Da Formiga a Hulk, i cento anni dell’apelido brasiliano

dunga

Nella serie B brasiliana, l’Atletico Goianiense schiera John Lennon in difesa. In altro campionato, nel Gama, c’è anche Allan Delon. Fuori dal cinema, non mancano gli omaggi calcistici – in questo caso olandesi – con la presenza di Rudigullithi e Raykhard. Popolarissimo è rimasto l’ex giocatore, Mauro Shampoo, che ha vestito la maglia dell’Ibis e che chiusa la carriera ha aperto – davvero – un salone da parrucchiere.
L’apelido, il soprannome, fa parte ormai da cent’anni della cultura calcistica brasiliana. Da Garrincha a Hulk, sia che siano derisi, osannati o abbiano scritto la storia, gli pseudonimi non sono avvertiti come bizzarri nella Nazione che ospiterà i Mondiali. Intanto, perchè la necessità di un loro utilizzo è alquanto remota. Il primo fu l’esterno Formiga che, appunto, non conosceva soste sulla fascia. Era il 1914 addirittura e in cento anni l’apelido si è evoluto andando anche a caratterizzare un ruolo. Spesso, ai centrocampisti dotati di eleganza, viene affibbiato quello di un musicista, a richiamarne le gesta in campo: Mozart, Wagner, Pe de Valsa e Bellini.
L’urgenza dell’uso del soprannome è stata studiata anche a livello sociologico e secondo il drammaturgo Nelson Rodriguez, deriva dal “complesso de viralata” – del randagio, del bastardino – del popolo verdeoro: “E’ come se pensassimo di non meritare il nome e il cognome che abbiamo nei documenti personali”. C’è tuttavia un’interpretazione meno triste del fenomeno e si rifa alla cultura informale e alla cordialità tutta brasiliana ma soprattutto di Rio, città che accoglie con grande cordialità anche gli sconosciuti. Eppure l’apelido ha trovato feroci detrattori soprattutto in coloro chiamati a narrare le gesta dei calciatori. Lo storico radiocronista Edson Leite non riusciva proprio a digerire i soprannomi Pelè e Garrincha: “Con quei nomignoli sono ridicoli – disse – non spaventeranno nessuno”. Servì la vittoria del Brasile al Mondiale del ’62 in Cile, per far accettare all’unanimità il soprannome benchè nel 1930 il primo gol verdeoro ai Mondiali, lo segnò Preguinho, una punta piccola e magra come un piccolo chiodo, nel suo significato letterale.
C’è una categoria, tuttavia, nella quale l’apelido è stato tabù ed è la difesa, portieri compresi. Il primo estremo difensore dotato di soprannome è stato Dida perchè Gilmar, in realtà, nasceva dalla contrazione dei nomi dei genitori Gilberto e Maria. “Chi avrebbe fiducia in un difensore che gioca con lo pseudonimo? – spiegava lo scrittore Luis Fernando Verissimo – Una maginot che si rispetti dovrebbe riportare nome e cognome del giocatore, cognome dei suoi genitori – numero della tessera sanitaria e numero di telefono per i reclami”. Eppure di eccezioni ce ne sono state, basti pensare a Dunga, nome portato dal più dolce dei sette nani, a Roberto Carlos – omonimo di un famoso cantante – allo stesso Maicon Douglas. La madre del terzino della Roma è infatti un’appassionata del film “La guerra dei Roses” e dell’attore protagonista. Stessa matrice ha la motivazione per il padre di Hulk, che ha soprannominato il figlio come l’eroe dei fumetti, in quanto appassionato della serie televisiva.

Articolo pubblicato su Fantagazzetta.com

 

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