Ciao Raùl, ti scrive una tifosa incazzata

Raùl

Ciao Raùl,

ti scrive una persona che non conoscerai mai ma è incazzatissima.

E così hai deciso di continuare, che andrai a vivere a New York, che giocherai nei Cosmos. Oh bene, non mi interessa sapere quanto ti hanno accordato d’ingaggio perchè ripeto: sono incazzatissima. Sono quattro lustri che vorrei vederti giocare in Serie A ma se nemmeno all’età di 37 anni scegli l’Italia, vuol dire che proprio non siamo stati capaci a conquistarti. Nemmeno alla soglia della pensione, nemmeno dentro questo calcio dove Cristiano Ronaldo, così diverso da te, è il calciatore perfetto di quest’epoca. Io sono quella che preferisce i Robben, gli Zidane prima o i Del Piero. Io sono quella che non ti cambierebbe mai con un portoghese, neanche se è il migliore al mondo.

Raùl sei temporalmente avulso dalla Spagna pre Usa ’94 e post Usa ’94.

Dicono che il movimento spagnolo sia cambiato in quel momento, dopo lo shock, dopo Italia-Spagna ai Mondiali, dopo quella sconfitta che pare sia stata peggiore della gomitata a sangue di Tassotti. Sì, lo so che tu non c’eri, ma per me è come ci fossi stato.

Tu ci sei sempre stato perchè segnavi. Non eri altissimo e col fisico da culturista, non facevi cento metri in meno di dieci secondi ma c’eri perchè la palla dentro la rete ce la buttavi, mentre nel mondo c’erano pure le risate registrate quando si parlava di attacco spagnolo. I tuoi compagni? Macchè quelli non c’erano mai perchè non segnavano, erano freddi e aridi davanti alla porta. Tu invece avevi gli occhi che si facevano fessure, il naso di un rapace ed eri cattivo dentro e vincente fuori.

Il Real è religione ma gli Dei ci sono da prima e tu ci sei sempre stato. Prima. Prima della Siemens, della Gazprom, prima dell’Adidas e per me rimarrai sempre il ragazzino non con le tre strisce sulle spalle ma quello con le zampette della Kelme e con lo sponsor Teka degli elettrodomestici tedeschi da cucina. Un collage che a pensarci adesso non c’entrava niente e fa quasi ridere come la capacità di segnare di Morientes.

Tu Raùl ci sei sempre stato, sopra la linea temporale e generazionale. E io sono incazzatissima perchè nemmeno stavolta ti è venuto in mente o hai pensato alla Serie A.

Me ne farò una ragione, ripiegherò la testa come fa il 7 che hai sempre portato sulla maglia, però la schiena come lui non la tendo, perchè ci sarai sempre, anche nei Cosmos, anche a New York.

Italia bestia nera della Norvegia. I Baggio, Vieri, catenaccio nordico

vieri norvegia 98

Carew al 55′, poi il buio. E’ stato lui il marcatore unico dell’ultima vittoria della Norvegia sull’Italia, datata 3 giugno 2000 a Oslo. Prima e dopo, il buio, come quelle lunghe giornate nel Nord Europa senza sole che creano non poco disagio. L’Italia è sempre stata la bestia nera della Norvegia. La Norvegia è stata per l’Italia, uno dei punti di felice rottura nel cammino della Nazionale di Sacchi a Usa ’94 e in quella di Maldini nel ’98.

Prima, qualche numero. I confronti ufficiali e non, sono quindici. La Norvegia è riuscita ad imporsi solo tre volte, due delle quali in amichevole (1985 e 2000, appunto); nel ’91, invece, si giocava l’accesso alle fasi finali dell’Europeo, al quale l’Italia di Vicini non riuscì a qualificarsi. Quel mercoledì 5 giugno, la squadra del Ct Olsen stese l’Italia per 2 a 1: Dahlum segnò dopo cinque minuti, Bohinen al 25′. Inutile la rete di Schillaci al 78′.

Ci sono poi altre due curiosità che meritano di essere menzionate. Dal 1938, gara Mondiale, fino al 1985, le due squadre non hanno mai giocato contro. Secondo dato: la Norvegia ha partecipato alla maggior competizione della Fifa solo tre volte, nel 1938, nel 1994 e nel 1998. In tutti i casi, è stata l’Italia ad interromperne il cammino.

I gol di Francia ’38 di Pietro Ferraris e Piola sono troppo lontani, quello americano di Dino Baggio e quello francese di Vieri, sono più a portata di memoria. Al Giants Stadium, il 23 giugno del ’94 ore 16, Italia e Norvegia si sfidano nella seconda partita del gruppo E. Gli Azzurri devono vincere a tutti i costi dopo la sconfitta nella gara iniziale con l’Irlanda. Il match diventa già drammatico al 21′, quando Pagliuca salva la porta, uscendo però fuori area su Leonhardsen e toccando con il braccio la palla. E’ rosso. Entra Marchegiani e Sacchi sacrifica Roberto Baggio. E’ la gara che passerà alla storia per il “Questo è matto” del numero dieci azzurro. Non bastasse l’arbitraggio pessimo del tedesco Krug, Baresi ad inizio ripresa lascia il posto ad Apolloni per un serio infortunio al ginocchio. L’Italia non molla ma l’equilibrio si rompe solo al 69′ con il gol del Baggio che non ti aspetti. Punizione di Signori e palla insaccata di testa. Baggio racconterà nella sua biografia come il giorno prima in allenamento, provando gli schemi su palla inattiva, avesse fallito l’incornata tutte e trenta le volte. Il centrocampista terminerà la partita col ghiaccio sul naso, perchè durante i festeggiamenti incassò un cazzotto in faccia da Zola troppo preso dall’euforia nel festeggiare la vittoria al triplice fischio finale.

Non meno sofferto, causa chiusura della Norvegia, è l’ottavo di Francia ’98, a Marsiglia, il 27 giugno. Gianni Mura scriverà il giorno dopo su “La Repubblica”: “(…) Raramente ho visto partite più brutte in un Mondiale, in un Europeo e anche in un campionato italiano. Da buon patriota, attribuisco il 70% delle responsabilità alla Norvegia. Per il restante 30 fate voi”. La realtà è che un avversario così catenacciaro e contro una squadra di Maldini, lo si è visto davvero poche volte. Vieri segnerà il gol decisivo al 18′ lanciato da Di Biagio. E’ però un Mondiale nervoso e in quella partita Maldini si troverà a litigare con un tifoso in tribuna che non ha gradito il cambio Chiesa per Del Piero invece di Dino Baggio. “E alla fine, al cronista Rai che gli chiedeva spiegazioni in diretta – aggiunge sempre Gianni Mura – (Maldini) ha risposto secco che erano affari suoi. Essere così tesi dopo una vittoria non è un buon segnale. E poi Maldini ammetterà, che se ci sono 25 milioni di persone attaccate alla tivù per guardare l’Italia, questi sono anche affari loro, nostri, di tutti, e non solo suoi”.

L’Italia ha giocato la sua ultima partita con la Norvegia nel giugno del 2005, valevole per la qualificazione a Germania 2006. Niente di troppo emozionante stavolta, con il match che a Oslo si chiude sullo 0 a 0.

Donne in Curva: chi sono, perchè lo fanno e Cupido su Massaro

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Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorata degli uomini: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé.
No, non è la citazione violentata di “Febbre a 90” di Nick Hornby, è quello che succede ad una donna quando si appassiona al pallone. La genesi della passione si discosta da quella maschile per un semplice fatto: è quasi sempre un uomo  a trasmettere la febbre ad una donna, che sia il padre o lo zio, il migliore amico o la comitiva maschile.
Chi sono le donne che frequentano lo stadio? Se lo è chiesto Beatrice Dorigo che per la casa editrice digitale indipendente “Zandegù”, ha pubblicato un breve ebook “Tipe da Stadio”,  che altro non è che un viaggio di voci, dal Piemonte alla Sicilia, di donne tifose militanti. L’autrice parte dai suoi stessi preconcetti di disinteressata allo stadio e al calcio e conclude la sua opera con lo scioglimento dei nodi dei suoi pregiudizi.

Sara tifa Milan e non fa più caso ad una sorta di “disagio” che arriva di prima mattina: “A volte quando entro al bar per fare colazione e prendo come prima cosa la “Gazzetta”, vedo il barista e gli avventori maschi che mi guardano come se avessero visto qualcosa di strano”. In questo clima, la stessa Sara vuole sfatare il mito che ci si avvicini al calcio per il giocatore belloccio: “Dopo i quindici anni – dice – è improbabile che sia così”. Eppure, la cotta per il giocatore è inevitabile, lei ce l’aveva per Daniele Massaro, contemplato per anni nel poster sulla parete di camera. Da adolescente era convinta che lo avrebbe sposato e alla base di questa speranza non c’era tanto l’attrazione fisica quanto l’ammirazione per l’uomo Massaro in mezzo al campo.

Spesso la scelta della squadra per la quale tifare è un sorta di rilancio della propria identità e funziona così anche per le donne. “Il calcio non è solo uno sport, è stata l’unica forma di riscatto  che abbiamo avuto – dice Deborah a proposito di Napoli e del Napoli – Uno che l’ha capito molto bene, pur non essendo napoletano, è stato Maradona ed è per questo che per noi sarà sempre un Dio”.

Entrando allo stadio, la Curva è il primo settore dove di solito si approccia la partita dal vivo poi, come mamme, ci si sposta in tribuna col figlio piccolo. Chiara è juventina da sempre ma viveva in Sardegna. Col trasferimento a Torino e il bimbo di tre anni per mano, riesce a recuperare tutte le partite che non si è vista da ragazza.

Proprio nel settore più caldo dello stadio si applica una delle più importanti regole non scritte: “La ragazza disinformata in Curva viene subito zittita ma non è una questione legata al sesso” dice Deborah, mentre le riunioni sì: a quelle è giusto partecipino solo gli uomini. Quanto al comportamento negli spalti non c’è via di mezzo o sessismo d’applicare: o si è disinteressate e quasi apatiche o si passa ad essere delle attaccabrighe ma soprattutto, una delle intervistate dalla Dorigo ammette: “Io devo sentirmi libera di poter porconare quando necessario”. 

Sono molti i momenti importanti nella vita in una donna: un figlio, un matrimonio ma tutte le interpellate tengono a specificare che non c’è nulla di emotivamente simile a quello che può dare una partita di calcio, carico di adrenalina compreso.

Se negli uomini il calcio è nel DNA, donne tifose si diventa ma in loro vi è un’innata propensione all’attività di coordinazione e gestione. Ecco perchè le si possono trovare a dirigere i club. Una è Martina, il cui obiettivo è far andare più gente possibile allo stadio e in questo ha provato a proporre qualcosa di concreto alla sua Juventus: la rateizzazione del costo complessivo dell’abbonamento, per chi non può permettersi di pagarlo subito in toto. Purtroppo la richiesta è stata respinta ma l’obiettivo rimane solido.

Dando uno sguardo oltre confine, il termometro della passione femminile non è bollente allo stesso modo in tutta Europa. Un’indagine dell’Indesit di tre anni fa si occupò di un campione di 20mila tifose di Italia, Francia, Inghilterra, Russia e Turchia.

Le turche si prendono il primato di appassionate con il 62% di loro che si afferma sostenitrice di una squadra, seguite dalle inglesi (30%) e dalle italiane con (25%). Nel nostro paese solo un milione circa di donne è solito andare allo stadio e in molti casi sono spinte dalla passione sportiva del partner.

In sintesi, come sostiene Annalisa Gabriele nel suo “Tifo singolare femminile”: “Dietro tutto questo c’è sempre un uomo. Per molte di noi si tratta di un padre assente per lavoro tutta la settimana, uno di quelli che ha benedetto l’invenzione del vhs. Il sabato e la domenica sprofondava nella poltrona preferita (…) riempiendo casa degli echi di Tutto il calcio minuto per minuto. Per avere il suo affetto non ci restava che accoccolarci vicino a lui sperando in una carezza mentre Ciotti con voce roca ci introduceva ai misteri della zona e Ameri ci induceva a pensare che lo stadio fosse un luogo pieno di mistero”.

Monisha Kaltenborn Narang, la first lady della F1

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Da bambina sognava di fare l’astronauta, ma i piedi di Monisha Kaltenborn Narang sono rimasti ben saldi a terra, sopra l’asfalto delle piste di Formula Uno. E’ l’ottobre del 2012 quando la scuderia svizzera della Sauber la nomina team manager e Chief executive officer (Ceo), assegnandole un incarico che spacca ogni pregiudizio alzato sino allora dal Circus automobilistico perchè mai, prima di allora, una donna era arrivata a ricoprire una carica di vertice come la sua. Monisha la si vede concentrata al muretto dei box con una tuta di rappresentanza bianca, tratti somatici orientali e dolci, che contrastano con un ruolo testosteronico al quale lei ha dato un’altra natura, meno feroce e più sensibile, e non a caso è stata subito soprannominata dai colleghi la “first lady della Formula Uno”. Il padre-padrone del Circus, Bernie Eccelestone, non ha accolto con entusiasmo l’entrata prepotente ai vertici di Monisha, visto che in passato si era lasciato andare a dichiarazioni a dir poco maschiliste: «Il ruolo delle donne è quello di stare in cucina, vestite di bianco come tutti gli altri elettrodomestici». Parole come queste, non causano alcuna reazione in Kaltenborn che ritiene che il sessimo in Formula Uno sia solo di facciata e che mai si è sentita discriminata.
Nata in India il 10 maggio del 1971 a Dehradun, la famiglia Narang si trasferisce a Vienna, quando Monisha ha solo otto anni. L’inserimento nelle scuole è molto duro e il tedesco ostico per lei che fino ad allora ha parlato il dialetto hindustani e l’inglese, ma con determinazione la sua formazione è stata eccellente: una laurea in Legge a Vienna e un master in diritto economico internazionale a Londra, nel 1996. Terminati gli studi, Monisha lavora come consulente legale inizilamente a Stoccarda dove conosce quello che diventerà suo marito, Jens Kaltenborn; poi torna in Austria e infine al servizio di Fritz Kaiser, nel 1998, capo di una potente società di gestione patrimoniale. L’incontro con l’imprenditore comproprietario della Sauber, determinerà la svolta professionale di Monisha alla quale vengono conferiti, all’interno della scuderia, incarichi manageriali fino a presiedere l’ufficio legale nel 2000. Non si ferma l’ascesa dell’avvocatessa che entra nel consiglio di amministrazione della Sauber durante la gestione Bmw. Nel 2010 però, colui che ha fondato l’omonimo team riprende le redini della squadra fino al 2012, anno nel quale Monisha diventa detentrice di un terzo del pacchetto azionario della scuderia e qualche mese più tardi, viene nominata team manager, raccogliendo in eredità il ruolo di Peter Sauber che abbandona, stavolta definitivamente, la gestione diretta della squadra.
Nonostante l’acquisizione della cittadinanza austriaca, Monisha è legatissima alle sue origini indiane, tanto da regalarsi un matrimonio da favola con Jens, ai piedi dell’Himalaya. Madre di due figli, vive a Küsnacht in Svizzera, sulle rive del lago di Zurigo ma il lavoro la porta per lunghe giornate lontana dagli affetti, ai quali rimane legata attraverso Skype. «Organizzare casa, lavoro e famiglia è una vera sfida – ha dichiarato tempo fa al sito “Zig Wheels” – Credo sia importante coinvolgere sempre i figli nella mia attività. A casa, mio marito e le tate sanno sopperire bene alla mia assenza e sono felice che i miei bambini siano orgogliosi del lavoro che fa la loro mamma». In famiglia, la team manager continua a parlare hindi anche se limitatamente ad alcune parole. E’ comunque molto forte l’impronta natale: «Le mie origini indiane mi aiutano anche nel lavoro – ha confessato recentemente – In un ambiente così competitivo come quello della Formula Uno riesco ad essere serena, a scrollarmi di dosso le esperienze negative e concentrarmi solo sul presente», una grande pace interiore, appannaggio della cultura orientale. Pensare che la sua prima passione è stata il rally, prima ancora del tennis, dello yoga e della cucina, i suo hobby preferiti. La sua ascesa rapida in questo duro mondo professionale non le ha creato alcun disagio: «Faccio parte di questo ambiente da così tanto tempo da non sentirmi diversa. Guardo il tutto dal punto di vista di una donna che deve vestire dei panni che hanno indossato un numero di professioniste molto ristretto». Monisha è membro della commissione “Women&Motorsport”: «Con il ruolo che ho – ha spiegato al “Sole24ore” – promuovo la causa di un maggior lavoro per le donne, possibilmente nel mondo degli sport a motore».

La scheda

Nome: Monisha
Cognome da nubile: Narang
Nata a: Dehradun (India)
Il: 10 maggio del 1971
Nazionalità: austriaca
Vive a: Küsnacht (Svizzera)
Famiglia: sposata con Jen Kaltenborn, un figlio nato nel 2002 e una figlia nata nel 2005
Hobby e passioni: rally, tennis, yoga, cucina e opera
Sito: http://www.sauberf1team.com/en/team/management/monisha-kaltenborn/

Pagare per allenare: i lati oscuri testimoniati da chi ha detto “no”

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Accade soprattutto nei Dilettanti ma non ne è esente nemmeno la Lega Pro. Pagare per allenare sta diventando una richiesta sempre più comune delle società in crisi. Il tutto nascosto dall’apparenza del tecnico che si prende la panchina portando uno “sponsor”. Dietro, non c’è alcuno sponsor, solo una somma, a volte molto cospicua, di denaro.
Il primo a sollevare la questione nell’estate del 2012 fu l’ex portiere Salvatore Soviero: “Mi proposero di allenare una squadra qui intorno – raccontò riferendosi al salernitano – Ed io, che sono un giovane allenatore, dissi sì con entusiasmo. Poi però mi fecero sapere che ci volevano 50mila euro di sponsor. Se dovevo portare soldi, facevo il presidente e non l’allenatore”.
Di testimonianze se ne possono trovare a decine ma metterci la faccia, tirare fuori nomi di presidenti e società coinvolti, comporta un rischio molto alto, anche se l’epilogo di questa trattativa è negativo.
“Ti propongono una panchina e ti fanno sapere che c’è un altro collega pronto a soffiarti il posto. Poi ti quantificano la somma che dovresti versargli, dicendoti che se accetti, l’incarico è tuo. Io ho sempre rifiutato”. A parlare è un mister in serie D, ex calciatore con una buona carriera di medio-alto livello e che preferisce rimanere anonimo, nonostante queste proposte non le abbia mai accettate.
“E’ in questo modo che le società cercano di sollevarsi dal pagamento dell’allenatore e non so se questa pratica c’era anche negli anni passati – aggiunge il mister – So che la crisi economica ha aumentato i casi, sfruttando la fame di tecnici di arrivare ad una panchina ad ogni costo”. Sì perchè se si forma l’offerta, significa che c’è una domanda: “Ad attecchire questo fenomeno sono stati soprattutto personaggi che non avendo avuto una visibilità importante da calciatore, si sono inseriti nel mondo delle panchine stipendiandosi da soli, fino a proporre somme di denaro superiori con il passare degli anni”.
Come già detto succede nella categorie dilettantistiche ma non solo: “Accade soprattutto in Serie D – conferma il tecnico – ma anche in Lega Pro è in voga quest’abitudine diabolica”.
Detto questo, quanto bisogna pagare per allenare? “Non ci sono tariffe standard – risponde – anche se più sali di categoria e più aumenta la richiesta, semplicemente perchè le società devono pagare i contributi allo Stato, al contrario dei quelle non professionistiche”.
All’atto pratico, le società chiedono subito al mister la somma pattuita o comunque hanno bisogno vengano loro fornite delle garanzie sulla riscossione. Una di queste, passa proprio dai giocatori: “Chi accetta di allenare con questa pratica – spiega il tecnico – ha la possibilità di avere dei ragazzi, di solito giovanissimi, i cui genitori non sono disposti a pagare cifre elevate per far giocare i propri figli, ma che sommate formano un gruzzolo a volte cospicuo e quindi capace di raggiungere l’ammontare della somma accordata tra mister e club. Il problema è che sono sempre i ragazzi le vittime sacrificali, poiché si trattano di calciatori non proprio di livello eccelso e che finiscono con l’essere presto accantonati da questo mondo. Il tutto avendo fatto da strumento a questi pseudo-allenatori”.

Articolo pubblicato su Fantagazzetta.com

Otto motivi (poco seri) per cui ricorderemo Brasile 2014


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1 – Orario subdolo. Nella scena iniziale del film “Così è la vita”, il carcerato Aldo dice dal basso del suo letto a castello al compagno di cella, sdraiato sopra un materasso sfondato: “Meno male che domani esci: avrò dormito un’ora in due anni”. Ecco, la stessa cosa è capitata a noi per i Mondiali: tipo che dal 13 giugno, mancano almeno 50 ore di sonno. La partita delle 22 o quella di mezzanotte sono state le più deleterie: alla fin fine non ti addormentavi tardissimo, ma quelle ore perse notte per notte andavano accumulandosi, facendoti arrivare come uno straccio al rush finale.

2 – Le braccia conserte. Cuadrado è stato il peggiore in assoluto. Nella ripetizione della presentazione dei giocatori, lui spiccava perchè piegando le braccia s’infilava le mani sotto le ascelle. Tutti gli altri, invece, se la sono cavata più o meno bene. Ormai è una posa virale. Potrebbe scapparci mentre parli con chiunque.
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3 – Martins Indi. Ho controllato la foto su Wikipedia: non pare lui. A meno che a questi Mondiali non si sia presentato già “memato”. Di fatto ad ogni partita dell’Olanda c’era una sua espressione indimenticabile.
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4 – La pazza Germania. Non li capiamo. Memori di Oddo sbronzo davanti a tutte le telecamere del globo, quelle esultanze teutoniche compassate fanno quasi saltare i nervi. Eppure dentro la squadra la follia impera(va). Neuer ha fatto di tutto e di più, anche il libero alla Beckenbauer per intenderci, e in finale l’uscita omicida contro Higuain ha ricordato quella di Harald Schumacher nell’82 contro Battiston (in realtà, a me ha ricordato il ginocchio alto di Sebastiano Rossi al Milan…). La Germania, dopo oltre trentanni, ha finalmente un portiere folle. E un attaccante che trolla gli avversari: la finta caduta di Muller in uno schema su punizione contro l’Algeria, non ha bisogno di essere commentata. La punta del Bayern è clamorosa: riesce nelle cose impossibili e sbaglia l’improbabile davanti alla porta.
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5 – Falli e feriti. Qualche intervento è stato di una violenza commovente: dal morso di Suarez, alle tacchettate sui menischi, i gomiti sugli zigomi, le entrate a gambe tese per fare male senza pudore. Tibia e perone per Onazi, sangue dalla testa per Feghouli. Prendendo a prestito il concetto di un amico, a questo Mondiale si è “marcato di più per coprire di meno”. Si è segnato tanto (il Brasile ha contribuito moltissimo: al passivo, ovvio) ma di spettacolo se n’è visto davvero poco. Inevitabile che sia stata la competizione dei portieri: cattivi, furbi, bravi e bravissimi; bastardi, in lacrime (Julio Cesar), sorprendenti e allucinati (Casillas).

6 – Bambini in lacrime. Il prossimo mestiere di tecnico della regia tv, sarà quello di inquadrare solo belle fighe. Ci sarà proprio una figura preposta solo per questo, ne sono sicura. Eppure, a rimanere impresse, saranno le lacrime dei bambini. Ci siamo passati anche noi col primo Mondiale di cui abbiamo coscienza, una sorta di formazione che l’esistenza te la condiziona, perchè è in questo contesto che, per la prima volta, si sperimenta il dolore gratis di una sconfitta e l’ansia, altrettanto gratis per una vittoria. Entrambe, materialmente, non ti danno niente. E’ questo uno dei baratti più paradossali della vita, il calcio è il primo maestro ad insegnartelo.

7 – L’inutilità dei Ct argentini. Di che pasta fosse fatto Sabella s’era capito quando Lavezzi gli spruzzò l’acqua dalla borraccia, mentre era a bordocampo, così, per cazzeggio, anche se gli stava dando indicazioni in campo. Carisma a tonnellate, insomma. Lo stesso Lavezzi è stato ancora il testimone della mossa assurda del Ct nella finale: sostituito per far posto ad Aguero, quando l’ex Napoli era la classica spina al fianco dei tedeschi. Sabella ha 59 anni ma ne dimostra più di Cesare Maldini, si è reso protagonista di finti svenimenti a gol clamorosamente sbagliati. Contro l’Olanda, si tappava gli occhi con le mani quando i giocatori battevano i rigori decisivi. Spiace dirlo, ma è da Menotti che l’Argentina non ha un Ct meritevole di farsi ricordare.

8 – Cristo si è fermato al 2006. Un anno che è riuscito nel miracolo di rimpiazzare il 1982. Se prima eravamo figli di Bearzot, ora siamo tutte vedove di Grosso e Del Piero. Sky ha fatto rimandi continui all’Italia iridata di otto anni fa, tutto ciò che risale a quell’estate fa morire di nostalgia e pare debba essere preso da esempio ma non si sa su quali basi, visto che il calcio italiano pare essersi fermato lì e lì aver iniziato la fase medievale. Pensare che nel 2006 Tavecchio era già seduto sulla poltrona, idem Macalli. Il fatto è che eravamo felici. Ed avevamo ragione.

L’Altro Brasile 3. Tra i grattacieli di San Paolo, il terrore dei tassisti, la classe media tartassata, contanti no-grazie

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In Brasile può capitare di sorvolare anche una foresta dove non ci sono alberi: è quella formata dai grattacieli di San Paolo. Ci atterri dentro, se vieni da Rio de Janeiro, dopo averla osservata per una ventina di minuti. Mentre la curiosità vira in diffidenza. Cespugli di grattacieli alternati a spianate di fabbriche e di favelas. A perdita d’occhio.
La città, da sola, ha un raggio di 100 chilometri, la conurbazione conta oltre 30 milioni di persone: la più grande dell’emisfero australe e la terza del pianeta. Una roba pazzesca solo a pensarci. Assolutamente alienante a starci dentro. Eppure ci vivono, eccome. Anzi, c’è chi ci prospera addirittura: ricchezza vera, spessa. Milionari che si spostano da un grattacielo all’altro del business con l’elicottero per evitare di perdere tempo e, magari anche, di mischiarsi nel traffico infinito che rumina sotto di loro. Tranquilli: in garage custodiscono di sicuro l’ultimo modello di Panamera o di Ferrari, ma la usano solo per andare a Santos, la spiaggia di lusso dei “paulistas”. Là dove stava in ritiro la Costa Rica, i cui giocatori fanno la doccia nello spogliatoio nei quali si cambiava Pelè. Hanno conservato la sua panchetta e il suo armadietto intatti, perché qui a San Paolo sono ancora più fanatici del passato calcistico di quanto già lo siano nel resto del Brasile. C’è un museo Nazionale. C’è lo stadio del Palmeiras, con la sede e gli omaggi ai club che ne hanno contribuito a costruirne la storia: tra le bandiere delle società più importanti del mondo ha un posto d’onore quella della Pro Vercelli.
Lo stadio nuovo, l’Arena Corinthians delle sfide mondiali, non ha invece niente di nuovo ed è stata costruita, tra mille difficoltà, lontano da tutto. Per arrivarci impieghi più che ad arrivare da Rio in aereo: un’ora e mezza di pullman (se il traffico non fa scherzi) o 50 minuti di metropolitana. Che ti sorprende per la sua modernità, da fare invidia a quella di Monaco, ed efficenza: quando ti immergi nel fiume di gente che la frequenta, ti rendi conto del perché lo sciopero dei dipendenti, nei primi giorni del Mondiale, abbia paralizzato la città. E capisci, qui e non sulle spiagge di Rio, che non è affatto strano il sorpasso del Brasile nei nostri confronti nella produzione manifatturiera: questo posto è un’enorme, smisurata azienda.
Del resto, tutte le proteste nascono qui a San Paolo, il posto dove ci sono più cultura, università, lavoro e contraddizioni dell’intero Sud America. Hanno la metropolitana moderna, ma anche favelas enormi alle periferie. Negozi sfavillanti e ospedali (privati, eh!) modernissimi; ma il sagrato della cattedrale, nel centro storico, è punteggiato da tossici strafatti e sorvegliato dalla polizia in assetto di guerra. E hanno la più grande classe media: quella che sta in bilico, che tutte le mattine guarda con ansia le oscillazioni dei cambi e l’inflazione, che deve fare i conti per mandare i figli a scuola, pagare i trasporti, mantenere l’assicurazione sulla salute: affidarsi alla sanità pubblica è una scommessa, più che un’opportunità. Ah, il pos! La macchinetta che tanto sta facendo discutere in Italia, qui ce l’hanno tutti, ma proprio tutti: dal negozio di griffe nel centro commerciale all’ultimo dei tassisti, dal ristorante di lusso al chioschetto in mezzo alla strada. Perché è più comodo, perché il fisco è più tranquillo (a proposito: provate a parlare con un brasiliano della “classe media” di tasse, fisco e corruzione”: l’Italia vi sembrerà un paradiso), ma anche perché siete più tranquilli voi.
A San Paolo non è proprio il caso di girare con parecchio contante nel portafogli: la carta di credito e pochi real da consegnare nel caso in cui vi puntino addosso una pistola o un coltello durante una rapina. Succede spesso, spessissimo, al punto che quasi tutti i tassisti non “prendono” più passeggeri in strada, ma solo quelli indicati dagli alberghi o che escono dagli aeroporti. Un posto maledettamente complicato, San Paolo, che attira e respinge. Pieno di gallerie d’arte, dove puoi trovare qualsiasi oggetto del consumismo moderno, ma in cui la vita sociale è resa quasi impossibile dalle distanze. E che, forse, è davvero la rappresentazione più concreta del maledetto, orrendo, futuro che si sta disegnando il mondo.
Torniamo un attimo al Palmeiras, uno dei club più antichi del Brasile. Fino a poco tempo fa si chiamava “Palestra Italia”: ovviamente perché l’avevano fondato gli immigrati italiani. Pare che a San Paolo la metà degli abitanti abbia almeno un antenato italiano. Immigrati di antica generazione, non come i connazionali, altrettanto numerosi, che in questi ultimi anni hanno preso d’assalto Fortaleza, su al Nord, a due passi dall’Equatore. Attratti dalle bellissime spiagge, dalla voglia di cambiare vita, dal turismo che si trasforma in lavoro, ma anche da qualche altra inconfessabile opportunità: Fortaleza è una delle porte principali da cui entra in Europa la droga che arriva dalla Colombia. Ed è anche la prossima tappa del mio Mondiale, per raccontare un’altra sfida della sorprendente Colombia, stavolta addirittura contro i padroni di casa del Brasile. Da lì, poi, i balzi a Salvador, a Belo Horizonte e, infine, a Rio de Janeiro. In discesa nel Brasile e nel Mondiale. Verso il posto in cui tutto è cominciato e in cui tutto andrà a finire.

Articolo del giornalista Stefano Salandin (@SalandinS) inviato in Brasile per Tuttosport, pubblicato su “La Selce”

Passarella non è Dio

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Ci sono due modi di sentire la solitudine: sentirsi soli al mondo o avvertire la solitudine del mondo. Chissà che ora imponeva l’orologio al tempo, in questo inferno di cemento buio e meno armato di coloro che venivano a strattonarti nel mezzo della notte. Guardie militari, anche se di ladri non ce n’era nemmeno l’ombra.
Amata, quando l’insonnia del terrore non la faceva dormire in quel letto dal materasso basso e con una coperta incredibilmente morbida, ripensava a quella frase di Emil Cioran e toccava con la mano quel tessuto che non riusciva ad essere piacevole perchè niente dentro l’Esma lo era e serviva.
Amata aveva 21 anni, i genitori di Bari, gli occhi azzurri che ormai tendevano al grigio di quei gradoni, tre, che stavano sotto una finestra murata. Era passato qualche giorno, sicuramente almeno una settimana da quando l’avevano rinchiusa. Sì che si parlava di ragazzi che sparivano ma è come la solitudine che raccontava Cioran: non pensi mai possa toccare proprio a te. In fondo era solo una studentessa di filosofia che però non aveva mai fatto parte di nessun movimento studentesco, piuttosto se ne stava lì, china sui libri, studiava. E basta. Avrebbe insegnato ma questo non significava in alcun modo che sentisse la necessità di rivoluzionare il mondo. Gli esseri umani sono tutti uguali o meglio: si nasce tutti allo stesso livello, è poi la società a creare disuguaglianza. Questi pensieri accademici l’avevano assillata nei primi giorni della sua prigionia. Di persone che sparivano non si parlava mai, però in famiglia o all’Università, tutti avevano iniziato a tenere un comportamento più sobrio, meno urla e più bisbigli, tra i quali la disperazione di chi ti consigliava di omologarti alla massa, non stringere amicizie con chi amava stare sopra le righe, controllare di non intrattenersi troppo con chi faceva parte dei movimenti studenteschi, ma quali? Erano almeno tre anni che la vita universitaria si era fatta piatta e non si manifestava più. Non che Amata sentisse la voglia di marciare contro qualcosa ma nemmeno marcire qui dentro pareva un destino credibile. Per fortuna, incappucciata come sempre, non l’avevano legata ed era già qualcosa l’accontentarsi. Prendere un pezzo di pane quando non mangi da due giorni. Nascita e catena sono sinonimi. Vedere la luce, vedere delle manette… Riecco Cioran e allora si disse che quando sarebbe uscita di lì, non avrebbe mai più aperto quei testi che si era comprata da sola, extra piano di studi e praticamente di contrabbando. I militari l’avevano fermata mentre andava in biblioteca e sbattuta dentro una Falcon, le avevano fatto tante domande alle quali sapeva rispondere solo mugolando di paura, ogni volta che le bruciavano le braccia con i mozziconi di sigaretta.
Dentro l’Esma, la scuola che formava gli ufficiali della Marina, aveva sentito le urla dei torturati, trattamento che lei, per il momento, non aveva subito e questo aumentava il terrore perchè all’interno di quelle mura non veniva seguita alcuna prassi, ogni persona era vittima di un destino proprio. Erano incubi da sveglia e allora Amata cercava di darsi coraggio dicendosi che sarebbe passato tutto alla prima luce dell’alba, una qualsiasi bastava, che mica era vero che per arrivarci era necessaria la nottata, qui le tenebre ammantavano anche l’aria che respiravi. Ecco perchè erano bugie, ne era cosciente, come quelle che le diceva il suo ragazzo, Fabian, quando voleva andare a vedere il River Plate in quello stadio che era a pochi passi da quelle mura. “Impossibile” – si era ripetuta – Qui dentro il dolore è troppo feroce e ingiusto per non poter friggere sotto la pelle di chi sta fuori a vivere normalmente”. Amata si immaginava che le persone sentissero come pungersi le braccia o le mani, in una sorta di allergia al non voler sapere. “Come fate a non sentire? – avrebbe urlato ai ragazzi del piano di sopra che frequentavano l’Esma – Come è possibile che fuori, all’entrata di quel cancello di ferro, non si capisce che qui dentro la vita si è fermata?”. Quel parallelismo tra prigionia e quotidianità che ancora si poteva ascoltare scorrere immutata, era la maggior fonte di annebbiamento mentale per qualsiasi torturato perchè tutto quello che lui stesso viveva pareva irreale davanti all’esistenza che si riproduceva ordinaria. Gente che andava al lavoro, a studiare, al “Monumental” per le partite dei Mondiali.
In casa di Amata si tifava River e il Boca era il nemico, quello cattivo e da disprezzare alla pari del leader Videla o del Capo della Marina Massera, perchè prepotente, smanioso, arrogante. Quando chiedeva a suo padre Vitantonio perchè si diventa pazzi per una squadra di calcio, si sentiva rispondere che era inevitabile visto che il River aveva gli stessi colori, bianco e rosso, del Bari, città natale dei suoi genitori. Lei sapeva che era una spiegazione superficiale, tirata in ballo per chiudere in fretta il discorso. C’era poi il fidanzato, le litigate per lo stadio e lui che si arrendeva: “Ma Amata… – rispondeva strisciando lente le “a” in un sussurro – Passarella è Dio”. Lui, Fabian, era invece un bugiardo. Se il capitano dell’Argentina fosse stato davvero il Padreterno, perchè non faceva niente ora che i Mondiali erano quasi finiti? Dentro l’Esma c’erano le urla sì, ma anche quelle di gioia ad ogni gol dello “spagnolo” Kempes, il traditore che lavorava nel Valencia; le imprecazioni per quella squadra che non giocava benissimo, ma che doveva vincere per forza perchè l’Argentina era grande, pulita, disciplinata, ricca. Amata non s’intendeva di calcio ma negli ultimi giorni aveva imparato molte cose: come si muoveva in campo un centravanti, le risa di scherno all’ambiguo Menotti, i commenti su un italiano dal nome banale, Paolo Rossi, un olandese che non aveva voluto partecipare alla competizione come forma di protesta al regime e, infine, che se finivi in questo seminterrato, non tornavi a casa mai più.
Oggi era un giorno speciale, da incappucciata e affamata: quello della finale Argentina-Olanda, Amata lo aveva sentito dire e dentro riecheggiava, in maniera miracolosa e insolita, una radio vicina quanto bastava per carpire qualcosa. L’aria era elettrica, sopra al “Monumental” pareva si fossero fermati tutti i tuoni e i lampi del mondo. Il radiocronista parlava di ottantamila persone dentro lo stadio, la tensione arrivava fin lì, al gradone di cemento. Amata continuò a sudare e rimase in ascolto: un modo per sentire, anche se non con le orecchie, suo padre e il fidanzato Fabian: chissà se tifare River o Argentina in una finale mondiale era un po’ la stessa cosa. La radio pareva avere vita propria mentre raccontava di un Ardiles che non avrebbe dovuto essere della partita ma giocava come un indemoniato in mezzo al campo. “Se Passarella era Dio – si chiese Amata – come poteva avere in squadra un impossessato da Satana?”. Forse il capitano prepotente dell’Argentina, così arrogante che tutti chiamavano proprio “caudillo”, non lo era quando il radiocronista impazzì alla gomitata rifilata ad un olandese. Le vennero in mente le urla dei torturati. L’eccitazione per la violenza aveva banalizzato il male, allora era vero che fuori le persone libere non provavano niente, che i torturati avrebbero potuto anche gridare e nessuno avrebbe sentito pizzicare la pelle, l’allergia al dolore sordo di chi spariva e mangiava le botte dei militari al posto del pane. Un urlo metallico: l’Argentina in vantaggio al 37′, con il gol di Kempes, Amata sentì un boato impensabile ad ascoltare fino ad allora le urla del “Monumental”, che immaginava come un grande bocca che sputava adrenalina, rabbia e atroce normalità. Di lì a poco finì il primo tempo e Amata sentì una fiamma alla gola: “E se vincesse l’Olanda?”. No: suo padre e Daniel non avrebbero potuto essere felici. Quando iniziò la ripresa, giunse le mani a pregare che l’Argentina non perdesse e quando udì le strilla di terrore al gol degli avversari, le uscì una goccia di sale dagli occhi. Poi avvertì con il pianto che si mescolava al sudore, un calcio allo stomaco che le fece spalancare gli occhi. Si era immedesimata in un tifoso al “Monumental”e avvertiva il tempo essersi sospeso, lo stadio sopraelevato, il radiocronista sempre più lontano come se avesse una pezza di stoffa infilata a forza tra i denti. Il portiere Fillol, in uscita, non fermò la conclusione di Rensenbrink: palo. Poteva un pallone che colpiva il metallo fermare anche lo spazio? Ci aveva pensato Dio forse o magari Passarella. Quello che Amata avvertì poi, fu come un risucchio della paura che aveva traboccato dal quel vaso e le lancette dell’orologio andare avanti più veloci dei secondi che avrebbero dovuto tamponare il ritmo ordinario della solita giornata, dove chi è scomparso finisce i propri giorni all’Esma mentre le persone libere danno le ultime leccate ad un gelato. I supplementari e ancora la banalizzazione del dolore, con la voce alla radio eccitata mentre parlava di un’Olanda distrutta nel morale e nel fisico. Amata avrebbe voluto tifare gli avversari, ma non poteva e sorrise alle reti di Kempes e Bertoni, al 3 a 1 allo stadio del River che sostituiva al rosso il celeste del cielo, quello di una giornata impazzita nel suo essere rovente e nel suo aver rispettato la volontà divina di un’Argentina campione del mondo. Con le mani si abbracciò lo stomaco che ora gridava come la bocca del “Monumental”. Poi lo strattonamento, i calci sugli stinchi e l’ordine di alzarsi. Amata sentì l’urina bagnarle il fondoschiena e le gambe. Fu spintonata fino a quella che doveva essere una sorta di uscita, un calcio nelle reni e una mano le sollevò il cappuccio. “Seguiteci, andiamo a festeggiare” ordinò un militare. All’Esma pareva tutto gratis: la violenza così come una libertà condizionata senza motivazioni, eppure la vittoria di un Mondiale bastava.
Era come bere due litri di vino da astemia. Amata festeggiò, mangiò assieme ad altri torturati, con l’alcol nelle vene, rise a crepapelle, intonò cori da tifosa, lei che fino alla prigionia sapeva a malapena cos’era uno stadio. Ad un certo punto si chinò che avrebbe voluto vomitare. C’era il senso di colpa per chi era rimasto prigioniero e lei stava banalizzando il tutto come il radiocronista, con il Dio dell’Argentina che aveva fatto saltare i denti a Neeskens. C’era la voglia di chiedere aiuto a chi aveva attorno, perchè tanto si capiva al volo chi era ancora un uomo libero. Rinunciò, sapendo che nessuno l’avrebbe creduta: era una scomparsa come tante, dentro quella che tutti pensavano essere solo una scuola. Le venne da vomitare, andò in bagno. Si appese al lavandino e si alzò su a fatica. Accanto a lei una ragazza, bionda, le labbra rosse, colma di vino in corpo. Si era appena sistemata le labbra con il colore del fuoco, la guardò, rise e le passò una cosa sulla mano e poi scappò. In bagno non c’era nessuno, Amata strinse il pugno, negli occhi grigi come i gradoni nel seminterrato, si sentì più persona che mai e non più un fantasma incapace di lasciare impronte. Aprì la mano, quella ragazza le aveva passato un rossetto, lo allungò, fitte di lucidità utili per lasciare scritto sulla superficie un dolore muto sullo specchio: “Massera assassino”. Poi si ricordò, come in un colpo di singhiozzo, tutto quello che aveva capito dentro l’Esma e prima di svenire si ricordò di appuntare un amore sprecato: “Fabian, Passarella non è Dio”.

L’altro Brasile 2 – Il Mondiale delle nuove barriere, il Maracanà come il Miejski di Cracovia

Murales Brasile 2014

I confini qui esistono eccome: non li vedi, ma ci sono. Prendete, ovviamente non per caso, Rio de Janeiro. Non serve un antropologo per spiegarvi quale sia la differenza tra un carioca di “morro” e uno di “asfalto”: tutti vi risponderebbero subito che il primo è quello che cammina sui sentieri rossicci delle favelas isolate sulle colline (i morro), il secondo invece si muove in basso, nei quartieri della città per bene, dove ci sono le strade (l’asfalto) e i servizi. E poi basta aggiungere un piccolo dettaglio, ma affatto insignificante, per completare il quadro: nelle prime può capitare di trovarci un bianco che ci vive, nei secondi non ci scovate un abitante di colore manco per sbaglio. Li frequentano, casomai, dopo una certa ora: perché loro di notte scendono dalle colline, illuminate come incongrui presepi, e camminano a piedi nudi sull’asfalto dei ricchi. Arrivano tardi – quando le partite sono finite e la gente è stanca di bere, di cantare, andare e a troie e giocare a pallone sulla spiaggia – per cominciare il loro sporco lavoro: dopo averle svuotate, riempiono di lattine enormi sacchi neri e se li trascinano dietro per andare poi a vendere a pochi centesimi quel prezioso bottino.
E’ per quello – che vi credevate? – che le spiagge di Rio sono sempre pulite: merito di questi “scarabei stercorari” che si nutrono dei rifiuti dei ricchi. E’ ampiamente probabile che anche Thor Heyerdahl, oggi, dovrebbe rivedere una delle sue più celebri convinzioni: «I confini esistono solo nella mente delle persone». E invece esistono eccome. Non a delimitare le foreste e i mari che solcava lui a bordo del Kon-Tiki, bensì i quartieri delle grandi città del mondo che cominciavano a nascere a fine anni 40, quando Heyerdal le ignorava. Spiagge rigorosamente libere e piene di campetti, a Rio, ma confini sociali rigorosi. Addirittura feroci: ogni palazzo “dell’asfalto” è protetto da inferiate e vigilato da custodi (loro di colore, sì). Fino a qualche anno fa una zona franca che tendeva ad annullare le differenze c’era: lo stadio. Il Maracanà era il luogo dove popolo e ricchi si mischiavano. Vabbè: i poveri stavano sotto, nelle tribune senza posti a sedere dove entravi al prezzo politico di pochi real. Era il posto della mitica torcida che cantava e ballava per tutta la partita come dentro a un sambodrono. Sparito tutto, insieme alla magia del Maracanà: uno stadio come tutti gli altri, adesso, standardizzato dai progetti della Fifa. L’anno scorso, quando lo inaugurammo per la
Confederation’s Cup, Daniele De Rossi mi guardò deluso e disse: “Da dentro
sembra di stare in quello di Cracovia…”. Fateci caso, quando gioca il Brasile e inquadrano le tribune tappezzate di maglie gialle: il 99 per cento di coloro che le indossa è un bianco, perché quelli di colore non potranno mai permettersi di comprare il biglietto.
Nelle favelas non gliene frega niente dei soldi che hanno speso per la Coppa: non li avrebbero mai visti comunque. Loro sono incazzati perché gli tolgono la passione del calcio di strada: lo sostituiscono con quello degli stadi-cattedrale in cui non potranno mai accedere mentre in quelli “veri” e cadenti – struggente quello del Vasco Da Gama in architettura liberty e rivestito di azuleios – dove potrebbero andare loro, c’è poca gente e tanta violenza.
Basta anche con la coinvolgente abitudine di guardare le partite in posti improvvisati negli slarghi tra i vicoli: vietato tutto per non infastidire gli sponsor.
Se ti va, ti puoi intruppare negli enormi fan fest ufficiali sulle spiagge, prima di sciamare nei locali e nelle zone del sesso, dove le ragazze aspettano accanto a pozzanghere che sanno di piscio e a venditori ambulanti di caipirinha.
I più scatenati e numerosi sono ti tifosi sudamericani: cileni, messicani e colombiani in libera, rumorosissima e sfrenata uscita. Poi, per fortuna, puoi trovare anche un americano dell’Ohio che gioca – male – a pallone sulla spiaggia di Copacabana. Felice solo per questo e, almeno uno, perfettamente sobrio.
Comunque tranquilli: non gliene frega nulla, ai brasiliani che hanno alzato a dismisura i prezzi di ristoranti e hotel, che l’Italia sia stata eliminata. Tanto, di tifosi azzurri se n’erano visti davvero pochi e, in più, il fatto di non avere tra i piedi l’Italia in qualche partita a eliminazione diretta, a loro fa sempre piacere. Gentili, ma furbetti, ‘sti brasiliani. Per dire: l’anno scorso, nel periodo della Confederation’s Cup, stavano costruendo una superstrada che avrebbe dovuto già essere terminata allora. Ebbene, non l’hanno finita neppure adesso e sperano di farcela per le Olimpiadi, tra due anni. Una cosa, però, è stata completata: la barriera che impedisce di vedere la favela – una delle più grandi e disagiate – attorno alla superstrada che dall’aeroporto internazionale conduce in città. Meglio non turbare troppo, e subito, i tifosi-turisti. Ma ovviamente non basta nascondere o “pacificare” per cancellare un destino.
Da quei posti lì resti marchiato, sei diverso, rischi di perderti anche se riesci a lasciare la favela per entrare nello stadio dalla porta principale: sul prato, da campione.
C’è un proverbio brasiliano che spiega tutto: “puoi togliere un uomo dalla favela, ma non puoi togliere la favela da dentro quell’uomo”. Perché i confini esistono. Eccome.

Articolo del giornalista Stefano Salandin (@SalandinS) inviato in Brasile per Tuttosport, pubblicato su “La Selce”

L’altro Brasile 1 – Viaggio disperato a Manaus, dove il calcio non c’entra niente

stadio manaus

Non credeteci quando vi raccontano che il Brasile è la terra del calcio.
Non tutto, almeno. Di sicuro non Manaus, prigioniera del suo mare verde, lontana da tutto e da tutti eppure crocevia di razze, culture, contraddizioni.
Là, nel cuore verde della foresta amazzonica, il pallone è un’invenzione calata dall’alto in mezzo al nulla proprio come lo fu il Teatro dell’Opera: una copia kitsch della Scala edificata a fine ‘800.
Con la differenza, non da poco, che il Teatro Amazonas era un progetto
nato dalla passione di un sogno (fare di Manaus la Parigi dei tropici) e, infatti, esiste ancora oggi. L’Arena Amazonas, invece, è un tempio alla vanità di Josè Melo, potente governatore della Regione, e sparirà dopo i mondiali portandosi via tutto il fiume di soldi che ha ingoiato: 700
milioni di dollari invece dei preventivati 240. Per quattro partite. In tutto. Perché qui, del calcio, importa davvero poco e non lo puoi giocare nemmeno a volerlo: troppo caldo, troppo umido – sembra di stare a Prarolo in certe giornate di luglio quando si scioglie l’asfalto, solo che a Manaus è sempre così e quando non è inverno, come ora, è pure peggio – e troppo distante per pensare di farci arrivare delle squadre vere. “Abbiamo un ospedale nuovo chiuso da cinque anni perché non hanno i soldi per i medici, ma quelli per lo stadio li hanno trovati” ringhia il tassista e
maledice la corruzione dei politici. Che prospera ovunque (abbiamo poco da
insegnare, noi…), ma che in Amazzonia, ancor più che nel resto del Brasile, ha dimensioni enormi. In fondo, però, non è strano. Perché qui è tutto smisurato: gli alberi della foresta e i pesci del Rio Negro, i culi delle donne e le favelas ai bordi della città.
I nuovi predicatori evangelici stanno in chiese anch’esse enormi che sembrano supermercati e
offrono bibbie nelle televendite: promettono la gioia nel regno dei cieli, loro, e hanno più successo dei missionari tradizionali che cercano faticosamente di migliorare un poco (basta arrivare a più di due castagne per pranzo…) la misera condizione della vita su questa terra.
Tu credi di sapere tutto di Manaus solo perché l’hai letta in centinaia di libri, l’hai intravista in metri di film, l’hai intuita in migliaia di fumetti. Ma quando sorvoli per ore l’impenetrabile mare verde della foresta solcato da fiumi placidamente immensi e sfregiato, di tanto in tanto, da avventurose piste d’atterraggio in terra battuta ecco, allora ti rendi conto che non sai nulla di quello che ti aspetta. Nei mercati brulicanti di vita, al mercato del pesce in stile liberty, davanti al porto sul Rio
Negro si alternano facce con gli zigomi da indio e i biondi dagli occhi azzurri, a ricordarti che tedeschi e inglesi hanno razziato agli indio anche i cromosomi. Non li amano, a Manaus, gli inglesi. Ma non perché Hodgson si era subito lamentato del sorteggio. Ma va: manca sanno chi è,
Hodgson. Il fatto è che i sudditi di Sua Maestà hanno portato avanti bene il loro “sporco lavoro” da colonialisti: hanno sfruttato gli indios per estrarre il caucciù – dura, a inizio ‘900, la vita dei “ciringueiros” – sempre a mollo nell’acqua delle paludi del Rio Negro per tagliare la corteccia alla pianta della gomma – vi ricorda per caso qualcuno delle nostre parti? – si sono tolti le voglie con le figlie più belle del tribù e poi hanno portato i semi delle piante in India, decretando l’inesorabile
decadenza economica di Manaus. E’ per quello che i brasiliani d’Amazzonia hanno tifato per noi. Abbiamo Pirlo e Balotelli e poi siamo più simpatici: razziamo, ma con il sorriso. Anche qui siamo arrivati dopo che gli altri avevano devastato e stuprato: pesci pilota della colonizzazione, stiamo
dietro alle grandi navi a raccoglierne gli avanzi. Affabili iene. Dovevate sentirli, gli imprenditori connazionali calati a Manaus mentre, al concerto di gala organizzato dal Governatore nel Teatro Amazonas,sussurravano uno con l’altro: “Tranquillo: ne ho trovate quattro giovani e fresche. L’età? Ma che ti frega, qui, dell’età di quelle!”. E poi via, leggiadri e compresi, pronti a cantare l’inno con la mano sul cuore quando inizia la partita. Si sopravvive a tutto anche a Manaus. Il pericolo non
sono le zanzare o l’umidità (figurarsi, per chi arriva da Vercelli…) e nemmeno i bacherozzi o le strade buie del centro con i bar affollati da guappi: basta non fare gli idioti. Ciò a cui non puoi sfuggire, piuttosto, sono i tassisti che portano le auto come fossero piroghe in balia delle rapide del Rio Blanco: un operatore di Mediaset ha ricavato parecchie ammaccature a bordo di uno che ha cappottato in mezzo alla strada. E così il centro stampa, costruito in mezzo alla pista del sambodromo, è il solito rassicurante “non luogo” (uguale in Germania come in Sud Africa) dove puoi parlare di calcio come niente fosse. E dove ti può capitare che un giovane collega israeliano ti dica, una volta saputo che lavori a Torino, che “Se non tifi per il Torino o per la Juventus, allora non puoi che tifare per la Pro Vercelli”. Giuro. Anche a Manaus: incredibile.
L’Italia ha vinto bene e si vola via (un viaggio) da Manaus e dalle sue malinconie. Il mio Mondiale continua a Salvador di Bahia tra i flop di Ronaldo, i gol di Mueller e l’attesa per Pogba. Ma soprattutto tra i mariti fantasma di Dona Flor che camminano, nudi, sui saliscendi acciottolati del Pelourinho.

Articolo del giornalista Stefano Salandin (@SalandinS) inviato in Brasile per Tuttosport, pubblicato su “La Selce”