora il testimone della mossa assurda del Ct nella finale: sostituito per far posto ad Aguero, quando l’ex Napoli era la classica spina al fianco dei tedeschi. Sabella ha 59 anni ma ne dimostra più di Cesare Maldini, si è reso protagonista di finti svenimenti a gol clamorosamente sbagliati. Contro l’Olanda, si tappava gli occhi con le mani quando i giocatori battevano i rigori decisivi. Spiace dirlo, ma è da Menotti che l’Argentina non ha un Ct meritevole di farsi ricordare.

8 – Cristo si è fermato al 2006. Un anno che è riuscito nel miracolo di rimpiazzare il 1982. Se prima eravamo figli di Bearzot, ora siamo tutte vedove di Grosso e Del Piero. Sky ha fatto rimandi continui all’Italia iridata di otto anni fa, tutto ciò che risale a quell’estate fa morire di nostalgia e pare debba essere preso da esempio ma non si sa su quali basi, visto che il calcio italiano pare essersi fermato lì e lì aver iniziato la fase medievale. Pensare che nel 2006 Tavecchio era già seduto sulla poltrona, idem Macalli. Il fatto è che eravamo felici. Ed avevamo ragione.

Le foto di calciatori e tenniste, un “bordello senza muri”

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Non ho abbastanza anni da realizzare il momento in cui i calciatori o gli sportivi in genere, sono diventati dei sex symbol. So solo che a metà anni ’90, Kim Rossi Stuart andava fortissimo e in camera ogni ragazzina ne aveva il poster. Se ritagliavi foto di giocatori dai quotidiani, eri considerata quella strana.
Negli ultimi anni, no.
Blog, forum, tumblr, facebook e twitter: le teenager hanno l’innamoramento più o meno virtuale del calciatore e caricano immagini dei loro idoli (così li chiamano) a ripetizione e in qualsiasi situazione della loro giornata, perchè ovvio: fa più presa un Marchisio (nome casuale) in giro per un qualsiasi centro storico che in tenuta da lavoro.
La foto avvicina. L’immagine la stampi e la puoi toccare. In quel momento Marchisio è tuo come può esserlo di qualsiasi altra ragazza. Lo guardi nei dettagli, lo osservi affinchè ti rimanga in mente. Marchisio non è che lontano un centimetro, mica i chilometri o la distanza di metri dalle tribune dalle quali guardarlo in allenamento oppure in uno stadio…
Il sociologo Marshall McLuhan uscì a metà degli anni Sessanta con il saggio sui mass media “Gli strumenti del comunicare” e ne analizzava individualmente le caratteristiche, il modo in cui avevano rivoluzionato la percezione sensoriale, la società e gli altri mezzi di comunicazione. Della fotografia aveva un’idea affascinante, suggestiva e ne dette una definizione straordinaria.
Innanzitutto: “Uno delle caratteristiche di questo medium – sosteneva – è appunto quella di isolare nel tempo momenti singoli”. Secondo McLuhan, la prima forma di cattura dell’immagine che si avvicinava alla staticità della doppia dimensione, fu il monocolo: “Un secolo fa, la mania britannica dava a colui che lo portava lo stesso potere della macchina fotografica, quello cioè di fissare la gente con uno sguardo di superiorità, come se fossero oggetti. (…) Il monocolo tende a trasformare le persone in cose e la fotografia estende e moltiplica l’immagine umana alle proporzioni di una merce prodotta in serie. Le dive del cinema e gli attori più popolari sono da essa consegnati al dominio pubblico. Diventano sogni che col denaro si possono acquistare. Possono essere comprati, abbracciati e toccati più facilmente delle prostitute”.
Poi c’è il riferimento ad un’opera teatrale del drammaturgo francese Jean Genet, “Il balcone”, della quale ne è stato fatto un film nel 1963. “Il Morandini” sintetizza così la trama: “In un paese imprecisato, devastato da una rivoluzione, un bordello, gestito da una lesbica, continua ad attirare clienti di ogni genere. (…) Curiosamente la fotografia di George Folsey ebbe una nomination all’Oscar”. 
“Le balcon – spiega McLuhan – è una commedia sul tema della società come bordello circondato dalla violenza e dall’orrore. L’avido desiderio di prostituirsi dell’umanità, resiste al caos della rivoluzione”. In altre parole, secondo il sociologo, “è stata la fotografia a suggerire a Genet l’immagine del mondo dell’era fotografica come di un bordello senza muri”.
Una definizione che trova d’accordo anche la maggioranza dei termini di ricerca di chi arriva su tacchettiaspillo.com. Qualche esempio:

– Cristiano Ronaldo con la barba,
– Inzaghi labbro,
– Destro Mattia bel ragazzo,
– ex moglie di Locatelli calciatore,
– Sergio Ramos orecchini,
– Buffon con forcina,
– foto Giuseppe Marotta e consorte,
– le donne di Gascoigne

ma soprattutto:
– una sega per la Sharapova.

Donne tifose e #veritàscomode

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Quelle che il trucco pesante, con kajal e ombretto nero, più uno strato di rossetto color mattone che anche se devi andare a vedere un match di campionato, ci stanno.
Quelle che “Oggi c’è la partita” e rutto libero con la coca cola in mano e il panino alla salsiccia sulle cosce, sedute allo stadio.
Quelle che la bestemmia scappa quando annullano un gol al terzino che non gioca mai, l’imprecazione becera all’attaccante che sbaglia una rete a porta vuota.
Quelle che “Oh ma me lo rispieghi il fuorigioco che mica l’ho capito poi tanto…”.
Quelle che “Quanto è bono Borriello ma mi farei anche Osvaldo”.
Quelle che “Beata la fidanzata di Marchisio”.
Quelle che “A Mourinho so benissimo che gli farei io”.
Quelle che non sanno perchè pesa di più un gol in trasferta che uno in casa.
Quelle che la marcatura a uomo o a zona fa lo stesso, basta che compri un paio di caffè Borghetti.
Quelle che esultano ai gol come tarantole, schiacciano la schiena alla balaustra e sembrano dire “Guardate me e un po’ meno la partita”.
Quelle che “Fa niente se ha perso perchè stasera in tv c’è Sex and the City”.
Quelle che le unghie in gel non si rovinano se devo sventolare una bandiera con la sciarpa legata ad una gamba.

E quelli che sono rimasti al Mesozoico del tifo, era geologica lontanissima anche dalla data del primo primo appuntamento, che Vittorio Cecchi Gori chiese a Valeria Marini.
#VeritàScomode

“Te lo dico solo se esci una sera con me…”

Facebook chat

Quando c’è da raccogliere informazioni, notizie intere o a metà, vale tutto. Non importa la categoria dove milita la squadra, il mezzo con cui si arriva a sapere il fatto, il numero dei contatti da chiamare – con la faccia di bronzo – prima di arrivare alla fonte originale.
I social network hanno facilitato le cose: alle persone si arriva prima e in maniera diretta, senza convenevoli inutili e si giunge al nocciolo della questione in un lampo.
Io quella volta dovevo sapere, perchè c’era una società che di lì a poche settimane sarebbe fallita ma che avrebbe potuto anticipare la caduta nel baratro, nel caso in cui tal giocatore, che col club aveva una pendenza economica niente male, avesse rifiutato il concordato del tribunale.
Io quella volta dovevo sapere. Sapere prima, velocemente, scavalcando i colleghi. Niente di più facile, quindi, che arrivarci con facebook e la sua chat, in fondo già avevo rotto precedentemente il ghiaccio. “Richiesta di amicizia inviata”, accettata, 1-2-3 la chat si apre

Claudio:

ciao…
ci conosciamo?
ci conosciamo?

Monia

credo non direttamente
ti chiamai un mese e mezzo fa
al cellulare

Claudio

ah… capito chi sei…

Monia

posso chiedetti
com’è andata a finire
?
ovvio se me lo dici su una chat di facebook la cosa rimane qui…

Claudio

ahahahahah…pensavo mi chiedessi di uscire…
Monia

uhm no, mi spiace, sono a posto per quello 🙂

Claudio

allora quando mi dirai di si…magari ti racconterò quello che mi hai chiesto…
🙂

Monia

ma questo è un ricatto maschilista 🙂

 

Claudio

e certo…..ahahahahaha

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Io quella volta dovevo sapere e quando c’è da raccogliere informazioni, notizie intere o a metà, vale tutto. O quasi, appunto…

“Da quando Baggio non gioca più…” scrive su twitter

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Che sia gestito direttamente da lui o dal suo entourage, poco cambia perchè Roberto Baggio è su twitter. Con @BaggioOfficial è stato rotto un tabù più resistente di un Vaticano che per avvicinarsi alla gente sceglie di registrarsi su un social network. In fondo, Baggio, sta all’Olimpo calcio come un Dio o, meglio, un piccolo Buddha, similitudine che lo troverebbe oltremodo in disaccordo.
Criticato spesso di non saper essere un leader, di non avere carisma, di essere troppo chiuso, poco simpatico ma soprattutto di avere difficoltà nel saper comunicare, Baggio ha scritto il primo tweet il 19 marzo scorso, alle 3:48 della mattina. E’ l’embedded del video della Gazzetta risalente al 2010 dove l’ex giocatore incontra Guardiola e Messi a Barcellona, nel ritorno dei quarti di Champions contro l’Arsenal.
Odiato da molti addetti ai lavori, usato dalla Figc per rilanciare l’immagine di una Federazione vecchia, talvolta anacronistica ma felice di esserlo; dai tifosi ha ricevuto solo amore. Zero vita mondana, una conversione religiosa, il nascondersi dal voyerismo dei mass media e l’adorazione di una delle più grandi chiese del mondo, quella degli appassionati di calcio.
Troppo buono per essere vero, c’è lo scazzo duro con Marcello Lippi a ridare un’umanità consapevole a chi con i piedi sapeva realizzare preghiere a fil di bocca.
Nel profilo twitter, non mancano i retweet al Dalai Lama, a quelli della Diadora che lo spinse a ballare il tip tap con Beppe Signori in uno spot storico, alla stima per Del Piero e Balotelli e per ultima a Mennea. C’è il riferimento ad Italia-Brasile e un’immagine che fa male più a lui che agli italiani: le mani sui fianchi, il rigore sbagliato a Pasadena nel ’94, i nazionali che iniziano a correre ad abbracciare Taffarel anche se mezzo minuto prima quel pallone era volato sulla traversa. “Quanti ricordi,quante lacrime – scrive – La delusione di non rendere felice la mia gente fu troppo grande. Un pugno allo stomaco #ItaliaBrasile”. Un coniglio bagnato dal sudore di partite giocate a mezzogiorno e con l’85% di umidità, in una nazione che il calcio lo chiamava “soccer”, sdegnata dal fatto che solo il portiere ci poteva giocare con le mani. Magari Baggio ha convertito pure loro anche se è diventata passione per pochi, una parola che lui usa spesso, la ritiene il motore di tutto, mascherata per tutta la carriera da interviste brevi e intense, in parole semplici, a lui che le complessità se le portava solo dentro il carattere e nei calci piazzati.
Sogna uno stadio pieno di bambini, sapendo che è un’utopia, che un altro Roberto Baggio non esiste, che ha fatto piangere di amore, odio e rabbia molte persone, che poteva diventare l’incubo del Brasile come Paolo Rossi.
“Nella vita le persone devono dare tutto ciò che hanno. La vita può dare e togliere tutto, l’importante è non avere rimpianti”, in fondo: i rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli.

Il figlio di Cerezo, il rossetto e l’emancipazione femminile

Da Leandro a Lea, non c’è di mezzo solo il rossetto. Una volta ricevuto questo tweet sono andata su google a cercare la storia del figlio di Toninho Cerezo, che adesso allena il Vitória, club brasiliano. Non la conoscevo ma non nutro dubbi sulla sua passione per il make up. La figlia dell’ex giocatore di Sampdoria e Roma si è operata dopo anni di travagli interiori, lavora come modella e pare sia stata scritturata addirittura da Givenchy. Nell’arco di questi anni me ne sono sentita dire di tutti i colori, io che difficilmente uso il rossetto ma se lo faccio uso tonalità abbastanza forti. Il non capire nulla di sport perchè donna, è stato una costante, mi accompagna tutt’ora, sono sicura che lo farà per tutta la vita. Questa affermazione sotto forma di tweet però mi mancava e siccome ho una coscienza che m’impone di riflettere su tutto, sono riuscita a ricavare il collegamento tra calcio, donne e rossetti.
Ho scoperto che colorarsi le labbra è stata una delle prime forme di emancipazione femminile: “è stato il simbolo delle suffragette che lo hanno eletto emblema della lotta per l’indipendenza a difesa della propria femminilità – si legge su un blog del Corriere.it – (…) Quando nel 1920 finalmente venne approvato il 19° Emendamento, le donne americane ottennero il diritto di voto e il rossetto rosso acquisì lo status di simbolo del potere. (…) Durante i combattimenti della Seconda Guerra Mondiale, migliaia di donne ebbero un ruolo attivo e, in loro onore,  Miss Arden creò innumerevoli tonalità di rosso da abbinare alle diverse uniformi militari. (…) Questa fu la dimostrazione che le donne potevano essere femminili e forti allo stesso tempo”.
Nel quasi 2013, è ancora una forma di emancipazione, per una donna, seguire il calcio per farsene una cultura o addirittura un lavoro. Personalmente, sia sul pallone che sui rossetti, credo di avere ancora ampi margini di miglioramento. Mi rimane tuttavia un quesito: il figlio diventato poi donna di Cerezo si sarà mai appassionato al calcio?