London calling. L’asiatico troppo africano, l’handicappato con i vantaggi e quello che potrebbe vedere la Madonna

E’ bastata una partita di calcio, Juventus-Napoli, dove fosse in palio un qualcosa di quasi serio, per mandare in tilt gli italiani. Diciamo che lo spirito olimpico, quello dove un po’ tutte le altre discipline le metti in primo piano rispetto al pallone, è andato a farsi benedire grazie alla Supercoppa italiana. Bella l’atletica, la scherma, il tiro a volo. Divertente la pallavolo, spettacolare il basket, non male il taekwondo. Ma il calcio e gli isterismi che comporta nel sistema nervoso di un italiano, sono una patologia vera, così come la non faziosità di Varriale della Rai. Ah ecco, a proposito di televisione pubblica…

Medaglia d’oro alle telecronache della Rai. Sfida di taekwondo, in gara c’è Carlo Molfetta che si gioca una medaglia contro un energumeno che si chiama Keita. Speriamo se la cavi il nostro atleta: Keita è alto, nero, pesante ed è stupefacente vedere un malese che di asiatico non ha una mazza (no, nemmeno quella proprio). “Il malese qui, il malese là, occhio al malese” che però è nato e gareggia per il Mali che proprio nell’Oceano Pacifico non è, anche perchè lo Stato si trova in Africa. Poi negli ultimi minuti dell’incontro, alla Rai si svegliano e qualcuno dovrebbe aver urlato in cuffia ai telecronisti che i connazionali di Keita si chiamano maliani. Diciamo che lo hanno fatto per noi. Noi nostalgici dei commenti tecnici di D’Amico e Dossena, di Pannofino-George Clooney (Varriale no: l’abbiamo sentito qualche ora fa…) avevamo la necessità di sentirci a casa con le castroneria della Rai. E’ sì: le Olimpiadi stanno finendo. Lo avrebbero cantato anche i Righeira (agli Europei li avremmo visti benissimo al commento assieme a Mazzocchi).

Medaglia d’argento al tatuaggio di Maurizio Felugo. “Io lo conosco: ha riempito le mie notti con frastuoni orrendi, ha accarezzato le mie viscere, imbiancato i miei capelli per lo stupore”. Che roba è? La poesia di Alda Merini “Corpo d’amore. Un incontro con Gesù” che il pallanotista di spicco della nostra Nazionale, Felugo, ha come tatuaggio in una gamba. Niente stelle, carte da gioco, sirene, aquile, indiani: il ligure ha deciso d’imprimersi questo sulla pelle, motivando la scelta come la frase dalla quale si sente più rappresentato. Diciamo che ci sta che riesca a vederlo Gesù se l’Italia vince la finale con la Croazia. Diciamo anche che potrebbe vedere anche la Madonna.

Medaglia di bronzo al tuttologo Zdenek Zeman. Tornato dopo qualche anno di esilio in serie A, come ha preso la panchina della Roma è diventato pane per riempire i classici vuoti delle pagine estive dei giornali. Gli chiedono di tutto, ridanno fuoco alla sua crociata immaginaria contro il nemico Luciano Moggi ormai fuori dai giochi da un pezzo, vogliono da lui un parere anche su Schwazer perchè è stato il primo a dire “il calcio deve uscire dalle farmacie”. “Le sue lacrime e il suo dolore sono veri – ha detto del marciatore – Il problema è che gli atleti di livello hanno tanti vantaggi, soprattutto economici. Vogliono vincere tutti e se uno si accorge che non ci riesce con le proprie forze, si rifugia in altre cose. Ma non è il caso solo di Schwazer, ce ne sono tanti come lui. Non si sa perdere. L’Olimpiade è partecipare, poi deve vincere chi ha talento e lavora”. Praticamente non c’ha capito niente, visto gli sviluppi da brivido che sta avendo la vicenda e dato che Schwazer l’epo non l’ha presa per vincere, anzi. Vabbeh, ci ritentiamo. Pistorius invece? “La sua partecipazione è stata una cosa ingiusta – risponde Zeman – è un diversamente abile che nel gareggiare ha dei vantaggi. Nello sport si deve competere partendo sempre tutti dalle stesse condizioni”. Se il sudafricano dovesse partecipare o meno alle Olimpiadi e non alle Paraolimpiadi, ognuno si sarà fatto la sua idea, ma sparare che Pistorius che è senza gambe abbia dei vantaggi, è una cosa tremenda. Qualunque senso si voglia dare al discorso.

Medaglia di legno al giornalista Massimo Gramellini de “La Stampa”. Alterna riflessioni e pipponi filosofici e morali eccellenti ad esagerazioni da mezzadro degli anni ’50 (con tutto il rispetto per i mezzadri). “Faccio un tifo affettuoso per le ragazze coi nastri e le clavette – ha scritto – eppure non posso evitare di domandarmi: siamo alle Olimpiadi o al circo Togni? Ho il massimo rispetto per coloro che li praticano con dedizione e destrezza, ma ai Giochi ci sono sport che sembrano, appunto, dei giochi. Ieri, prima delle clavette, ho visto gente buttarsi da un muro con delle bici e poi pedalare sopra le montagne russe. Sembrava una pubblicità sullo stato d’animo dei risparmiatori italiani o uno spareggio di ‘Giochi senza frontiere’. Invece era una gara olimpica, il Bmx. Poi ci sono le sirenette che danzano in acqua. E quelle che prendono a racchettate un volano come bambini sulla spiaggia. Perché il volano sì e il calciobalilla no? E il flipper? E il vecchio caro ruba-bandiera? Il tiro alla fune in tv sarebbe uno spettacolo, per non parlare della corsa nei sacchi: vedrete che la inseriranno in programma, prima o poi”. Sul fatto che ci siano discipline che a giudizio soggettivo siano più o meno interessanti è un dato di fatto e ognuno la pensa come vuole. Dare del Circo Togni alla disciplina della ginnastica è quasi un insulto, ma è ancor di più offensivo paragonare la ritmica al flipper e a rubabandiera.

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L’insostenibile leggerezza di Bolt

“Voglio ringraziare Dio per tutto quello che ha fatto per me, perché senza di lui niente di tutto questo sarebbe stato possibile”. Madre Natura gli ha dato l’altezza, una progressione micidiale e leve lunghissime per permettergli di decelerare in pista e infine chiudere con il ginocchio ben oltre la linea del traguardo. Usain Bolt si conferma così il velocista migliore al mondo. Il connazionale Yohan Blake ha dovuto arrendersi alla felicità un po’ tarocca dei braccialettini degli ovetti di Pasqua che sono sempre d’argento, quando va bene. A volte sono pure d’acciaio, ma quelli toccano a chi magari arriva quarto e termina i 200 metri con il tempo di 19” e 80.
Bolt ha messo in piedi, anzi, sulle rotaie di un treno alta velocità, la propria “recita”, che altro non è che la rappresentazione di se stesso. Spinta dai blocchi al massimo, il deceleramento, l’illusione a Blake di trovarsi un passo oltre, la progressione, la camminata, lo sguardo feroce dentro il video, l’indice alla bocca. Se qualcuno aveva dei dubbi, lui è il massimo e lo deve a Dio, alla terra della Giamaica che nello sprint ha preso a schiaffi la potenza Usa e la storia dei suoi velocisti.
Bolt è così: leggero, quasi superficiale, troppo scherzoso, fotografa i fotografi, esulta come un calciatore di Lega Pro, fa quel gesto con la mano davanti agli occhi, si fotografa con le svedesi in camera, vuole giocare a calcio, si sente uno stregone che tutto può e tutto trasforma. Così lontano dagli atleti del passato anche recente, l’atteggiamento pesante di chi può tutto e sembra farlo per scherzo come un Peter Pan che insegue Campanellino, così distante dalla rigidità e dal volto teso di un Michael Johnsonn che ad Atlanta ’96 fu il protagonista indiscusso, lui che correva con i muscoli stretti ad una morsa. La pesantezza della presenza schiacciante di Bolt è però leggera e non solo sul traguardo. Ben voluto dai compagni di squadra olimpica, dagli appassionati di sport, dai mass media e non solo perchè li sfama: in dote ha quell’immunità preziosa che quando dovrà chinarsi alla sua fisiologica parabola discendente gli consentirà di non farsi prendere a sassate, dall’alto del suo monumento. Una vera stregoneria che finora è magia per pochi. Come per Carl Lewis sul quale si stanno sprecando da anni i paragoni.
“C’è solo un modo per allenarsi: quello giusto. C’è solo un modo di gareggiare: quello giusto” diceva lo statunitense negli anni ’90, quando l’atletica non era quella che è adesso, quella trasformata da Bolt. La rigidità di Lewis, così perfetto, così re sul trono; la durezza granitica di un piedistallo consegnato a lui eterno, quel suo essere snob nell’incarnare una parte del sogno americano nel limbo e nel post guerra fredda, l’hanno consegnato alla storia come l’atleta irraggiungibile anche una volta frantumati i suoi record. Perfetto anche nel salto, visto che gareggiava anche in quello in lungo, al contrario del giamaicano che quando salta lo fa come un ragazzino o come noi (magari ha una maggiore elevazione, ecco).
“La vita non è solo un filo del traguardo” ci ha detto ancora Lewis, mentre Bolt ce lo ha fatto capire quando corre in pista, in tv lo guardano due miliardi di persone e la Giamaica si ferma tutta, compreso il trend della criminalità.
E la differenza sta tutta qui: Lewis è stato re del popolo, Bolt è re nel popolo.

London calling. Effetto Pellegrini. God save the beach volley, per l’oro basta una sega (e una pialla)

“Se volevi tornare ad una vita normale, non bastava che ti ritirassi?”. E ancora: “Sei un atleta che ha vinto tanto. Non potevi accettare un decimo posto a questa Olimpiade?”. Queste sono solo due delle domande fatte ad Alex Schwazer nella conferenza stampa che la Rai è riuscita a trasmettere integralmente, senza interruzioni e dare la linea al tg (la nostra tv pubblica sta facendo indubbi passi da gigante). Posto che non accettiamo lezioni sportive da chi si è dopato, le risposta del marciatore ha aperto uno spaccato interessante su una tendenza tutta italiana che chiamiamo “Effetto Federica Pellegrini”.
“Secondo voi era così facile? – ha risposto Schwazer ai giornalisti – Un decimo posto qua?”. L’atleta ha poi sciorinato i possibili titoli a nove colonne a fronte di un risultato simile: “Schwazer si è ritirato, non ha più la testa, fa troppe feste e troppe pubblicità. Troppe? Ne ho girata una sola, che andava a ripetizione in televisione perchè di una grande azienda. Per girare lo spot sono dovuti venire a casa mia”. Della serie: “Giusto per qualche soldo in più, altrimenti rinunciavo pure a quella”.
Vi ricordano qualcosa i titoli futuristici elencati da Schwazer? Sono gli stessi riservati alla Pellegrini, a seguito delle prestazioni scadenti a Londra: troppa televisione, interviste, pubblicità, troppo sesso, troppi servizi fotografici. Il discorso è sempre lo stesso: è veramente figo prendere a sassate gli stessi miti che si costruiscono sulla base del talento e dei risultati, salvo poi piangere per loro se per caso muoiono da soli in una stanza d’albergo. E’ lo sport, bellezze: il resettare le vittorie passate per dare impietosamente alle gambe alle sconfitte del presente, è parte del meccanismo. E’ che non sempre un atleta è disposto ad accettarlo per troppi anni.

Medaglia d’oro al disastro tedesco. Noi non ce la passiamo bene. E vabbeh. Loro, dopo aver preso due pizze all’Europeo di calcio, continuano la loro china discendente, anche a Londra. Impietoso il titolo della Bild: “Lassù ridono i kazaki”. Per la verità anche noi ci stiamo scompisciando dalle risate a guardare il medagliere. I nostri Giochi, nuoto a parte, non stanno deludendo le aspettative (magre) della vigilia, ma per tornare ad una Germania così disastrosa alle Olimpiadi dobbiamo tornare a Messico ’68. Solo 5, per ora, gli ori tedeschi, quando il piccolo Kazakistan se ne è accaparrati sei. I rosicamenti maggiori vengono dal tiro, dalla ginnastica e dal nuoto. E come se non bastasse, la Idem, per fortuna, ce l’abbiamo noi (altro scroscio di risate). Certo è che non è bello per un tedesco svegliarsi e vedere che hanno imparato a tuffarsi come Mario il bagnino sovrappeso del bagno “Oceano blu” di Bellaria. Vedi il tuffo di Stephan Feck, al quale la giuria ha dato il voto zero. True story.

Medaglia d’argento ai fan di Usain Bolt. Se usate Instagram o twitter, seguitelo perchè merita. Si fotografa ovunque, non si prende mai sul serio, “retuitta” i messaggi dei suoi fan che sono dei pazzi come lui e che gareggiano a fotografarsi mentre imitano la sua esultanza da Zeus con finto fulmine da scagliare. Mentre lui si fotografa con le svedesi e passeggia in pista, pubblicizzando qualsiasi cosa, ha detto che gli piacerebbe giocare nel Manchester United. Rio Ferdinand, difensore del club inglese, gli ha assicurato su twitter che parlerà con il presidente.

Medaglia di bronzo a SkySport e al concorso inutile “MissOlimpiadi”. Tra le straniere ha vinto Maria Sharapova, come era immaginabile, ma a tirare di più (non in senso sportivo) rimane l’eterno beach volley con la nostra Menegatti ma soprattutto con la ceca Slukova. La gente si stupisce di come mai l’impianto sia sempre stra-pieno per vedere le partite femminili, colpiti da questo amore improvviso per il beach volley. Da segnalare i due tifosi nella foto in bikini, fan delle nazionali brasiliane. Good save the beach volley.

Medaglia di legno (e capirete che non potrebbe essere altrimenti) a David Mitchell. Fa il libraio e ha deciso di far recapitare a tutti i quarti classificati una medaglia di legno. Il tutto completamente a sue spese e con inciso su ognuna “In Recognition of your 4th Place Olympic Games 2012”. Una roba che farebbe spaccare la stanza del Villaggio olimpico ma pare che almeno con il fiorettista Baldini abbia funzionato: “Sono rientrato in camera e ho trovato un pacchettino sul letto, l’ho scartato e ho trovato la medaglia di legno. All’inizio ho pensato ad uno scherzo, poi volevo buttarla, alla fine mi è servita da sprone”. Ok, come direbbe Geppetto, a saperlo che bastava solo una sega per vincere un oro…

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L’ultima marcia di Schwazer, tra male di vivere e sangue sporco

Trentuno luglio 2010. Barcellona, Europei di atletica. Il francese Yohann Diniz va in fuga nella 50 km di marcia, diventandone campione europeo. Dietro, Alex Schwazer, è colto dai crampi allo stomaco e si ritira, senza nemmeno tentare l’inseguimento, semplicemente perchè non voleva farlo. Eppure l’oro pareva essere alla sua portata dopo l’argento conquistato nella 20 km ma l’altoatesino in una maschera di sofferenza e disgusto dirà di aver avuto la nausea su quel podio.
“Avrei preferito essere a letto. Non me ne fregava niente”. Parole come coltellate che si aggiungono ad altre dichiarazioni a fendente: “Sono sazio, moscio. Mi fa male vedermi così e non voglio più fare certe figure”. Non lo dirà mai in modo diretto, ma si tratta di una resa, di un messaggio preciso: lascio, mi ritiro. Pensare che durante la primavera di due anni fa, Schwazer si era già ritirato e si allenava da solo, non voleva nemmeno i consigli di una pietra miliare della nostra marcia come Sandro Damilano. I colleghi già lo guardavano di traverso da mesi, perchè il carabiniere originario di Vipiteno non legava e non faceva gruppo da un po’ di tempo e senza motivo. “Non sono pentito di aver tentato due gare – disse sempre a proposito dell’Europeo spagnolo – era l’unico modo per trovare una motivazione, ma se esserci non basta più significa che il problema è serio”. Esserci prima con la testa e poi con i muscoli. A Schwazer non funzionavano più gli stimoli che per osmosi dalla mente arrivano a scorrere nelle vene. Schwazer non c’era più, non era più nemmeno nell’asfalto o nelle strade bianche delle Dolomiti. Marciare per ore e ore cercando di non consumarsi, alzare la polvere che ti annebbia gli occhi e ti fa perdere l’amore per una disciplina della quale Schwazer non poteva essere saturo. Aveva vinto un oro superlativo a Pechino e nello sport del 2000 le Olimpiadi non sono mai un punto di arrivo, semmai quello di una crescita di pretesa feroce, del tricolore italiano sulle spalle, che pesa sulle scapole all’inizio come una stoffa sintetica e leggera, poi diventa di gesso e infine di granito. Schwazer, invece, era un atleta sgretolato. Più dal male di vivere e dall’apatia che da un effettivo logoramento fisico. Ad un certo punto non era più nemmeno Alex Schwazer ma solo il fidanzato di Karolina Kostner.
La ripresa per il marciatore è stata lenta e molto graduale, ma a marzo scorso, Schwazer c’era. In Slovacchia chiude la 50 km con tempi molto al di sotto di quelli fissati dalla Fidal. Schwazer c’è. Schwazer a Londra non c’è, non ci sarà, non ci andrà mai. Il Coni lo ha escluso per doping dalla squadra olimpica perchè risultato positivo ad un controllo in Germania, avvenuto poco più di una settimana fa. “Ho sbagliato” è riuscito a dire, un remake del declino di quei grandi atleti che negli anni ’90 chiudevano la carriera dopo le iniezioni di eritropoietina. Un addio alle scene che oltre ad essere vintage assume contorni patetici, perchè Schwazer non era solo il fidanzato della pattinatrice eterna seconda, ma l’atleta favorito per l’oro londinese.
Non vedremo più marciare il ragazzo dai 28 battiti cardiaci al minuto, con la faccia pulita, gli occhi azzurro limpido, i capelli chiarissimi e il sangue sporco. “Se esserci non basta più significa che il problema è serio” aveva detto. Bastava chiudere due anni fa, col male di vivere addosso, la testa che non trovava più motivazioni, satura solo della polvere che si alzava sulle strade bianche delle Dolomiti, là dove gli Schützen, i vecchi rappresentanti del corpo para-militare tirolese, lo criticarono per essersi messo sulle spalle, a Pechino, la bandiera italiana, lui nato nel Sud Tirol, traditore delle sue vere origini, ora che ha tradito se stesso. “Volevo essere più forte” ha rilasciato detto infine all’Ansa, senza capire se si riferisse agli avversari oppure alla sua depressione.

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London calling. L’odio tra fiorettiste, un bordello di taekwondo, la gente cattiva su twitter, le spille da balia

Con la giornata di ieri – e aspettando quella di oggi – l’Italia ha raggiunto quota undici medaglie. L’oro arriva dalle cannibali del fioretto: Errigo, Di Francisca e Vezzali che solo la circostanza – la gara a squadre – ha unito per un risultato eccezionale. Sì, perchè loro, al “volemose bene”, hanno contrapposto una tensione agonistica feroce, senza tanti baci e abbracci da podio. La gara individuale ne è stata l’esempio. L’altra medaglia viene dal canottaggio, con l’argento di Sartori e Battisti nel due di coppia. L’acqua non è poi così amara per l’Italia. Basta che non si parli di piscine. Lì, tra cianuro in megabyte e polemiche, s’è scatenata una guerra fatta solamente di chiacchiere.

Medaglia d’oro alla permalosità di Filippo Magnini. Twitter è cattivo. Fatto di gente cattiva che di nuoto non sa una mazza e che è facile stare sulla poltrona e giudicare. Magnini ha chiuso l’account e uno dei suoi ultimi tweet è stato questo, datato 1° agosto: “Stare seduti e criticare. Che brutte persone. A tutti voi che criticate vi auguro di avere dei figli che si realizzeranno nella vita…”. Dicono più i tre puntini di sospensione che tutta la frase. Si dia il caso che se sei un personaggio pubblico e sul quale sono grandi le aspettative sportive, arrivino le critiche nel momento in cui fai schifo. E’ più stupido rispondere alle stesse incolpando chiunque, come ha fatto lui una volta uscito dalla vasca. E’ come uno spogliatoio di calcio: certe cose si tengono tra quattro mura, perchè le Olimpiadi non sono un reality. Unica lancia da spezzare a favore di Magnini è che il social network permette purtroppo la l’insulto virale anonimo e facile. L’importante è non dargli peso, ma c’è anche chi ha fatto meglio. Si tratta del fiorettista Giorgio Avola: “Niente twitter fino a fine Olimpiadi – ha scritto il 16 luglio – Proverò a parlare coi fatti!!! A dopo Londra”. Beh, nel fioretto è stata una disfatta per Cassarà&co. Avola però c’ha provato a tirare e a stare zitto su twitter.

Medaglia d’argento al taekwondo neozelandese, andato letteralmente a puttane. Non tutti i comitati olimpici e le federazioni sono ricche e possono permettersi il pagamento completo delle spese di trasferta ai suoi atleti. Ecco che dopo Pechino 2008 l’atleta di taekwondo Logan Campbell, rimasto senza lavoro, decide di aprire un bordello. Fine principale: utilizzare il guadagno per partecipare ai Giochi di Londra. L’attività ingrana subito, Campbell raccoglie presto i soldi per la trasferta olimpica, vende il bordello e si dedica solo alla sua disciplina. In Nuova Zelanda nessuno s’è scandalizzato perchè la prostituzione è un business legale. Lui però glissa ogni volta che gli vengono chiesti lumi sul tema.

Medaglia di bronzo a due acuti commentatori del web. Il primo: “Davvero nel 2012 ancora non hanno trovato un metodo migliore delle spille da balia per appiccicare i numeri sulle schiene degli atleti?”. Non male come osservazione.
La seconda: “Mettete la Vezzali in piscina”. Esagerato.

Medaglia di legno al sogno di Rosalba Forciniti. La judoka calabrese ha vinto nell’indifferenza generale il bronzo nella sua categoria. Quando Sky se n’è accorto ha iniziato a tempestare di domande la biondina che s’è prestata felice come una Pasqua all’attenzione dei media. Ispira sincera simpatia ma ha steccato quando ha risposto che le piacerebbe partecipare ad un reality, magari L’isola dei famosi, ma “solo per dare più visibilità al mio sport”. No. Stavolta non c’è cascato nessuno.

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London calling. Speciale donne: botte da orbi, la velata sul tatami, la vera rivale della Pellegrini


Sono le Olimpiadi più isteriche della storia. Assomigliano un po’ ad una sindrome premestruale e il fatto che Londra 2012 sia così turbolenta nei blabla è davvero un peccato. Tra sponsor inferociti per i tanti posti vuoti nei vari impianti, la prepotenza e l’arroganza degli stessi verso gli altri marchi, le polemiche di casa nostra sulla sterilità di medaglie nazionali (come se già non fosse stata ampiamente ipotizzata), non mancano neppure le scommesse clandestine sul badminton e i pianti nella scherma per giudici di gara che proprio non sanno che pesci prendere. Questi Giochi, per isterismo, kleenex e atleti più chiacchierati, sono sempre più femmina. Aspettando gli exploit testosteronici dell’atletica (no, basta battute sulla Semeya).

Medaglia d’oro all’ottusità dell’Arabia Saudita. In un primo momento aveva vietato alle donne di partecipare ai Giochi. Poi nasce il caso della judoka Wojdan Shaherkani e qui si sfiora il ridicolo. L’atleta dovrà gareggiare con il hijab speciale, una sorta di velo (una delle tante tende previste dalla cultura islamica) che le incornicia il volto fin sopra le spalle, ma lo lascia scoperto. Ora: ce la vedete una che s’appresta a lottare con l’uniforme sportiva e il “foulard”? Poteva andare peggio, però (e ancora non è detto: magari rischia lo strangolamento col velo…). Il Comitato olimpico saudita minacciava di ritirare tutta la sua squadra dalle Olimpiadi. Ma qualcuno ne avrebbe sentito la mancanza?

Medaglia d’argento al doping di Stato cinese. Ye Shiwen, la nuotatrice di 16 anni, è salita alla ribalta per aver nuotato più forte di Phelps o Lochte – uomini quindi – negli ultimi 100 metri dei 400 misti. Ovvio che i primi a scandalizzarsi di ciò sono stati gli americani e la loro Federazione nuoto, accusando la ragazza di essere dopata. In effetti, la cosa più scioccante è non vederla chiudere le gare a bocca aperta esattamente come il vostro cane in questi giorni, con i 35 gradi all’ombra. Lei ha risposto alle accuse come una perfetta soldatessa maoista o comunque con dichiarazioni da regime: “La squadra cinese tiene molto alle politiche anti-doping ” (mah), tutti i risultati ottenuti “provengono da un duro lavoro senza aver mai usato sostanze proibite” (certo!) e infine ha concluso con “il popolo cinese ha le mani pulite”. Va aggiunto che la Cina ha fatto fare a tutti i suoi atleti il giuramento sulla sua bandiera di non assumere sostanze proibite. In una nazione come quella cinese, il concetto di proibito può essere molto ampio come molto stretto. Ye Shiwen rimane comunque un burattino perfetto, un po’ come gli atleti della ex Germania Est usati, sfruttati e cavie da laboratorio negli anni della guerra fredda. Peccato che nella Cina così pulita qualcuno abbia cantato: l’ex medico Xue Yinxian della Nazionale olimpica di nuoto negli anni ’80 e ’90. In quel ventennio, ha dichiarato la donna, il metodo scientifico di allenamento consisteva nella somministrazione sistematica di steroidi e ormoni della crescita. Chi si rifiutava veniva emarginato dal giro (traduzione lampo dal cinese = ammazzato affogato). Nei mondiali di nuoto a Roma nel ’94, i cinesi con le spalle grosse quanto quelle di un lottatore di Sumo, vinsero 12 ori e ne uscirono puliti. Nello stesso anno, ai giochi asiatici, sette di loro furono però trovati positivi. Stavolta, per la cinesina, si parla di doping genetico: una roba non tanto fantascientifica e impossibile da dimostrare con l’antidoping. Il Cio assicura che Ye Shiwen è pulita, da metterci le mani sul braciere olimpico. Meno male che ogni tanto si spegne da solo.

Medaglia di bronzo a Zsuzsanna Jakabos, nuotatrice ungherese di 21 anni. Grande gnocca, vi deve però piacere il genere “cavallona”: alta un metro e 83 per 65 kg, spalle enormi ma occhioni da cerbiatto e lunghi capelli scuri. A livello mondiale e olimpico deve dimostrare tutto, ma i nostri mass media sono talmente rincoglioniti che per vendere qualcosa si sono già inventati la “rivale” da gossip della Pellegrini che mezza Italia dà già per finita. La veneta viene lapidata per le zero medaglie, colpa (sicuramente) della troppa vita mondana e del pettegolezzo. Peccato che poi ci mettano tre secondi e una foto (di un’altra) per ributtarla sotto i riflettori come un’attrice di Hollywood, scordandosi che si allena in piscina ore e ore al giorno perchè atleta di professione. Dunque, arrivati a tutto ciò: scommettiamo che a fine Olimpiadi, Novella2000, Chi, Vero&co., s’inventeranno che è incinta almeno quattro o cinque volte a settimana?

Medaglia di legno alla Fifa, per la sanzione irrisoria alla calciatrice colombiana Lady Andrade. La Lady di nome ma non di fatto (diamine!) ha sferrato con una violenza inaudita e a palla lontana, un pugno in un occhio all’americana Abby Wambach, durante la partita Usa-Colombia. Alla Andrade sono state inflitte solo due giornate di squalifica. Un po’ pochino, visto il gesto e le sanzioni che la Fifa utilizza in campo maschile. Una discriminazione al contrario stavolta.

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London calling. La Pellegrini come la Van Almsick e la vera specialità made in Italy

Una è tedesca, mora, nata nel ’78 nella vecchia Germania dell’Est. L’altra è italiana, biondissima nata a Mirano, in Veneto, nell ’88. In comune, una vita da fenomeni precoci del nuoto, tante medaglie, record infranti, la pressione asfissiante dei mass media, problemi di carattere ansioso-depressivo, il logoramento e i riflettori che bruciano.
Non è semplice fare un paragone tra l’ex nuotatrice Franziska Van Almsick e Federica Pellegrini, sia perchè diverse sono le loro specialità, sia perchè si parla di due caratteri differenti. Entrambe però, hanno rivoluzionato la figura dell’atleta e delle nuotatrici. Più famose di moltissimi calciatori, paparazzate senza tregua, il difetto di aver esposto senza vergogna le loro fragilità: l’anoressia per la tedesca, gli attacchi di panico da acqua (proprio così) per la nostra italiana.
Il quinto posto della Pellegrini nei 200 stile libero, gara nella quale l’oro doveva essere scontato (perchè mai?), ha sollevato battute di dubbio gusto e rispolverato quella specialità tutta italiana di costruire il monumento al campione per poi sgretolarlo a colpi di sassate.
S’è montata la testa, non è umile, troppo bella (ma che ci troveranno mai), troppo esposta, troppo alta, troppo montata, troppo sesso, troppi biscotti. Il piacere perverso di trovare le crepe dentro un corpo e una vita perfetta. Pazienza poi se si allena a livelli che i comuni mortali non possono immaginare, se le ore a logorarsi i capelli e la pelle dal cloro e le aspettative di un oro, terminano tutte con un quinto posto. In fondo “le sta bene”.
Il tifo contro un atleta italiano è imbecille a prescindere ma è ancora più stupido se un secondo prima lo vesti da Dio e poi lo bestemmi o gli gufi addosso.
La Pellegrini ieri sera tremava come una foglia prima d’entrare in vasca, difficile capire quanto fosse dipeso dall’adrenalina e quanto dall’insicurezza, anzi, sicurezza, che quella gara non l’avrebbe mai vinta. “Mi ritiro forse un anno” ha detto appena uscita dall’acqua. I detrattori di quella che si è montata, non aspettavano altro, un po’ come quando la Van Almsick dopo aver conquistato un solo bronzo a Sidney 2000 annunciò il ritiro che sarebbe durato solo due anni. “Ero diventata una macchina da vittorie – dirà poi – Era impossibile per me vivere una vita normale”. La tedesca che debuttò 14enne a Barcellona ’92, trovò la forza nel 2002 di tornare alle gare dominandole, stabilire il record mondiale nei 200 stile libero e di partecipare ad Atene 2004 per capire come l’oro olimpico per lei non fosse che irrimediabilmente stregato. Dopo le gare in Grecia, la tedesca si ritirò definitivamente. Alle sue spalle premeva già Federica Pellegrini che di anni ne ha dieci meno di lei.
Il nuoto logora, è crudele e per certi versi spietato con la carta d’identità. Federica Pellegrini non ha ancora moltissimi anni davanti per primeggiare a livello internazionale, ma questo non significa che sia in declino e soprattutto non comporta che le si scaglino addosso le prime pietre per buttare giù il monumento che tanti le hanno costruito e con il quale in molti hanno mangiato. Soprattutto chi non si rende conto che il talento donato da Madre Natura non basta per vincere e che dietro c’è tanto lavoro da fare. Chi non ha paura poi di mostrare le proprie fragilità in una realtà piena di squali, meriterebbe la medaglia a prescindere. I campioni di carta pesta si sbriciolano nell’acqua anche senza bisogno delle sassate. Lei è fatta di altro.

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