Marlboro, soffitti viola, la porta e Bonimba al volo

bonisegna

“Ho visto Altobelli, Rummenigge, Ronaldo, Vieri, Eto’o e Milito ma sbiadiscono nel ricordo del grande Bobo Bonimba”. E’ un commento su youtube, caricato assieme ad un video con una breve raccolta dei gol migliori di Roberto Boninsegna. Ognuno porta nel cuore una prima punta, a spregio di quello che ha sempre sostenuto Pep Guardiola quando il Barcellona iniziò a fare sfracelli con il suo gioco nuovo, sfiancante nei nervi e vincente: “Non abbiamo un centravanti, perché il nostro centravanti è lo spazio”. Una concezione asettica, che scava un vuoto di romanticismo in quello che è forse uno dei ruoli più sentimentali nel gioco del pallone. Boninsegna è l’attaccante che passò la palla a Rivera per il gol del 4 a 3 contro la Germania e – come se non bastasse un pezzo di storia costruito dentro il monumentale “Atzeca” – è diventato icona della nostalgia del calcio ancora in bianconero, nel film “Radiofreccia” – “credo nelle rovesciate di Bonimba” – vero atto di fede.
Nel 2000 Roberto Vecchioni ha dedicato alla punta un omaggio che profuma di sigarette e di chiuso, ma anche di spazi aperti, frusciare del vento, nuvole di malinconia.

Lui si volta e fa appena in tempo a vedere il pacchetto di Marlboro che sta arrivando, forse non lo vede neppure, non sa nemmeno cosa sia, né l’imbecille che glielo ha tirato addosso, però lo sente, e in un angolo primordiale della mente intuisce la sfida: si avvita, alza il piede sinistro, colpisce di collo pieno e impatta lo specchio della Rosina che è la più grande cuoca con le più grandi tette di tutta la provincia di Mantova.Dal tavolo d’angolo, quello che guarda fiume, ponte e strada, caccio un urlo da stadio, gli amici cominciano una ola. Il locale è piccolo, basso, ma all’improvviso, a un segnale, ci prendiamo tutti per mano e quella stanza non ha più pareti ma alberi, alberi infiniti, e il soffitto viola non è, ma poco ci manca, non esiste più; al posto suo c’è il cielo, quello di San Siro, di così tanti anni fa che sembra ieri e in aria i trucioli coprivano le pozzanghere e un pallone simile ad un pacchetto di Marlboro sta planando là dove Bobo ha già la gamba a mezz’aria, perchè o si tira subito o mai, e un attimo dopo non è uno specchio ma una rete a subire l’offesa o la conquista o il gesto d’amore, chiamatelo come volete.
Boninsegna. Ci sono stati, ci sono giocatori belli, innamorati di sé come città di mare aperte al segno di colline degradanti: veroniche infinite ne accompagnano la presenza; stop aerei lenti e circolari come l’andare e il venire dell’onda. Ci sono giocatori imprendibili, elittici, come città di fiume: serpeggianti al pari delle anse improvvise e fini al palleggio; abili nel far sparire e comparire un coniglio rotondo da sotto un ponte, da una riva o da un’altra. Ci sono giocatori come montagne toste, chè al paese lassù ci vai tu a piedi; ed altri di ghiaccio o neve sottile, trine e merletti, miracoli di calli imprevedibili, piccole Venezie sghimbesce e fascinanti. E poi c’è il giocatore. Non c’è bellezza nel suo gesto, né armonia, né musica: non lo sfaccio da biliardo che divina i centimetri o la finta aurea che prevede e precede la figura di merda dello stopper: sta di fatto che lo stopper la faceva comunque. Geometria, balistica, calcolo anticipato gli erano del tutto sconosciuti; non di danza possedeva il passo, né larghi ritmi elegiaci suggerivano le corse, gli scatti, ma un miracolo d’istinti, la sublimazione del pressappoco, un’elementarità elevata ad arte, e rabbia da buono, bontà da canaglia, dove ogni giocata era metafora della vita e far la prima cosa che viene in mente o che passa per il cuore è assomigliare al primo uomo, al primo sport, alla prima volta perchè tutti son capaci bene o male di ragionarci su, uno solo aveva il coraggio di precedere il pensiero: Roberto Boninsegna.
L’ho visto tentarci da destra e da sinistra, di testa in tuffo e di tuffo in testa, d’anca e di caviglia, in rovesciata e girata, di punta, di sfriso, di petto, soffiando sulla palla, pregando da terra che entrasse, bestemmiando altri dei che i suoi li lasciava stare: l’ho visto segnare con le mutande a pezzi e col numero rovesciato sulla schiena, coi denti nella spalla dello stopper e con lo stopper sui denti, da sotto il fango, in cielo, perfino a testa in giù: di certo credo non mirava mai, non gliene fregava un fico di angolini, effetti, foglie morte: dove prendo, prendo e ci prendeva sempre.
E’ ovvio che esagero. Aveva classe. Non si segnano tutti quei gol se non se ne ha. Non si fanno cinquanta metri di campo con un’orda di tedeschi alle spalle, per dare a Rivera la palla di quel famoso 4-3 se non si è più che grandi. Ma la sua grandezza era niente in confronto all’istinto, alla faccia tosta, alla spavalderia; aveva un patto col destino, stava simpatico al destino.
Il soffitto è tornato viola, gli alberi sono spariti. Il cielo poi non si vede neanche all’aperto. Bobo ha infilato il cappotto, abbraccia una dolcissima moglie. Ho nostalgia di lui, come delle osterie fuori porta di Guccini e delle pastrugnate sui sedili posteriori.
Ci sono cose che sai dove sono e sempre lì le vorresti. Ci son cose che trovi a occhi chiusi come la pelle di una ragazza o le lacrime di un addio. Bobo è di questo genere. Esce di spalle salutando e non deve nemmeno guardare. Anche lui sa, ha sempre saputo dov’è la porta.

Dalla raccolta “Io&lui”, allegata al Guerin Sportivo numero 52 (dicembre 2000)

Annunci

Lascia un commento al post

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...