Costa Rica, dal calcio pura vida al derby armato

Ticos fan

Abbiamo fatto tutto quello che era possibile fare. Oggi non potevamo vincere questa partita. Così è la vita.
Occhiali squadrati – sempre gli stessi – e poggiati sul naso, l’atteggiamento pseudo filosofico di chi la beffa l’ha incassata dopo averci creduto. Tanto. Eppure il Ct della Costa Rica a Italia ’90, Bora Milutinovic, rispose così, nel post gara degli ottavi di Italia ’90, dopo la sconfitta per 4 a 1 contro la Cecoslovacchia. Non era mai andata così avanti la Nazionale centroamericana, rappresentante di un Paese nel quale il calcio è una passione dalla presenza pesante ma non così invasiva da penetrare nella società in modo totalitario.
La Costa Rica è quel paradiso che gli amici descrivono in modo standardizzato, non rendendo affatto l’idea di come il principio pari ad una shari’a, quello di “pura vida”, si sia cucito col fil di ferro alla cultura locale e sia arrivato poi al calcio.
Popolo di surfisti e di turisti che girano con lo zainetto a rincorrere il low cost, i costaricani o “ticos”, sono solari, rilassati e rispettano in maniera materna la natura, in un rovesciamento di ruoli tra uomo e Terra. Il principio della pura vita ha fatto sì che, mentre gli Stati confinanti si distruggevano in guerre civili, la Costa Rica scelse di non organizzarsi neppure un esercito professionista.
Dopo l’exploit di Italia ’90, i ticos ricomparvero sul palcoscenico mondiale nel 2002 rompendo il principio di pura vida con un gioco spavaldo. Nell’ultima partita del girone, non si arresero facilmente al Brasile presto pentacampeao, anzi: li misero per buona parte della gara alle strette, andando contro la natura – la stessa catena alimentare – che vuole il pesce grande mangiarsi il piccolo. Il calcio vibrante scosse quello “pacifista” Da lì, non è stata più la stessa cosa e la Costa Rica, quando va male, è catenaccio o materasso. Oppure stende 3 a 1 l’Uruguay.
I soldi che fluiscono nel calcio locale, sono fenomeno recente e coincidono con il boom immobiliare degli anni ’80, con la decisione del governo di proteggere vaste aree naturali. Un piano che produsse un’offerta ecoturistica tale da attirare moltissimi imprenditori e turisti. Il tutto andava a braccetto con la Nazionale di Milutinovic che accedeva ai Mondiali italiani e superava il girone. La ricchezza si è concentrata nella Valle Centrale, dove si trovano le due città più grandi della Nazione, nonchè quelle con le maggiori squadre di calcio: San Josè e Alajuela. La prima, il cui club è il Saprissa, decise di mettere fine al tifo dimesso e poco caldo dei suoi sostenitori e per aizzare gli animi si avvalsero di un gruppo di fanatici cileni dell’Universidad Catolica. Così nacque la Ultra, l’atteggiamento rissoso e i cori a tavolino. L’Alajuelense però, non rimase a guardare e formò la corazzata Doce. Il derby nacque spontaneo e sempre più feroce con il sorgere delle bande legate ai gruppi ultras e la sensazione dei giovani tifosi di rimanere attori marginali rispetto al ruolo di una minoranza costaricana che beneficiava di questo sviluppo economico. La situazione divenne tale che i disordini si concentrarono anche in occasione delle partite della Nazionale. Saprissa e Alajuelense decisero di mettere un freno a la Ultra e la Doce, con un’efficacia dubbia. “Avevo l’abbonamento stagionale per me e per la mia famiglia – racconta Matias nel libro “Guida alla Coppa del Mondo” – ma l’ho dato via. Adesso quando vai allo stadio, c’è un settore intero occupato dagli ultras, alcuni vanno perfino allo stadio armati”. Contro natura, contro il calcio pura vida.

Articolo pubblicato su Fantagazzetta

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