L’Altro Brasile 3. Tra i grattacieli di San Paolo, il terrore dei tassisti, la classe media tartassata, contanti no-grazie

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In Brasile può capitare di sorvolare anche una foresta dove non ci sono alberi: è quella formata dai grattacieli di San Paolo. Ci atterri dentro, se vieni da Rio de Janeiro, dopo averla osservata per una ventina di minuti. Mentre la curiosità vira in diffidenza. Cespugli di grattacieli alternati a spianate di fabbriche e di favelas. A perdita d’occhio.
La città, da sola, ha un raggio di 100 chilometri, la conurbazione conta oltre 30 milioni di persone: la più grande dell’emisfero australe e la terza del pianeta. Una roba pazzesca solo a pensarci. Assolutamente alienante a starci dentro. Eppure ci vivono, eccome. Anzi, c’è chi ci prospera addirittura: ricchezza vera, spessa. Milionari che si spostano da un grattacielo all’altro del business con l’elicottero per evitare di perdere tempo e, magari anche, di mischiarsi nel traffico infinito che rumina sotto di loro. Tranquilli: in garage custodiscono di sicuro l’ultimo modello di Panamera o di Ferrari, ma la usano solo per andare a Santos, la spiaggia di lusso dei “paulistas”. Là dove stava in ritiro la Costa Rica, i cui giocatori fanno la doccia nello spogliatoio nei quali si cambiava Pelè. Hanno conservato la sua panchetta e il suo armadietto intatti, perché qui a San Paolo sono ancora più fanatici del passato calcistico di quanto già lo siano nel resto del Brasile. C’è un museo Nazionale. C’è lo stadio del Palmeiras, con la sede e gli omaggi ai club che ne hanno contribuito a costruirne la storia: tra le bandiere delle società più importanti del mondo ha un posto d’onore quella della Pro Vercelli.
Lo stadio nuovo, l’Arena Corinthians delle sfide mondiali, non ha invece niente di nuovo ed è stata costruita, tra mille difficoltà, lontano da tutto. Per arrivarci impieghi più che ad arrivare da Rio in aereo: un’ora e mezza di pullman (se il traffico non fa scherzi) o 50 minuti di metropolitana. Che ti sorprende per la sua modernità, da fare invidia a quella di Monaco, ed efficenza: quando ti immergi nel fiume di gente che la frequenta, ti rendi conto del perché lo sciopero dei dipendenti, nei primi giorni del Mondiale, abbia paralizzato la città. E capisci, qui e non sulle spiagge di Rio, che non è affatto strano il sorpasso del Brasile nei nostri confronti nella produzione manifatturiera: questo posto è un’enorme, smisurata azienda.
Del resto, tutte le proteste nascono qui a San Paolo, il posto dove ci sono più cultura, università, lavoro e contraddizioni dell’intero Sud America. Hanno la metropolitana moderna, ma anche favelas enormi alle periferie. Negozi sfavillanti e ospedali (privati, eh!) modernissimi; ma il sagrato della cattedrale, nel centro storico, è punteggiato da tossici strafatti e sorvegliato dalla polizia in assetto di guerra. E hanno la più grande classe media: quella che sta in bilico, che tutte le mattine guarda con ansia le oscillazioni dei cambi e l’inflazione, che deve fare i conti per mandare i figli a scuola, pagare i trasporti, mantenere l’assicurazione sulla salute: affidarsi alla sanità pubblica è una scommessa, più che un’opportunità. Ah, il pos! La macchinetta che tanto sta facendo discutere in Italia, qui ce l’hanno tutti, ma proprio tutti: dal negozio di griffe nel centro commerciale all’ultimo dei tassisti, dal ristorante di lusso al chioschetto in mezzo alla strada. Perché è più comodo, perché il fisco è più tranquillo (a proposito: provate a parlare con un brasiliano della “classe media” di tasse, fisco e corruzione”: l’Italia vi sembrerà un paradiso), ma anche perché siete più tranquilli voi.
A San Paolo non è proprio il caso di girare con parecchio contante nel portafogli: la carta di credito e pochi real da consegnare nel caso in cui vi puntino addosso una pistola o un coltello durante una rapina. Succede spesso, spessissimo, al punto che quasi tutti i tassisti non “prendono” più passeggeri in strada, ma solo quelli indicati dagli alberghi o che escono dagli aeroporti. Un posto maledettamente complicato, San Paolo, che attira e respinge. Pieno di gallerie d’arte, dove puoi trovare qualsiasi oggetto del consumismo moderno, ma in cui la vita sociale è resa quasi impossibile dalle distanze. E che, forse, è davvero la rappresentazione più concreta del maledetto, orrendo, futuro che si sta disegnando il mondo.
Torniamo un attimo al Palmeiras, uno dei club più antichi del Brasile. Fino a poco tempo fa si chiamava “Palestra Italia”: ovviamente perché l’avevano fondato gli immigrati italiani. Pare che a San Paolo la metà degli abitanti abbia almeno un antenato italiano. Immigrati di antica generazione, non come i connazionali, altrettanto numerosi, che in questi ultimi anni hanno preso d’assalto Fortaleza, su al Nord, a due passi dall’Equatore. Attratti dalle bellissime spiagge, dalla voglia di cambiare vita, dal turismo che si trasforma in lavoro, ma anche da qualche altra inconfessabile opportunità: Fortaleza è una delle porte principali da cui entra in Europa la droga che arriva dalla Colombia. Ed è anche la prossima tappa del mio Mondiale, per raccontare un’altra sfida della sorprendente Colombia, stavolta addirittura contro i padroni di casa del Brasile. Da lì, poi, i balzi a Salvador, a Belo Horizonte e, infine, a Rio de Janeiro. In discesa nel Brasile e nel Mondiale. Verso il posto in cui tutto è cominciato e in cui tutto andrà a finire.

Articolo del giornalista Stefano Salandin (@SalandinS) inviato in Brasile per Tuttosport, pubblicato su “La Selce”

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2 pensieri su “L’Altro Brasile 3. Tra i grattacieli di San Paolo, il terrore dei tassisti, la classe media tartassata, contanti no-grazie

  1. Eppur vivendo da una vita a San Paolo, non sarei mai stato capace di radiografare in modo talmente preciso questo mare di caos in cui viviamo (subiamo?) e che spesso lo paragono all’inferno di Dante! Bravissimo il giornalista Stefano Saladin.

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