“Il ciclismo è lo sport più pulito che esista”

Rinaldo Nocentini

Ho la fortuna di avere l’abitazione di un ciclista professionista e molto famoso, ad un paio scarso di chilometri da casa. Così come per i miei compaesani però, è difficile trovare Rinaldo Nocentini in giro. Tre anni fa il quotidiano locale dell’epoca mi chiese una sua intervista ad ampio respiro per l’allegato dedicato agli uomini di spicco del mese e fu la prima volta in assoluto che lo incontrai. La settimana successiva, per festeggiare l’assegnazione dei Mondiali di ciclismo a Firenze, sarebbe uscito uno speciale sui protagonisti a due ruote e la Toscana ne ha avuti sempre molti da raccontare. Nocentini aveva alimentato una sorta di “Rinaldo-mania” al Tour De France del 2009 nel quale era diventato una stella, con i suoi otto giorni in maglia gialla. A febbraio del 2010, il ciclista ebbe un incidente durante il Gran Premio dell’Insubria e si fratturò tibia, perone, astragalo e malleolo. Appena iniziai a registrare le dichiarazioni, mi fece subito notare una cosa: “Paradossalmente – dichiarò – ho più notorietà adesso, che durante il Tour”. Devoto alla grande corsa francese, aggiunse anche che senza quei giorni consecutivi in maglia gialla, non avrebbe mai ricevuto così tanta luce dai mass media, l’attenzione di federazione e colleghi. La premessa è lunga e doverosa, perchè quel giorno Nocentini si sentì fare l’ennesima domanda sul doping nel suo sport che con gli ultimi casi di Danilo Di Luca e Mauro Santambrogio, trova, nella risposta che dette, un senso: “Il doping è ovunque – disse subito – solo che noi ciclisti siamo nel mirino. In realtà, ora come ora, il ciclismo è lo sport più pulito che esista. I controlli sono a tappeto e l’Unione ciclistica internazionale può venire a bussare anche adesso per le analisi. Tramite internet ogni ciclista compila una tabella sugli impegni dei prossimi tre mesi e specifica i giorni in cui è a casa. Se non si fa trovare senza preavviso, scatta l’ammonizione. A livello professionistico, il ciclista prende l’iniziativa da solo di doparsi, è a livello giovanile che il doping viene proposto ai ragazzi. A me non è mai successo”.
Lì per lì potrebbe sembrare la strenua difesa dello sport che ti dà lavoro e popolarità ma il numero dei ciclisti che negli ultimi anni cade nella trappola dei controlli, evidenzia che chi è positivo non riesca più a farla franca e, addirittura, si va sadicamente a ritroso dei risultati di chi il ciclismo l’ha fatto grande ma non è più in attività: eclatante fu il caso di Lance Armostrong. Nessuno ci ha mai spiegato però, perchè si è voluto costruire il monumento al ciclismo, fatto con la calce della compassione, il patos del coraggio e della sofferenza della malattia, per poi prenderlo a sassate per sbriciolarlo.

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