Auguri Matthias Sammer, lo “scandalo” del Pallone d’Oro del ’96

Roberto Donadoni of Italy (left) is challenged by Matthias Sammer of Germany

Un premio al giocatore operaio, al lavoro duro e sporco. Si usarono queste parole, almeno sulle testate italiane, per spiegare l’assegnazione del Pallone D’Oro del 1996 a Matthias Sammer. Sì perchè in un certo senso andava lenita una sorta di ingiustizia, anzi due. La prima su Del Piero, che in quell’edizione arrivò addirittura quarto in graduatoria, nonostante la vittoria della Champions League e della Coppa Intercontinentale, decisa da una sua rete. La seconda forma di rammarico, che assomigliava per la verità a rabbia, era tutta per solidarietà a Franco Baresi: se non c’era riuscito lui con il Milan pigliatutto a infrangere il tabù del premio ad un difensore, come poteva avercela fatta il tedesco del Borussia Dortmund? E così ci si adoperò per gridare allo scandalo, nella speranza che facesse eco, soprattutto oltre i confini italiani, ma lontane le polemiche dalle consegne avanti Messi vs Cristano Ronaldo, Sammer si conquistò quel premio accendendo più discussioni negli anni a venire che al momento della cerimonia. “È più di un libero – disse all’epoca di lui Baresi, punto dai giornalisti nell’orgoglio, a volere a tutti i costi fargli uscire un po’ di veleno – Gioca in difesa e in attacco, viene dal centrocampo. Meritava di vincere: è stato giudicato il miglior giocatore dell’Europeo e per la sua nazionale è stato determinante”. Il difensore del Milan aveva ragione. Quello che fu portato come il Pallone D’Oro dello scandalo, era quanto mai più che meritato.

In classifica un giovanissimo Ronaldo, attaccante del Psv, si piazzò secondo, forte di una Coppa d’Olanda e di un bronzo alle Olimpiadi di Atlanta. Terzo Shearer, che seppur protagonista con l’Inghilterra negli Europei che si disputarono in casa, non vinse nulla nel corso dell’anno solare. Sammer non solo conquistò il titolo continentale facendo da guida alla Germania, ma anche Bundesliga, titolo di miglior giocatore dell’Europeo e titolo di miglior giocatore tedesco dell’anno. Tuttavia non bastarono, il tedesco non avrebbe dovuto vincere il Pallone D’Oro. Eppure il tetto d’Europa altro non era che il clou di un cammino di vita e di carriera complesso, iniziato come figlio d’arte, nella DDR e nella Dinamo Dresda. Un percorso cupo, non tanto per stereotipo della Germania Est, quanto intenso nelle sue vicissitudine calcistiche e non.

Matthias, nato nel 1967 a Dresda, sotto la guida tenace del padre Klaus, iniziò a giocare nella Dinamo, club legato alla Stasi, fino alla caduta del Muro. Più volte il calciatore ha raccontato di sentirsi osservato in quegli anni, tanto che poi lo stesso compagno di squadra Frank Lieberam, ammise che pure lui non era altro che una spia come ce n’erano tante, al servizio della polizia. A nazione unificata Sammer scelse fortemente lo Stoccarda e a dicembre conquistò subito un record: essere il primo tedesco orientale ad essere convocato nella nuova Nazionale, Germania-Svizzera 4-0.

La maturità di Sammer giocatore stava evolvendo in maniera ambigua perchè essendo molto duttile e capace sia in fase difensiva che d’attacco, non giocava nè come attaccante nè a centrocampo. L’Inter lo mise subito sotto osservazione e lo acquistò nel ’91. Il tedesco si trasferì a Milano solo un anno dopo, da vincitore della Bundesliga con lo Stoccarda. Nel frattempo non imparò una parola d’italiano e con il tecnico dei nerazzurri, Bagnoli, si spiegava a gesti sin dal primo allenamento. Due dita sul disegno di un campo toccarono la trequarti: Sammer voleva giocare dietro le punte. Il mister lo accontentò indietreggiando Shalimov davanti alla difesa. Il futuro campione d’Europa cercò di calarsi meglio che poteva nella Serie A (11 presenze e quattro reti a Napoli, Roma, Juventus e Pescara) ma non volle mai saperne di farsi adottare da Milano. La moglie fu uno dei motivi più tenaci che spinsero il trequartista a tornare in Germania (in un’intervista successiva, ammetterà di avere avuto incomprensioni tattiche col mister italiano, di finire spesso in tribuna causa il numero limite degli stranieri: due altri fattori forti che lo spinsero ad andarsene). La casa sul lago, bella da togliere il fiato, non era arredata se non da un letto e da un armadio. Voci di vicinato raccontarono del televisore adagiato su una cassetta della frutta e Sammer che girava in t-shirt e mutande nel vuoto delle stanze, indipendentemente dalla temperatura esterna. All’apertura del mercato invernale la richiesta urgente al presidente Pellegrini di essere ceduto. “Ciao” fu l’unico vocabolo che imparò su un volto insofferente, sulla voglia di mettersi alla prova a Dortmund. L’Inter lo cedette al Borussia e con i 9 miliardi incassati comprò Jonk. Fu mister Hitzfeld a prendersi cura della sua evoluzione tattica in giallonero, a spostarlo dalla trequarti alla difesa, facendolo diventare un libero molto offensivo con doti da regista, capace di impostare, dal basso, l’azione.

Della maturità di Sammer ne fece tesoro anche il Ct Berti Vogts che dopo un’estenuante guerra di nervi, lasciò fuori dalle convocazioni dell’Europeo inglese un monumento come Matthaus, rimpiazzandolo proprio col ragazzo di Dresda.

Visto il ritiro precoce dai campi di calcio avvenuto nel 1998, il premio francese, col senno del poi, ha rivestito anche l’urgenza di un’onorificenza ad un difensore elegante, solido ma soprattutto martoriato da cinque operazioni al ginocchio.

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