“Il calcio arte imperfetta, ma Maradona è stato il miglior pittore surrealista”. Parole e pennellate con Pupazzaro

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L’appassionato di pallone può essere un pragmatico o un esteta. Tuttavia non è facile ammettere che il nirvana dell’occhio lo si raggiunge quando queste due caratteristiche si uniscono. Negli ultimi anni si parla molto del valore culturale del calcio e per fortuna non si ferma solo alla maggiore fioritura narrativa e di saggistica. Molti sono coloro che si cimentano nelle illustrazioni, nel farne un arte visiva. “Pupazzaro” ha iniziato col dare una veste militare o monarchica ai giocatori, per poi arrivare a far indossare la maglia dell’Argentina ad un serissimo Borge e la divisa della Polonia a Chopin. L’arte è trasversale, il calcio lo stesso.

Innanzitutto, ti chiedo di presentarti, di dirci qualcosa su l’artista che si cela dietro lo pseudonimo di Pupazzaro

“Mi chiamo Fabrizio Birimbelli, sono nato a Roma 46 anni fa. Sono un informatico prestato alla grafica”.

Il tuo lavoro creativo è molto originale. Ce ne sono moltissimi di  account social con illustrazioni sul calcio e i calciatori. Mettere insieme arte/personaggi storici/Nazionali/squadre di calcio è però insolito. Come ti è venuta l’idea?

“Tutto è iniziato per scherzo circa 4 anni fa. Ho fatto il ritratto ad un mio amico in abiti da generale napoleonico. Lo ha appeso a casa e qualcuno gli ha chiesto se quello fosse un suo antenato. Lì ho capito che l’idea poteva funzionare. Successivamente ho iniziato a ritrarre i calciatori della Roma, della quale sono tifoso, e sono stati pubblicati sul sito ufficiale. Di lì a poco sono stato a Trigoria a consegnare il ritratto a Tony Rudiger e a Francesco Totti. Il resto è venuto da sè ritraendo calciatori di tutto il mondo. Ne ho fatti circa un centinaio. La scorsa estate poi ho avuto l’onore di presentare una mia personale al museo dell’Accademia di Belle Arti di San Pietroburgo. Insomma, da casa di un mio amico arrivare ad uno dei più antichi musei di Russia … è stato un bel viaggio! Poi quest’anno ho iniziato un progetto in qualche modo inverso: personaggi e artisti storici nei panni di calciatori. Van Gogh, Frida, Leonardo con le maglie delle rispettive nazionali. Con tanto di tatuaggi e pose da star del football”.

Tu scrivi: “il calcio è arte”. Che arte è il calcio? E perchè?

“Maradona è stato un pittore surrealista, Crujiff un poeta futurista, Pirlo ha fatto geometrie degne di un Haiku giapponese, Pelé era una sinfonia. Il calcio è lo sport più amato al mondo. Emoziona persone di diversa cultura, età, credo. Universalmente. Solo l’arte riesce a essere così trasversale”.

In che modo il calcio può arrivare ad essere un arte perfetta? Cosa gli manca?
“Non lo so. Il calcio è forse la meno perfetta delle arti. Troppe contraddizioni, troppi soldi. Dovremmo tornare al calcio delle origini. O fino agli anni 30 o 40 quando i calciatori erano sì degli idoli, ma molto più umani”.

Come trovi ispirazione? Pittura, letteratura, musica… Sono tutte cose che rientrano nei tuoi hobby o studi? O gli dedichi appositamente del tempo?

“Mi interesso a tutto quello che posso. Per questa ultima serie mi documento su poeti di alcune nazioni che conosco meno, per provare a tirare fuori qualche dettaglio che sia riconoscibile, qualche curiosità”.

Oltre alla Roma, hai squadre/Nazionali – magari straniere – per le quali hai simpatia?

“Seguo il calcio inglese ma senza una particolare simpatia. Per quanto riguarda le nazionali invece senza ombra di dubbio il Camerun, dai tempi di Milla, per poi passare a Mboma e Eto’o”.

Qual’è secondo te il vero artista del calcio e perchè? Quali caratteristiche deve avere?

“Secondo me il vero artista, un po’ dissoluto e autodistruttivo – come tutti i grandi sono di solito – è Diego Armando Maradona. Puoi odiarlo o amarlo ma non esiste nessuno che ne è rimasto indifferente. E’ stato e resta ancora un’icona assoluta di questo sport. Il gol contro l’Inghilterra resta un capolavoro al pari del “David” o “Guernica”. Irripetibile.
Un altro è stato George Best, “l’arte per l’arte” dicevano dell'”Art Nouveaux”, così lui: il dribbling per il gusto del dribbling”.

C’è’ una creazione che vorresti già aver disegnato, ma sei frenato  dal concretizzarla? Quale invece, tra quelle disegnate, ti ha soddisfatto di più nel produrla e ha trovato tanto apprezzamento?

“Non disegno/dipingo mai come vorrei: è sempre una questione di superare i propri limiti quindi ti direi che quello che voglio riuscire a realizzare è la creazione prossima.
Tra quello che ho fatto sono particolarmente legato alla serie che ho chiamato “Football Propaganda”, nello stile dei poster sovietici degli anni ’60 e ’70. Amo quel tipo di grafiche e penso che funzionino perfettamente con i calciatori”.

Hai in cantiere nuove idee che, magari, potrebbero discostarsi, dal tuo percorso attuale?

“Sì, sto cercando di realizzare un libro illustrato per bambini. Rimando sempre, ma prima o poi riuscirò a realizzarlo. Spero almeno”.

twitter/instagram @pupazzaro
Facebook Pupazzaro’s Art
Vendita stampe: http://www.redbubble.com/people/pupazzaro

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Io credo che a questo mondo esistano solo due grandi Chiesa

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Un incrocio tra Gigi Riva e Paolo Rossi.
Sono parole di Fabio Capello, ma potrebbero essere quelle di chiunque altro, perchè tutti abbiamo questa perversione di fare paragoni, di essere bravi a cogliere i tratti distintivi e rivederli in un atleta. Nemmeno fossero cani o lupi che abbaiano alla luna o al pallone.
Nessuno è uguale a qualcun altro, nemmeno Enrico Chiesa era un ibrido di due attaccanti di decenni diversi, di un gioco diverso. Tuttavia la nostra perversione non si ferma qui e ricade tutta nelle spalle dei figli.
Su Federico pesa un strada di aspettative che si biforca in due preghiere:
“Ti prego, fa che diventi più forte del padre, sennò è inutile guardarlo dall’alto e riporre delle aspettative”;
“Ti prego fa che non diventi più forte del padre perchè altrimenti che senso ha la mia nostalgia per gli anni ’90, essere convinti dell’unicità di un giocatore impossibile da rivedere”.

Io credo che a questo mondo esista solo un grande Chiesa, che passa dalla Cremonese di Tentoni e arriva fino alla Sampdoria del sacro Mancini; passando dalla Nazionale eterna seconda, attraverso il Parma e il posto lasciato vuoto da Batistuta alla Fiorentina, arriva nella periferia di Figline Valdarno che va avanti nonostante Dio si dimentichi spesso dei suoi infortuni.

Enrico era cattivo e introverso e le poche parole che aveva da dire, le pronunciava a denti stretti. Federico parla un bel po’ di più, è fiorentino puro ed è furbo, polemico, con una grinta che entra nell’antistadio dell’arroganza. E si permette pure di dire, all’inizio: “Questi sono i gol di mio padre”. E sì è così. Ha ragione.
Siamo stati infatti tutti feticisti del tiro di Enrico Chiesa, ambidestro, ambizioso, ambivalente perchè assassino ma esteticamente impeccabile. Più bello o più efficace? In fondo era ancora un periodo nel quale il calcio italiano poteva permettersi certe disquisizioni da salotto, non ancora sofferente.
Non sono tuttavia la forza e l’effetto, il punto di maggior fascino della stoccata di piede di Chiesa è il tempismo. Vedere il pallone e tirare. Farlo in corsa e di corsa, di getto, d’istinto, di follia, di necessità, di prepotenza, di una fame che si è persa per lasciare il posto ad una nuova, quella di Federico, maggiormente muscolare, quasi nervosa, a scatto, dal lampo alla lampo per mettersi in mostra: mi chiamo Chiesa, faccio il calciatore anche io e lo voglio fare meglio.

Già sale l’odio, del promesso sposo alla Juventus, dell’antipatico da 70 milioni di euro, del giovane che già viene sciacquato di fischi. Federico per mezza Italia è insopportabile. Sperare che sia come o più forte del padre è fuori discussione. L’isteria nel tifo non la si calcia e scalcia “alla Chiesa”, uno stile che non è un’etichetta e nemmeno un marchio di fabbrica: è innata, è intrinseca nelle ossa e nella testa, è ereditaria.
Per questo, io credo che a questo mondo esistano solo due grandi Chiesa.

I cinquantottini

Alla fine è stato un bene che tu lunedì sera non sia andata allo stadio…

Beh mamma, i biglietti se li sono mangiati in pochi giorni. Poi sì: col famoso senno del poi, è andata meglio così. È una disfatta però. Una disfatta.

Ah ma, fammi capire: quindi per te, è la prima volta nella vita che vedrai un Mondiale senza Italia.

Guarda mamma che è la prima volta anche per te! Sei nata nel ’57, non credo tu abbia grandi ricordi

Oh Madonnina, allora sì è un dramma.

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Non supereremo mai questa fase: la prima generazione “iper mass mediatizzata” che vive il fallimento di una mancata partecipazione ad un Mondiale. Non esiste nessuno che può raccontare, meglio di noi, cosa stava facendo il 13 novembre quando scegliemmo di buttarla sui cross tesi in area, davanti ad una Svezia che andava in crisi le rare volte che azzeccavamo tre passaggi di fila a terra, nel momento in cui il lancio lungo della difesa in area, non lo facevamo diventare un laccio al collo, che poi ci sarebbe tornato utile per un suicidio lungo tutti i 45 minuti del secondo tempo.

Abbiamo a disposizione tutte le immagini che volete per raccontare quell’agonia di assedio in area.

Le lacrime. Voi non potete capire quanto il tasso di umidità verso le 23 si sia alzato qua a Milano. Ora che abito vicino al “Meazza”, lunedì sera non mi sono affacciata sul balcone, ho avuto paura che il cielo fosse più pesante del mattone dentro lo stomaco, del cappio – ormai presenza amica e compagna – alla gola. Hanno pianto tutti, di frustrazione, di occasione della vita persa, di certezza mancata. Il Mondiale è rimasto l’unico punto fermo delle nostre esistenze d’estate, la stagione per eccellenza dove non torni mai te stesso quando a settembre ricomincia tutto e non importa quale età tu abbia. Ci siamo fatti andare bene la precarietà del lavoro, delle relazioni interpersonali, del Governo, ma quella della Nazionale, mancata ballerina equilibrista per partecipare alla competizione sportiva più importante che ci sia, no. Non viviamo in una società liquida ma in liquidazione, siamo in una fase chimica successiva, lo stadio gassoso. Un liquido lo possiamo raccogliere in un bicchiere, meglio se alcolico, ma una sostanza aerea no. Ci sono un’infinità di cose importanti diventate particelle di niente, per questo abbiamo l’olfatto sensibile, per questo sentiamo prima di chiunque altro il marcio. Eppure abbiamo bisogno di illuderci con la speranza puttana, quella sì, liquida, spogliarla per sentirci meno nudi quando l’ennesimo credo crolla. Serve fede, ma chi ce l’ha mai avuta fiducia in noi? Noi “studiati”, a sputare dignità per 500 euro al mese, con le generazioni precedenti che ci vogliono tutti in fila per raggiungere il contratto a tempo indeterminato e il posto fisso. Ma quando mai? Saremo degli illusi ma non dei fessi, anche se a volte dobbiamo ammettere che ci facciamo pena. È solo un momento di debolezza, l’ennesimo, per concederci un po’ di tenerezza dentro la quotidiana trincea.

Per questo ci permettiamo di farci spaccare il cuore quando Buffon piange, con tutti i suoi limiti di uomo ma non di portiere, quando De Rossi sale sul pullman della Svezia per chiedere scusa per l’inno fischiato. Eh sì perché siamo bravi a distrarci: il problema di lunedì, quello grave, ci sembra improvvisamente il mancato rispetto di una Nazione. Un surplus di dolore alla disfatta, un’altra occasione persa, un’altra macchia sulla coscienza, come non fossero bastate le ecchimosi delle gomitate di Toivonen e Berg. No, noi ne vogliamo di più, perché ci servono per capire quanto possiamo resistere contro vento, metterci una medaglia morale a quello che siamo in grado di sopportare, compreso il primo Mondiale perso.

Auguri Matthias Sammer, lo “scandalo” del Pallone d’Oro del ’96

Roberto Donadoni of Italy (left) is challenged by Matthias Sammer of Germany

Un premio al giocatore operaio, al lavoro duro e sporco. Si usarono queste parole, almeno sulle testate italiane, per spiegare l’assegnazione del Pallone D’Oro del 1996 a Matthias Sammer. Sì perchè in un certo senso andava lenita una sorta di ingiustizia, anzi due. La prima su Del Piero, che in quell’edizione arrivò addirittura quarto in graduatoria, nonostante la vittoria della Champions League e della Coppa Intercontinentale, decisa da una sua rete. La seconda forma di rammarico, che assomigliava per la verità a rabbia, era tutta per solidarietà a Franco Baresi: se non c’era riuscito lui con il Milan pigliatutto a infrangere il tabù del premio ad un difensore, come poteva avercela fatta il tedesco del Borussia Dortmund? E così ci si adoperò per gridare allo scandalo, nella speranza che facesse eco, soprattutto oltre i confini italiani, ma lontane le polemiche dalle consegne avanti Messi vs Cristano Ronaldo, Sammer si conquistò quel premio accendendo più discussioni negli anni a venire che al momento della cerimonia. “È più di un libero – disse all’epoca di lui Baresi, punto dai giornalisti nell’orgoglio, a volere a tutti i costi fargli uscire un po’ di veleno – Gioca in difesa e in attacco, viene dal centrocampo. Meritava di vincere: è stato giudicato il miglior giocatore dell’Europeo e per la sua nazionale è stato determinante”. Il difensore del Milan aveva ragione. Quello che fu portato come il Pallone D’Oro dello scandalo, era quanto mai più che meritato.

In classifica un giovanissimo Ronaldo, attaccante del Psv, si piazzò secondo, forte di una Coppa d’Olanda e di un bronzo alle Olimpiadi di Atlanta. Terzo Shearer, che seppur protagonista con l’Inghilterra negli Europei che si disputarono in casa, non vinse nulla nel corso dell’anno solare. Sammer non solo conquistò il titolo continentale facendo da guida alla Germania, ma anche Bundesliga, titolo di miglior giocatore dell’Europeo e titolo di miglior giocatore tedesco dell’anno. Tuttavia non bastarono, il tedesco non avrebbe dovuto vincere il Pallone D’Oro. Eppure il tetto d’Europa altro non era che il clou di un cammino di vita e di carriera complesso, iniziato come figlio d’arte, nella DDR e nella Dinamo Dresda. Un percorso cupo, non tanto per stereotipo della Germania Est, quanto intenso nelle sue vicissitudine calcistiche e non.

Matthias, nato nel 1967 a Dresda, sotto la guida tenace del padre Klaus, iniziò a giocare nella Dinamo, club legato alla Stasi, fino alla caduta del Muro. Più volte il calciatore ha raccontato di sentirsi osservato in quegli anni, tanto che poi lo stesso compagno di squadra Frank Lieberam, ammise che pure lui non era altro che una spia come ce n’erano tante, al servizio della polizia. A nazione unificata Sammer scelse fortemente lo Stoccarda e a dicembre conquistò subito un record: essere il primo tedesco orientale ad essere convocato nella nuova Nazionale, Germania-Svizzera 4-0.

La maturità di Sammer giocatore stava evolvendo in maniera ambigua perchè essendo molto duttile e capace sia in fase difensiva che d’attacco, non giocava nè come attaccante nè a centrocampo. L’Inter lo mise subito sotto osservazione e lo acquistò nel ’91. Il tedesco si trasferì a Milano solo un anno dopo, da vincitore della Bundesliga con lo Stoccarda. Nel frattempo non imparò una parola d’italiano e con il tecnico dei nerazzurri, Bagnoli, si spiegava a gesti sin dal primo allenamento. Due dita sul disegno di un campo toccarono la trequarti: Sammer voleva giocare dietro le punte. Il mister lo accontentò indietreggiando Shalimov davanti alla difesa. Il futuro campione d’Europa cercò di calarsi meglio che poteva nella Serie A (11 presenze e quattro reti a Napoli, Roma, Juventus e Pescara) ma non volle mai saperne di farsi adottare da Milano. La moglie fu uno dei motivi più tenaci che spinsero il trequartista a tornare in Germania (in un’intervista successiva, ammetterà di avere avuto incomprensioni tattiche col mister italiano, di finire spesso in tribuna causa il numero limite degli stranieri: due altri fattori forti che lo spinsero ad andarsene). La casa sul lago, bella da togliere il fiato, non era arredata se non da un letto e da un armadio. Voci di vicinato raccontarono del televisore adagiato su una cassetta della frutta e Sammer che girava in t-shirt e mutande nel vuoto delle stanze, indipendentemente dalla temperatura esterna. All’apertura del mercato invernale la richiesta urgente al presidente Pellegrini di essere ceduto. “Ciao” fu l’unico vocabolo che imparò su un volto insofferente, sulla voglia di mettersi alla prova a Dortmund. L’Inter lo cedette al Borussia e con i 9 miliardi incassati comprò Jonk. Fu mister Hitzfeld a prendersi cura della sua evoluzione tattica in giallonero, a spostarlo dalla trequarti alla difesa, facendolo diventare un libero molto offensivo con doti da regista, capace di impostare, dal basso, l’azione.

Della maturità di Sammer ne fece tesoro anche il Ct Berti Vogts che dopo un’estenuante guerra di nervi, lasciò fuori dalle convocazioni dell’Europeo inglese un monumento come Matthaus, rimpiazzandolo proprio col ragazzo di Dresda.

Visto il ritiro precoce dai campi di calcio avvenuto nel 1998, il premio francese, col senno del poi, ha rivestito anche l’urgenza di un’onorificenza ad un difensore elegante, solido ma soprattutto martoriato da cinque operazioni al ginocchio.

Mi chiamo Sebastian Vettel, ho vinto quattro volte il campionato del mondo e in una domenica di maggio, a Barcellona, sono diventato vecchio

Mi chiamo Sebastian Vettel, ho vinto quattro volte il campionato del mondo di Formula Uno e in una domenica di maggio, a Barcellona, sono diventato vecchio.
Sono nato nel 1987 ad Heppenheim, ma se entrate in Assia non troverete niente che mi ricordi, se non un cartello all’entrata della cittadina, dove guido ancora una Redbull.
La Ferrari è arrivata quando di anni ne avevo 27 ed è stata una scelta che potevo caricarmi sulle spalle solo io. Pensavano sarei diventato il nuovo Michael Schumacher, poi l’incidente e qui ho imparato che non c’è bisogno di morire giovani, che basta un limbo tra la vita e la morte per renderti lo stesso immortale e quindi irripetibile. Di Mondiali potrei vincerne otto e con lui resterebbero in comune solo la Ferrari e il fatto di essere tedesco nonché quello di scegliersi la Svizzera come luogo dove vivere. Lì non mi conosce nessuno.

Quando domenica 15 maggio sono salito sul podio, alla fine del Gp di Spagna, avevo più in alto di me un ragazzo di diciotto anni, lo stesso che mi ha strappato il record di pilota più giovane a vincere una corsa di Formula Uno. Non è stato tanto il primato perso, quanto il sorriso forzato che devo mostrare ogni volta alla fine di una corsa, anche quella dove sono arrivato terzo risultando il più performante, con due mescole diverse di gomme. Non avevo niente da sorridere ma a fine gara lo faccio sempre, da quando sono un pilota professionista perché viene da sé, perché per una volta accende l’attenzione anche su di me, biondo anonimo – vestito di jeans e t-shirt slavata – su quello che ho da spiegare. Mi hanno sempre detto che so fare gruppo, che non sono e non devo essere eccentrico. Quel sorriso abitudinario che scatta in automatico è diventato ormai una ruga d’espressione perché una domenica di maggio, a Barcellona, sono diventato vecchio.

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Sainz per esempio, ha 22 anni ma al via mi ha bruciato. Non sono stato reattivo nonostante lo schianto delle Mercedes davanti, il ritardo delle bandiere gialle. Venivo da un brutto sabato di qualifiche: più mi avvicinavo a Hamilton e Rosberg più il panico e l’ansia da prestazione prendeva la squadra in una morsa di errori e ansie. Lo so che è una pista dove non si può sorpassare, io sapevo di aver già perso il Gran Premio in qualifica ma ho tirato lo stesso le labbra in un sorriso e ci ho creduto dopo quelle quattro curve e due avversari fuori dai giochi, consapevole del problema alle gomme. Non c’è stato un giro, un solo giro di pista in tre giorni, dove non ho perso velocità nel terzo settore, quell’ultima curva che assomigliava all’unica fermata per l’ultimo treno del sorpasso in rettilineo.
E’ stata una gara ossessiva, basata sulla tattica esasperata ai box e io le menti della Redbull le conosco bene. Sapevamo tutti che la migliore strategia era quella delle tre soste. A metà Gp, Barcellona 2016 è diventata Abu Dhabi 2010. C’ero io sulla macchina di quello giovane che ha vinto e Alonso della Ferrari tallonava inutilmente Webber per mangiargli una posizione, farmi così evitare di chiudere i giochi, quando io e basta ero l’unico antagonista da combattere. Sapevo che avrebbero sbagliato, che non avrebbero giocato la gara su di me perché ero giovane e quella domenica mi presi il Mondiale. Ora che sono diventato vecchio, la Redbull è tornata a vincere un Gran Premio per la prima volta, da quando non sono più nel loro team.

Sono stato bravo, sono stato sempre fortunato in Formula Uno, perché quando hai la sorte dalla tua parte non vuol dire che sei audace ma che sei giovane. Io non lo sono più. A Melbourne non ero mai partito così bene dalla seconda fila. L’incidente di Alonso, la safety car, l’inseguimento a Hamilton e il mio sbaglio, a due giri dal termine, lo stesso che mi ha fatto perdere il secondo posto. “Cazzo ragazzi, scusate”, ho detto subito via radio, cercandomi una giustificazione che dentro me non è mai arrivata. In Bahrain avrei voluto almeno uscire di macchina sudato e non dopo metà giro di ricognizione, accompagnato dal fumo della sconfitta, col motore in panne. In Cina ho tamponato al via Raikkonen ed è stata tutta colpa di Kvyat. Mi sono dovuto rassegnare alla retorica dell’incidente di gara, delle cose che capitano, dell’aggressività del pilota giovane. Lo sono stato anche io ed ero carnivoro, di uno sporco che sapevo poi lucidare, ma quando sono diventato grande, prima di essere vecchio, ho iniziato a scegliere cosa ingoiare. Non è importato che io sia arrivato secondo: di certo non incasso la provocazione prima del podio di un Kvyat di 22 anni, che non abbassa nemmeno lo sguardo quando lo cazzio e anzi mi diceva di rilassarmi che alla fine eravamo arrivati sul podio entrambi. Non me ne frega niente se chiunque mi ha detto poi che ho esagerato o sono stato sopra le righe. Se almeno fosse servito questo mio sfogo di nervi. No: quel figlio di puttana mi è venuto a cercare due volte nel Gran Premio di Sochi, tamponandomi e facendomi fuori dai giochi dopo qualche curva. Ho ancora un peso in Redbull, gli ho fatto vincere quattro campionati, e sono andato da Horner al muretto della Redbull, a dirgli di fare qualcosa, che io Kvyat vicino non lo volevo più. Non sono stupido, so di averlo avuto sempre vicino in partenza perché lo sviluppo della loro vettura sta procedendo meglio che nella mia, ma non ci ho voluto far caso, non m’importava, non contava. Non è contato fino a Barcellona, col ragazzino preso al posto dell’altro che nella gara più normale e coerente del totale dei suoi ventiquattro Gran Premi corsi, mi ha surclassato il primato dell’età e la mia giovinezza.

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Dicono che non sia più una Formula Uno per vecchi, che pure il mio sorriso sul podio era quella solita ruga d’espressione, ormai forzata, consueta, di routine. Che c’è bisogno di giovani, di personaggi, che io sono noioso e questo sport non riesco più a venderlo come prima, come quando ero giovane e incazzato. Io adesso sono solo incazzato ma la pista ha ancora bisogno di piloti come me che a Zurigo dove vivo e non mi conosce nessuno, fino a poco tempo fa dovevo mostrare il passaporto per bere una birra. Io che alla scuola Redbull sono entrato che mi ero appena tolto l’apparecchio ai denti grosso come un alettone, che ragionavo già come un trentenne, che il sorriso che si apriva in mezzo alle guance martoriate dall’acne faceva di me un bambino quando io ero già adulto dentro. Ma non vecchio, non ancora. Quello lo sono diventato una domenica di maggio, a Barcellona.

Guy Acolatse, il primo giocatore di colore in Bundesliga

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Nero come la notte, veloce come un antilope e dotato di un calcio pari ad un colpo di fucile progettato per uccidere elefanti. Luglio 1963. La “Bild” descrisse così Guy Acolatse al St Pauli, primo giocatore di colore ad essere tesserato in Germania. “La squadra di Ambrugo – spiegò il centrocampista – era alla ricerca di un numero dieci e il tecnico Otto Westphal mi ha chiesto se ero interessato a venire in Germania e io dissi di sì”. L’Allenatore tedesco era stato Ct del Togo, paese di provenienza di Guy, nel quale nacque il 28 aprile del 1942 (pare).
Acolatse aveva esordito in Nazionale a 17 anni ma disarmante era la sua ingenuità di fronte alla moltitudine di tifosi che lo ricevette ad Amburgo:
“Si sta giocando una partita?” chiese stupito davanti a così tante persone.
“No – rispose Westphal – Stanno aspettando te”.

In effetti la curiosità era tantissima in Germania. Le stesse testate nazionali prima parlarono di Acolatse come di un colpo pubblicitario per il St Pauli, ma la vera attrazione in quegli anni Sessanta dove anche in Europa arrivò il grido “I have a dream” di Martin Luter King, era proprio il colore della pelle di Guy. “Nero come la moka, tanto da fermare un cuore”, scrisse ancora la Bild e non solo: riguardo gli anni di carriera in Germania, si crearono tutta una serie di leggende metropolitane, tipo il fatto che c’era chi gli si avvicinava grattandogli le braccia con le unghie, incredulo che quello fosse davvero il colore naturale della pelle. “I tedeschi mi guardavano come fossi un’attrazione – diceva lui disturbato – non avevano mai visto un uomo di colore in tutta la loro vita”.

Acolatse non era un campione e non lo diventerà mai, anche perché nel ’63 il St Pauli militava in un campionato regionale. Tuttavia nella prima di campionato, fece un’ottima impressione a tifosi, giornali e addetti ai lavori. “Tecnica squisita, tocco sublime, altruismo sotto porta”, giudicò una rivista locale. La “Bild” – ancora – non si risparmiò e scrisse più o meno così, in una traduzione non letterale: “Il nero del Togo delizia 7000 spettatori”.

Il centrocampista circoscrive il suo momento più bello a quando affrontò il Bayern Monaco in un’amichevole. Acolatse definisce “indimenticabile” l’essersi confrontato con Franz Beckenbauer, all’esordio in prima squadra. Il primo campionato con il St Pauli si chiuse con una rete, mentre il secondo con cinque. Seppur il contributo del nazionale di Togo fu importante, il club lo scaricò e lui si si trasferì al Barmbek-Uhlenhorst. Tornerà ad Amburgo dopo tre anni come giocatore e inizierà ad allenare le giovanili nel ’73. Poi la decisione di trasferirsi a Parigi, città nella quale vive tuttora.

Nonostante qualche difficoltà di ambientamento in un paese che lo guardava con curiosità morbosa,  Acolatse è felice di quell’esperienza: “Ero l’unica persona di colore nei campionati tedeschi e l’unico togolese.  Quando giravo per Amburgo guardavano tutti me, unico ragazzo di colore. Ma non mi dispiaceva”. Anche perché di quella pelle color ebano, il giocatore se ne è in qualche modo avvantaggiato: “Se mi tocchi ti mordo, il negro morde!” dicevo. Nonostante fossero più grandi, avevamo comunque tutti paura di me”. Non sono mancati neppure gli episodi di razzismo, nei locali come in partita: “Qui non puoi sederti” oppure “Guy se segni contro di noi ti arrivano le banane, scimmietta!”, urlavano a volte dagli spalti. Acolatse però non se n’è mai fatto un problema: “Guadagnavo molto rispetto ad un operaio tedesco – ricorda – Avevo un bell’appartamento e una macchina, la prima è stata un Fiat, poi ho comprato l’auto dei miei sogni: una  Volkswagen 1600”. A dirla tutta, l’ex centrocampista ora fa fatica a comprendere le proteste dei calciatori di oggi: “Oggi si sentono insultati e fanno tutti gli offesi – ha dichiarato qualche anno fa – ma se non vinci è normale che il pubblico si arrabbi. Alla fine giochi per loro”.


Fonti:

Bundesligafanatic.com

Kaiser Magazine

Ndr.de

Partite truccate, 20 cose da sapere sul mondo criminale del calcioscommesse

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Qualcuno truccò la partita del secolo. Tanto per cambiare, la versione italiana del titolo del libro di Brett Forrest non c’entra nulla con l’originale – “The big fix” – testo nel quale il reporter americano di Espn The Magazine ha indagato sul mondo criminale delle scommesse e delle partite truccate. Quello che all’inizio era un reportage si è poi trasformato in un volume dove il giornalista segue passo passo le indagini dell’agente dell’Interpol, poi inserito all’interno della Fifa, Chris Eaton, e si avvale delle confessioni di Wilson Perumal, testimone chiave dello scandalo del calcioscommesse mondiale, quello che portò all’inchiesta “Last Bet” nel 2011.

In “The bix fix” Forrest presenta i numeri di un affare tanto sporco, quanto da vertigini, che non investe solo i paesi asiatici ma tutti i continenti e non solo i campionati di categorie minori. Di seguito alcune curiosità e cifre.

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1 – Non solo pallone, ma il calcio incide sul 70% circa del mercato internazionale delle scommesse sportive. L’Interpol dichiara che ogni anno si spende in calcioscommesse oltre un miliardo di dollari.

2 – Le indagini della polizia hanno coinvolto più di sessanta paesi, cioè un terzo del pianeta: il gioco più popolare del mondo, il calcio, è anche il più corrotto.

3 – A Hong Kong la popolazione locale destina al gioco d’azzardo una cifra il doppio e mezzo superiore a quella spesa dai britannici. “L’Asia non è il centro dell’Universo, è l’Universo”, dice Forrest.

4 – A Singapore i bookmakers accettano scommesse anche sulle partite dei tornei aziendali.

5 – Negli anni ’90 Rajendran Kurasamy era il re delle partite truccate, nell’epoca pre web. Entrava nel torneo della “Malaysia Cup” come il presidente fondatore, cosa che in realtà, decidendo i vincitori e chi scendeva in campo. Si avvaleva di cellulari pesanti di prima fabbricazione. Al torneo si arrivava anche a puntate di 100mila dollari.

6 – Come e quanto ha influito l’avvento di internet sul match fixing? Basta la testimonianza di un allibratore inglese anonimo, dell’azienda Ladbrokes: “Nel 1995 se il centrocampista del Manchester United si rompeva una gamba, lo venivano a sapere cinque persone in tutto: la moglie, il padre, il coach, il preparatore e io. Ora se un giocatore insignificante di un club sconosciuto ha un minino infortunio ci puntano sopra 10 milioni di dollari a Macao”.

7 – Secondo Chris Eaton i bookmaker asiatici hanno un giro di affari di due miliardi di dollari la settimana. Se questo giro fosse paragonabile ad un’azienda, sarebbe grande la Coca Cola “ma non produce niente: solo carta”, dice l’agente dell’Interpol

8 – Metodologia per truccare una partita e corrompere i giocatori. Secondo Perumal pagare centrocampisti e attaccanti era perdere denaro: i giocatori andavano pagati per perdere, non per segnare e nemmeno per vincere. Ci sono poi tutta una serie di attività collaterali per farsi un giocatore di fiducia: costruirci una falsa amicizia, soffiarlo alla concorrenza pagandolo di più, servirsi di donne per incastrare gli avversari, farlo crescere e poi farlo trasferire in un club sotto il proprio controllo. Secondo un altro coinvolto nell’indagine, Danny Jay Prakesh, i calciatori più facili da corrompere sono quelli africani e centroamericani, anche se giocano in Europa.

9 – L’arbitro più fedele di Perumal, Ibrahim Chaibou, ai tempi della pubblicazione del libro non ancora sanzionato, pare abbia raccolto 500mila dollari nel corso del loro rapporto: “E ora vive felice in Niger con le sue quattro mogli” sostiene Wilson. Non a caso il direttore di gara è passato alla storia come l’arbitro più corrotto di tutti i tempi.

10 – Nell’ultimo decennio la polizia turca ha arrestato quasi cento calciatori mentre la Federazione (la TFF) ha escluso il Fenerbahche dalla Champions, insospettita dalle 18 vittorie nelle ultime 19 partite che le hanno permesso di vincere il titolo nazionale.

11 – La federcalcio dello Zimbawe ha escluso 80 giocatori per sospetto coinvolgimento di partite truccate.

12 – Lu Jun, il primo arbitro cinese a dirigere una partita dei Mondiali, è stato in carcere cinque anni e mezzo per aver preso tangenti, pari ad un totale di 128mila euro. Non a caso era soprannominato “fischietto d’oro”.

13 – In Corea del Sud, 57 persone sono accusate di match fixing e piuttosto che affrontare la pubblica onta, due giocatori si sono suicidati.

14 – La polizia tedesca è entrata in possesso di intercettazioni telefoniche di malavitosi croati che combinavano partite in Canada.

15 – La Cambogia ha manipolato due partite contro il Laos, valevoli per le qualificazioni ai Mondiali del 2014.

16 – La Macedonia è talmente corrotta che sono pochi i bookmakers che accettano scommesse sulle gare del campionato nazionale.

17 – Il primo ministro del Belize ha disposto un’indagine per match fixing contro il capo dell’associazione di calcio nazionale.

18 – Il 3 novembre del 1997 il West Ham pareggiò col Crystal Palace al 65′ e d’improvviso le luci si spensero. Accadde anche in Wimbledon-Arsenal il mese seguente. Una banda sino malese aveva pagato i tecnici perché staccassero l’illuminazione quando il match aveva raggiunto il risultato desiderato.

19 – Il 4 febbraio del 2013 a L’Aia, in Olanda, il direttore dell’Europol, Rob Wainwright spiegò in conferenza stampa i risultati dell’operazione VETO, un’indagine durata diciotto mesi sul match fixing in Europa. Furono scoperte 400 partite truccate in 15 Paesi, coinvolti 425 tra giocatori, arbitri, dirigenti e criminali. Segnalò inoltre attività sospette in Africa, Asia, Centro e Sud America, Germania, Turchia e Svizzera.

20 – Nell’arresto che ha fatto partire le indagini, Wilson Perumal spiegò alla polizia finlandese che l’organizzazione era strutturata come una società. Al vertice il capo, un singaporiano che decide quali partite truccare, quanto pagare per le tangenti, dove inviare corrieri e agenti e dove piazzare le scommesse che avvengono principalmente in Cina. Sotto il capo ci sono sei azionisti provenienti da Bulgaria, Slovenia (2), Croazia, Ungheria e Singapore. Le vincite sono trasferite a Singapore dalla Cina tramite agenti. Gli azionisti ricevono percentuali sulle vincite anche se non sono direttamente coinvolti. 

Nel libro di Forrest il dito rimane puntato anche sulla Fifa, la quale non ha mai fatto davvero abbastanza per il match fixing, ponendo l’accento sulla sua ambiguità. “La Fifa è registrata in Svizzera come ente benefico ma con il suo utile di un miliardo di dollari, i contratti televisivi e di sponsorizzazione, non agisce come una normale organizzazione no-profit. Non si comporta nemmeno come un’azienda moderna con controlli e bilanci. Si trova invece in una sorta di limbo e per alcuni funzionari va bene così, visto che l’ambiguità agevola i profitti”.