Mi chiamo Sebastian Vettel, ho vinto quattro volte il campionato del mondo e in una domenica di maggio, a Barcellona, sono diventato vecchio

Mi chiamo Sebastian Vettel, ho vinto quattro volte il campionato del mondo di Formula Uno e in una domenica di maggio, a Barcellona, sono diventato vecchio.
Sono nato nel 1987 ad Heppenheim, ma se entrate in Assia non troverete niente che mi ricordi, se non un cartello all’entrata della cittadina, dove guido ancora una Redbull.
La Ferrari è arrivata quando di anni ne avevo 27 ed è stata una scelta che potevo caricarmi sulle spalle solo io. Pensavano sarei diventato il nuovo Michael Schumacher, poi l’incidente e qui ho imparato che non c’è bisogno di morire giovani, che basta un limbo tra la vita e la morte per renderti lo stesso immortale e quindi irripetibile. Di Mondiali potrei vincerne otto e con lui resterebbero in comune solo la Ferrari e il fatto di essere tedesco nonché quello di scegliersi la Svizzera come luogo dove vivere. Lì non mi conosce nessuno.

Quando domenica 15 maggio sono salito sul podio, alla fine del Gp di Spagna, avevo più in alto di me un ragazzo di diciotto anni, lo stesso che mi ha strappato il record di pilota più giovane a vincere una corsa di Formula Uno. Non è stato tanto il primato perso, quanto il sorriso forzato che devo mostrare ogni volta alla fine di una corsa, anche quella dove sono arrivato terzo risultando il più performante, con due mescole diverse di gomme. Non avevo niente da sorridere ma a fine gara lo faccio sempre, da quando sono un pilota professionista perché viene da sé, perché per una volta accende l’attenzione anche su di me, biondo anonimo – vestito di jeans e t-shirt slavata – su quello che ho da spiegare. Mi hanno sempre detto che so fare gruppo, che non sono e non devo essere eccentrico. Quel sorriso abitudinario che scatta in automatico è diventato ormai una ruga d’espressione perché una domenica di maggio, a Barcellona, sono diventato vecchio.

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Sainz per esempio, ha 22 anni ma al via mi ha bruciato. Non sono stato reattivo nonostante lo schianto delle Mercedes davanti, il ritardo delle bandiere gialle. Venivo da un brutto sabato di qualifiche: più mi avvicinavo a Hamilton e Rosberg più il panico e l’ansia da prestazione prendeva la squadra in una morsa di errori e ansie. Lo so che è una pista dove non si può sorpassare, io sapevo di aver già perso il Gran Premio in qualifica ma ho tirato lo stesso le labbra in un sorriso e ci ho creduto dopo quelle quattro curve e due avversari fuori dai giochi, consapevole del problema alle gomme. Non c’è stato un giro, un solo giro di pista in tre giorni, dove non ho perso velocità nel terzo settore, quell’ultima curva che assomigliava all’unica fermata per l’ultimo treno del sorpasso in rettilineo.
E’ stata una gara ossessiva, basata sulla tattica esasperata ai box e io le menti della Redbull le conosco bene. Sapevamo tutti che la migliore strategia era quella delle tre soste. A metà Gp, Barcellona 2016 è diventata Abu Dhabi 2010. C’ero io sulla macchina di quello giovane che ha vinto e Alonso della Ferrari tallonava inutilmente Webber per mangiargli una posizione, farmi così evitare di chiudere i giochi, quando io e basta ero l’unico antagonista da combattere. Sapevo che avrebbero sbagliato, che non avrebbero giocato la gara su di me perché ero giovane e quella domenica mi presi il Mondiale. Ora che sono diventato vecchio, la Redbull è tornata a vincere un Gran Premio per la prima volta, da quando non sono più nel loro team.

Sono stato bravo, sono stato sempre fortunato in Formula Uno, perché quando hai la sorte dalla tua parte non vuol dire che sei audace ma che sei giovane. Io non lo sono più. A Melbourne non ero mai partito così bene dalla seconda fila. L’incidente di Alonso, la safety car, l’inseguimento a Hamilton e il mio sbaglio, a due giri dal termine, lo stesso che mi ha fatto perdere il secondo posto. “Cazzo ragazzi, scusate”, ho detto subito via radio, cercandomi una giustificazione che dentro me non è mai arrivata. In Bahrain avrei voluto almeno uscire di macchina sudato e non dopo metà giro di ricognizione, accompagnato dal fumo della sconfitta, col motore in panne. In Cina ho tamponato al via Raikkonen ed è stata tutta colpa di Kvyat. Mi sono dovuto rassegnare alla retorica dell’incidente di gara, delle cose che capitano, dell’aggressività del pilota giovane. Lo sono stato anche io ed ero carnivoro, di uno sporco che sapevo poi lucidare, ma quando sono diventato grande, prima di essere vecchio, ho iniziato a scegliere cosa ingoiare. Non è importato che io sia arrivato secondo: di certo non incasso la provocazione prima del podio di un Kvyat di 22 anni, che non abbassa nemmeno lo sguardo quando lo cazzio e anzi mi diceva di rilassarmi che alla fine eravamo arrivati sul podio entrambi. Non me ne frega niente se chiunque mi ha detto poi che ho esagerato o sono stato sopra le righe. Se almeno fosse servito questo mio sfogo di nervi. No: quel figlio di puttana mi è venuto a cercare due volte nel Gran Premio di Sochi, tamponandomi e facendomi fuori dai giochi dopo qualche curva. Ho ancora un peso in Redbull, gli ho fatto vincere quattro campionati, e sono andato da Horner al muretto della Redbull, a dirgli di fare qualcosa, che io Kvyat vicino non lo volevo più. Non sono stupido, so di averlo avuto sempre vicino in partenza perché lo sviluppo della loro vettura sta procedendo meglio che nella mia, ma non ci ho voluto far caso, non m’importava, non contava. Non è contato fino a Barcellona, col ragazzino preso al posto dell’altro che nella gara più normale e coerente del totale dei suoi ventiquattro Gran Premi corsi, mi ha surclassato il primato dell’età e la mia giovinezza.

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Dicono che non sia più una Formula Uno per vecchi, che pure il mio sorriso sul podio era quella solita ruga d’espressione, ormai forzata, consueta, di routine. Che c’è bisogno di giovani, di personaggi, che io sono noioso e questo sport non riesco più a venderlo come prima, come quando ero giovane e incazzato. Io adesso sono solo incazzato ma la pista ha ancora bisogno di piloti come me che a Zurigo dove vivo e non mi conosce nessuno, fino a poco tempo fa dovevo mostrare il passaporto per bere una birra. Io che alla scuola Redbull sono entrato che mi ero appena tolto l’apparecchio ai denti grosso come un alettone, che ragionavo già come un trentenne, che il sorriso che si apriva in mezzo alle guance martoriate dall’acne faceva di me un bambino quando io ero già adulto dentro. Ma non vecchio, non ancora. Quello lo sono diventato una domenica di maggio, a Barcellona.

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Monisha Kaltenborn Narang, la first lady della F1

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Da bambina sognava di fare l’astronauta, ma i piedi di Monisha Kaltenborn Narang sono rimasti ben saldi a terra, sopra l’asfalto delle piste di Formula Uno. E’ l’ottobre del 2012 quando la scuderia svizzera della Sauber la nomina team manager e Chief executive officer (Ceo), assegnandole un incarico che spacca ogni pregiudizio alzato sino allora dal Circus automobilistico perchè mai, prima di allora, una donna era arrivata a ricoprire una carica di vertice come la sua. Monisha la si vede concentrata al muretto dei box con una tuta di rappresentanza bianca, tratti somatici orientali e dolci, che contrastano con un ruolo testosteronico al quale lei ha dato un’altra natura, meno feroce e più sensibile, e non a caso è stata subito soprannominata dai colleghi la “first lady della Formula Uno”. Il padre-padrone del Circus, Bernie Eccelestone, non ha accolto con entusiasmo l’entrata prepotente ai vertici di Monisha, visto che in passato si era lasciato andare a dichiarazioni a dir poco maschiliste: «Il ruolo delle donne è quello di stare in cucina, vestite di bianco come tutti gli altri elettrodomestici». Parole come queste, non causano alcuna reazione in Kaltenborn che ritiene che il sessimo in Formula Uno sia solo di facciata e che mai si è sentita discriminata.
Nata in India il 10 maggio del 1971 a Dehradun, la famiglia Narang si trasferisce a Vienna, quando Monisha ha solo otto anni. L’inserimento nelle scuole è molto duro e il tedesco ostico per lei che fino ad allora ha parlato il dialetto hindustani e l’inglese, ma con determinazione la sua formazione è stata eccellente: una laurea in Legge a Vienna e un master in diritto economico internazionale a Londra, nel 1996. Terminati gli studi, Monisha lavora come consulente legale inizilamente a Stoccarda dove conosce quello che diventerà suo marito, Jens Kaltenborn; poi torna in Austria e infine al servizio di Fritz Kaiser, nel 1998, capo di una potente società di gestione patrimoniale. L’incontro con l’imprenditore comproprietario della Sauber, determinerà la svolta professionale di Monisha alla quale vengono conferiti, all’interno della scuderia, incarichi manageriali fino a presiedere l’ufficio legale nel 2000. Non si ferma l’ascesa dell’avvocatessa che entra nel consiglio di amministrazione della Sauber durante la gestione Bmw. Nel 2010 però, colui che ha fondato l’omonimo team riprende le redini della squadra fino al 2012, anno nel quale Monisha diventa detentrice di un terzo del pacchetto azionario della scuderia e qualche mese più tardi, viene nominata team manager, raccogliendo in eredità il ruolo di Peter Sauber che abbandona, stavolta definitivamente, la gestione diretta della squadra.
Nonostante l’acquisizione della cittadinanza austriaca, Monisha è legatissima alle sue origini indiane, tanto da regalarsi un matrimonio da favola con Jens, ai piedi dell’Himalaya. Madre di due figli, vive a Küsnacht in Svizzera, sulle rive del lago di Zurigo ma il lavoro la porta per lunghe giornate lontana dagli affetti, ai quali rimane legata attraverso Skype. «Organizzare casa, lavoro e famiglia è una vera sfida – ha dichiarato tempo fa al sito “Zig Wheels” – Credo sia importante coinvolgere sempre i figli nella mia attività. A casa, mio marito e le tate sanno sopperire bene alla mia assenza e sono felice che i miei bambini siano orgogliosi del lavoro che fa la loro mamma». In famiglia, la team manager continua a parlare hindi anche se limitatamente ad alcune parole. E’ comunque molto forte l’impronta natale: «Le mie origini indiane mi aiutano anche nel lavoro – ha confessato recentemente – In un ambiente così competitivo come quello della Formula Uno riesco ad essere serena, a scrollarmi di dosso le esperienze negative e concentrarmi solo sul presente», una grande pace interiore, appannaggio della cultura orientale. Pensare che la sua prima passione è stata il rally, prima ancora del tennis, dello yoga e della cucina, i suo hobby preferiti. La sua ascesa rapida in questo duro mondo professionale non le ha creato alcun disagio: «Faccio parte di questo ambiente da così tanto tempo da non sentirmi diversa. Guardo il tutto dal punto di vista di una donna che deve vestire dei panni che hanno indossato un numero di professioniste molto ristretto». Monisha è membro della commissione “Women&Motorsport”: «Con il ruolo che ho – ha spiegato al “Sole24ore” – promuovo la causa di un maggior lavoro per le donne, possibilmente nel mondo degli sport a motore».

La scheda

Nome: Monisha
Cognome da nubile: Narang
Nata a: Dehradun (India)
Il: 10 maggio del 1971
Nazionalità: austriaca
Vive a: Küsnacht (Svizzera)
Famiglia: sposata con Jen Kaltenborn, un figlio nato nel 2002 e una figlia nata nel 2005
Hobby e passioni: rally, tennis, yoga, cucina e opera
Sito: http://www.sauberf1team.com/en/team/management/monisha-kaltenborn/

Bahne Rabe, il vogatore olimpico morto di anoressia

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Bahne Rabe è stato un vogatore tedesco, nato il 7 agosto del 1963 ad Amburgo. Nell’otto senza ha conquistato una medaglia d’oro alle Olimpiadi di Seul. Nel 1991, giusto per citare i più alti momenti di gloria, si è laureato campione del mondo nel quattro con. Chiusa l’attività agonistica, Rabe è “morto a rate” – come hanno scritto i giornali tedeschi – nel 2001, di polmonite, una patologia alla quale si sopravvive se non si ha un fisico distrutto dalla malnutrizione. Bahne era infatti anoressico e non era un mistero per nessuno, un disordine alimentare che lo ha sempre tenuto sotto scacco, ma che lo ha ucciso a nemmeno 38 anni dentro un ospedale di Kiel. L’ex vogatore pesava 60 chili, distribuiti malamente in un’altezza di 2,03 metri. Da canottiere, macinava l’acqua coi remi con quaranta chili in più, fiero di essere un vincente in una delle discipline di fatica più logoranti che esistano nello sport.
La sua storia, il suo decesso per anoressia, è nota per lo più in Germania. Se i disturbi del comportamento alimentare sono ancora tabù nello sport, nel momento in cui colpiscono atleti maschi, diventano drammi da seppellire con il lucchetto. Nessun compagno di medaglie sa spiegarsi come il perfetto Rabe non abbia saputo opporsi all’anoressia. Tuttavia, un coro comune c’è: “Fisicamente c’era sempre, emotivamente mai”, ricordano. Così come tornano alla mente, col senno di poi e con la consapevolezza del problema, qualche sporadica sbronza, alla quale il vogatore opponeva una dieta ferrea e dell’estenuante esercizio fisico. Abitudini che ha portato avanti anche dopo il 1995, anno nel quale chiuse con l’agonismo, forse con quale rimorso: in fondo per Bahne non c’era sport migliore del canottaggio, nel quale il suo talento potesse cimentarsi in maniera autodistruttiva, dentro le pressioni di una Germania Ovest, quando alla persona doveva sostituirsi la macchina, capace di consumare molto rapidamente le calorie assunte, “gonfiare” i muscoli, mangiarsi un grasso assente. Di episodi controversi i compagni di Nazionale di Rabe ne ricordano qualcuno, soprattutto a carriera terminata, tutti certi del suo rifiuto inamovibile a cure e terapie.
Davanti alla tragedia di chi non ce l’ha fatta, continua ad essere difficile avere una stima degli atleti uomini che hanno sofferto di disturbi del comportamento alimentare, ma Bahne non è stato l’unico. Ufficialmente si conoscono le storie del fantino panamense Laffit Pincay Jr, che ha ammesso di aver lottato per anni con l’anoressia, e dello svizzero Stefan Zund, bulimico, ex saltatore con gli sci, vincitore della prima Coppa del Mondo nella sua disciplina.

“Il ciclismo è lo sport più pulito che esista”

Rinaldo Nocentini

Ho la fortuna di avere l’abitazione di un ciclista professionista e molto famoso, ad un paio scarso di chilometri da casa. Così come per i miei compaesani però, è difficile trovare Rinaldo Nocentini in giro. Tre anni fa il quotidiano locale dell’epoca mi chiese una sua intervista ad ampio respiro per l’allegato dedicato agli uomini di spicco del mese e fu la prima volta in assoluto che lo incontrai. La settimana successiva, per festeggiare l’assegnazione dei Mondiali di ciclismo a Firenze, sarebbe uscito uno speciale sui protagonisti a due ruote e la Toscana ne ha avuti sempre molti da raccontare. Nocentini aveva alimentato una sorta di “Rinaldo-mania” al Tour De France del 2009 nel quale era diventato una stella, con i suoi otto giorni in maglia gialla. A febbraio del 2010, il ciclista ebbe un incidente durante il Gran Premio dell’Insubria e si fratturò tibia, perone, astragalo e malleolo. Appena iniziai a registrare le dichiarazioni, mi fece subito notare una cosa: “Paradossalmente – dichiarò – ho più notorietà adesso, che durante il Tour”. Devoto alla grande corsa francese, aggiunse anche che senza quei giorni consecutivi in maglia gialla, non avrebbe mai ricevuto così tanta luce dai mass media, l’attenzione di federazione e colleghi. La premessa è lunga e doverosa, perchè quel giorno Nocentini si sentì fare l’ennesima domanda sul doping nel suo sport che con gli ultimi casi di Danilo Di Luca e Mauro Santambrogio, trova, nella risposta che dette, un senso: “Il doping è ovunque – disse subito – solo che noi ciclisti siamo nel mirino. In realtà, ora come ora, il ciclismo è lo sport più pulito che esista. I controlli sono a tappeto e l’Unione ciclistica internazionale può venire a bussare anche adesso per le analisi. Tramite internet ogni ciclista compila una tabella sugli impegni dei prossimi tre mesi e specifica i giorni in cui è a casa. Se non si fa trovare senza preavviso, scatta l’ammonizione. A livello professionistico, il ciclista prende l’iniziativa da solo di doparsi, è a livello giovanile che il doping viene proposto ai ragazzi. A me non è mai successo”.
Lì per lì potrebbe sembrare la strenua difesa dello sport che ti dà lavoro e popolarità ma il numero dei ciclisti che negli ultimi anni cade nella trappola dei controlli, evidenzia che chi è positivo non riesca più a farla franca e, addirittura, si va sadicamente a ritroso dei risultati di chi il ciclismo l’ha fatto grande ma non è più in attività: eclatante fu il caso di Lance Armostrong. Nessuno ci ha mai spiegato però, perchè si è voluto costruire il monumento al ciclismo, fatto con la calce della compassione, il patos del coraggio e della sofferenza della malattia, per poi prenderlo a sassate per sbriciolarlo.

London calling. L’asiatico troppo africano, l’handicappato con i vantaggi e quello che potrebbe vedere la Madonna

E’ bastata una partita di calcio, Juventus-Napoli, dove fosse in palio un qualcosa di quasi serio, per mandare in tilt gli italiani. Diciamo che lo spirito olimpico, quello dove un po’ tutte le altre discipline le metti in primo piano rispetto al pallone, è andato a farsi benedire grazie alla Supercoppa italiana. Bella l’atletica, la scherma, il tiro a volo. Divertente la pallavolo, spettacolare il basket, non male il taekwondo. Ma il calcio e gli isterismi che comporta nel sistema nervoso di un italiano, sono una patologia vera, così come la non faziosità di Varriale della Rai. Ah ecco, a proposito di televisione pubblica…

Medaglia d’oro alle telecronache della Rai. Sfida di taekwondo, in gara c’è Carlo Molfetta che si gioca una medaglia contro un energumeno che si chiama Keita. Speriamo se la cavi il nostro atleta: Keita è alto, nero, pesante ed è stupefacente vedere un malese che di asiatico non ha una mazza (no, nemmeno quella proprio). “Il malese qui, il malese là, occhio al malese” che però è nato e gareggia per il Mali che proprio nell’Oceano Pacifico non è, anche perchè lo Stato si trova in Africa. Poi negli ultimi minuti dell’incontro, alla Rai si svegliano e qualcuno dovrebbe aver urlato in cuffia ai telecronisti che i connazionali di Keita si chiamano maliani. Diciamo che lo hanno fatto per noi. Noi nostalgici dei commenti tecnici di D’Amico e Dossena, di Pannofino-George Clooney (Varriale no: l’abbiamo sentito qualche ora fa…) avevamo la necessità di sentirci a casa con le castroneria della Rai. E’ sì: le Olimpiadi stanno finendo. Lo avrebbero cantato anche i Righeira (agli Europei li avremmo visti benissimo al commento assieme a Mazzocchi).

Medaglia d’argento al tatuaggio di Maurizio Felugo. “Io lo conosco: ha riempito le mie notti con frastuoni orrendi, ha accarezzato le mie viscere, imbiancato i miei capelli per lo stupore”. Che roba è? La poesia di Alda Merini “Corpo d’amore. Un incontro con Gesù” che il pallanotista di spicco della nostra Nazionale, Felugo, ha come tatuaggio in una gamba. Niente stelle, carte da gioco, sirene, aquile, indiani: il ligure ha deciso d’imprimersi questo sulla pelle, motivando la scelta come la frase dalla quale si sente più rappresentato. Diciamo che ci sta che riesca a vederlo Gesù se l’Italia vince la finale con la Croazia. Diciamo anche che potrebbe vedere anche la Madonna.

Medaglia di bronzo al tuttologo Zdenek Zeman. Tornato dopo qualche anno di esilio in serie A, come ha preso la panchina della Roma è diventato pane per riempire i classici vuoti delle pagine estive dei giornali. Gli chiedono di tutto, ridanno fuoco alla sua crociata immaginaria contro il nemico Luciano Moggi ormai fuori dai giochi da un pezzo, vogliono da lui un parere anche su Schwazer perchè è stato il primo a dire “il calcio deve uscire dalle farmacie”. “Le sue lacrime e il suo dolore sono veri – ha detto del marciatore – Il problema è che gli atleti di livello hanno tanti vantaggi, soprattutto economici. Vogliono vincere tutti e se uno si accorge che non ci riesce con le proprie forze, si rifugia in altre cose. Ma non è il caso solo di Schwazer, ce ne sono tanti come lui. Non si sa perdere. L’Olimpiade è partecipare, poi deve vincere chi ha talento e lavora”. Praticamente non c’ha capito niente, visto gli sviluppi da brivido che sta avendo la vicenda e dato che Schwazer l’epo non l’ha presa per vincere, anzi. Vabbeh, ci ritentiamo. Pistorius invece? “La sua partecipazione è stata una cosa ingiusta – risponde Zeman – è un diversamente abile che nel gareggiare ha dei vantaggi. Nello sport si deve competere partendo sempre tutti dalle stesse condizioni”. Se il sudafricano dovesse partecipare o meno alle Olimpiadi e non alle Paraolimpiadi, ognuno si sarà fatto la sua idea, ma sparare che Pistorius che è senza gambe abbia dei vantaggi, è una cosa tremenda. Qualunque senso si voglia dare al discorso.

Medaglia di legno al giornalista Massimo Gramellini de “La Stampa”. Alterna riflessioni e pipponi filosofici e morali eccellenti ad esagerazioni da mezzadro degli anni ’50 (con tutto il rispetto per i mezzadri). “Faccio un tifo affettuoso per le ragazze coi nastri e le clavette – ha scritto – eppure non posso evitare di domandarmi: siamo alle Olimpiadi o al circo Togni? Ho il massimo rispetto per coloro che li praticano con dedizione e destrezza, ma ai Giochi ci sono sport che sembrano, appunto, dei giochi. Ieri, prima delle clavette, ho visto gente buttarsi da un muro con delle bici e poi pedalare sopra le montagne russe. Sembrava una pubblicità sullo stato d’animo dei risparmiatori italiani o uno spareggio di ‘Giochi senza frontiere’. Invece era una gara olimpica, il Bmx. Poi ci sono le sirenette che danzano in acqua. E quelle che prendono a racchettate un volano come bambini sulla spiaggia. Perché il volano sì e il calciobalilla no? E il flipper? E il vecchio caro ruba-bandiera? Il tiro alla fune in tv sarebbe uno spettacolo, per non parlare della corsa nei sacchi: vedrete che la inseriranno in programma, prima o poi”. Sul fatto che ci siano discipline che a giudizio soggettivo siano più o meno interessanti è un dato di fatto e ognuno la pensa come vuole. Dare del Circo Togni alla disciplina della ginnastica è quasi un insulto, ma è ancor di più offensivo paragonare la ritmica al flipper e a rubabandiera.

Articolo pubblicato su www.valdichianaoggi.it

L’insostenibile leggerezza di Bolt

“Voglio ringraziare Dio per tutto quello che ha fatto per me, perché senza di lui niente di tutto questo sarebbe stato possibile”. Madre Natura gli ha dato l’altezza, una progressione micidiale e leve lunghissime per permettergli di decelerare in pista e infine chiudere con il ginocchio ben oltre la linea del traguardo. Usain Bolt si conferma così il velocista migliore al mondo. Il connazionale Yohan Blake ha dovuto arrendersi alla felicità un po’ tarocca dei braccialettini degli ovetti di Pasqua che sono sempre d’argento, quando va bene. A volte sono pure d’acciaio, ma quelli toccano a chi magari arriva quarto e termina i 200 metri con il tempo di 19” e 80.
Bolt ha messo in piedi, anzi, sulle rotaie di un treno alta velocità, la propria “recita”, che altro non è che la rappresentazione di se stesso. Spinta dai blocchi al massimo, il deceleramento, l’illusione a Blake di trovarsi un passo oltre, la progressione, la camminata, lo sguardo feroce dentro il video, l’indice alla bocca. Se qualcuno aveva dei dubbi, lui è il massimo e lo deve a Dio, alla terra della Giamaica che nello sprint ha preso a schiaffi la potenza Usa e la storia dei suoi velocisti.
Bolt è così: leggero, quasi superficiale, troppo scherzoso, fotografa i fotografi, esulta come un calciatore di Lega Pro, fa quel gesto con la mano davanti agli occhi, si fotografa con le svedesi in camera, vuole giocare a calcio, si sente uno stregone che tutto può e tutto trasforma. Così lontano dagli atleti del passato anche recente, l’atteggiamento pesante di chi può tutto e sembra farlo per scherzo come un Peter Pan che insegue Campanellino, così distante dalla rigidità e dal volto teso di un Michael Johnsonn che ad Atlanta ’96 fu il protagonista indiscusso, lui che correva con i muscoli stretti ad una morsa. La pesantezza della presenza schiacciante di Bolt è però leggera e non solo sul traguardo. Ben voluto dai compagni di squadra olimpica, dagli appassionati di sport, dai mass media e non solo perchè li sfama: in dote ha quell’immunità preziosa che quando dovrà chinarsi alla sua fisiologica parabola discendente gli consentirà di non farsi prendere a sassate, dall’alto del suo monumento. Una vera stregoneria che finora è magia per pochi. Come per Carl Lewis sul quale si stanno sprecando da anni i paragoni.
“C’è solo un modo per allenarsi: quello giusto. C’è solo un modo di gareggiare: quello giusto” diceva lo statunitense negli anni ’90, quando l’atletica non era quella che è adesso, quella trasformata da Bolt. La rigidità di Lewis, così perfetto, così re sul trono; la durezza granitica di un piedistallo consegnato a lui eterno, quel suo essere snob nell’incarnare una parte del sogno americano nel limbo e nel post guerra fredda, l’hanno consegnato alla storia come l’atleta irraggiungibile anche una volta frantumati i suoi record. Perfetto anche nel salto, visto che gareggiava anche in quello in lungo, al contrario del giamaicano che quando salta lo fa come un ragazzino o come noi (magari ha una maggiore elevazione, ecco).
“La vita non è solo un filo del traguardo” ci ha detto ancora Lewis, mentre Bolt ce lo ha fatto capire quando corre in pista, in tv lo guardano due miliardi di persone e la Giamaica si ferma tutta, compreso il trend della criminalità.
E la differenza sta tutta qui: Lewis è stato re del popolo, Bolt è re nel popolo.

London calling. Effetto Pellegrini. God save the beach volley, per l’oro basta una sega (e una pialla)

“Se volevi tornare ad una vita normale, non bastava che ti ritirassi?”. E ancora: “Sei un atleta che ha vinto tanto. Non potevi accettare un decimo posto a questa Olimpiade?”. Queste sono solo due delle domande fatte ad Alex Schwazer nella conferenza stampa che la Rai è riuscita a trasmettere integralmente, senza interruzioni e dare la linea al tg (la nostra tv pubblica sta facendo indubbi passi da gigante). Posto che non accettiamo lezioni sportive da chi si è dopato, le risposta del marciatore ha aperto uno spaccato interessante su una tendenza tutta italiana che chiamiamo “Effetto Federica Pellegrini”.
“Secondo voi era così facile? – ha risposto Schwazer ai giornalisti – Un decimo posto qua?”. L’atleta ha poi sciorinato i possibili titoli a nove colonne a fronte di un risultato simile: “Schwazer si è ritirato, non ha più la testa, fa troppe feste e troppe pubblicità. Troppe? Ne ho girata una sola, che andava a ripetizione in televisione perchè di una grande azienda. Per girare lo spot sono dovuti venire a casa mia”. Della serie: “Giusto per qualche soldo in più, altrimenti rinunciavo pure a quella”.
Vi ricordano qualcosa i titoli futuristici elencati da Schwazer? Sono gli stessi riservati alla Pellegrini, a seguito delle prestazioni scadenti a Londra: troppa televisione, interviste, pubblicità, troppo sesso, troppi servizi fotografici. Il discorso è sempre lo stesso: è veramente figo prendere a sassate gli stessi miti che si costruiscono sulla base del talento e dei risultati, salvo poi piangere per loro se per caso muoiono da soli in una stanza d’albergo. E’ lo sport, bellezze: il resettare le vittorie passate per dare impietosamente alle gambe alle sconfitte del presente, è parte del meccanismo. E’ che non sempre un atleta è disposto ad accettarlo per troppi anni.

Medaglia d’oro al disastro tedesco. Noi non ce la passiamo bene. E vabbeh. Loro, dopo aver preso due pizze all’Europeo di calcio, continuano la loro china discendente, anche a Londra. Impietoso il titolo della Bild: “Lassù ridono i kazaki”. Per la verità anche noi ci stiamo scompisciando dalle risate a guardare il medagliere. I nostri Giochi, nuoto a parte, non stanno deludendo le aspettative (magre) della vigilia, ma per tornare ad una Germania così disastrosa alle Olimpiadi dobbiamo tornare a Messico ’68. Solo 5, per ora, gli ori tedeschi, quando il piccolo Kazakistan se ne è accaparrati sei. I rosicamenti maggiori vengono dal tiro, dalla ginnastica e dal nuoto. E come se non bastasse, la Idem, per fortuna, ce l’abbiamo noi (altro scroscio di risate). Certo è che non è bello per un tedesco svegliarsi e vedere che hanno imparato a tuffarsi come Mario il bagnino sovrappeso del bagno “Oceano blu” di Bellaria. Vedi il tuffo di Stephan Feck, al quale la giuria ha dato il voto zero. True story.

Medaglia d’argento ai fan di Usain Bolt. Se usate Instagram o twitter, seguitelo perchè merita. Si fotografa ovunque, non si prende mai sul serio, “retuitta” i messaggi dei suoi fan che sono dei pazzi come lui e che gareggiano a fotografarsi mentre imitano la sua esultanza da Zeus con finto fulmine da scagliare. Mentre lui si fotografa con le svedesi e passeggia in pista, pubblicizzando qualsiasi cosa, ha detto che gli piacerebbe giocare nel Manchester United. Rio Ferdinand, difensore del club inglese, gli ha assicurato su twitter che parlerà con il presidente.

Medaglia di bronzo a SkySport e al concorso inutile “MissOlimpiadi”. Tra le straniere ha vinto Maria Sharapova, come era immaginabile, ma a tirare di più (non in senso sportivo) rimane l’eterno beach volley con la nostra Menegatti ma soprattutto con la ceca Slukova. La gente si stupisce di come mai l’impianto sia sempre stra-pieno per vedere le partite femminili, colpiti da questo amore improvviso per il beach volley. Da segnalare i due tifosi nella foto in bikini, fan delle nazionali brasiliane. Good save the beach volley.

Medaglia di legno (e capirete che non potrebbe essere altrimenti) a David Mitchell. Fa il libraio e ha deciso di far recapitare a tutti i quarti classificati una medaglia di legno. Il tutto completamente a sue spese e con inciso su ognuna “In Recognition of your 4th Place Olympic Games 2012”. Una roba che farebbe spaccare la stanza del Villaggio olimpico ma pare che almeno con il fiorettista Baldini abbia funzionato: “Sono rientrato in camera e ho trovato un pacchettino sul letto, l’ho scartato e ho trovato la medaglia di legno. All’inizio ho pensato ad uno scherzo, poi volevo buttarla, alla fine mi è servita da sprone”. Ok, come direbbe Geppetto, a saperlo che bastava solo una sega per vincere un oro…

Articolo pubblicato su www.valdichianaoggi.it