Ti amo da morire

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Occhi allungati, viso dolce, ciglia lunghe. Rosaria Aprea vive in provincia di Caserta ed è bella. Una bellezza oggettiva di quelle che ti soffermi a studiarne la femminilità fatta appena donna, dentro i suoi 20 anni. Di lei si trovano molte immagini con la corona di “miss”, l’espressione di un palco sotto ai piedi, qualche sfilata, la voglia di una puntatina in tv, come le altre, quelle già affermate, le coetanee che magari non hanno già un figlio di un anno, non stanno con un fidanzato che toglie l’anima con le botte. Quella è rimasta ma l’ultima volta, qualche giorno fa, le è stata sottratta la milza, operata, dopo che lui le aveva fatto perdere prima la coscienza a forza di calci nello stomaco. Il motivo? Gelosia, forse. Sta di fatto che il fidanzato è accusato di tentato omicidio.
Rosaria col dolore fisico, inizia a raccontare ai quotidiani che no, stavolta non lo può perdonare perchè mica è la prima che la prende a pugni, è l’ennesima, ma mai era arrivato a tanto, tipo lasciarla mezza agonizzante sulle piastrelle gelate. Poi, col malessere esteriore che passa, dice di essere tornata lucida e di capire che lui non può stare in gattabuia, che le si stringe il cuore, quello che ora, senza milza, farà scorrere sangue con meno globuli rossi, meno ossigeno dentro, la concezione di normalità e anormalità rivoltate come un guanto. Di ferro.
Potrebbe avere il fidanzato più dolce del mondo, Rosaria, perchè è bella, la vita già succhiata forte, i lividi, gli insulti sprecati e senza senso. Accanto a sè potrebbe avere un uomo che la ama ma non lo vuole perchè vuoi mettere far crollare quel castello di carte di mondo normale, accettato a fatica ma che è diventato così routine che ci sta anche che il fidanzato ti spezzi le cartilagini quando s’incazza?
E ci si chiede cosa spinge una donna a sopportare questo, a mettere insieme i semi se poi arriva un uomo che ti prende a calci i cuori e le carte franano tutte.
Il meccanismo è perverso quanto semplice e si innesca alla prima ferita verbale, prima ancora che fisica, spesso sono combinate. Lo spirito di sopravvivenza indica che il corpo e la testa si devono difendere dagli attacchi, che se una persona fa del male, si deve reagire e non sopportare. Un calcio alle gambe da chi ostenta amore e scatta il perdono, sa che non si fa perchè convenzionalmente e moralmente scorretto, ma si fa perchè si ama. Un paravento e la vergogna addosso per non essersi comportate come lo spirito di conservazione vorrebbe. Poi lui si fa perdonare e allora “scusa amore” per gli ematomi, il setto nasale che sanguina, quella botta al gomito. Il giro ricomincia: lui mena, lei perdona con la vergogna di quella che, se presa a botte, non reagisce. Il cerchio perverso si completa con la creazione nella mente femminile di un mondo parallelo, l’unico luogo legittimo dove amore è anche quello che fa male, che ferisce, che avvelena e poi diventa miele e balsamo per le ferite. Si forma una dipendenza, per entrambe le parti. Relazioni così possono andare avanti per anni, passare sotto silenzio, finire in omicidio. In certi casi, la coppia si lascia. Lui senza redenzione, lei incapace di amare perchè i sentimenti non sono solo spontanei, seguono una maturazione e una presa di coscienza solo grazie all’esperienza positiva e non dominata dal terrore. Le donne che amano troppo, sono quelle che non hanno mai amato. Il prossimo partner è quello che per primo sperimenterà quanto sarà difficile avere a che fare con la vittima di una relazione malata. Ed è lì che serve il vero amore incondizionato, quello che – temporaneamente o permanentemente – è unilaterale.

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Un pensiero su “Ti amo da morire

  1. Post rispolverato in occasione della puntata di ieri sera di “Amore criminale”, eh? Vista anch’io.

    Argomento delicato, in cui il rischio retorica, soprattutto se uno non sa di cosa parla, perché non l’ha mai vissuto sulla propria pelle o perché non l’hai mai “toccato” da vicino, è purtroppo sempre piuttosto alto. Premessa forse necessaria per capire che, se mi permetto di esprimere, da uomo, un giudizio sull’argomento, lo faccio solo perché, vivendo in famiglia un caso di maltrattamento che coinvolge una mia cara cugina che non riesce comunque a lasciare il proprio marito, né a denunciarlo per esclusivo amore dei propri figli, nel mio caso, anche se indirettamente, so quantomeno di cosa parlo.

    Ogni violenza su una donna e su qualunque essere umano, sarà sempre da condannare, ovviamente, e detto da uno che, sull’argomento, è anche piuttosto categorico. Ho sempre pensato che, se arriva il primo schiaffo, quello è il momento di fare i bagagli, senza se e senza ma. Allo stesso modo, se mai mi fosse capitato di torcere un capello alla mia donna, credo che sarei stato io il primo a fare le valigie e ad andarmene, senza che mi venisse chiesto. Ma è purtroppo anche vero che quando si parla di “rapporti complicati” o che arrivano alle conseguenze più estreme, come è il caso dell’Aprea, anche quel tipo di amore che non si può certo chiamare “amore”, rimane comunque un terreno di dialogo e di confronto piuttosto complicato. Non voglio quindi entrare nel merito dell’articolo dell’autrice, il cui argomento, tocca evidentemente le sue corde più intime, che mai mi permetterei d’indagare. Mi sia solo permesso di dissentire su un unico punto, e quando cioè ella afferma che “le donne che amano troppo sono quelle che non hanno mai amato”. Anche gli amori estremi sono una forma di amore, senz’altro del tipo più egoistico e perverso che ci sia, ma almeno quelli, avendone qualche volta anch’io vissuto qualcuno, non me la sentirei davvero di condannarli.

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